(il Foglio) Aborto: 1 miliardo di vittime

Pubblicazioni

IL GENOCIDIO INVISIBILE

E’ quello dell’aborto, che in trent’anni ha fatto
oltre un miliardo di vittime, venti volte quelle
della Seconda guerra mondiale.

Pubblichiamo il primo capitolo del libro di Antonio
Socci “Il genocidio censurato” (Piemme, 176 pagine,
10 euro) che uscirà in libreria giovedì 16 marzo. Tutta la violenza di un secolo. E’ quanto promette
di contabilizzare il titolo di un libro di Marcello
Flores che la Feltrinelli ha pubblicato nel 2005.
Parla del Novecento appena concluso e somma tutte
le vittime delle guerre, dei genocidi, dei
totalitarismi, dei fondamentalismi e dei razzismi.
Alla fine l’autore calcola che “le persone uccise
in atti di violenza di massa siano state tra i
cento e i centocinquanta milioni (qualcuno propone
addirittura la cifra di duecento)”.
Cifre “in ogni caso agghiaccianti” che, osserva
Flores, “giustificano il fatto che il XX secolo sia
stato considerato uno dei più violenti nella storia
dell’umanità”.
L’autore poi indica la Seconda guerra mondiale,
“con i suoi cinquanta milioni di morti” come
“l’evento più violento e distruttivo del XX secolo
e forse della storia umana”.
Ma siamo sicuri di questa ricostruzione?
A prima vista sembrerebbe obiettiva ed esauriente.
Anche dal punto di vista politico, perché Flores
somma, giustamente, i crimini commessi dai regimi
comunisti e quelli nazifascisti: “I tre quarti
almeno delle morti del XX secolo […] sono frutto
della violenza di massa dei governi totalitari”.

Nessuno solleva obiezioni di fronte a questo quadro.
A tutti sembra attendibile. E già questo dice quale
gigantesca rimozione esista tuttora nelle nostre
menti, nelle nostre coscienze, nel nostro sistema
informativo e culturale, in tutta la nostra civiltà.
Nessuno infatti penserebbe che da questo spaventoso
computo sia rimasta fuori la più immane delle
stragi, quella che da sola totalizza un numero di
vittime enormemente superiore alla somma delle
altre.
E non perché nessuno sia a conoscenza di tale
“fatto”: anzi, tutti lo conoscono, è una soppressione
di vite umane addirittura autorizzata e finanziata
dagli stati. Ma questo fenomeno – nonostante le sue
colossali dimensioni, il più vasto olocausto della
storia umana – è totalmente e sistematicamente
rimosso da tutta la società contemporanea: un
miliardo di vittime. Ripeto: un miliardo di vite
umane soppresse. Parlo dell’aborto.

Come si arriva a un computo così inaudito?
Sono certo che il lettore sospetterà trattarsi
di un’esagerazione, di una cifra a effetto.
Non è così.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (dati
del 1997) ogni anno sarebbero praticati 53 milioni
di aborti, ovvero abbiamo annualmente un numero di
vittime innocenti pari a quelle provocate dall’intera
Seconda guerra mondiale (1939- 1945) che è
considerata “l’evento più distruttivo della storia
umana”. Da quanti anni si verifica questa ecatombe?
Se si ricorda che da più di trent’anni l’aborto è
stato introdotto nei paesi democratici, e molto prima
è stato legalizzato dall’Unione Sovietica, dalla
Germania nazista e poi dagli altri paesi dell’Est –
cosa che dimostra come l’aborto sia uno dei frutti
avvelenati delle ideologie totalitarie del Novecento
– si supera facilmente il miliardo di vittime. […]
Più di un miliardo di esseri umani indifesi soppressi
è una tragedia umanitaria, storica, morale, sociale
di cui stentiamo perfino a renderci conto, tanto
siamo immersi nella rimozione collettiva. Sembrano
davvero scritte per noi – come notò Luigi Lombardi
Vallauri – le parole del “Temps retrouvé” di Marcel
Proust: “Da tempo non si rendevano più conto di ciò
che poteva avere di morale o di immorale la vita
che conducevano, perché era quella del loro
ambiente.
La nostra epoca senza dubbio, per chi ne leggerà la
storia tra duemila anni, sembrerà immergere certe
coscienze tenere e pure in un ambiente vitale che
apparirà allora come mostruosamente pernicioso e
dove esse si trovavano a loro agio”.

E’ ciò che fa del nostro un tempo assolutamente
tragico.
Si dirà che l’aborto era praticato anche nei secoli
precedenti. Sì, ma non in dimensioni così gigantesche.
Inoltre erano perpetrate anche altre crudeli pratiche
(guerre, stupri, infanticidi, massacri di civili,
sacrifici umani, schiavismo), ma a nessuno è venuto
in mente di legalizzare quelle pratiche e renderle
assistite e pagate dagli stati, così moltiplicando
oltretutto il numero delle vittime mentre si sono
moltiplicate al contempo le “armi” farmaco-
tecnologiche di distruzione legale della vita
innocente.
Il fatto nuovo, l’assoluta novità storica, colta
bene da Luigi Lombardi Vallauri, è questa: se la
pratica dell’aborto è da tempo diffusa, l’abortismo
come teoria, come ideologia, “sembra essere un fatto
circoscritto alla civiltà occidentale moderna”.

Insomma è accaduto qualcosa di inedito e orribile,
la nostra generazione credeva di essersi liberata
dalle vecchie ideologie e senza accorgersene si è
trovata immersa in una nuova (e ancor più mortifera)
ideologia. Infatti l’aborto, nel XX secolo, è
diventato addirittura un “diritto” rivendicato
politicamente, giustificato filosoficamente e
codificato nelle leggi. Questa è la novità, l’enorme
e inquietante novità. Non volersene rendere conto
significa non voler vedere. Perché c’è un’immane
differenza fra il fenomeno individuale e nascosto
dell’aborto dei tempi passati e l’organizzazione
seriale da parte degli stati della soppressione di
centinaia di milioni di vite umane innocenti con
potenti strutture tecnologiche e un apparato
ideologico e mediatico che pretende di rivendicare
quello sterminio addirittura come uno dei
fondamentali “diritti dell’uomo”.

Una cosa simile non si era mai vista prima.
Del resto non solo l’aborto è, oggi, un “diritto”
garantito dalle leggi, ma in certi paesi è
addirittura obbligatorio. Per legge.
In Cina dai primi anni Ottanta è entrato in vigore
il programma di controllo delle nascite che impone
il limite di un solo figlio per famiglia.
“Chi viola queste regole” scrive Bernardo Cervellera
“rischia multe salatissime, aborto forzato,
infanticidio, distruzione della casa o requisizione
dei beni”.

Gli effetti sono stati giganteschi: “Lo Stato si vanta
dei successi raggiunti: 300 milioni di nascite in meno
in 21 anni”. Trecento milioni. E quando improvvisamente
un bambino “non permesso” riesce a scampare all’aborto
e a nascere, le contromisure sono quelle raccontate dal
Times di Londra il 24 agosto 2000.
Un flash di vita cinese a Caidian (Hubei): “Alla donna
ancora incinta, di nome Liu, gli impiegati dell’Ufficio
per il controllo della popolazione avevano intimato di
abortire. La donna aveva già violato altre volte la
politica del figlio unico (era incinta per la quarta
volta). I medici della clinica a cui la donna era stata
costretta a ricorrere hanno iniettato una soluzione
salina nel feto per distruggere il sistema nervoso del
nascituro. Ma il bambino è nato sano. I funzionari
governativi hanno ordinato al padre di ucciderlo, ma
questi si è rifiutato. Essi hanno atteso il ritorno a
casa della famiglia e, preso il piccolo, lo hanno
affogato”.

Che atteggiamento hanno assunto le Nazioni Unite e la
loro agenzia per la questione demografica, l’ Unfpa
(United Nations Fund for Population Activities) di
fronte alla ferocia di questo genocidio?
Se i fatti (e soprattutto i misfatti) cinesi erano
tristemente noti, “meno noto” osserva Eugenia Roccella
“è quanto l’Unfpa sia stata complice di questa
spaventosa politica demografica. Nel 1978 l’agenzia
delle Nazioni Unite aveva firmato un memorandum
d’intesa con la Cina. Una firma di questo tipo implica
la condivisione di obiettivi di fondo e il
convolgimento in forme di cooperazione.
L’Unfpa ha infatti fortemente contribuito a finanziare
la politica coercitiva cinese, le ha garantito supporti
tecnici e ha collaborato fornendo le proprie
competenze, per esempio nell’organizzazione e
nell’analisi dei dati. Ma, peggio di tutto, non ha mai
denunciato i responsabili di questa gigantesca
violazione dei diritti umani, anzi li ha coperti fin
quando è stato possibile”.

Le dichiarazioni – addirittura di elogio – che sono
state fatte da certe autorità internazionali in
proposito sono agghiaccianti. E “bisogna anche
ammettere” aggiunge la Roccella “che tutto ciò è
avvenuto con la confortante complicità dell’Onu, che
nel 1983 decide di assegnare il premio per la
popolazione a Qian Xinzhong, ministro per la
Pianificazione familiare. Il segretario dell’Onu, Perez
de Cuellar, alla consegna del premio esprime il suo
apprezzamento per la capacità dimostrata dai cinesi di
organizzare politiche di controllo della fertilità “su
larga scala”. E bisogna anche registrare l’appoggio di
alcuni ambientalisti, per esempio David Bellamy che
nell’introduzione a “The Gaia’s Atlas of Planet
management”, scrive che i cinesi “sono consapevoli dei
limiti del loro ambiente e hanno usato tale
consapevolezza per pianificare una misura sostenibile
della popolazione”. Oppure del Wwf che ritiene la Cina
un esempio per la capacità di “persuasione” nel
“cambiare l’atteggiamento verso la gravidanza”.

A proposito dell’Unfpa, il presidente americano George
Bush – come già fece Ronald Reagan – ha posto il veto
al finanziamento di quelle organizzazioni
internazionali che appoggino in qualsiasi modo le
pratiche abortive. In sostanza la suddetta agenzia Onu
per la popolazione si è vista privare di ben 34 milioni
di dollari l’anno. La meritoria scelta umanitaria della
Casa Bianca ha però scandalizzato il vasto e potente
mondo dell’ideologia abortista.

Così l’Europa – stiamo parlando, sottolineo, dell’ “era
Prodi”, del “cattolico” Prodi – si è precipitata a
soccorrere quelle organizzazioni con i nostri soldi e
lo ha fatto, nientemeno, in nome della “decenza”, cosa
che conferma il connotato comico degli attuali
costosissimi carrozzoni europei.
“La Commissione europea” spiega infatti Lucetta
Scaraffia “ha deciso di colmare con i propri fondi
questo “vuoto di decenza”, come l’ha definito il
commissario danese Paul Nielson, stanziando 32 milioni
di euro, di cui 22 a favore dell’Unfpa e 10 per l’Ippf.
Quest’ultima è un’organizzazione assai controversa, con
una forte impronta antinatalista e legami iniziali con
i movimenti eugenetici”.
La Scaraffia segnala una “correzione di rotta” di tale
organizzazione rispetto alle origini, ma con una certa
continuità dal momento che, nei nostri anni, è andata
“sostenendo, per esempio, per bocca dei suoi autorevoli
rappresentanti, la politica forzosa del figlio unico in
Cina, e ammettendo l’aborto come mezzo di controllo
delle nascite”.
Politica cinese che – lo abbiamo visto – per quanto si
nasconda dietro gli eufemismi e dietro la complicità
internazionale, resta sostanzialmente criminale e
genocida. E purtroppo continua.

Nel 2002 il Parlamento cinese ha deciso di aggiornare
la politica familiare applicando gli orientamenti
politici che vanno per la maggiore oggi in quel paese
vastamente corrotto, ovvero l’ossessiva corsa ai soldi
e il lucro a ogni costo.
Si è sostituita la proibizione di fare altri bambini
(oltre al primo) con la possibilità di farne pagando
multe salatissime: dai 25.000 ai 100.000 euro.
Le cifre corrispondono a molte volte il reddito annuale
medio di un qualunque abitante della Cina profonda che
dunque non potrà mai permettersi un secondo figlio.

Così al dispotismo assassino si è aggiunta una forte
pennellata di cinismo razzista (solo i ricchi possono
far figli) e di vorace latrocinio: chi vuole un figlio
deve arricchire il regime e la casta al potere.
E’ difficile intravedere in ciò un “miglioramento”.
Anche perché – secondo il reportage che Hannah Beech ha
pubblicato su Time il 19 settembre 2005 – le cose non
sono affatto cambiate. Riportando le denunce degli
attivisti per i diritti umani, la Beech scrive che
“durante un meeting provinciale lo scorso anno, i
funzionari di Linyi sono stati puniti per avere il più
alto tasso di `extranascite’ di tutto lo Shandong […].
Le strigliate hanno stimolato quella che sembra la più
brutale campagna di sterilizzazione di massa e aborti
da anni. A partire da marzo, i funzionari del piano
familiare hanno setacciato i villaggi di nove contee e
tre distretti di Linyi, tentando di costringere ad
abortire le donne incinte di bambini illegali, e
sterilizzare quelle che già raggiungevano il numero
massimo di bambini permesso dalla locale politica
familiare”.

Il reportage fornisce anche altri agghiaccianti
dettagli: “Parenti di donne che si sono opposte alla
sterilizzazione o all’aborto sono stati imprigionati
e obbligati a pagare per delle “sessioni di studio”
durante le quali dovevano ammettere il loro “errato
modo di pensare”, racconta Teng Biao, un educatore
dell’Università di Scienze Politiche e Legge a Pechino,
che ha visitato Linyi per investigare sulla campagna
coercitiva. Solamente nella contea Yinan di Linyi, fra
marzo e luglio, almeno settemila persone sono state
costrette a sottoporsi al programma di sterilizzazione,
secondo gli avvocati che hanno parlato con i locali
funzionari”. I pochi temerari attivisti per i diritti
umani, pur riuscendo a far filtrare alcune di queste
notizie, tuttavia, scrive la Beech, possono fare “ben
poco per cambiare il destino di donne come Hu Bingmei.
Quando a maggio i funzionari per il piano familiare
arrivarono per prenderla per la sterilizzazione
forzata, Hu fuggì con le sue due figlie dai suoi
parenti in un altro villaggio. Giorni più tardi, sette
funzionari sbucarono fuori, racconta, afferrarono la
figlia più piccola e la spinsero dentro una macchina.
Spaventata per il fatto che sua figlia potesse essere
rapita, Hu saltò in macchina con loro. La macchina li
portò alla clinica del piano familiare, dove, racconta
Hu, delle assistenti la gettarono sul tavolo
operatorio”.
E’ solo una storia fra tante.
E va sottolineato instancabilmente che sono soprattutto
le donne a far le spese di questa violenta politica
anche per un altro terrificante aspetto. Infatti nel
1997 l’Organizzazione mondiale della sanità ha scoperto
che in Cina dal 1980 “mancavano” all’appello circa 50
milioni di bambine rispetto ai maschi: si è riscontrata
cioè una sproporzione nel paese fra maschi e femmine
che – dicono le statistiche ufficiali – sono oggi in
rapporto di circa 120 contro 100 quando dovrebbe essere
l’inverso. Analoga sproporzione – di circa 60 milioni
di bambine – è stata registrata in India dove per
motivi culturali ed economico- sociali si ritiene
meglio avere figli maschi e così si sopprimono le
figlie durante la gravidanza.
Ciò significa che nell’immane genocidio rappresentato
dall’aborto ci sono tragedie ulteriori dentro alla
tragedia comune. Come ha scritto sul Monde il demografo
ed economista Jean-Claude Chesnais “non è escluso che
il deficit di donne raggiunga i 200 milioni nel 2025
sul pianeta”.
Tuttavia appare incomprensibile scandalizzarsi
dell’aborto selettivo contro le femmine, come qualcuno
ha fatto in Italia, senza scandalizzarsi anche
dell’aborto in sé (se l’aborto non uccide una persona
umana, non uccide neanche una persona di genere
femminile). E poi la “società eugenista”, di cui
giustamente Chesnais parla come di una terribile
realtà, è anche la nostra.
Le ragioni ritenute accettabili per sopprimere figli
già concepiti possono essere diverse. E quando si
accetta che vaghi motivi sociali o psicologici bastino,
nelle legislazioni occidentali, per giustificare e
praticare l’aborto clinicamente assistito (sopprimendo
indifferentemente bambini o bambine), non si vede a
che titolo si possano condannare le motivazioni
(anch’esse di ordine sociale) che spingono in India a
sopprimere selettivamente le femmine.
A meno che non si ritenga – con un certo senso di
superiorità occidentale – che le “loro” motivazioni
sociali siano immorali e siano invece morali le nostre
(idea difficilmente sostenibile essendo evidente che
in India le difficoltà dovute a cause di povertà sono
assai più grandi).
Dunque condividiamo tutti l’orrore per questa strage
di bambine, ma dobbiamo condividere anche lo scandalo
dell’aborto in sé.
Alla cifra già vertiginosa di un miliardo di vittime
dell’aborto nel corso del Novecento (soprattutto
degli ultimi decenni del Novecento) dovrebbero essere
aggiunte molte altre vite umane soppresse dalle varie
“pillole del giorno dopo” e da sistemi di
contraccezione (in realtà abortivi perché impediscono
l’annidamento) come la spirale (solo in Francia sono
circa due milioni e mezzo le donne che la usano) o
da altre pratiche come quella denominata “menstrual
regulation”.
La dottoressa Thérèse Gillaizeau Amiot calcola che ai
53 milioni di aborti praticati ogni anno nel mondo si
debbano sommare circa 4 milioni di aborti
“farmaceutici” (pillole del giorno dopo) e addirittura
460 milioni di aborti dovuti all’uso della spirale.
I farmaci o i dispositivi antinidatori – secondo alcuni
– non sarebbero abortivi, ma al 14° giorno l’embrione,
la nuova creatura, c’è già e quei sistemi –
impedendone l’annidamento – ne ottengono la morte e
l’espulsione. Si tratta dunque di abortivi.
A tutte le piccole vite soppresse con questi sistemi
poi si aggiunge l’immenso numero di embrioni
“prodotti” per la fecondazione artificiale e – in un
modo o nell’altro – soppressi. Immenso quanto? Si
calcola che solo per far nascere, per esempio, 20
bambini occorra “produrre” circa 1.800 embrioni di cui
dunque 1.780 destinati alla morte. Se è vero che “oggi
i nati con la procreazione medicalmente assistita nel
mondo sono ormai circa un milione”, per calcolare la
moltitudine di “fratelli” che sono stati “sacrificati”
dovremmo orientarci all’incirca sui 90 milioni di
“embrioni” (e tutto questo è accaduto solo negli
ultimi venti anni).
Come si vede si tratta di numeri stratosferici,
sconvolgenti, che portano ben sopra quella cifra (un
miliardo di vite umane soppresse) fornita all’inizio
e che pur sembrava assolutamente esagerata e abnorme.

Si può restare indifferenti a una simile ecatombe che
non ha eguali nella storia dell’umanità?
Una cifra così immane interroga tutti, a prescindere
dalla propria posizione sull’aborto e, in Italia,
sulla legge 194.
Cosa sta accadendo?
Cosa stiamo facendo?
Non staremo vivendo oltre il limite dell’orrore?
Non saremo così anestetizzati da non riuscire più ad
accorgerci della mostruosità del nostro tempo e del
nostro mondo?
E’ la dimensione vertiginosa di un genocidio senza
eguali nella storia che ci interroga: non solo un
disastro umanitario (e demografico) agghiacciante,
ma un abisso morale di cui si stenta a rendersi
conto.

Anche perché – questo è il paradosso – alle vittime di
questa “pratica” viene negato perfino lo statuto di
vittima. Semplicemente non esistono. Non debbono
esistere. Nemmeno nelle statistiche. Si fanno i conti
delle vittime dei totalitarismi, di coloro che sono
morti per Aids e perfino per le conseguenze del fumo,
ma sui giornali non leggerete le cifre che abbiamo
appena visto.
Nemmeno sui volumi che si presentano come “Storia
dell’aborto”.
Anzi, l’interdetto grava perfino sullo stesso termine
“aborto”.
Un’oculata e invisibile censura, ne ha disposto la
sparizione.

La “neolingua”, che Orwell indicava come strumento
di dominio di un potere nemico della verità, vuole
che la legge italiana che legalizza l’aborto chiami
questa pratica “Interruzione volontaria di gravidanza”
(Ivg). E dappertutto ha attecchito questa grande
ipocrisia. […]

Evidentemente questa volontà di mistificare attraverso
il linguaggio documenta un imbarazzo assai rivelatore
o comunque una volontà di nascondere quella che è la
verità delle vittime, ossia – girardianamente – la
verità tout court. Necessariamente rimossa secondo i
meccanismi svelati appunto dall’opera di René Girard
(Il capro espiatorio, Adelphi, 1999). Si ha
letteralmente terrore di guardare in faccia la vittima,
di riconoscerne l’esistenza. Ci sono esempi clamorosi.
Giuridici e perfino fotografici.

di Antonio Socci

(C) Il Foglio, 11 marzo 2006