(Corsera) Quel beato non piacera’ all’islam

Notizie

“Corriere della Sera”, 14-1-2003

Il caso Marco d’Aviano

QUEL BEATO NON PIACERÀ ALL’ISLAM

di VITTORIO MESSORI

I Patti Lateranensi sono chiari: piazza san Pietro è territorio
vaticano, ma la responsabilità di mantenervi l’ordine spetta allo Stato
italiano. Per questo le autorità ecclesiastiche stanno spiegando ai
funzionari della nostra polizia – ottime persone, ma digiune di
agiografia – perché occorrerà raddoppiare la vigilanza il prossimo 27
aprile. E non certo perché in quella domenica il Papa beatificherà don
Giacomo Alberione, fondatore dei Paolini, e quattro religiose,
fondatrici di altrettante congregazioni. Il fatto è che, rompendo gli
indugi dopo anni di esitazione, a quei cinque candidati agli altari,
Giovanni Paolo II ne ha aggiunto un sesto il cui nome, a più di tre
secoli dalla morte, suscita ancora la venerazione di molti cattolici e
il fremito d’ira di un certo mondo islamico. In effetti, quel giorno di
aprile, salirà alla gloria padre Marco d’Aviano, cappuccino, che dal
1699 riposa, veneratissimo, nella viennese Cripta dei Cappuccini accanto
agli imperatori asburgici. Renzo Martinelli, il giovane, rampante
regista di Vajont , ha già in cantiere un film per la tv: «Senza di lui
– dice – oggi le italiane, e non solo loro, porterebbero il burqa». Ne è
convinto anche Carlo Sgorlon, che al religioso ha dedicato il bel libro
Marco d’Europa . E Pasolini stesso, autore di un testo teatrale sulle
atrocità dei turchi in Friuli, conosceva bene quel suo antico
corregionale. La devozione popolare per lui è viva non solo nel nostro
Nord Est ma in Austria, in Ungheria, in tutta la ex-Jugoslavia, dove la
sua statua campeggia in molte piazze.
A quella venerazione si contrappone l’ostilità di un fondamentalismo
musulmano che non ha dimenticato che il sogno di un’Europa sottomessa ad
Allah si infranse il 12 settembre del 1683 sotto le mura di Vienna, con
l’assalto travolgente di una coalizione cristiana compattata e
galvanizzata dalla parola infuocata di padre Marco.
Tre, soprattutto, erano le cause di beatificazione «politicamente
scorrette» che Giovanni Paolo II si è trovato sul tavolo. C’era,
ovviamente, Pio IX, il Papa del Sillabo, di Porta Pia, del «caso
Mortara». Le resistenze furono aggirate abbinando la glorificazione del
«Papa cattivo» (stando alla tenace leggenda nera) a quella del «Papa
buono» per definizione. Un esorcismo che strappò un sorriso agli addetti
ai lavori: sapevano bene, infatti, che la venerazione di Giovanni XXIII
per Pio IX era tale che Roncalli aveva previsto di terminare il Concilio
proprio con la beatificazione per acclamazione del suo predecessore
ottocentesco. C’era poi – e c’è ancora – l’altra causa spinosa. Quella
di Isabella di Castiglia, la Regina Cattolica, invisa agli ebrei per
l’espulsione dei marranos , agli islamici per la cacciata dei moriscos ,
ai liberali di ogni specie per l’Inquisizione.
Da tempo, è in corso uno scontro di lobbies: ai potenti gruppi
avversi alla grande sovrana si contrappongono i suoi devoti, riuniti
attorno all’arcivescovo di Valladolid e a buona parte dell’episcopato
sudamericano. In effetti – contrariamente, anche qui, agli schemi
demagogici – proprio tra gli indios vigoreggia da sempre la devozione
verso la regina che finanziò il viaggio di Colombo e iniziò la
Conquista. Comunque, sinora la causa isabellina non è stata sbloccata ed
è prevedibile che neppure la decisione e il coraggio di Papa Wojtyla
verranno a capo in tempi brevi di un’avversione che unisce forze
anticattoliche tanto potenti.
E’ giunto ora in porto, invece, il lungo viaggio di Marco d’Aviano.
Già a sedici anni, il futuro cappuccino, nato in Friuli nel 1631, fuggì
dal seminario, contando di imbarcarsi per Candia dove i veneziani
resistevano eroicamente all’assedio turco. Rimandato indietro prima
ancora di partire e ordinato poi sacerdote, padre Marco si segnalò come
oratore e, soprattutto, come taumaturgo: le sue prediche, richieste
avidamente in tutta Europa, erano contrassegnate da continui prodigi. Lo
stesso Imperatore Leopoldo d’Asburgo ne fece uno dei suoi più ascoltati
consiglieri.
A Vienna, il cappuccino ritornò nel 1683 in circostanze drammatiche:
i Turchi avevano devastato tutti i Balcani e, messa a ferro e a fuoco
l’Ungheria, giunsero a porre l’assedio alla capitale imperiale. I 150
mila guerrieri di Allah erano guidati dallo spietato Gran Visir, Kara
Mustafà, il cui piano prevedeva l’islamizzazione dell’intera Europa
Centrale. La Francia (come già a Lepanto) tradì la cristianità: mirando
a indebolire l’Imperatore, il Re Sole era giunto a stringere patti con
gli Ottomani. L’esercito che avrebbe dovuto liberare Vienna dall’assedio
non comprendeva che 70 mila uomini, tra imperiali, polacchi guidati dal
re Giovanni Sobiesky, bavaresi, sassoni, volontari italiani che avevano
risposto all’appello disperato del Papa. Le truppe coalizzate non erano
solo scarse, ma anche paralizzate dalle rivalità tra i capi. La
situazione fu sbloccata, con prodigi di passione e di persuasione,
proprio da padre Marco, inviato dal Papa e il cui prestigio era immenso
non solo tra i cattolici ma anche tra le truppe protestanti. Su
indicazione del cappuccino il comando fu assunto dal re di Polonia e
l’esercito giunse in vista di Vienna quando la città, ormai allo stremo,
stava per capitolare. All’alba del 12 settembre di quel 1683, il
religioso celebrò la messa sul Kahlenberg, la collina che sovrasta la
città, servito all’altare dai re e dai principi dei coalizzati. Dopo una
predica infiammata, in un misto di italiano, tedesco, latino, tenendo
alta la sua croce di legno, padre Marco si gettò in ginocchio, pregando,
mentre le truppe andavano all’assalto. I cristiani erano la metà dei
musulmani e, a differenza di questi, non avevano artiglieria, ma
l’impeto con cui si gettarono sui soldati di Allah travolse ogni difesa.
La battaglia fu violentissima e breve, in poche ore 20 mila turchi
giacquero sul terreno e i superstiti fuggirono, abbandonando tutto,
compreso l’harem «mobile» del Gran Visir. La minaccia islamica al cuore
stesso dell’Europa era sventata. Il padre d’Aviano fu tra i primi ad
entrare in Vienna liberata e celebrò nella cattedrale il Te Deum . Negli
anni seguenti, la sua attività instancabile fu decisiva per la
liberazione di Budapest e di Belgrado. Se i turchi furono incalzati e
ricacciati verso Istanbul, il merito è della «Lega santa» nella quale il
cappuccino era riuscito a fare entrare anche Venezia, come sempre
ondeggiante e ambigua. Quando morì, nella sua povera cella
singhiozzavano, in ginocchio, l’Imperatore e la consorte: vollero che
l’umile religioso, cui si doveva la salvezza d’Europa, fosse ospitato
nel loro mausoleo.
Le circostanze tragiche fecero di Marco d’Aviano uno straordinario
suscitatore di eroismi guerrieri, un abilissimo diplomatico per la causa
dell’unità cristiana. Ma, in realtà, era un uomo di pace, del tutto
alieno dagli intrighi della politica: un frate che visse fedele alla
Regola francescana e che esercitò sino in fondo le virtù cristiane,
sempre nostalgico della pace del chiostro.
Buono e generoso, lontano da ogni fanatismo ed avverso a ogni
crudeltà, sempre si affannò per salvare vite, per mitigare la sorte dei
prigionieri, per esortare al perdono, alla misericordia, alla ricerca
dell’accordo. Se intervenne nella mischia, non fu che per legittima
difesa di una cristianità aggredita. Si spinse a consigliare piani
strategici ai generali e trattati ai governanti, ma sempre e solo per
allontanare la minaccia mortale sull’Europa cristiana. Non a caso i
musulmani del suo tempo guardarono a lui con rispetto, se non con
ammirazione. E’ solo il fondamentalismo recente che lo ha trasformato in
un «nemico», tanto da costringere a misure straordinarie di sicurezza
quando, tra pochi mesi, il Papa ne proclamerà finalmente, urbi et orbi ,
la gloria.