(il Foglio) E’ tempo di combattere per salvare l'anime nostre

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ALTRO CHE LEONESSA D’ITALIA. COSI’ OTRANTO SALVO’ ROMA

La chiesa rende l’onore degli altari agli ottocento martiri che nel 1480 opposero resistenza

alle truppe del sultano ottomano. Il suo nome era Fatih.Voleva conquistare la città dei Papi

di Alfredo Mantovano

il Foglio 14-7-2007

Il 6 luglio 2007 Benedetto XVI ha ricevuto
il prefetto della Congregazione
per le Cause dei Santi, card. José Saraiva
Martins, e ha autorizzato la pubblicazione
del decreto che riguarda l’autenticazione
del martirio di Antonio Primaldo
e dei suoi Compagni laici, “uccisi
in odio alla fede” a Otranto nel 1480.
Antonio Primaldo è l’unico del quale è
tramandato il nome; gli altri sono 800
ignoti pescatori, artigiani, pastori e agricoltori
di una città periferica, il cui sangue,
cinque secoli fa, è stato sparso in
una terribile giornata di agosto solo perché
cristiani. Ottocento uomini, i quali
hanno subito il trattamento riservato tre
anni fa all’americano Nick Berg, catturato
da terroristi islamici in Iraq mentre
svolgeva il suo lavoro di tecnico antennista,
e ucciso probabilmente per
mano di Al Zarqawi al grido di “Allah
akhbar!”: il suo boia, dopo avergli recisa
la giugulare, passa la lama attorno al
collo, fino a staccare la testa, e quindi la
mostra come un trofeo. Esattamente come
ha fatto il boia ottomano a ciascuno
degli 800 idruntini.
* * *
L’esecuzione di massa ha un prologo,
il 29 luglio 1480. Sono le prime ore del
mattino: dalle mura comincia a scorgersi
all’orizzonte e diventa sempre più visibile
una flotta composta da 90 galee,
15 maone e 48 galeotte, con 18 mila soldati
a bordo. L’armata è guidata dal pascià
Agomath; costui è agli ordini di
Maometto II (1430-1481), detto Fatih, “il
Conquistatore”, cioè del sultano che
nel 1451, ad appena ventun anni, era salito
a capo della tribù degli ottomani, a
sua volta impostasi sul mosaico degli
emirati islamici un secolo e mezzo prima.
Nel 1453, alla guida di un esercito
di 260 mila turchi, Maometto II aveva
conquistato Bisanzio, la “seconda Roma”,
e da quel momento coltivava il
progetto di espugnare la “prima Roma”,
la Roma vera e propria, e di trasformare
la basilica di san Pietro in
una stalla per i suoi cavalli. Nel giugno
1480 valuta i tempi maturi per completare
l’opera: toglie l’assedio a Rodi, difesa
con coraggio dai suoi cavalieri, e
punta la flotta verso il mare Adriatico.
L’intenzione è di approdare a Brindisi,
il cui porto è ampio e comodo: da Brindisi
progettava di risalire l’Italia fino a
raggiungere la sede del Papato. Un forte
vento contrario costringe però le navi
a toccare terra 50 miglia più a sud, e
a sbarcare in una località chiamata Roca,
a qualche chilometro da Otranto.
* * *
1. Otranto, 1480: assedio alla cristianità.
Otranto era – ed è – la città più
orientale d’Italia. Ha un passato ricco di
storia: le immediate vicinanze erano
abitate probabilmente già dal Paleolitico,
certamente dal Neolitico; era stata
poi popolata dai messapi, stirpe che
precedeva i greci, quindi – conquistata
da costoro – era entrata nella Magna
Grecia e, ancora, era caduta nelle mani
dei romani, diventando presto municipio.
L’importanza del suo porto le aveva
fatto assumere il ruolo di ponte fra
oriente e occidente, consolidato sul piano
culturale, e anche politico, dalla presenza
di un importante monastero di
monaci basiliani, quello di san Nicola
in Casole, di cui oggi restano un paio di
colonne, sulla strada che conduce a
Leuca. Nella sua splendida cattedrale,
costruita fra il 1080 e il 1088, nel 1095
era stata impartita la benedizione ai dodicimila
Crociati che, al comando del
principe Boemondo I d’Altavilla (1050-
1111), partivano per liberare e per proteggere
il santo Sepolcro. Di ritorno dalla
Terra Santa, proprio a Otranto san
Francesco d’Assisi era approdato nel
1219, accolto con grandi onori. A Otranto,
l’11 settembre 1227, era morto a seguito
di malaria il langravio di Turingia,
sposo di santa Elisabetta di Ungheria.
* * *
Al momento dello sbarco degli ottomani
la città può contare su una guarnigione
di 400 uomini in armi, e per questo
i capitani del presidio si affrettano a
chiedere aiuto al re di Napoli, Ferrante
d’Aragona (1431-1494), inviandogli una
missiva. Cinto d’assedio il castello, nelle
cui mura si erano rifugiati tutti gli abitanti
del borgo, il pascià, attraverso un
messaggero, propone una resa a condizioni
vantaggiose: se non resisteranno,
uomini e donne saranno lasciati liberi e
non riceveranno alcun torto. La risposta
giunge da uno dei maggiorenti della
città, Ladislao De Marco: se gli assedianti
vogliono Otranto – fa sapere –, devono
prenderla con le armi. Al nuncius è intimato
di non tornare più, e quando arriva
un secondo messaggero con la medesima
proposta di resa, costui viene trafitto
dalle frecce; per togliere ogni sospetto,
i capitani prendono le chiavi delle
porte della città, e in modo visibile, da
una torre, le buttano in mare, alla presenza
del popolo. Durante la notte, buona
parte dei soldati della guarnigione si
cala con le funi dalle mura della città e
scappa. A difendere Otranto restano soltanto
i suoi abitanti.
* * *
L’assedio che segue è martellante: le
bombarde turche rovesciano sulla città
centinaia di grosse palle di pietra (molte
sono state conservate e sono ancora
oggi visibili per le strade del centro storico
idruntino, all’ingresso del municipio
o a fianco di ristoranti e di negozi).
Dopo quindici giorni, all’alba del 12
agosto, gli ottomani concentrano il fuoco
contro uno dei punti più deboli delle
mura: aprono una breccia, irrompono
nelle strade, massacrano chiunque capiti
a tiro, raggiungono la cattedrale,
nella quale in tanti si sono rifugiati. Ne
abbattono la porta e dilagano nel tempio,
raggiungono l’arcivescovo Stefano,
lì presente con gli abiti pontificali e con
il crocifisso in mano: all’intimazione di
non nominare più Cristo, poiché da
quel momento regnava Maometto, l’arcivescovo
risponde esortando gli assalitori
alla conversione, e per questo gli
viene reciso il capo con una scimitarra.
Il 13 agosto Agometh chiede e ottiene la
lista degli abitanti catturati, con esclusione
delle donne e dei ragazzi di età inferiore
ai 15 anni.
* * *
2. L’“amore della patria terrena” degli
ottocento martiri. Così racconta il cronista
(De Marco): “In numero di circa ottocento
furono presentati al pascià che
aveva al suo fianco un miserrimo prete,
nativo di Calabria, di nome Giovanni,
apostata della fede. Costui impiegò la
satannica sua eloquenza a fin di persuadere
a’ nostri santi che, abbandonato
Cristo, abbracciassero il maomettismo,
sicuri della buona grazia d’Acmet,
il quale accordava loro vita, sostanze e
tutti qui beni che godevano nella patria:
in contrario sarebbero stati tutti
trucidati. Tra quegli eroi ve n’ebbe uno
di nome Antonio Primaldo, sarto di
professione, d’età provetto, ma pieno di
religione e di fervore. Questi a nome di
tutti rispose: “Credere tutti in Gesù Cristo,
figlio di Dio, ed essere pronti a morire
mille volte per lui”. Aggiunge un
altro cronista (Laggetto): “E voltatosi ai
cristiani disse queste parole: “Fratelli
miei, sino oggi abbiamo combattuto per
defensione della patria e per salvar la
vita e per li signori nostri temporali,
ora è tempo che combattiamo per salvar
l’anime nostre per il nostro Signore,
quale essendo morto per noi in croce
conviene che noi moriamo per esso,
stando saldi e costanti nella fede e con
questa morte temporale guadagneremo
la vita eterna e la gloria del martirio”.
A queste parole incominciarono a gridare
tutti a una voce con molto fervore
che più tosto volevano mille volte morire
con qual si voglia sorta di morte che
di rinnegar Cristo”.
* * *
Agomath proclama la condanna a
morte di tutti e ottocento i prigionieri.
Al mattino seguente, costoro vengono
condotti con la fune al collo e le mani
legate dietro la schiena al colle della
Minerva, a poche centinaia di metri dalla
città. Scrive, ancora, De Marco: “Ratificarono
tutti la professione di fede e la
generosa risposta data innanzi; onde il
tiranno comandò che si venisse alla decapitazione
e, prima che agli altri, fosse
reciso il capo a quel vecchio Primaldo,
a lui odiosissimo, perché non rifiniva di
far da apostolo co’ suoi, anzi in questi
momenti, prima di chinare la testa sul
sasso, aggiungeva a’ commilitoni che vedeva
il cielo aperto e gli angeli confortatori;
che stessero saldi nella fede e mirassero
il cielo già aperto a riceverli.
Piegò la fronte, gli fu spiccata la testa,
ma il busto si rizzò in piedi: e ad onta
degli sforzi de’ carnefici, restò immobile,
finché tutti non furono decollati. Il
portento evidente ed oltremodo strepitoso
sarebbe stata lezione di salute a
quegl’infedeli, se non fossero stati ribelli
a quel lume che illumina ognuno che
vive nel mondo. Un solo carnefice, di
nome Berlabei profittò avventurosamente
del miracolo e, protestandosi ad
alta voce cristiano, fu condannato alla
pena del palo”. Durante il processo per
la beatificazione degli ottocento, nel
1539, quattro testimoni oculari riferiscono
il prodigio di Antonio Primaldo, che
resta in piedi dopo la decapitazione, e
della conversione e del martirio del
boia. Così racconta uno dei quattro,
Francesco Cerra, che nel 1539 aveva 72
anni: “Antonio Primaldo fu il primo trucidato
e senza testa stette immobile, né
tutti gli sforzi dei nemici lo poter gettare,
finché tutti furono uccisi. Il carnefice,
stupefatto per il miracolo, confessò
la fede cattolica essere vera, e insisteva
di farsi cristiano, e questa fu la causa,
perché per comando del Bassà fu dato
alla morte del palo” (Laggetto).
* * *
500 anni dopo, il 5 ottobre 1980 Giovanni
Paolo II si reca a Otranto per ricordare
il sacrificio degli ottocento. E’
una splendida mattinata di sole, nella
spianata sottostante il Colle della Minerva,
dal 1480 chiamato “Colle dei
Martiri”. Il Pontefice polacco coglie
l’occasione per rivolgere un invito, attuale
allora come oggi: “Non dimentichiamo
(…) i martiri dei nostri tempi.
Non comportiamoci come se essi non
esistessero”. Esorta a guardare oltre il
mare, e richiama espressamente le sofferenze
del popolo di Albania, al quale
in quel momento, sottoposto a una
delle più feroci versioni del comunismo,
nessuno rivolgeva l’attenzione.
Sottolinea che “i Beati Martiri ci hanno
lasciato – e in particolare hanno lasciato
a voi – due consegne fondamentali:
l’amore alla patria terrena; l’autenticità
della fede cristiana. Il cristiano
ama la sua patria terrena. L’amore
della patria è una virtù cristiana”.
* * *
3. Roma “salvata” da Otranto. Il sacrificio
di Otranto non è importante soltanto
sul piano della fede. Le due settimane
di resistenza della città consentono
all’esercito del re di Napoli di organizzarsi
e di avvicinarsi a quei luoghi, così
impedendo ai 18 mila ottomani di dilagare
per la Puglia. I cronisti dell’epoca
non esagerano nell’affermare che la salvezza
dell’Italia Meridionale fu garantita
da Otranto: e non solo quella, se è vero
che la notizia della presa della città
inizialmente aveva indotto il pontefice
allora regnante, Sisto IV (1414-1484), a
programmare il trasferimento ad Avignone
(Pastor), nel timore che gli ottomani
si avvicinassero a Roma. Il Papa
recede dall’intento quando il re Ferrante
incarica il figlio Alfonso, duca di Calabria,
di trasferirsi in Puglia, e gli affida
il compito di riconquistare Otranto:
il che accade il 13 settembre 1481, dopo
che Agomath era tornato in Turchia e
Maometto II era morto.
* * *
Ciò che rende questo straordinario
episodio pieno di significato, anche per
l’europeo di oggi, è che nella storia della
cristianità non sono mai mancate testimonianze
di fede e di valori civili, né
sono mai mancati gruppi di uomini che
hanno affrontato con coraggio prove
estreme. Mai però è accaduto un episodio
di proporzioni così vaste: un’intera
città dapprima combatte come può, e
tiene testa per più giorni all’assedio;
poi risponde con fermezza alla proposta
di abiura. Sul Colle della Minerva,
al di fuori del vecchio Primaldo, non
emerge alcuna individualità, se è vero
che degli altri martiri non si conosce il
nome, a riprova del fatto che non sono
pochi eroi, bensì è una popolazione intera
che affronta la prova.
* * *
Il tutto succede anche per l’indifferenza
dei responsabili politici dell’Europa
dell’epoca di fronte alla minaccia
ottomana. Nel 1459 il papa Pio II (1405-
1464) aveva convocato a Mantova un
congresso, al quale aveva invitato i capi
degli stati cristiani, e nel discorso introduttivo
aveva delineato le loro colpe di
fronte all’avanzata turca; benché nella
circostanza venga decisa la guerra per
contenere quest’ultima, poi non segue
nulla, a causa dell’opposizione di Venezia
e della non curanza della Germania
e della Francia. Dopo che i musulmani
conquistano l’isola di Negroponte, appartenente
a Venezia, una nuova alleanza
contro gli ottomani, proposta da Papa
Paolo II (1464-1471), viene fatta arenare
dai milanesi e dai fiorentini, pronti
ad approfittare della situazione critica
nella quale si trova la Serenissima. Il
decennio successivo, con Sisto IV che
diventa pontefice nel 1471, fa assistere
all’omicidio di Galeazzo Sforza, duca di
Milano, all’alleanza antiromana del
1474 fra Milano, Venezia e Firenze, alla
Congiura dei Pazzi del 1478, e alla guerra
che ne segue, fra il Papa e il re di Napoli
da una parte, e dall’altra Firenze,
aiutata da Milano, da Venezia e dalla
Francia. “Lorenzo il Magnifico, che aveva
ammonito Ferrante di non prestarsi
al gioco ed alle aspirazioni degli stranieri,
fu proprio lui a sollecitare Venezia
perché si accordasse con i turchi e li
spingesse ad assalire le sponde adriatiche
del Regno di Napoli, al fine di turbare
i disegni di Ferdinando e del figlio.
(…) La Serenissima, firmata da poco
la pace con i turchi (1479), aderì al disegno
del Magnifico nella speranza di
riversare sulla Puglia l’orda musulmana
che da un momento all’alto poteva
abbattersi sulla Dalmazia, dove sventolava
il vessillo di san Marco. (…) E gli
uomini di Lorenzo il Magnifico non esitarono
neppure (…) a sollecitare Maometto
II a invadere le terre del re di Napoli,
ricordandogli i vari torti subiti da
questi. Ma il sultano non aveva bisogno
di questi consigli: da 21 anni attendeva
il momento buono per sbarcare in Italia,
e sin allora era stata proprio Venezia,
la diretta avversaria sul mare, ad
impedirglielo” (Pastor).
* * *
4. La “naturalezza” del sacrificio di
Otranto. Se la storia non è mai identica
a sé stessa, tuttavia non è arbitrario cogliere
dai suoi sviluppi analogie e similitudini:
esattamente mille anni dopo il
480, anno della nascita di San Benedetto
da Norcia, un umile monaco alla cui
opera l’Europa deve tanto della sua
identità, altri umili interpretano l’Europa
meglio e più dei loro capi, pronti a
combattersi reciprocamente piuttosto
che a fronteggiare il nemico comune.
Quando gli idruntini si trovano di fronte
alle scimitarre ottomane, non invocano
la distrazione dei re per motivare un
proprio disimpegno; forti della cultura
nella quale sono cresciuti, pur se la
gran parte di loro non ha mai conosciuto
l’alfabeto, sono convinti che resistere
e non abiurare costituisca la scelta
più ovvia, quella in qualche modo naturale.
Si provi a parlare oggi con un nostro
connazionale che è tornato dall’Iraq
o che torna dall’Afghanistan, dopo
aver completato il periodo di missione:
ciò che si coglie con maggiore frequenza
è la meraviglia per le discussioni e
per i contrasti infiniti sulla nostra presenza
in quegli scenari. Per loro è naturale
che si vada ad aiutare chi ha necessità
di sostegno e che si garantisca
la sicurezza della ricostruzione contro
gli attacchi terroristici.
* * *
A Otranto cinque secoli fa nessuno
ha esposto drappi arcobaleno, né ha invocato
risoluzioni internazionali, o ha
chiesto la convocazione del consiglio
comunale perché la zona fosse dichiarata
demilitarizzata: non esistendo ancora
i comboniani, oggi spesso immemori
del genuino spirito del loro fondatore,
nessuno si è incatenato sotto le
mura per “costruire la pace”. Per due
settimane 15 mila pacifici idruntini
hanno bollito olio e acqua, finché ne
hanno avuto, e li hanno rovesciati dalle
mura sugli assedianti. Quando sono rimasti
in vita soltanto 800 uomini adulti
e sono stati catturati, hanno fatto volontariamente
la fine che oggi fanno in
Iraq e in Afghanistan gli americani, gli
inglesi, i pachistani, gli iracheni, gli italiani,
e altri ancora, quando vengono
sequestrati dai terroristi: ottocento teste
sono state tagliate una per una, senza
che all’epoca cronisti politically correct
ne abbiano censurato i dettagli; se
oggi conosciamo bene questa straordinaria
vicenda, è perché chi l’ha descritta
è stato preciso e rigoroso.
* * *
Oggi l’Europa è attaccata non – come
nell’episodio storico richiamato – da
una realtà islamica istituzionalmente
organizzata, bensì dall’equivalente di
più organizzazioni non governative di
ultrafondamentalisti islamici. Tenuta
presente questa differenza strutturale,
non è fuori luogo chiedersi quanto c’è
oggi in occidente, in Europa, e in Italia,
di quella “naturalezza” che ha portato
una intera comunità “a difendere la pace
della propria terra” fino al sacrificio
estremo. Il quesito non è fuori luogo, se
si riflette che nella lotta al terrorismo
un elemento realmente decisivo è la tenuta
del corpo sociale, o comunque di
gran parte di esso, di fronte alla minaccia
e ai modi più efferati di concretizzazione
della stessa. E’ ovvio che la memoria
di Otranto non vale soltanto a sottolineare
che vi sono momenti in cui resistere
è un dovere, ma prima ancora a ricordare
a noi stessi chi siamo e da quali
comunità discendiamo.
* * *
Vale la pena di ricordare che nel
1571, novant’anni dopo il martirio di
Otranto, una flotta di stati cristiani ferma
finalmente la minaccia turco-islamica
nel Mediterraneo al largo di Lepanto.
Lo scenario europeo non era migliorato:
la Francia faceva lega con i principati
protestanti per contrapporsi agli
Asburgo e si compiaceva della pressione
che i turchi esercitavano contro l’Impero
nel Mediterraneo; Parigi e Venezia
non avevano mosso un dito per difendere
i cavalieri di Malta nell’assedio
condotto contro di loro da Solimano il
Magnifico. Questo vuol dire che la vittoria
di Lepanto non è stata il frutto della
convergenza di interessi politici; al contrario,
il trionfo – tale è stato – si è realizzato
nonostante le divergenze. La
straordinarietà di Lepanto sta nel fatto
che, nonostante tutto, per una volta
principi, politici e comandanti militari
hanno saputo accantonare le divisioni e
unirsi per difendere l’Europa. Questa
unione si è certamente realizzata per
l’impegno di uomini che non hanno disdegnato
il nobile esercizio della leadership
– come si dice oggi –, ma soprattutto
perché la politica europea del
XVI secolo aveva ancora un residuo di
visione del mondo sostanzialmente comune,
fondata sul rispetto del cristianesimo
e del diritto naturale. E se oggi
tante testoline allegramente agnostiche
girano liberamente, senza essere costrette
ad avvolgersi nei burqa, accade
anche perché qualcuno a suo tempo ha
speso tempo, energie, e anche la propria
vita, per la buona causa, dal momento
che la vittoria degli altri avrebbe
fatto cadere in mani musulmane l’Italia,
e forse anche la Spagna.
* * *
5. Otranto, città martire per l’Europa.
Otranto insegna che una civiltà culturalmente
omogenea – o anche solo in
prevalenza animata da principi di
realtà – è capace di reagire in modo sostanzialmente
compatto a difesa della
propria pace, e lo fa senza calpestare la
propria identità e la propria dignità.
Dal frutto – la bontà della reazione – si
comprende che la radice – l’omogeneità
culturale – è un bene, ovviamente
nella misura in cui la cultura condivisa
è sana. Oggi la cristianità romano–germanica
come civiltà omogenea non esiste
più. Ne restano alcune significative
vestigia: il che è certamente un male.
Né è condivisibile la tesi secondo la
quale la cristianità, finché è esistita, sarebbe
stata una realtà speculare alla
‘umma islamica. Tre differenze strutturali
impediscono qualsiasi sovrapposizione
o analogia rispetto alla ‘umma
islamica: nella cristianità vi è distinzione
fra la sfera politica e quella religiosa,
vi è il fondamento del diritto naturale,
vi è il rispetto della coscienza della
persona umana. La riflessione su quanto
accaduto nel 1480 permette tuttavia
di individuare tre capisaldi attorno ai
quali rifare unità, e cioè il riferimento
al diritto naturale, la riscoperta delle
radici cristiane dell’Europa e l’amor di
patria, quest’ultimo esplicitamente evocato
da Giovanni Paolo II quale lascito
dei Martiri idruntini.
* * *
In una delle lettere che San Paolo inviava
alle comunità cristiane che aveva
contribuito a costituire, vi è una espressione
che non può lasciare indifferenti:
“la nostra lettera siete voi” (2 Cor. 3, 2),
a conferma della prevalenza del rapporto
umano su quello dello scritto (che
pure l’Apostolo non riteneva marginale).
All’indomani della rivoluzione in
Francia, Joseph de Maistre riceveva le
considerazioni sconfortate di un amico
che, come spesso capita nei dialoghi fra
appassionati di politica, erano piene di
amarezza sulla situazione dell’epoca e
sulle prospettive dopo le devastazioni
subite dalla Francia. E de Maistre, dopo
avergli ricordato che il fondamento
di tutte le costituzioni politiche sono gli
uomini, gli chiedeva: forse che non esistono
più uomini oggi in Francia? Oggi,
guardandosi allo specchio, ci si potrebbe
rivolgere la medesima domanda,
con tutti gli adattamenti del caso: forse
che non esistono più uomini in Italia, in
Europa, in occidente? La Sacra Scrittura
è maestra anche su questo piano.
Nel dialogo fra Dio e Abramo, Dio mette
a conoscenza Abramo dell’intenzione
di distruggere Sodoma e Gomorra
(Gen, 18, 16 ss). Abramo tenta di intercedere
e gli dice: “Davvero sterminerai il
giusto con l’empio? Forse ci sono cinquanta
giusti nella città: davvero li vuoi
sopprimere? E non perdonerai a quel
luogo per riguardo ai cinquanta giusti
che vi si trovano?” Ricevuta l’assicurazione
da Dio che, per riguardo a quei
cinquanta giusti avrebbe perdonato
l’intera città, Abramo va avanti, in una
sorta di ardita trattativa: e se ce ne fossero
45, 40, 30, 20, o soltanto 10? La risposta
di Dio è la medesima: “Non la
distruggerò per riguardo a quei dieci”.
Ma non se ne trovarono né 50, né 45, né
30, né 20, e neanche 10; e le due città furono
distrutte. Questa pagina scritturale
è terribile per la sorte di annientamento
che prospetta alle civiltà che rinnegano
i valori scritti nella natura dell’uomo:
è una pagina che è stata dolorosamente
riletta tante volte, soprattutto
nel XX secolo, di fronte alle rovine del
nazionalsocialismo e del socialcomunismo
realizzato. Ma è altrettanto confortante
per chi ritiene che la centralità
dell’uomo e la coerenza con i principi
costituiscano non soltanto il punto di
partenza, ma pure la strategia per
chiunque voglia fare politica.
* * *
Nel 1480 quel brano del Genesi trova
un’applicazione particolare: l’Europa,
ma in particolare la sua città più importante,
Roma, vengono risparmiate dalla
distruzione non “per riguardo”, bensì
“per il sacrificio” di 800 sconosciuti pescatori,
artigiani, pastori e agricoltori di
una città periferica. Colpisce che quanto
accaduto a Otranto non abbia avuto, e
ancora non abbia, il riconoscimento diffuso
che merita. La stessa Chiesa ha atteso
cinque secoli, e un Pontefice straordinario
come Karol Wojtyla, per proclamare
“beati” quegli 800. Il decreto del
quale Benedetto XVI ha autorizzato la
pubblicazione il 6 luglio 2007 equivale a
dire che il “martirio” deve intendersi
come storicamente e teologicamente accaduto.
Il 31 luglio il decreto sarà formalmente
consegnato all’arcivescovo di
Otranto: è la premessa per la canonizzazione,
che seguirà quando sarà accertato
il miracolo. La Chiesa, anche quella
idruntina, mantiene un doveroso riserbo
sul punto, ma tutti sanno che l’intercessione
degli 800 di miracoli ne ha già
procurati tanti; manca il riconoscimento
ufficiale. I martiri di Otranto non hanno
fretta: le loro ossa accolgono chi visita la
cattedrale ordinate in più teche, nella
cappella situata alla destra dell’altare
maggiore. Ricordano che non solo la fede,
ma anche la civiltà, hanno un prezzo:
un prezzo non monetizzabile, paradossalmente
compatibile con l’aver ricevuto
la fede e la civiltà come doni inestimabili.
Quel prezzo viene chiesto a ciascuno
in modo differente, ma non ammette
né saldi né liquidazioni.