(il Domenicale) Pio IX, profeta dell’esito delle ideologie

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 Il Sillabo di Pio IX? Fu vera gloria


Gli aspetti più “reazionari” dell’ultimo Papa-re sono in realtà quelli più “liberali”. Più liberali dei liberali di allora. La lettura “controcorrente” del nuovo, documentato studio di Luigi Negri rivela i buoni frutti del revisionismo libertarian


di Guglielmo Piombini


Il nuovo libro di don Luigi Negri, Pio IX. Attualità e profezia (Ares, Milano 2004, pp.237, €14,00), che gode della prefazione del vescovo di Albenga mons. Mario Oliveri, s’inserisce nel solco di quella pubblicistica cattolica che negli ultimi anni, con i lavori di Roberto de Mattei (Pio IX, Piemme, Casale Monferrato [Al] 2000) e di Rino Cammilleri (L’ultima difesa del papa re. Elogio del Sillabo, Piemme 2001), ha inteso rivalutare la figura di Papa Pio IX, che fu al soglio pontificio dal 1846 al 1878, su cui ancora grava la damnatio memoriae dei laicisti e degli anticlericali. Il Sillabo di Pio IX – che fu allegato all’enciclica Quanta Cura dell’8 dicembre 1864 e che contiene un lungo elenco di proposizioni condannate dalla Chiesa – viene infatti considerato, persino da molti cattolici, come un inutile tentativo di opporsi alla Modernità e al progresso, e quindi sostanzialmente un incidente di percorso, un grave errore che sarebbe stato emendato solo dal Concilio Ecumenico Vaticano II e dalla più recente richiesta di perdono della Chiesa per le colpe del passato.


Eppure, ricorda don Negri, non bisogna dimenticare il valore positivo che il divieto e la condanna hanno avuto nella storia della Chiesa, dal momento che sono servite non semplicemente per negare, ma anzitutto per fare emergere qualcosa che prima non c’era. Così è avvenuto, per esempio, con i comandamenti veterotestamentari o con le condanne delle eresie che hanno permesso di definire in termini precisi i dogmi cristiani riassunti nel Credo. Per questo motivo il Sillabo non può essere nascosto come se non ci fosse mai stato, ma va anzi letto all’interno della continuità della dottrina della Chiesa, che l’autore di questo studio si sforza di mettere in luce nella parte antologica finale ricca di numerosi testi antologici del Magistero successivo a Pio IX, tutti concordanti con il suo insegnamento.


La figura di Pio IX, rilanciata dalla beatificazione voluta da Papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000 – significativamente proclamata insieme a quella di Papa Giovanni XXIII proprio a significare l’unità del Magistero pontificio – va dunque apprezzata non solo come «esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate» (così recita la motivazione della beatificazione), ma anche per le sue doti profetiche.


Chiusosi, cronologicamente, il Novecento, ci si è infatti accorti che Papa Mastai Ferretti aveva compreso più di chiunque altro dove avrebbero portato le tendenze allora in atto in Europa, e questo a significativa differenza di altri suoi contemporanei, quali per esempio Karl Marx, la cui capacità di previsione della storia, a lungo magnificata, è stata invece impietosamente smentita dalla realtà. In Pio IX, spiega don Negri, la capacità di leggere i propri tempi, secondo una prospettiva capace d’intravederne gli sviluppi, è certamente ravvisabile nella sua polemica con lo Stato moderno, vale a dire con il suo porsi come Stato totalitario. Gli sviluppi della storia hanno appunto confermato come tutto quanto preoccupava Pio IX, ovvero che lo Stato non avesse limiti e che fosse concepito quale fonte di ogni diritto, si è affermato come concezione socio-politica prevalente nel secolo XX.


Per questa ragione, opponendosi a una sovranità statale assoluta che si apprestava a diventare totalitaria, Pio IX svolgeva allora il ruolo dell’autentico “liberale”, laddove invece i cosiddetti “liberali” del tempo, suoi avversari, erano in verità gli adoratori dello Stato onnipotente.


Ecco perché, contrariamente alla vulgata, il Sillabo di Pio IX può essere letto come un vero e proprio manifesto un’apologia della società civile e delle formazioni sociali presenti in essa (la Chiesa, la scuola e la famiglia) mirante a difenderle dalle pretese dello Stato “giacobino” e accentratore di voler tutto sottomettere, tutto regolare e tutto subordinare a sé. Una prospettiva, questa, cara a quel pensiero che Oltreoceano si definisce Libertarianism e la cui profonda opera di revisionismo storico-culturale non può fare a meno di apprezzare la figura dell’ultimo Papa-re.


Del Sillabo basta del resto andare a leggere il capo sesto (Errori intorno alla società civile considerata in se stessa e nei suoi rapporti con la Chiesa), dove si condanna quella proposizione, vero e proprio atto di fede di tutti i teorici della sovranità statuale e positivisti del diritto, secondo cui lo «Stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini». Nelle proposizioni successive, Pio IX difende quindi la libertà religiosa ed educativa, condannando le pretese dello Stato d’«immischiarsi nelle cose concernenti la religione, i costumi e il governo spirituale», di monopolizzare il sistema scolastico e di vietare l’insegnamento religioso nelle scuole. Nel capo sette, in accordo con la miglior tradizione giusnaturalistica liberale, Pio IX afferma che le leggi umane debbono conformarsi al diritto naturale, mentre nel capo otto difende il matrimonio cristiano dalle pretese dello Stato di regolarlo con leggi proprie.


Anche nelle parti iniziali del testo pontificio, dove si condannano il panteismo, il naturalismo, il razionalismo, l’indifferentismo e il latitudinarismo (cioè il relativismo e il soggettivismo oggi così diffusi), nonché il protestantesimo, Pio IX non fa che ribadire la tradizionale dottrina cattolica.


La Chiesa esiste per tramandare e per diffondere la Verità annunciata da Gesù Cristo – così essa dice di sé –, e per questo motivo non potrebbe mai dichiarare che una religione o una filosofia equivale a un’altra, né che l’uomo può sceglierne una a proprio piacimento giacché è tutto lo stesso. Anche di recente, un’importante dichiarazione come la Dominus Iesus – promulgata dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede il 6 agosto 2000 –, che don Negri riporta in appendice al libro onde evidenziarne l’affinità con il Sillabo, ha ribadito che per la Chiesa solo Gesù Cristo è l’unico e universale mezzo di salvezza.


Ma cosa c’è di liberale, potrebbero ribattere i critici di Pio IX, nella condanna del principio di separazione fra Stato e Chiesa (proposizione LV) e nella pretesa che il cattolicesimo sia considerata religione di Stato (proposizione LXXVII)?


Ora, non vi è dubbio che un vero liberale debba favorire la separazione dello Stato non solo dalla religione, ma praticamente da tutto, compresa l’economia e la cultura. L’ideale sarebbe una società civile forte e ricca, e uno Stato piccolo e invisibile, che è tutto il contrario esatto del programma laicista, che, con l’espediente della progressiva statalizzazione di ogni ambito della società (strade, piazze, uffici, ospedali, edifici, scuole, università, televisioni, associazioni), mira a sostituirsi e a estrometterne (in nome della “laicità”) le espressioni culturali e religiose nate dalla società civile. La Chiesa, infatti, ha per tradizione sempre condannato le conversioni forzate, né ha mai voluto imporre per legge il cattolicesimo ai non cattolici.


Eppure, quanto al liberalismo delle proposizioni di Pio IX, bisogna tenere conto che, in una società poco statalizzata, dove la popolazione è quasi interamente cattolica, la religione ha per forza un’ampia influenza e una visibilità pubblica: nei programmi scolastici, nelle festività, nelle manifestazioni pubbliche (Messe, processioni, ricorrenze, ecc.), nell’arte e nell’architettura urbana e così via. Non perché così decide lo Stato, ma perché così lo vuole, e così lo esprime dal basso, la società. Stante la condizione culturale dell’Italia di allora, dunque, la concezione di Stato propria a Pio IX è il contrario esatto dell’idea che i governi abbiano il diritto di vietare e di cancellare quest’articolata realtà, e questo nemmeno nel nome della separazione fra Stato e Chiesa o della laicità care al liberalismo.


La separazione tra Stato e Chiesa funziona in una società non ancora pervasa dallo statalismo moderno; quando però lo Stato finisce per assorbire tutto, questa formula diventa di fatto uno strumento non per separare, ma per estromettere la religione dagli ambiti sociali in cui era spontaneamente già presente.


A ragione, quindi, Pio IX condanna, nel capo sesto del Sillabo, le dottrine che più in profondità hanno perseguito il programma di secolarizzazione della società mediante la statalizzazione generalizzata: quelle che egli chiama le “pestilenze” del socialismo e del comunismo (oltre che delle società segrete). Alla luce dell’esperienza del “socialismo reale” novecentesco, dunque un vero liberale non può non plaudere di cuore a questa ferma condanna. Ma che dire del capo che affronta gli Errori riguardanti l’odierno liberalismo (proposizione LXXX), pietra di scandalo per i liberal odierni, in particolare dove si afferma che il pontefice non può e non deve venire a patti né a compromessi con il progresso, con – appunto – il liberalismo e con la civiltà moderna? Va anzitutto precisato che il “liberalismo” contro cui lottava Pio IX non aveva nulla a che fare con l’autentica tradizione liberale dei John Locke, Adam Smith, Edmund Burke, Alexis de Tocqueville e Frédéric Bastiat o – per venire ai giorni nostri – dei Ludwig von Mises, Firedrich A. von Hayek e Murray N. Rothbard, una filosofia, questa, sorta a partire dall’età moderna proprio allo scopo di difendere la società civile, le comunità e le tradizioni dall’avanzata incontenibile dello Stato moderno.


I cosiddetti “liberali” che si contrapponevano a Pio IX erano infatti gli eredi di quel sistema giacobino e napoleonico, accentratore, statalista e fortemente antireligioso, che si era andato diffondendo nel continente europeo prendendo a modello la Rivoluzione detta francese dell’Ottantanove.


Uno sguardo obiettivo agli avvenimenti storici che sono seguiti all’unificazione italiana non può che confermare che Pio IX aveva visto giusto, prevedendo i catastrofici esiti statalisti del modello risorgimentale.


Verrebbe infatti da chiedere ai cosiddetti “liberali” italiani che ogni XX Settembre festeggiano la presa di Porta Pia cosa ci sia da esultare per una conquista militare avvenuta in spregio a ogni regola del diritto internazionale e non richiesta dalla popolazione romana, la quale ha portato alla formazione di uno Stato unitario le cui più rilevanti realizzazioni sono consistite nella centralizzazione politica e amministrativa, nell’istituzione della leva obbligatoria, nell’aumento indiscriminato delle imposte, nella statalizzazione completa della scuola, nell’espropriazione senza indennizzo di vaste proprietà ecclesiastiche, nell’introduzione di elevate tariffe doganali per proteggere le industrie del nord, nella repressione sanguinaria delle ribellioni delle popolazioni conquistate (spacciata come lotta al “brigantaggio”), nell’avvio di più o meno disastrose campagne coloniali, per culminare con i milioni di giovani coscritti mandati al macello nelle trincee della Grande Guerra, con tanto di decimazioni e plotoni di esecuzione per “codardi” e disertori.


Di liberale, in tutta questa vicenda storica, non vi è alcunché. Al contrario, il modello ultrastatalista che si è imposto in quell’epoca in Italia, in Germania, in Francia e altrove ha rappresentato una tappa indispensabile sulla via del totalitarismo novecentesco, il vero e proprio compimento della modernità statuale.


Se gli europei avessero dato ascolto alle parole profetiche del “reazionario” Pio IX, anziché alle sirene dei finti liberali e dei finti progressisti, si sarebbero risparmiate tutte le catastrofi che da allora sono seguite e che hanno portato la nostra civiltà all’attuale triste stato di decadenza culturale, economica e demografica. 


Il Domenicale N. 39 – DAL 25 SETTEMBRE AL 1° OTTOBRE 2004