enza radici. Europa, relativismo, Cristianesimo, Islam

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Marcello Pera, Joseph Ratzinger, Senza radici. Europa, relativismo, Cristianesimo, Islam, Milano, Mondadori, 2004, pp. 134, € 7,70

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Pochi temi, nel dibattito contemporaneo, rischiano più di “Europa”, “relativismo”, “cristianesimo” e “islam” di cadere vittima di semplificazioni e luoghi comuni: ed è su questi stessi temi che gli interventi di chi ha il coraggio di andare oltre gli schemi del politicamente corretto entrano nella discussione più fragorosamente, costringendo a un radicale ripensamento e a un giudizio più approfondito.  È questo il caso di due prolusioni: quelle del presidente del Senato Marcello Pera e del prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, datate entrambe maggio 2004 e ora ripubblicate da Mondadori assieme a una corrispondenza sul tema intercorsa subito dopo tra i due autori. L’analisi di Pera parte dalla constatata diffusione, in Europa, di un relativismo che non le permette più di dare giudizi di valore su culture e opzioni culturali, non le fa capire qual è la posta in gioco nel confronto con l’islam, l’ha resa cieca quando si è trattato di discutere di radici cristiane dell’Europa. È un’Europa dove «il vero non esiste più, la missione del vero è considerata fondamentalismo, e la stessa affermazione del vero fa paura o solleva timori»: un’Europa che dovrà presto cambiare rotta se non vuole uscire tragicamente sconfitta dalle sfide che la attendono nei prossimi decenni.
Non meno deciso è il giudizio del cardinal Ratzinger, il custode della fede e dell’ortodossia cattolica», che ripercorre fondamenti del nostro continente nei secoli per poi interrogarsi su diritti umani, multiculturalità, matrimonio, famiglia e questione religiosa. Impossibile riassumere completamente i testi (quello di Ratzinger fu tra l’altro pubblicato a suo tempo su Il Domenicale, n. 31, 31 luglio 2004; il pensiero del prefetto sull’Europa è peraltro più ampiamente espresso in Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, San Paolo 2004, pp. 106, €9,50), che offrono una moltitudine di spunti di riflessione e provocazione destinati a lasciare il segno nel dibattito in corso. Quello tra Pera Ratzinger è un dialogo appassionato, che, come scrive Pera nella Premessa, «nasce da un incontro personale » e ha come sottofondo ultimo la consapevolezza dell’esistenza di una verità che la ragione dell’uomo tende a conoscere: è il contrario di quel relativismo
che gli scritti dei due autori denunciano. Un relativismo che si ritorce presto contro se stesso: «Il relativismo» scrive Pera nella lettera a Ratzinger «dopo averci dato l’idea che tutte le culture e tutte civiltà sono uguali, contraddittoriamente ci sta insinuando anche l’idea che la nostra è spesso peggiore delle altrui, sì che, soprattutto attraverso l’Europa,
sparso, assieme a un sentimento di soddisfazione per lo scampato pericolo, anche un senso di colpa, di autoflagellazione, di bisogno di perdoni, da cui non rimasta esente neppure la Chiesa». L’Occidente, scrive Ratzinger «non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che grande e puro».
Un relativismo, infine, che, lungi dallo sfociare in maggiore tolleranza o disponibilità al dialogo, dà vita a una nuova forma di intolleranza per la quale, proprio in nome di una presupposta comune legittimità di tutte le opinioni, ad alcune di esse non si accorda
più diritto di cittadinanza né dignità culturale propria. Si è parlato a proposito, senza esagerare, di una forma di totalitarismo culturale, e ne hanno fatto le spese gli stessi Ratzinger e Pera. Il primo è generalmente additato come il campione dell’intolleranza e
dell’oscurantismo cattolico, corpo estraneo di un malinteso spirito ecumenico della Chiesa di Roma.
Al secondo non è andata meglio: per aver nuovamente sostenuto, in una recente intervista al quotidiano La Repubblica, l’opinione per la quale le radici dell’Europa sono nel cristianesimo ed è bene che l’Europa stessa lo riconosca, è stato accusato di avere uno spirito antieuropeo, ma soprattutto di essere incompatibile con la sua carica. Nell’Europa della comune legittimità di tutte le opinioni, insomma, chi ne professa alcune non è degno di ricoprire incarichi pubblici: ne sa qualcosa Rocco Buttiglione. C’è lo spazio per una ripresa? La questione è oggetto di uno stimolante scambio di battute tra i due autori. Il destino della società, scrive il cardinale riprendendo il pensiero di Arnold Toynbee, è nelle mani di «minoranze creative»: «I cristiani credenti» conclude, «dovrebbero concepire se stessi come una tale minoranza creativa e contribuire a che l’Europa riacquisti il meglio della sua eredità e sia così a servizio dell’intera umanità».

Il presidente del Senato, da diversa posizione, analizza il ruolo decisivo dei cristiani, auspicando la nascita di una «religione cristiana non confessionale», di una «religione
civile», interrogandosi poi con onestà sul ruolo della famiglia alla quale lui stesso appartiene, quella dei laici. Su questo concetto di «religione civile» Ratzinger pone le sue riserve: «se esso rappresentasse soltanto un riflesso delle convinzioni della maggioranza, significherebbe poco o niente», scrive. «Se invece deve essere sorgente di forza spirituale, allora bisogna chiedersi dove questa sorgente si alimenta». È che torna alla ribalta il ruolo delle minoranze creative («qualcosa di vivo non può nascere altrimenti che
una cosa viva»), delle loro forme di riferimento o di appartenenza, del necessario collegamento con la Chiesa di Roma. Le pagine conclusive della lettera indirizzata dal porporato al senatore saranno certo stimolanti per riflettere sulla natura e le prospettive di
quella convergenza culturale tra laici e credenti che si registra negli ultimi tempi su alcuni temi fondamentali, come è stato per la discussione su fecondazione assistita e radici cristiane dell’Europa.
E perché è un amore alla verità quello che pare fare da sfondo a questo formidabile dialogo tra un uomo di Chiesa e un uomo di Stato, Ratzinger non si tira indietro dal pronunciarsi direttamente anche sul contributo che i laici a suo avviso possono dare sul
difficile cammino che attende l’Europa. I laici, scrive cardinale nella lettera a Pera, «sono uomini che non sentono in grado di fare il passo della fede ecclesiale con tutto ciò che un tale passo comporta; ma molto spesso sono uomini che cercano appassionatamente verità, che soffrono per la mancanza di verità dell’uomo, riprendendo proprio così i contenuti essenziali della cultura e della fede e spesso rendendoli, il loro impegno, ancora più luminosi di quanto possa fare una fede scontata, accettata più per abitudine che per conoscenza sofferta».

Tommaso Piffer
Tratto da ©il Domenicale. Settimanale di cultura, anno III, n. 52, Milano 25-12-2004