(il Foglio) PELLICCIARI: il cristianesimo contro i sacrifici umani!

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Distruttore o liberatore? Il cristianesimo in America Latina


di Angela Pellicciari
Il Foglio 18 nov. 2004

“La distruzione culturale operata dal cristianesimo non è
stata seconda a nessuno. Se oggi il Sud America è un
continente integralmente cristiano, è perché i mores maiorum
degli incas o degli aztechi sono stati fatti a pezzi”. Così
Galli della Loggia nell’incontro col Cardinal Ratzinger
organizzato a Roma dal Centro di orientamento politico
(pubblicato sul Foglio del 26 e 27 ottobre). L’espressione
non poteva essere più dura.

Quali mores maiorum sono stati “fatti a pezzi” dalla Chiesa
cattolica?

Per capire le caratteristiche della colonizzazione
dell’America latina conviene partire da una considerazione
banale: gli spagnoli arrivavano via mare non conoscendo
nulla del territorio e delle popolazioni che avrebbero
incontrato. Erano pochissimi (si parla di 27.787 uomini nei
cinquant’anni che vanno dal 1509 al 1559) a fronte di un
continente abitato da milioni di persone. Ma, si dice,
avevano i cavalli e gli archibugi. E allora? Come poteva un
pugno di uomini con qualche cavallo e qualche archibugio
conquistare un continente? Questa domanda la storiografia
dell’Ottocento e del Novecento non se l’è posta. La crudeltà
dei cattolici spagnoli (e della Chiesa che li benediceva e
accompagnava) è stata considerata una spiegazione necessaria
e sufficiente. Forse, per capire, conviene dare un’occhiata
al tipo di cultura in cui gli spagnoli si sono imbattuti.

Per farlo ricordiamo cosa scriveva sulla Stampa del 25
novembre 1998 il professor Aldo Rullini. In un articolo a
tutta pagina dal titolo “Maya, cannibali per necessità”,
leggiamo che in Messico e dintorni “mancavano le proteine”
dal momento che “c’erano pochi animali domestici e
commestibili”. E maya e aztechi “per soddisfare il loro
bisogno fisiologico dovevano immolare moltissimi prigionieri
e per far ciò dovevano organizzare incursioni e guerre […]
La fine di ogni razzia veniva celebrata con grandi feste
popolari che prevedevano l’uccisione di centinaia o anche
migliaia di prigionieri sugli altari posti in cima alle
piramidi”. Strappato alle decine di migliaia di vittime il
cuore ancora palpitante, i corpi, decapitati, venivano
“smembrati per essere distribuiti e mangiati”. Rullini
scrive che “questi sacrifici di massa per quanto numerosi e
frequenti, non potevano far fronte al fabbisogno proteico di
tutto il popolo”. Ma, aggiunge, “conta invece che la classe
dirigente, i sacerdoti e i militari, potessero usufruire di
queste proteine”. In un altro articolo (settembre 1998, sul
domenicale del Sole 24 ore), Eduardo Matos Moctezuma si
chiedeva a proposito del frate Diego de Landa, se fosse
stato “angelo o demonio”. “Propendo per la seconda ipotesi,
senza dimenticare che, in fin dei conti, anche i diavoli
furono angeli”, scriveva l’articolista. Veniamo ai fatti:
frate Diego arriva nello Yucatan nel 1549 e nel 1556 diventa
Custode, ovvero massima autorità religiosa della provincia.

Nel 1562 i francescani si macchiano di “eccessi francamente
riprovevoli”: torturano alcuni indios colpevoli di aver
compiuto sacrifici in onore di divinità autoctone e bruciano
un buon numero di “codici e oggetti antichi”. Un simile
crimine viene condannato dal francescano Francisco de Toral,
nel frattempo nominato vescovo dello Yucatán. De Landa parte
per la Spagna dove, per far valere le proprie ragioni,
compila una “Relación de las cosas de Yucatán”, strumento
“indispensabile per comprendere molte delle caratteristiche
di quei popoli”. Quasi per inciso, e solo dopo aver
descritto il riprovevole comportamento del Custode dello
Yucatán, il direttore del museo del Templo Mayor di Città
del Messico, dottor Moctezuma, ci informa del dettaglio che
aveva scatenato la crudeltà di padre Landa: “Si seppe che
non solo venivano seguiti certi rituali, ma si continuava a
praticare anche il sacrificio umano come si faceva prima
dell’arrivo degli spagnoli, ma ora in un modo che era il
prodotto dell’influenza cristiana: giovani e bambini
venivano crocifissi nelle chiese alla presenza delle antiche
divinità”.

Chi ha visitato l’interessante mostra organizzata lo scorso
anno a Roma sulla civiltà messicana precolombiana, ha potuto
constatare come la vulgata anticattolica abbia permeato di
sé la psicopatologia della nostra vita quotidiana. Secondo
la brava guida che accompagnava gli ammirati visitatori, la
qualità delle opere d’arte messe in mostra a palazzo Ruspoli
(fra l’altro coltelli sacrificali e un’interessantissima
statuetta in terracotta dipinta raffigurante la divinità
Xipe Totec, rivestita della vera pelle di una vera vittima
sacrificale), provava nel modo più inconfutabile la barbarie
della cattolica Spagna che tanti ne aveva distrutti. La
stessa cosa scriveva sulla Stampa del 18 marzo 2004 Maurizio
Assalto. Dopo aver descritto i rituali degli aztechi (appena
estratto, il cuore della vittima era parzialmente divorato
dal sacerdote, mentre la pelle dell’immolato “veniva
riposta, dopo essere stata indossata per venti giorni
dall’officiante”, in speciali contenitori), dopo aver
lamentato le dure condizioni di vita degli abitanti
dell’America centrale “circondati da vulcani, minacciati
dalla siccità, dagli uragani, dai terremoti”, termina con
l’amaro rimpianto per quella cultura distrutta: “Ecco la
fine [si riferisce alla fusione di oggetti d’oro per
trasportarli in Europa più agevolmente] di quei tesori,
dell’arte atzeca, della loro cultura. La fine (una delle
tante) della civiltà”.

Ho citato alcuni articoli di giornale perché mi sembra il
modo più semplice e più evidente insieme per provare a quale
scarso uso della razionalità siamo stati educati. Per vedere
la differenza fra l’America precolombiana e quella
cattolica, ha ragione l’Arnold Toynbee di “An historian’s
approach to religion” (1956), basta dare un’occhiata
all’arte. Basta guardare i colori e i soggetti delle
raffigurazioni. Tanto il sangue, le stragi, gli
squartamenti, l’orrore, la crudeltà dominano nella prima,
quanto i colori pastello, la luce, l’oro, la delicatezza,
l’allegria dominano nella seconda. Per vedere se è vero
basta fare un giretto in Sud America ed entrare nelle
chiese, nelle cattedrali e nei conventi (quelli che non sono
stati distrutti dalla furia illuminata dei libertadores di
inizio Ottocento). Basta vedere l’arte popolare. Basta
guardare quelle oasi di cultura, operosità, religione e
pietà che sono le missioni francescane della costa
californiana.

Non riuscendo più a distinguere il bene dal male, diamo al
crimine il nome di cultura.

E’ vero che grazie agli spagnoli e alla predicazione
cattolica in America Latina sono scomparsi i sacrifici umani
che al ritmo di decine di migliaia all’anno sconvolgevano la
vita delle popolazioni indigene.

E’ vero che grazie alla cattolica Spagna tanta povera gente
è stata liberata da un incubo (e questo contribuisce a
spiegare la facilità della conquista spagnola).