(il Foglio) Armiamoci contro il demonio scientista, ”Dio lo vuole”

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Uscire dalla zona grigia


Il destino dell’uomo non può essere annegato nella chiacchiera


di Giuliano Ferrara


Allora avevamo scherzato. La vita umana, direbbe il farmacista Homais, il Veronesi di Gustave Flaubert, questa inaudita fissazione di preti e baciapile che tanto male ha fatto a Voltaire e alla scienza. Ma via. Era solo un giro d’orizzonte, tanto per confrontare opinioni che alla fine sono tutte eguali, tutte eguagliabili. L’embrione umano è qualcuno invece che qualcosa? Non lo si può usare nemmeno per nobili scopi? La legge italiana, che in parte lo tutela in un mondo di cannibali eugenetici, di caini benintenzionati travestiti da abeli, resta in piedi perché meno di un italiano su quattro la vuole abrogare? Suvvia, siamo gente di mondo, cardinali del mondo, scienziati ben radicati nel mondo, grandi guru della medicina che sopprime invece di curare, conoscitori darwiniani della fatale vicinanza dell’uomo allo scimpanzé, ginecologi da brivido neonatale in offerta per tutte le borse. Suvvia, l’illusione che la legge resti e la diamo, lo promette una Commissione del governo, ma non chiedeteci, non chiedetelo a noi cattolici adulti, a noi nuovi potenti amici dell’eurogenetica laica, al nostro ministro filosofo neomarxista che aborre le minoranze di blocco, non chiedeteci di non prendervi per il culo.



Una firma ritirata, un dialogo sull’Espresso tra il porporato e il grande medico, un voto del Parlamento europeo, domani un pronunciamento del Consiglio europeo, et voilà: l’embrione umano è di nuovo manipolabile, per ora quello in frigo e domani quello fresco, e l’Italia si adegui, e in fretta, ché le maggioranze rappresentative se ne fottono dei verdetti populisti e referendari. Vogliono una sicura presa sulla realtà, desiderano l’egemonia culturale e politica, il dispotismo del loro pensiero unico.


Invece no. Not in our name. Il dialogo ininterotto e l’appello alla libertà di coscienza nella zona grigia dell’etica pubblica sono monete false. Soprattutto se il dialogo vuole evitare il rispetto di decisioni popolari e, al di là di queste, delle ragioni della vita umana e della ragione di vita della nostra civiltà, questa dea ragione idolatrata e poi venduta al mercato delle vacche ideologiche. Che a battere questo conio contraffatto siano persone rispettabili, assistite e consolate dalla buona fede, non cambia le cose. È interessante discutere con Amato, con Rodotà, al limite cosiddetto laico della zona grigia; e per converso con Paola Binetti, Luigi Bobba, il professor Marino, il cardinal Martini e altri che si pongono sul confine cattolico della zona grigia. Lo si è fatto, lo si farà ciascuno con i propri argomenti, con le proprie fobie, con la propria ragione e in alcuni casi importanti con il sostegno, se ci sia, della propria fede. Ma se la zona grigia è la poltiglia sulla quale si vuole emergere un nuovo patto di egemonia culturale e civile in nome dell’uomo creatore e della non creaturalità della vita dell’uomo, allora dalla zona grigia si deve uscire, è il primo obbligo etico quando si faccia sul serio, quando non si voglia annegare nella chiacchiera, per indole o convenienza.


Non sappiamo ancora bene che cosa fare o come farlo, perché l’impudente offensiva italiana per rovesciare le carte in tavola e restaurare l’ordine conformista ha battuto il suo colpo a sorpresa, rendendo possibile il finanziamento a Strasburgo di quel che è vietato dalla legge in Italia: prendere quei fagiolini che sarebbero di natura nostri figli e persone indipendenti da noi, al cui servizio noi dovremmo esserci e sentirci, e trastullarcisi in laboratorio per il bene dell’umanità. C’è un autorevole appello a Prodi affinché non si imbarchi in questa vergogna, c’è una proposta di sciopero fiscale, c’è una opposizione parlamentare trasversale a questa deriva, c’è una grande riserva di idee e di cultura che ha dimostrato di esistere e deve tornare a far sentire la sua voce, anche tra le persone che lavorano ne campo della scienza, e c’è il Papa a Valencia sulla famiglia, c’è la possibilità che le Conferenze episcopali europee si mostrino attori effettivi della società civile e convochino la più grande manifestazione della storia (Not in Our Name) a Strasburgo, una sacrosanta crociata contro il macello dell’esistenza umana e il sacrilegio al cospetto di Dio. Qualcosa dovrà succedere, e noi, che abbiamo il privilegio di non essere giornalisti troppo di mondo, di non essere lettori di un qualsiasi giornale, cercheremo di esserci. Se il loro motto è “Io lo vuole”, ben venga un immenso “Dio lo vuole”.


 


(Fonte: Il Foglio)