La vita di Charlie vale meno di quella di un cane

Vita

 di Rino Cammilleri

 Perfino papa Francesco ha ammonito il popolo, quando si è accorto che certi cani e gatti hanno più cure e coccole dei bambini.  Anzi, ormai i pets hanno sostituito i babies nel cuore di troppi.  E Bergoglio non è certo uno che ami andare contro il trend politicamente corretto.  Ma una volta tanto, nelle sue uscite a braccio, aveva centrato il punto.

 Quanno ce vo’ ce vo’. Ormai siamo così incancreniti nell’edonismo dell’«attimo fuggente» (cioè, godi oggi, domani si vedrà…) che ci commuoviamo fino alle lacrime per la sorte di un cagnetto mentre non ci importa niente, anzi sbuffiamo infastiditi, per quella di un bambino malatissimo.

Parliamo di Charlie Gard, il bambino inglese affetto da una rara malattia genetica che i genitori, Chris e Connie, vorrebbero sottoporre a una cura sperimentale negli Usa ma a cui l’ospedale inglese dove è ricoverato vuole staccare la spina.

I sette giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo, cui i due genitori si erano rivolti contro l’ospedale (il Great Ormond Street Hospital), hanno dato loro torto e adesso il piccolo può essere tranquillamente terminato. In questo caso, a gridare «siamo tutti Charlie» sono stati solo i credenti, soprattutto i cattolici, che hanno inanellato una catena internettiana di preghiere e stilato una supplica al Santo Padre, affinché ci metta una buona parola.

Si erano rivolti anche al presidente della repubblica italiana, perché concedesse al bambino la cittadinanza, così da avere almeno un appiglio in qualche articolo della nostra Costituzione che parla del diritto alla salute. Ma c’è Charlie e Charlie, come profeticamente il pontefice aveva paventato.

L’altro Charlie è, ovviamente, un cane, per l’esattezza un dogo argentino, che il cuoco italiano Giuseppe Perna aveva inavvedutamente portato con sé a Copenhagen, dove lavora. Qui le autorità danesi gli avevano  sequestrato la bestia, appartenente a una delle razze pericolose che è vietato introdurre in Danimarca. A parte il fatto che non è chiaro come l’uomo sia riuscito a fare entrare il suo cane nel Paese (gli agenti di frontiera non sapevano che a quella razza era proibito l’ingresso?), la legge è legge anche in Danimarca e per detta legge il cane vietato andava soppresso. Apriti cielo.

Le organizzazioni animaliste hanno inscenato un tam-tam internazionale che, solo in Italia, in pochi giorni ha raccolto trecentoquarantamila firme, l’ambasciata danese è stata subissata, la solita Maria Vittoria Brambilla si è messa le mani nei rossi capelli e si è subito mobilitata, la cantante Noemi ha lanciato uno spot supplice per la vita di Iceberg (questo il nome del cane, che i tiggì ci hanno mostrato a lungo mentre affettuoso gioca col suo padrone).

Anche il nostro ministro degli esteri, a quel punto, ha dovuto darsi una mossa et voilà: finalmente l’ambasciatore danese Erik Lorenzen ha mostrato il pollice dritto. Il governo danese ha deciso di soprassedere all’esecuzione del cane italiano e tutti stappano bottiglioni di champagne. In effetti, non c’è del marcio in Danimarca: se il dogo italoargentino non si fosse trovato protagonista di una furibonda zuffa con altra bestia, le autorità non se ne sarebbero nemmeno accorte (come le guardie di frontiera).

Comunque, tutto è bene quel che finisce bene. Anche se non si sa come andrà a finire ‘sta storia: il cane dovrà essere rimpatriato? il padrone potrà continuare a tenerlo praeter legem? ci sarà alla frontiera danese un affollamento di cani vietati? Boh. E non ci interessa.

Quel che ci interessa è l’ammonimento-profezia del papa, qui avverato in pieno: la cosiddetta opinione pubblica si agita più volentieri per la vita di un cane che per quella di un bambino malato. Siamo ormai alla frutta. Che dico? All’ammazzacaffè. Dopo di che, però, viene il conto…

 

Rino Cammilleri, 30-06-2017 – http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-vita-di-charlie-vale-meno-di-quella-di-un-cane-20324.htm

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DAT uguale Eutanasia

Vita

 Le DAT: scorciatoia per il cimitero, risparmi per lo Stato

"Per noi è fondamentale l’autodeterminazione, intesa come la possibilità data ai cittadini di essere cittadini". Era La risposta di Beppe Grillo al direttore Tarquinio che lo intervistava sul quotidiano dei vescovi italiani.

In effetti, quanto i pentastellati tengano all'autodeterminazione, lo si è visto con il granitico appoggio del partito di Grillo al disegno di legge sul testamento biologico che di fatto introduce l'eutanasia auto-determinata (per quella etero-determinata c'è da attendere ancora un po', ma non preoccupatevi, non troppo).

In quella stessa intervista, il Beppe nazionale aveva proclamato: "Il governo a 5 Stelle avrà la consistenza di ciò che manca in Italia da troppo tempo: onestà e competenza al servizio dei cittadini".
Non ho numeri per esprimere pareri sull'onestà ma sui temi bioetici una certa competenza mi è riconosciuta dal ruolo accademico e dunque sono nella condizione di potere esprimere giudizi sull'operato dei politici.

Che le DAT siano uno strumento in grado di garantire l'autodeterminazione è tutt'altro che acclarato.
Appena un anno fa, la prestigiosa rivista PLOS ONE pubblicava una revisione della letteratura scientifica mondiale sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT).
Partita da 5.785 articoli, la ricerca si è progressivamente affinata fino a giungere a 67 pubblicazioni.
La redazione delle DAT è risultata aumentare la probabilità di ricevere i trattamenti desiderati di un misero 17%.
Si tratta di un risultato che scaturisce dall'analisi di soltanto due, diconsi due miseri studi.
Non si tratta nemmeno del risultato di una valutazione oggettiva, ma della percezione dei parenti del defunto.
Non è un caso che gli autori abbiano attribuito a tale evidenza il penultimo livello nella scala dei punteggi: "qualità povera".

Ma qual è il prezzo da pagare per incrementare in maniera così incerta e modesta la probabilità di compiacere il futuro paziente?
Qui i dati sono molto più numerosi ed offrono una panoramica di risultati convergenti.
Il DNR (Do Not Resuscitate), è la forma di DAT più comune.
Stabilisce di non provvedere alla rianimazione cardiopolmonare in caso di arresto cardiaco.
Nel 2004 la rivista Archives of Internal Medicine pubblicava i dati sui 4.621 pazienti infartuati del Worcester Heart Attack Study.
I pazienti con un DNR ricevevano con minore probabilità le cure farmacologiche, la trombolisi e avevano una mortalità ospedaliera del 44% contro il 5% di quelli che non avevano proibito ai medici la rianimazione.
Nel 2007, la rivista ufficiale dell'associazione dei medici americani che si occupano di terapie post-acute e croniche pubblicava i risultati su oltre 150.000 pazienti ricoverati in 4.111 reparti acuti per infarto.
Tra i pazienti che avevano scritto una DAT, la probabilità di ricevere antiaggreganti scendeva dall'84 al 65%, di assumere i betabloccanti passava dal 51 al 30% e di essere sottoposti a riperfusione cardiaca diminuiva dal 38 al 19%.
Non stupisce dunque che nel 2012 la rivista Clinical Epidemiology pubblicasse i risultati sui 4.182 pazienti ricoverati per infarto nel New England tra il 2001 e il 2007, dimostrando che chi aveva scritto un DNR, pur considerando la situazione clinica e l'età dei soggetti, vedeva ridursi di un terzo la probabilità di angioplastica e del 59% quella di by-pass coronarico mentre la mortalità ospedaliera aumentava di 9 volte e quella ad un mese dalla dimissione di oltre 6 volte.
Abbiamo dati che indicano l'incremento di mortalità per i pazienti affetti da scompenso cardiaco, ictus, traumi, sottoposti a chirurgia vascolare che, quando hanno un DNR, non ricevono le terapie necessarie a fronteggiare le eventuali complicanze post-operatorie.

In un paese relativamente piccolo come l'Irlanda, l'implementazione delle DAT è stata indicata come una misura potenzialmente in grado d'indurre risparmi per 17,7-42,4 milioni di dollari in ricoveri ospedalieri.
Al contrario, una revisione sistematica della letteratura scientifica condotta da docenti della London School of Economics ha portato a conclusioni molto più caute.
Partendo da un'analisi di 802 pubblicazioni progressivamente raffinata fino ad includere 18 studi -14 dei quali condotti in America- il professor Josie Dixon con i suoi collaboratori ha evidenziato come non sia disponibile alcuna analisi che abbia esaminato gli aspetti economici insieme agli indicatori sanitari mentre, per i risparmi, le evidenze non sono univoche.

È certo comunque che ridurre i costi dell'assistenza sanitaria è uno degli effetti da considerare, tanto da costituire una fonte di preoccupazione etica. Il Patient Self Determination Act, la legge che implementò le DAT in America, fu approvata nel 1990 come emendamento dell'Omnibus Budget Reconciliation Act, un pacchetto di misure volte a ridurre il deficit federale.
"Gratta il Peppone e troverai il Pepito", diceva don Camillo monsignore.
Gratta l'autonomia e troverai i quattrini, si potrebbe dire per le DAT. Come massima autorità politica in materia di salute del paese, in caso di approvazione della legge, il ministro Lorenzin avrebbe l'obbligo morale di lanciare l'allarme e giungere alle dimissioni e all'opposizione di un governo sostenuto da una maggioranza che tutela la cassa prima dei suoi cittadini.

Caro Beppe, la conoscenza la si acquista attraverso lo studio, aggiungervi un pizzico di modestia non guasta mai.
Se davvero tieni tanto alla competenza dei tuoi eletti e vuoi che legiferino in modo da darne prova, allora consiglio ai tuoi un corso full immersion.
Gratis, ci mancherebbe.
Perché se quella che sto vedendo sulle DAT dovesse essere la vostra competenza a livello generale, allora passare dal "mentitore seriale" (copyright tuo) all'ignoranza saccente non sarebbe certo un grande affare.

Renzo Puccetti

Tratto da: La verità del 23 aprile 2017

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Aborto terapeutico e Marcia per la Vita

Vita

 Come per la difesa della famiglia, anche nella difesa della vita vi sono piccoli gruppi che tendono a presentarsi come paladini intransigenti ma che, in realtà, accettano principi inconciliabili con la dottrina cattolica.
 Di recente ha preso posizione contro la Marcia per la Vita 2017 un gruppuscolo denominato NO194, che in realtà propone l'aborto terapeutico.
 Riproponiamo un saggio di Francesca Pannuti che analizza la posizione di costoro.

Aborto “terapeutico” e proposta di riforma della 194

 

Mi pare veramente degno di nota l’annuncio della consegna di un Ddl sull’aborto, che contempli il suo divieto e la sua penalizzazione, ad opera dell’Avv. Guerini, presidente dell’associazione No194, su richiesta del Senatore Domenico Scilipoti Ingrò.

La consegna del ddl, avvenuta il 14/12/2015, rappresenta una novità nel panorama politico e premia la tenacia dell’avv. Guerini nella sua battaglia condotta per tenere deste le coscienze sulla necessità di abrogare la legge 194 ed esigere un a pena per tale delitto. L’uomo che viola la sacralità della vita umana, per sua natura, non può non sentire l’esigenza di riparare al grave danno fatto ad un essere umano come lui, togliendogli quel bene fondamentale che è la vita.

Ora, non mi pongo qui l’obbiettivo di fare una disanima del ddl, che si può leggere a questo indirizzo: http://no194.it/wp-content/uploads/2016/01/Testoabrogante194.pdf , non avendo le competenze in campo giuridico.
Tuttavia non mi posso esimere dal notare un problema molto rilevante che emerge all’interno di tale testo, anche perché nasce da un equivoco molto diffuso nella mentalità corrente.
Mi riferisco a quanto si afferma nell’articolo 2: “L’aborto volontario è consentito solo nel caso di grave pericolo per la vita della donna che porti a termine la gravidanza o affronti il parto, grave pericolo attuale e non altrimenti evitabile che deve essere accertato e rigorosamente documentato in tali termini da una commissione composta da tre medici, nessuno dei quali dipendente o collaboratore della struttura sanitaria scelta dalla donna per l’eventuale interruzione di gravidanza, ed escludendo dall’accertamento qualsiasi analisi inerente un ipotetico suicidio della stessa. Ogni altra ipotesi di aborto volontario è vietata”.

Nella nota a tale articolo, poi, l’avv. Guerini, in previsione di obiezioni, dichiara: “l’unico caso di ammissibilità dell’aborto volontario era tutelato anche prima dell’entrata in vigore della legge 194/78 in quanto coperto dall’art. 54 c.p. (stato di necessità) e dall’art. 32 della costituzione (diritto alla salute), tutela che può essere negata alla donna solo declassandola a macchina riproduttrice, essendo pacifica la lesione di tale diritto qualora si intenda costringere per legge la donna a morire a motivo del suo stato di gravidanza, in violazione tra l’altro degli stessi dettami di fondo di carattere religioso, ad esempio, della dottrina cattolica che, da un lato, pure riconosce le esimenti dello stato di necessità e della legittima difesa e, dall’altro, nega a chiunque, anche allo Stato dunque, il diritto di disporre della vita di un individuo (quale la donna dev’essere ritenuta) dal concepimento alla morte naturale”.

Si nega, così, poi, anche il diritto all’obiezione di coscienza in casi come questo.

Va messo bene in evidenza che il punto cruciale dell’equivoco sta nel senso proprio dell’espressione “diritto alla salute”. Infatti il caso specifico contemplato dal testo del ddl è quello che comunemente ed erroneamente viene chiamato aborto “terapeutico”. Ora, però, le condizioni per cui si può parlare di intervento specificamente terapeutico sono, secondo E. Sgreccia, quelle in cui le cure medico-chirurgiche siano rivolte a «curare o a togliere la parte malata del fisico; nel caso in questione non si tratta di agire su una malattia in atto, ma piuttosto, si ipotizza la soppressione del feto per evitare l’aggravamento della salute o il pericolo di vita della madre» (E. Sgreccia, Manuale di bioetica, Vita e Pensiero, 2007 Milano, p. 573).

Non si tratta, quindi, nell’aborto “terapeutico”, di agire sulla malattia in vista della salute, bensì su ciò che è sano, cioè sul feto, che può essere anche sano, per prevenire una malattia o il rischio di morte della mamma. Si deve parlare, pertanto, di un’interruzione di gravidanza «in presenza del pericolo per la vita o per la salute della madre» (Ibidem).

Riguardo a questo pericolo, si possono immaginare due scenari un po’ diversi. Il primo sarebbe quello del rischio evidentissimo, praticamente certo, per la vita della madre nella prosecuzione della gravidanza; il secondo, quello di un aggravamento della salute della mamma, le cui previsioni cliniche non sono così facili da assodare.

Si possono immaginare, come spesso si fa oggi, anche altri scenari di un interessamento della salute o di semplici ripercussioni psicologiche, nel caso della non accettazione della gravidanza o di malformazioni del feto.

In definitiva, si scivola facilmente in un’estensione arbitraria delle indicazioni per eseguire l’aborto, moltiplicando i casi difficili in cui si può trovare la donna durante la gestazione.

Tengo a far notare, infatti, che in Italia si è partiti dalla sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale ove si contemplava la possibilità dell’aborto cosiddetto “terapeutico” diretto a proteggere non solo la vita, ma anche la salute della madre. La sentenza però precisava “…… ritiene anche la Corte che sia obbligo del legislatore predisporre le cautele necessarie per impedire che l'aborto venga procurato senza seri accertamenti sulla realtà e gravità del danno o pericolo che potrebbe derivare alla madre dal proseguire della gestazione: e perciò la liceità dell'aborto deve essere ancorata ad una previa valutazione della sussistenza delle condizioni atte a giustificarla".

Nella legge 194/78, poi, nonostante che nell’art. 1 si sancisca la tutela della vita umana sin dal suo inizio, si recita all’art. 4: «Per interruzione volontaria della gravidanza entro i novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito…».

In tale legislazione, quindi si è partiti dal caso del grave pericolo per la donna e da dichiarazioni di principio che prendono le mosse dalla sentenza del 1975, per poi estendere le indicazioni dell’aborto terapeutico a criteri di carattere socio – economico.
Nella pratica, infine, si è giunti all’aborto con caratteristiche eugenetiche sotto il pretesto della tutela della “salute riproduttiva della donna”.
Mi pare logico concludere che la sentenza del 1975, che dichiarava la legittimità dell’aborto “terapeutico” in casi di estrema gravità, sia stata “la testa di ponte” per introdurre in modo surrettizio l’aborto in Italia. Da lì ha preso le mosse la legge 194.

E questo perché certamente c’è stata, e c’è tuttora, una volontà politica che ha portato a questo (escludiamo che ciò sia nelle intenzioni dell’avv. Guerini), ma anche perché c’è un vulnus, un equivoco di fondo nello stesso concetto di aborto “terapeutico”.

Sgreccia, al proposito, rileva come eventuali complicanze o aggravamenti nella salute durante la gravidanza sono meglio controllabili con un’adeguata assistenza clinica, resa oggi possibile dalle avanzatissime tecnologie che permettono di ridurre sempre più i rischi per la salute.

Aggiunge poi: «Esistono poi condizioni di salute, che solitamente vengono prese in considerazione per la IVG, nelle quali, tuttavia, l’interruzione della gravidanza pesa ancora di più negativamente nei confronti della salute, che non la prosecuzione o, comunque, l’interruzione non porterebbe sostanziale giovamento. E’ anche qui chiara la non giustificazione medica dell’interruzione; … esistono infine, delle condizioni in cui l’aggravamento è reale, ma può essere affrontato con metodi diversi dall’interruzione (la dialisi periodica nelle gravide affette da grave insufficienza renale, la cardiochirurgia in donne con difetti cardiaci, ecc.). Non occorre spendere molte parole per comprendere come in questi casi la vera terapia, quella che elimina direttamente la malattia senza offendere la vita del feto, è l’unica lecita» (Manuale, cit., p. 575).

Si può concludere a favore di una sempre maggiore riduzione dei casi di vero rischio per la salute della donna, visto che molte delle indicazioni che erano state addotte a favore della necessità della IVG in casi gravi, come tubercolosi, malattie vascolari, epatiche e pancreatiche, tumori (a parte quelli dell’apparato genitale), perdono valore di fronte ai progressi enormi della scienza medica. Inoltre lo scompenso che si causa in una donna per la perdita del figlio sconsiglia in molte circostanze acute l’IVG.

Ora, essendo la vita il bene fondamentale che rende possibile il godimento di tutti gli altri (beni sociali, economici, salute, ecc.), si comprende bene come sia sproporzionato sopprimere il bambino per motivi economici, sociali o fisici. La persona infatti precede la società e la fonda, quindi quest’ultima non ha il diritto sulla vita del singolo innocente. Si comprende pure come la vita del figlio non può essere strumentalizzata a vantaggio della salute della mamma, sia perché il valore della vita non può essere equiparato a quello della salute, sia perché la maternità, come ogni altro compito, prevede la possibilità del rischio della salute. Quindi l’obbligo della società è quello di apportare assistenza adeguata nella cura delle malattie e nel sostegno della vita di tutti in modo indistinto.

Questa premessa aiuta meglio a capire come occorre affrontare, dal punto di vista bioetico, i limitatissimi casi di cui si parla nel ddl in questione.

E tra questi Sgreccia ne ravvisa due: quello in cui la continuazione della gravidanza comporti la morte della mamma e del bambino, mentre l’aborto consentirebbe alla mamma di vivere; l’altro, in cui la prosecuzione della gestazione comporterebbe la morte della mamma, mentre resterebbe la speranza per la vita del figlio.
Mi pare che si possa premettere anche che le previsioni mediche, per quanto altamente probabili, non possono contenere certezza assoluta.

Tenuto conto di ciò, occorre fare alcune considerazioni di carattere morale, che derivano dalla sola ragione e che, in quanto tali, devono essere poste alla base delle considerazioni giuridiche. E ciò per il fatto che se si esclude la morale dal diritto, quest’ultimo si trasforma in arbitrio.

Per il primo caso (ma ciò vale per tutto), occorre precisare che l’intenzione di salvare la madre non è sufficiente per legittimare la bontà di un’azione che si rivolge in modo diretto contro il feto. E’ necessario che l’azione in sé sia buona e non solo l’intenzione. Non si può inoltre invocare il diritto per la madre di legittima difesa, perché in realtà il feto è innocente e non ha il ruolo di un ingiusto aggressore che attenti alla vita della mamma.
Occorre fare molta attenzione a questa visione distorta molto diffusa.

E’ invece «dovere del medico sostenere la vita sia della madre sia del bambino e offrire tutti i mezzi terapeutici per la salvezza di entrambi. Tra questi mezzi non esiste quello dell’uccisione diretta, che non è né atto medico né atto etico… la vita innocente non può essere direttamente soppressa per nessuna per nessuna ragione essendo valore trascendente, e non può essere direttamente sacrificata da altri neppure per la salvezza di qualcuno» (ivi, p. 580).

Se si ammettono eccezioni a questo principio si apre la strada all’eutanasia e ad altre forme di discriminazioni.

Nel caso, poi, in cui vi siano, con la prosecuzione della gestazione, la previsione della morte della mamma e la speranza per la vita del figlio, si può tentare il taglio cesareo, quando c’è la concreta possibilità di salvare il bimbo, se la mamma è in fin di vita. Comunque va tenuto fermo il principio secondo cui «non si può scegliere la vita della madre, con un’azione diretta di soppressione del figlio, perché nessun uomo ha il diritto di scelta nella vita altrui» (ibidem).

Ben diversa è la circostanza in cui, durante l’intervento del medico, teso a salvare la vita di entrambi, uno dei due muoia accidentalmente e in modo indipendente dall’intenzione e dall’azione diretta dell’operatore sanitario, la quale deve essere sempre rivolta a salvare e curare.

Ecco che, da queste considerazioni di carattere bioetico appare evidente che le motivazioni addotte dall’avv. Guerini nella nota al suo ddl risultano smentite. Non si verifica il caso della donna ridotta a macchina riproduttrice, bensì piuttosto va auspicato un impegno serio a realizzare in pieno e a sviluppare al massimo le possibilità della scienza medica e della tecnologia, per ridurre al minimo i “casi estremi” e gestirli al meglio.

Va tenuto conto anche che nel 2007 in Nicaragua si è registrato un calo del tasso di mortalità del 10% dopo l’approvazione all’unanimità, nel 2006, della legge che vieta l’aborto per qualsiasi motivo, anche quello “terapeutico”.

Si vede, in conclusione, come il cosiddetto “diritto alla salute” viene equivocato come diritto ad eliminare una vita a vantaggio di un’altra. La salute, infatti, come abbiamo dimostrato si difende solamente tramite cure adeguate, non mediante interventi occisivi quali l’aborto, anche sotto l’appellativo inadeguato di “terapeutico”.

L’appello che viene fatto, infine, alla dottrina cattolica, è privo di fondamento, sia perché, come abbiamo rilevato, non si pone il caso della legittima difesa, sia perché l’Istruzione Donum vitae al punto 3 della parte I afferma:

«Come per ogni intervento medico sui pazienti, si devono ritenere leciti gli interventi sull'embrione umano a patto che rispettino la vita e l’integrità dell'embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale … L'applicazione di questo principio morale può richiedere delicate e particolari cautele trattandosi di vita embrionale o di feti. La legittimità e i criteri di tali interventi sono stati chiaramente espressi da Giovanni Paolo II:
"Un intervento strettamente terapeutico che si prefigga come obiettivo la guarigione di diverse malattie, come quelle dovute a difetti cromosomici, sarà, in linea di principio, considerato come auspicabile, supposto che tenda a realizzare la vera promozione del benessere personale dell'individuo, senza arrecare danno alla sua integrità o deteriorarne le condizioni di vita. Un tale intervento si colloca di fatto nella logica della tradizione morale cristiana”». E al punto 3 dell’introduzione: «La biologia e la medicina nelle loro applicazioni concorrono al bene integrale della vita umana quando vengono in aiuto della persona colpita da malattia e infermità nel rispetto della sua dignità di creatura di Dio. Nessun biologo o medico può ragionevolmente pretendere, in forza della sua competenza scientifica, di decidere dell'origine e del destino degli uomini. Questa norma si deve applicare in maniera particolare nell'ambito della sessualità e della procreazione, dove l'uomo e la donna pongono in atto i valori fondamentali dell'amore e della vita».

Inoltre, sia nel Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2271) sia nell’Enciclica Evangelium vitae (n. 62) si dichiara che l’aborto diretto non è consentito come fine, ma neanche come mezzo. Un’azione per essere retta infatti deve contemplare non solo un fine buono, ma anche un mezzo buono.

Pertanto, la dottrina della Chiesa cattolica non può che confermare quanto la scienza bioetica sostiene, sulla base della retta ragione ispirata alla legge naturale, come si legge nel documento dal titolo Chiarificazione della Congregazione per la dottrina della Fede sull’aborto procurato:

«Quanto alla problematica di determinati trattamenti medici al fine di preservare la salute della madre occorre distinguere bene tra due fattispecie diverse: da una parte un intervento che direttamente provoca la morte del feto, chiamato talvolta in modo in appropriato aborto "terapeutico", che non può mai essere lecito in quanto è l'uccisione diretta di un essere umano innocente; dall'altra parte un intervento in sé non abortivo che può avere, come conseguenza collaterale, la morte del figlio: "Se, per esempio, la salvezza della vita della futura madre, indipendentemente dal suo stato di gravidanza, richiedesse urgentemente un atto chirurgico, o altra applicazione terapeutica, che avrebbe come conseguenza accessoria, in nessun modo voluta né intesa, ma inevitabile, la morte del feto, un tale atto non potrebbe più dirsi un diretto attentato alla vita innocente. In queste condizioni l'operazione può essere considerata lecita, come altri simili interventi medici, sempre che si tratti di un bene di alto valore, qual è la vita, e non sia possibile di rimandarla dopo la nascita del bambino, né di ricorrere ad altro efficace rimedio" (Pio XII, Discorso al "Fronte della Famiglia" e all'Associazione Famiglie numerose, 27 novembre 1951)».

Mi piace concludere con le parole di Giovanni Paolo II sulla responsabilità e sul ruolo degli operatori sanitari:

«La loro professione li vuole custodi e servitori della vita umana. Nel contesto culturale e sociale odierno, nel quale la scienza e l'arte medica rischiano di smarrire la loro nativa dimensione etica, essi possono essere talvolta fortemente tentati di trasformarsi in artefici di manipolazione della vita o addirittura in operatori di morte. Di fronte a tale tentazione la loro responsabilità è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell'intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l'antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità» (Enciclica Evangelium vitae, n. 89).

 

Francesca Pannuti, per https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/aborto-terapeutico-e-proposta-di-riforma-della-194/

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Coda Nunziante: la battaglia finale

Vita

 La battaglia finale tra Dio e il demonio, avviene sul tema della vita e della famiglia.
 Vogliamo raccogliere questa sfida!

 

Discorso finale della Presidente della Marcia per la Vita Virginia Coda Nunziante

 

Cari amici, Siamo arrivati alla fine di questa straordinaria giornata e voglio innanzitutto ringraziare di cuore tutti coloro che ci hanno accompagnato da piazza della Repubblica fino a qui. Molte sono le persone da ringraziare e principalmente quelle che per tanti mesi hanno lavorato e lavorano nell’ombra.Molti dei presenti sono venuti da molto lontano per essere oggi con noi.

Ringrazio in particolare i numerosissimi ospiti stranieri e in particolare i partecipanti al Rome Life Forum, che come ogni anno si è tenuto a Roma alla vigilia della Marcia. Il Rome Life Forum è divenuto un appuntamento internazionale che quest’anno raccoglie i rappresentanti di circa 100 organizzazioni Pro-life, provenienti da oltre 20 Paesi di tutti i continenti!

Ringrazio tutti i nostri relatori di oggi.

Ringrazio le migliaia di amici venuti da tutta Italia, da Udine a Palermo, da Torino a Lecce, in pullman, in treno in macchina, in aereo, sopportando spese, fatica e disagi.

Ringrazio tutti coloro che hanno concretamente collaborato per la realizzazione di questo evento: le Voci del Verbo, gli Universitari per la Vita, Vita Umana Internazionale, Notizie ProVita, CitizenGo, Nessuno tocchi la Famiglia, Generazione Famiglia, il Popolo per la Vita, i Circoli della Croce e il quotidiano il Tempo.

La nostra Marcia si unisce idealmente a tutte le marce del mondo. Centinaia di migliaia di uomini e donne di buona volontà manifestano ogni anno la loro protesta contro leggi ingiuste e omicide.

I risultati, della legge 194, introdotta in Italia nel 1978 per legalizzare l’aborto sono devastanti.

Oggi si parla grosso modo di 100.000 aborti l’anno (dati del 2016), cioè 273 aborti al giorno, 11 ogni ora, un bambino ucciso ogni 5 minuti e mezzo. E in Europa la situazione è ancora più tragica: un aborto ogni 11 secondi, 327 ogni ora, 7854 al giorno.

Ebbene, sarò politicamente scorretta e so già che ci saranno molte persone che si stracceranno le vesti ma è inutile non affrontare di petto le questioni: i nostri governi, le nostre società, stanno calpestando la legge naturale, stanno calpestando i diritti di Dio, creatore della Vita. E’ vero che il valore della vita è un valore condiviso anche con non credenti e atei, e li ringraziamo per la loro presenza qui in piazza, ma non possiamo per questo dimenticare che nessuno di noi si è dato la vita da sé stesso ma l’ha ricevuta in dono e questo dono è indisponibile. Non possiamo togliere la vita agli altri perché questo si chiama omicidio e noi vogliamo ribadirlo qui, oggi, pubblicamente, che l’aborto è un omicidio perché distrugge una vita umana che non ci appartiene. Che questa vita sia di un giorno, di un mese o di tre mesi nel seno materno è uguale perché il valore della vita inizia dal momento del concepimento.

La nostra presenza vuole essere perciò un grido di protesta contro l’ingiustizia commessa nei confronti dei deboli e degli indifesi. Dobbiamo difendere i deboli contro cui si accaniscono i cultori della morte: non solo i bambini non nati, ma gli anziani, i malati, i disabili, vittime oggi dell’eugenetica, dell’eutanasia, un delitto che segue logicamente quello dell’aborto, come conseguenza naturale della negazione del diritto primario alla vita.

E questo perché viviamo in una società che spesso si è dimenticata cosa vuol dire l’amore per il prossimo, l’altruismo, la generosità. Viviamo in una società materialista, edonista, e spesso relativista.

Questa piazza così numerosa vuole invece ribadire la bellezza della vita ma con altrettanta determinazione vuole chiedere ai nostri politici, ai nostri governanti, che smettano di finanziare con le nostre tasse il suicidio della nostra nazione: invece di uccidere i nostri figli che diano aiuti concreti alle famiglie per crescere i loro bambini. E siamo certi che anche l’economia riprenderebbe.

Una nazione che non aiuta e non promuove la vita è una nazione che muore. E questa è la previsione demografica per il nostro Paese. Dobbiamo allora rimboccarci le maniche e ciò lo dobbiamo principalmente ai nostri figli, alle future generazioni perché è a loro che lasciamo l’eredità più pesante.

Uniamo dunque i nostri sforzi, il nostro entusiasmo, le nostre energie per difendere la vita, per promuovere la vita, per lottare per la vita e per non dimenticare quei sei milioni di bambini che non ci sono più in Italia.

Chiediamo ai nostri uomini politici e agli uomini di Chiesa, ai nostri Pastori, un impegno maggiore di fronte a quello che è il più spaventoso genocidio della storia in termini di vite umane.

Sappiamo che le Marce per la Vita non bastano: occorre anche un impegno continuo, sistematico, coerente, per gli altri 364 giorni dell’anno, per modificare leggi, costume, mentalità, non solo di chi ci governa, ma di ognuno di noi.

Carissimi, il prossimo anno saranno i 40 anni della terribile legge 194. Prepariamoci fin da subito convinti che l’impegno di ognuno di noi può fare la differenza.

Affidiamo tutto, e principalmente la causa della Vita, alla Madonna di Fatima in questo centesimo anniversario delle sue apparizioni. Fatima è l’evento più straordinario della nostra epoca. La Madonna è venuta a chiederci di non offendere più Dio e in cento anni la situazione è decisamente peggiorata perché tutte le nazioni si stanno dotando di leggi contro la vita, contro la famiglia, contro la natura stessa dell’uomo. Una delle veggenti di Fatima, suor Lucia, in una lettera degli anni 80 indirizzata al card. Caffarra, scrisse che la battaglia finale tra Dio e il demonio, sarebbe avvenuta sul tema della vita e della famiglia. Noi vogliamo raccogliere questa sfida nella certezza che con l’aiuto di Dio la Vita vincerà sempre contro la morte. Grazie ancora a tutti!

 

fonte: 21 maggio 2017 – https://www.corrispondenzaromana.it/discorso-finale-della-presidente-della-marcia-per-la-vita-virginia-coda-nunziante/

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Mons. Negri: La vita acquista il valore di opera d’arte

Vita

 Scrive Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara

«Appuntamento importante. Un grande significato essere qui oggi. Un gesto di fiducia nella Provvidenza»

 

Il rinnovarsi dell'evento della Marcia per la Vita è un avvenimento di grande significato non solo per coloro che responsabilmente l'hanno indetta e per le migliaia di persone che parteciperanno, ma è significativo per l'intera società.

Nella nostra tradizione occidentale – e non soltanto cattolica – la Vita è sempre stata considerata un dono gratuito di Dio cui l'uomo era chiamato a rispondere con la totalità della propria vita, dell'intelligenza e dell'affezione. La Vita, pertanto, era indisponibile a qualsiasi istanza od istituzione di potere ma, in quanto espressione della grazia misericordiosa di Dio, fondamento e sollecitazione per un'autentica responsabilità.

«L'uomo supera infinitamente l'uomo» perché le sue radici sono nel mistero stesso di Dio ed è questa Presenza, misteriosa e reale e che circonda l'uomo, a rendere la Vita intensamente e suggestivamente drammatica. La Vita umana, come espressione della libertà e dell'intelligenza dell'uomo, acquista il valore di un'opera d'arte: l'opera d'arte che il singolo uomo tende ad inserire nell'unica e grande opera d'arte che è la vita di Dio.

La gloria di Dio è l'uomo che vive nel mondo.

Questo dato fondamentale della nostra tradizione occidentale ha dato alla cultura e alla civiltà un movimento di libertà e di responsabilità. Poi, improvvisamente ed in qualche modo traumaticamente, a questa antropologia del dono e della responsabilità si è sostituita l'antropologia del potere umano, che considera tutta la realtà oggetto della propria manipolazione scientifica e della propria trasformazione tecnologica.

La vita è diventata dunque un dato biofisiologico e/o socioeconomico che si esprime secondo una dinamica fondamentalmente meccanicistica. Divenendo oggetto manipolabile, sulla quale si appuntano le intenzioni e i desideri dell'uomo, la Vita viene sottoposta alla manipolazione umana nelle varie fasi dell'esistenza: quella perinatale, prima ancora che quella storica, e in quelle fasi in cui più decisamente appare il limite della vita umana, fisico o morale.

Una cattiva magistratura e una politica debole hanno poi consentito alla perversa mentalità diabolica di rendere la Vita umana sostanzialmente mediocre: un progetto senza profondità e senza altezza riducendoli il più delle volte a una sopravvivenza in cui l'uomo, anziché esercitare il suo potere sulla realtà, è divenuto oggetto di poteri oscuri e pervasivi.

La Marcia per la Vita ripropone in maniera pubblica il grande annunzio della fede cattolica: in Cristo e per Cristo la Vita umana non è inutile, ma colma di Verità, di Bellezza e di Bene; non secondo l'espressione profonda di Robert Spaeman "sentiero polveroso verso il nulla", ma secondo l'ampiezza del pensiero tomista che vede Dio come IL Vero, IL Buono, IL Bello. Il popolo della Vita proclama la redenzione della vita umana, in ogni tappa del suo manifestarsi nella storia.

Il Santo Padre emerito, Benedetto XVI, nel suo indimenticabile ed indimenticato Magistero, disse: "L'uomo che fa apostasia da Gesù Cristo finisce poi per fare apostasia da sé stesso". Per questo, camminare per le vie della città di Roma, come di altre tantissime città italiane e del mondo, è un grande gesto di fiducia nella Provvidenza: vissuta come dono e come responsabilità la Vita umana raggiunge il massimo della sua intensità, del suo fascino, della sua drammaticità.

Gabriel Marcel ripeteva: "Ama chi dice all'altro: tu puoi non morire". La Marcia della Vita è, pertanto, un gesto corale di amore reso agli uomini che vivono in questa società.

 

Mons. Luigi Negri
Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

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Card. Caffarra: Non espellete Dio dalla sua Creazione!

Vita

 Il messaggio del cardinal Carlo Caffarra: La persona è intangibile Infrangere questa sacralità è un atto sacrilego contro la Santità del Signore

 

La storia umana è lo scontro fra due forze: la forza di attrazione che ha la sua sorgente nel Cuore trafitto del Crocefisso-Risorto; il potere di Satana che non vuole essere spodestato dal suo regno. Il campo sul quale avviene lo scontro è il cuore umano, è la libertà umana. E lo scontro ha due dimensioni: una dimensione interiore; una dimensione esteriore.

Gesù, la Rivelazione del Padre, esercita una forte attrazione a sé; Satana opera in contrario, per neutralizzare la forza attrattiva del Crocefisso-Risorto. Opera nel cuore dell'uomo la forza della verità che ci fa liberi; e la forza satanica della menzogna che ci fa schiavi. Ma la persona umana non è solamente interiorità, non essendo puro spirito. La sua interiorità si esprime, prende corpo nella costruzione della società nella quale vive. L’interiorità umana si esprime, prende corpo nella cultura, la quale è una dimensione essenziale della vita umana come tale. La cultura è il modo specificatamente umano di vivere.

La condizione in cui si trova l’uomo, posto come è tra due forze contrapposte, non può non dare origine a due culture: la cultura della verità; la cultura della menzogna. C'è un libro nella S. Scrittura, l'ultimo, l'Apocalisse, che descrive lo scontro finale tra i due regni. In questo libro l'attrazione di Cristo riveste il profilo di un trionfo sulle potenze nemiche, comandate da Satana. E' un trionfo che arriva dopo un lungo combattimento. Le primizie della vittoria

sono i martiri. "Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana, e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra…Ma essi (=i martiri) hanno vinto per mezzo del sangue dell'Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio" (cfr.Ap12, 9.11). Nella nostra cultura occidentale esistono fatti che rivelano in modo particolarmente chiaro lo scontro tra l'attrazione esercitata sull'uomo dal Crocefisso-Risorto e la cultura della menzogna, edificata da Satana?

La mia risposta è affermativa, ed i fatti sono soprattutto due.

Il primo fatto è la trasformazione di un crimine (nefandum crimen, lo chiama il Concilio Vaticano II) l'aborto, in un diritto. Non sto parlando dell'aborto come atto compiuto da una persona. Sto parlando della più grande legittimazione che un ordinamento giuridico possa compiere di un comportamento: sussumerlo nella categoria del diritto soggettivo, la quale è categoria etica. Significa chiamare bene il male, luce le tenebre. «Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna». E' il tentativo di produrre un'«anti-Rivelazione».

Quale è infatti la logica che presiede alla nobilitazione dell’aborto? E' in primo luogo la più profonda negazione della verità dell'uomo. A Noè appena uscito dalle acque del diluvio, Dio disse: «Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo» (GEN9, 6). La ragione per cui l'uomo non deve spargere il sangue dell'uomo è che l'uomo è immagine di Dio. Mediante l'uomo, Dio dimora dentro la sua creazione; la creazione è tempio del Signore, perché vi abita l'uomo. Infrangere questa intangibilità della persona umana è un atto sacrilego contro la Santità di Dio. E' il tentativo satanico di dare origine ad un'«anti-creazione». Nobilitando un'uccisione umana, Satana ha posto il fondamento della sua "creazione": togliere dalla creazione l'immagine di Dio; oscurare in essa la Sua presenza.

Nel momento in cui si afferma il diritto dell'uomo di disporre della vita e della morte di un altro uomo, Dio è espulso dalla sua creazione, perché viene negata la sua presenza originaria, viene dissacrato il luogo originario della sua dimora dentro la creazione: la persona umana.

Il secondo fatto è costituito dalla nobilitazione dell'omosessualità. Essa infatti nega interamente la verità del matrimonio, il pensiero di Dio Creatore sul matrimonio.

La Divina Rivelazione ci ha detto come Dio pensa il matrimonio: l'unione legittima dell'uomo e della donna, fonte della vita. Il matrimonio ha nella mente di Dio una struttura permanente. Esso si basa sulla dualità del modo umano di essere: la femminilità; la mascolinità. Non due poli opposti, ma l'uno con e per l'altro. E solo così, l'uomo esce dalla sua solitudine originaria.

Una delle leggi fondamentali con cui Dio governa l'universo, è che Egli non agisce da solo. E' la legge della cooperazione umana al governo divino. L'unione fra uomo e donna che diventano una sola carne, è la cooperazione umana all'atto creativo di Dio: ogni persona umana è creata da Dio e generata dai suoi genitori. Dio celebra la liturgia del suo atto creativo nel tempio santo dell'amore coniugale.

In sintesi. Due sono le colonne della creazione: la persona umana nella sua irriducibilità all'universo materiale; l'unione coniugale tra uomo e donna, luogo in cui Dio crea nuove persone umane "a sua immagine e somiglianza".

L'elevazione assiologica dell'aborto a diritto soggettivo è la demolizione della prima colonna. La nobilitazione del rapporto omosessuale quale si ha nella sua equiparazione al matrimonio, è la distruzione della seconda colonna.

Alla radice è l'opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione. E' l'ultima terribile sfida che Satana sta lanciando a Dio. "Io ti dimostro che sono capace di costruire un'alternativa alla tua creazione. E l'uomo dirà: si sta meglio nella creazione alternativa che nella tua creazione".

E' una spaventosa strategia della menzogna, costruita su un profondo disprezzo dell'uomo. L'uomo non è capace di elevarsi allo splendore del Vero; non è capace di vivere dentro il paradosso di un desiderio infinito di felicità; non è in grado di ritrovare sé stesso nel dono sincero di sé stesso.

Il Grande Inquisitore di Dostojevski parla proprio in questo modo a Gesù: "tu avevi un'opinione troppo alta degli uomini, perché essi sono senza dubbio schiavi, anche se ribelli per natura…Ti giuro: l'uomo è debole e più vile di quanto tu non avessi pensato! E' debole e meschino".

Come dobbiamo dimorare dentro a questa situazione?

La risposta è semplice: dentro lo scontro fra la creazione e l'anti-creazione siamo chiamati a TESTIMONIARE. E' la testimonianza il nostro modo di essere nel mondo.

Il Nuovo Testamento ha una ricchissima dottrina al riguardo. Mi devo limitare ad indicare i tre significati fondamentali che costituiscono la testimonianza.

Testimoniare significa dire, parlare, annunciare apertamente e pubblicamente. Chi non testimonia in questo modo, è simile al soldato che nel momento decisivo della battaglia scappa. Non siamo più testimoni, ma disertori, se non parliamo apertamente e pubblicamente. La Marcia per la Vita, quindi, è una grande testimonianza.

Testimoniare significa dire, annunciare apertamente e pubblicamente la divina Rivelazione, la quale implica quelle evidenze originarie che anche la sola ragione rettamente usata scopre. E dire in particolare il Vangelo della Vita e del Matrimonio.

Testimoniare significa dire, annunciare apertamente e pubblicamente il Vangelo della Vita e del Matrimonio in un contesto processuale (cfr.Gv 16, 8-11). Lo scontro va assumendo sempre più il profilo di un processo, di un giudizio il cui imputato è Gesù ed il suo Vangelo. Come in ogni giudizio ci sono anche i testimoni a favore: a favore di Gesù e del suo Vangelo.

L'annuncio del Vangelo del Matrimonio e della Vita avviene oggi in un contesto di ostilità, di contestazione, di incredulità. Se così non fosse, i casi sono due: o si tace il Vangelo; o si dice altro. Ovviamente quanto ho detto non va intesto nel senso che i cristiani devono rendersi…antipatici a tutti.

Nell'ambito della testimonianza al Vangelo, l'irenismo, il concordismo vanno esclusi. Su questo Gesù è stato esplicito. Sarebbe un pessimo medico chi avesse un'attitudine irenica verso la malattia. Agostino scrive: «ama l'errante, ma perseguita l'errore». Come scrive il grande confessore della fede, russo, Pavel A. Florenskij: «Il Cristo è testimone, nel senso estremo della parola, il testimone. Nella sua crocefissione Giudei e Romani credettero di vedere solo un evento storico, ma l'evento si rivelò essere la Verità».

S.E. Cardinale Carlo Caffarra

Il Tempo, 20 maggio 2017: *Un estratto dell’intervento del cardinale Carlo Caffarra al Rome Life Forum

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Domani in Marcia per la Vita!

Vita

 Sabato 20 maggio a Roma – Marcia per la Vita, ritrovo alle ore 15 in piazza della Repubblica

 Intervista a Virginia Coda Nunziante

 

COS’E’ LA MARCIA PER LA VITA? CHI L’ORGANIZZA?

La Marcia per la Vita è una iniziativa che intende affermare pubblicamente la sacralità della vita umana innocente ed indifesa. La Marcia si prefigge dunque l’obiettivo chiaro di contrastare tutte quelle leggi che non riconoscono il valore universale della vita umana ma che, al contrario, la feriscono mortalmente: in particolare l’iniziativa intende condannare la legge italiana sull’aborto, la 194/1978, che ha reso legale l’omicidio del bambino non nato, con oltre, finora, sei milioni di morti ufficiali. Ma contrastare anche la legge sull’eutanasia attualmente in Parlamento.

La Marcia per la Vita è nata dall’idea di alcuni laici che hanno deciso di organizzare una manifestazione pubblica in difesa della vita, sull’esempio di molti paesi europei ed extraeuropei dove già da alcuni decenni le marce sono realtà consolidate.

 

E’ CRESCIUTA IN QUESTI ANNI?

Nel corso della prima edizione, a Desenzano sul Garda, nel 2011, la Marcia riuscì a raccogliere circa ottocento partecipanti e, cosa ancora più importante, a suscitare un’onda crescente di consensi che ci spinsero a compiere il grande passo: spostare la manifestazione a Roma, il centro della cristianità e del potere politico. Negli anni successivi, nonostante le poche risorse finanziarie e la totale assenza di visibilità mediatica, la Marcia è cresciuta diventando una delle più imponenti manifestazioni pro-life a livello europeo. Nel frattempo la Marcia si è consolidata ed ha assunto un volto non solo nazionale ma anche internazionale, con la presenza di molte delegazioni estere. Anche quest’anno, oltre 120 leader di movimenti pro-life provenienti da tutto il mondo, si riuniranno a Roma nei giorni che precedono la Marcia per la Vita, per discutere insieme di strategie e scambiare opinioni per affrontare insieme una cultura della morte che pervade tutti i continenti.

 

QUALCUNO L’HA DEFINITA MARCIA ECUMENICA, QUALCUN ALTRO MARCIA DEI CATTOLICI, A VOLTE PERSINO “FASCISTA”. MA CHI PARTECIPA, DAVVERO, ALLA MARCIA?

Chi la definisce così vuol dire che non è mai stato alla Marcia. Alla Marcia partecipano famiglie con bambini, associazioni, movimenti, parrocchie, scuole, singoli individui, tutti uniti esclusivamente dall’intento di voler difendere la vita umana innocente attaccata da leggi ingiuste ed omicide. Il fatto che tale manifestazione sia organizzata da cattolici non impedisce la chiamata a raccolta di tutti gli uomini di buona volontà che abbiano a cuore la causa della vita, indipendentemente dal loro credo religioso o politico. La difesa della vita umana innocente non può essere prerogativa di qualcuno, bensì deve coinvolgere tutti coloro che sono sensibili ad un tema che riguarda direttamente il presente e il futuro dell’umanità. E’ un fatto che l’intero continente europeo stia letteralmente estinguendosi sotto la spinta di pseudo leggi che attaccano frontalmente la vita umana, specialmente nelle sue fasi più delicate, ossia il nascere ed il morire.

 

C’E’ UN RAPPORTO TRA LA MARCIA E LE GERARCHIE CATTOLICHE?

La marcia è un’iniziativa di laici, totalmente indipendente. Ciò significa che essa non dipende da nessuno e da nessun punto di vista: economico, politico, religioso, ecc. Anche se questo non vuol dire che uomini di Chiesa o politici non aderiscano a titolo personale. Numerose sono infatti le adesioni alla marcia di prelati, alcuni dei quali partecipano al corteo, altri si adoperano per diffondere l’iniziativa tra i fedeli. Alla Marcia per la Vita americana, ad esempio, partecipano rappresentanti ufficiali della gerarchia ecclesiastica ma anche la Fraternità San Pio X. Le Marce, per la loro stessa essenza, sono aperte a tutti coloro che condividono il principio della difesa della Vita, senza compromesso o distinguo alcuno.

 

QUALE RITIENE ESSERE, NEL MOMENTO PRESENTE, LA PIU’ GRAVE MINACCIA PER LA VITA?

Quando il potere politico si arroga il diritto di legiferare negando alla base i principi del diritto naturale, non vi può essere barriera etica che non possa essere prima o poi superata. In questi ultimi decenni abbiamo assistito ad una vera e propria escalation di attacchi inauditi alla vita innocente e alla moralità. In ordine di tempo, potremmo dire che l’introduzione dell’eutanasia nel nostro ordinamento giuridico e la negazione del diritto all’obiezione di coscienza rappresentino i settori dove la cultura della morte spinge di più. Ma uno degli errori più comuni è quello di considerare i diversi attacchi nei confronti della vita come eventi isolati o come accadimenti estemporanei. In realtà, essi fanno parte di un unico processo di erosione della moralità che contiene alla base una serie di presupposti filosofici errati, circa l’uomo ed il suo essere nel mondo. Per questo è necessario che il mondo pro-life si formi bene anche intellettualmente e la Marcia per la Vita, con i suoi tanti eventi correlati (convegni, incontri di formazione ecc.) e con la proclamazione di principi netti e privi di ambiguità, funge anche da bacino di conoscenza e formazione. La Marcia dunque, seppur si prefigge di combattere in modo particolare l’aborto di stato, tende in realtà a contrastare tutti gli attacchi alla vita umana innocente, dall’utero in affitto all’eutanasia, dal divorzio alla teoria del gender.

 

La Marcia è un momento di condivisione, poi però bisogna riprendere il confronto quotidiano con un mondo, e soprattutto con delle élites, che non hanno in minima cura la vita nascente o morente e che anzi adoperano ogni mezzo (mediatico, politico, giudiziario) per far sì che il più debole venga eliminato. Come combattere per la Vita?

Naturalmente parlando, non c’è partita: tutto rema contro la vita nascente e terminale e i mezzi a nostra disposizione sono nulla in confronto a quelli in possesso dell’establishment. Ma il popolo della vita, la Marcia per la Vita, hanno qualcosa che gli altri non hanno: innanzi tutto la forza della preghiera e poi la forza delle idee che trae origine dall’adesione alla Verità tutta intera, quando i nemici della vita hanno dalla loro, oltre all’enorme dispiegamento di forze, solo la menzogna sistematica. La Marcia non è solo un momento di condivisione dunque, ma è anche e soprattutto un momento di formazione e di diffusione di buone idee e di sani principi, coerenti con la stessa natura umana. E’ un lavoro che non produce frutti immediati ma che ha bisogno di molto tempo, pazienza e abnegazione. L’obiettivo è di ricreare una cultura della vita che rimetta in discussione i falsi e traballanti pseudo principi propagati con l’inganno dalle avanguardie rivoluzionarie. L’esempio americano è illuminante in tal senso e ci incoraggia a proseguire nel nostro impegno di diffusione di una sana cultura della vita. La marcia di Washington è nata negli anni settanta e nel corso del tempo ha contribuito in maniera decisiva a formare intere generazioni ai valori della vita. Un primo risultato è che ora la metà, e forse più, della popolazione americana si dichiara pro-life; un secondo risultato è che nell’ultima edizione della Marcia di Washington ha partecipato il vice presidente americano, il quale ha parlato dal palco anche a nome del neo eletto presidente Trump. Ultimamente, diversi e significativi sono stati i provvedimenti della presidenza americana volti a contrastare la macchina infernale degli aborti. E non è detto che nel prossimo futuro, l’amministrazione americana non possa mettere mano alla legge abortista che da decenni sta decimando la popolazione. Tutto ciò grazie alla mobilitazione del popolo della vita, tutto ciò grazie alla Marcia per la Vita.

Ciascuno di noi è importante e può fattivamente contribuire, in qualche modo, al buon esito della battaglia. Adesso tocca a noi scendere in piazza e per questo invitiamo tutte le persone che hanno a cuore la causa della Vita a partecipare sabato 20 maggio a Roma alla settima edizione della Marcia per la Vita, con ritrovo alle ore 15 aa piazza della Repubblica, per scrivere insieme nuove pagine per la nostra Italia: promuovere la cultura della vita e contrastare leggi ingiuste ed omicide.

 

Virginia Coda Nunziante è tra coloro che per primi hanno dato concretezza all’dea della Marcia per la Vita in Italia: la pensa e promuove anno per anno, ne cura gli aspetti organizzativi, si impegna da sempre per la difesa dell’essere umano dal concepimento alla morte naturale.
Per: https://www.radiospada.org/2017/05/marcia-per-la-vita-2017-intervista-a-virginia-coda-nunziante-per-rs/

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Una patrona della Marcia per la Vita 2017

Vita

 Santa Gianna Beretta Molla, una patrona della Marcia per la Vita

Santa Gianna Beretta Molla, patrona di tutti coloro che si battono contro l’orrenda pratica dell’'aborto e, dunque, una delle patrone per eccellenza della Marcia per la Vita, la cui settima edizione si svolgerà il prossimo 20 maggio a Roma, ebbe una vita di esemplare pietà. Tuttavia pochi lo sanno, perché di lei si dice, soprattutto, che era moderna, come se esserlo fosse una virtù ed una virtù essenziale per essere accettati nel miscredente mondo contemporaneo.

Gianna nasce il 4 ottobre (giorno di san Francesco d’Assisi) 1922 a Magenta (battezzata nello stesso giorno nella Basilica di San Martino) da genitori terziari francescani, appartenenti ad una benestante famiglia di origini veneziane, che dal Seicento aveva preso dimora proprio a Magenta. Profondamente cattolici, i Beretta avevano dato alla città un parroco, don Giovanni Battista, sette altri sacerdoti. Lo zio di Gianna, monsignor Giuseppe Beretta, fu anche parroco a Milano. Lei era la decima di 13 figli, di cui 3 scelsero la vita religiosa: Enrico, medico missionario cappuccino (Alberto, oggi Servo di Dio); Giuseppe, sacerdote ingegnere nella diocesi di Bergamo e poi monsignore; Virginia, medico e religiosa canossiana.

Vive a Milano fino a 18 anni. Nel 1925, dopo la morte di alcuni fratelli a causa dell’influenza “spagnola”, la famiglia si trasferisce a Bergamo. Nel gennaio 1937 muore anche la sorella Amalia e la famiglia si sposta a Genova. Qui Gianna si iscrive alla quinta ginnasio dell’Istituto delle Suore Dorotee e, contemporaneamente, frequenta la chiesa di San Pietro, dove è parroco don Mario Righetti, che si dimostrerà determinante per la sua formazione spirituale. Nell’ottobre 1941, la famiglia, a causa dei bombardamenti, fa ritorno a Bergamo, ma proprio allora, nell’anno della sua maturità classica, perde padre e madre, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra.

Gianna non ha ancora 20 anni e già la sua esistenza è carica di dolori, sacrifici, lutti. Tuttavia lei è serena, la fede la rende libera e forte, tenace e determinata, così, nell’ottobre dell’anno seguente, si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia, prima a Milano, poi a Pavia, dove prenderà la laurea il 30 novembre 1949. Ogni giorno assiste alla Santa Messa. Ogni giorno fa visita al Santissimo Sacramento. Ogni giorno recita il Rosario. Gesù eucaristico e Maria Santissima sono le sue risorse indispensabili. Gianna, persi i suoi affetti più cari, si getta nell’impegno parrocchiale, nell’Azione Cattolica e nelle conferenze delle Dame della San Vincenzo. Dopo la laurea apre uno studio medico a Mesero e il 7 luglio 1952 si specializza in pediatria a Milano. È il 24 settembre 1955 quando sposa, nella stessa Basilica dove aveva ricevuto il battesimo, l’ingegnere Pietro Molla.

Dal 1956 è responsabile del Consultorio delle mamme e dell’asilo nido facenti capo all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, prestando assistenza medica volontaria nelle scuole materna ed elementare di Stato. Sempre coerente con i suoi cristiani principi, sempre attenta a mai dispiacere Dio, sempre ricolma di carità, sempre materna, un anno dopo il matrimonio dà alla luce Pierluigi, seguiranno Maria Rita nel 1957 e Laura nel 1959.

Fra i suoi manoscritti, stesi presumibilmente fra gli anni 1944-1948, è presente una straordinaria riflessione sulla Vocazione che in giovinezza si è chiamati a prendere per seguire la volontà di Dio, e che qui riportiamo per intero in tutta sua veridicità e bellezza e attualità: «Una cosa è certa che noi siamo stati oggetto di predilezione da tutta l’eternità. Tutte le cose hanno un fine particolare – Tutte obbediscono a una legge – le stelle seguono la loro orbita. Le stagioni si seguono in modo perfetto – tutto si sviluppa per un fine prestabilito – tutti gli animali seguono un istinto naturale. Anche a ciascuno di noi Dio ha segnato la via, la vocazione – oltre la vita fisica, la vita della grazia. Viene un giorno che ci accorgiamo che attorno a noi ci sono altre creature – e mentre avvertiamo questo fuori di noi: si sviluppa in noi una nuova creatura. È il momento sacro e tragico dalla fanciullezza alla giovinezza – Ci poniamo il problema del nostro avvenire. Non lo si deve risolvere all’età di 15 anni, ma è bene orientare tutta la nostra vita verso quella via in cui il Signore ci chiama. Dal seguire bene la nostra vocazione dipende la nostra felicità terrena ed eterna. Che cos’è? È un dono di Dio – quindi viene da Dio – se è un dono di Dio, la nostra preoccupazione deve essere quella di conoscere la volontà di Dio.
Dobbiamo entrare in quella strada
1) se Dio vuole – non forzare la porta
2) quando Dio vuole
– 3) come Dio vuole.
Conoscere la nostra vocazione – in che modo?
(1) interrogare il Cielo con la preghiera –
(2)interrogare il nostro direttore spirituale –
(3) interrogare noi stessi – sapendo le nostre inclinazioni –

Ogni vocazione è vocazione alla maternità – materiale – spirituale – morale – Perché Dio ha posto in noi l’istinto della vita – Il sacerdote è padre – le Suore sono madri, madri delle anime. Guai a quelle figliole che non accettano la vocazione di maternità. 2) Prepararsi alla propria vocazione – prepararsi ad essere donatori di vita – Nel sacrificio di una formazione intellettuale – Sapere che cos’è il matrimonio, sacramentum magnum – conoscere le altre strade. Formazione e conoscenza del proprio carattere.

Se non si incomincia da piccoli si diventa vecchie ma si rimane sempre come lo si era – taglia –distruggi – brucia – ciò che c’è da togliere. Non si deve dire “è il mio carattere” bisogna correggerci. Come si fa ad obbedire se si è sempre abituati a fare quello che si vuole. Quali sorprese entrare in qualunque strada senza esserci prima sforzati di correggere il nostro carattere. Una volta deciso il piano da seguire – proseguire. Essere chiamata alla vita di famiglia non vuol dire fidanzarsi a 14 anni – questo è solo un segno d’allarme – devi prepararti fin da adesso alla famiglia. Non si può addentrarci in questa strada se non si sa amare. – Amare vuol dire desiderio di perfezionare se stessa, la persona amata, superare il proprio egoismo, donarsi (a 15 anni non c’è perché è proprio per egoismo, per soddisfare il mio cuore,i miei sensi; è la profanazione dell’amore). L’amore deve essere totale, pieno, completo, regolato dalla legge di Dio e si eterni in Cielo. Una figliola di 14 anni non può avere il cuore maturo per l’amore. Bisogna che maturi lentamente per la via giusta. (Il cuore ha i suoi diritti, ma non ha quello di essere calpestato. Al cuore non si può comandare; appunto per questo devi cercare di fermare la passione, l’istinto usando la tua intelligenza). Se è necessario un taglio netto; se sanguina, lasciatelo. (cancrena: è necessario tagliare per salvare; l’a. (ammalato) acconsente). Il cuore è ammalato ma tutta la vita è in pericolo; meglio una lacrima oggi che un torrente di lacrime domani e l’eternità perduta per sempre. Ci sono tante difficoltà ma con l’aiuto di Dio dobbiamo camminare sempre senza paura, che se nella lotta per la nostra vocazione dovessimo morire, quello sarebbe il giorno più bello della nostra vita» (Quaderno dei ricordi, manoscritto, pp. 1-26).

Per la sua vocazione Gianna morì davvero: portava in grembo la quarta creatura sua e dello sposo, ma le sue condizioni di salute volsero al peggio. Non ebbe dubbi, non abortì e nacque Gianna Emanuela. Era il 21 aprile 1962. Sette giorni dopo, con eroico coraggio, si spense. Aveva scritto: il «peccato mortale ci toglie il dono più grande di Dio ossia la vita soprannaturale che è la condizione indispensabile per entrare in Paradiso» (Ibidem).

Ancora si oserà dire «santa moderna»? Ossia: liberale, lassista, relativista? Prima di parlare bisogna informarsi e nella biografia di Gianna tutto ciò non emerge, bensì spicca il profilo di una santa – come tante altre sante mamme, seppur non canonizzare ufficialmente – vissuta secondo le virtù cattoliche di sempre, le quali sono un evidente agere contra i dettami e le mode del mondo, e le stesse istanze istintive, egoistiche ed edonistiche di se stessi. Sul lato sinistro dell’esterno della chiesa di San Nicola l’Arena, in provincia di Palermo, è posta una bella statua di Rosario Colianni a lei dedicata: chissà che, in una prossima edizione della Marcia per la Vita, non possa essere calata per raggiungere Roma e trovare qui autorevole presenza.

(Cristina Siccardi, per https://www.corrispondenzaromana.it/santa-gianna-beretta-molla-una-patrona-della-marcia-per-la-vita/)

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Marciare per salvare la Civiltà

Vita

 Marciare per salvare la Civiltà. Il perché di una scelta.

 

Per il sesto anno di seguito, l’Italia è in recessione. Lo ha certificato anche l’ISTAT ma pochi giornali ne hanno parlato: TelevideoRai ha riportato la notizia nelle rubriche secondarie e non nella celebre pagina ‘103’ dove vanno a finire le notizie più importanti e clamorose.

Solamente Avvenire se n’è accorto e, ad onor del vero, è dal novembre/dicembre che cerca di sensibilizzare la società e gli altri media su questa tematica fornendo studi, cifre, dati, riflessioni di esperti. Perché è stata scelta questa linea editoriale da parte dell’intero mondo dell’informazione italiano? Perché, attenzione, l’Italia non è in recessione economica per il sesto anno di seguito: l’Italia è in recessione demografica!

Non solo gli italiani non procreano più, ma neanche adottano più bambini (in particolare nel sistema delle adozioni internazionali). Se Atene piange, inoltre, Sparta non ride: anche gli stranieri infatti procreano sempre di meno. E l’ISTAT per far ingollare meglio la pillola non parla più di abitanti ma di residenti, falsando cioè il dato reale in quanto (non neghiamolo) il concetto di residenza e di domicilio in Italia sono agli antipodi una dall’altra. Allo stesso modo, probabilmente per la prima volta, per non mostrare il vero e proprio vuoto che si sta creando tra la popolazione italiana l’ISTAT si esprime in termini percentuali millesimali, abbandonando la tipica percentuale a due zeri che ci hanno insegnato alle elementari. Oltre a questo, aumenta di anno in anno il numero dei morti che, ormai, ha superato anche le cifre spaventose degli anni 1916/1917: poiché in quel biennio ci furono le più dure battaglie della Grande Guerra cosicché lo scenario è ancora più preoccupante e logicamente assurdo. Ormai l’indice di sostituzione (il fatto cioè che ogni anno ad ogni morto corrisponda almeno un nuovo vivo) è semplice teoria dei manuali statistici: la realtà ci dice altro.

La domanda di sopra, tuttavia, rimane: perché non si dà importanza ad una notizia (ormai una vera e propria “serie storica”) che riguarda sia il presente che il futuro, prossimo come anteriore, di tutta la Nazione? La verità, come accade spesso, è tanto semplice quanto amara: è meglio tacere questi argomenti, o parlarne velocemente, perché altrimenti bisognerebbe richiudere il Vaso di Pandora da cui sono usciti fuori tutti i problemi che ci stanno portando sempre più ad una vera e propria era glaciale demografica che sembra non avere fine e che sarà sempre più drammatica. Ogni anno spariscono dal nostro Paese intere comunità, e quelle che resistono invecchiano sempre di più. I legami si spezzano e tra poco non sarà strano trovare persone che vivranno senza avere accanto né familiari diretti né parenti più o meno prossimi.

Noi stiamo assistendo ai frutti di una cultura individualistica, nonché radicalmente pessimista e/o nichilista, ed il più lontana possibile da una concezione di identità e comunità aristotelicamente intesa: l’uomo non è più un animale politico, cioè sociale, ma bensì la concretizzazione del celebre assioma di Lucrezio ed Hobbes homo homini lupus. Ci troviamo dinanzi ad una vera e propria cultura della morte che, volenti o nolenti, ci condiziona in ogni nostro agire e di pensare. Non dobbiamo meravigliarci infatti se in Italia non si procrea più e se non ci si cura dell’aumento vertiginoso degli anziani se, infatti, fin da piccoli siamo portati a considerare come modelli da seguire delle persone che a 40 o 50 anni (se non ancora di più) ancora non hanno legami stabili e rifiutano categoricamente di sostenere una gravidanza preferendo invece ricorrere a scappatelle di ogni genere, purché ovviamente di breve durata, per poter soddisfare i propri bisogni affettivi e sessuali.

Non ci si deve meravigliare se in Italia c’è l’inverno demografico quando consideriamo che i prodotti anticoncezionali (rivolti sia ad un pubblico femminile che maschile) siano a disposizione anche nei bagni pubblici delle stazioni e degli autogrill (cosa anche molto discutibile: se entro in un bagno pubblico, magari a pagamento, non penso che avrò da espletare funzioni sessuali). Non dobbiamo meravigliarci di quanto detto sopra perché esiste una legge, la celeberrima 194, che permette di uccidere il frutto del rapporto tra un uomo ed una donna: come si può parlare di tutela della vita se una Legge dello Stato ha depenalizzato ed esteso l’aborto anche a soggetti che preferiscono andare a fare la bella vita piuttosto che prendersi cura di una creatura appena nata? Come è possibile non capire la stretta connessione che esiste tra il tracollo del numero dei matrimoni cioè della formazione di una coppia stabile, nucleo fondamentale della comunità più ampia che è la Nazione? Come è possibile non vedere la correlazione tra l’aumento vertiginoso dei rapporti sessuali consumati occasionalmente e l’assenza di gravidanze tra i giovani? Come è possibile non considerare che le cosiddette precauzioni durante questo tipo di rapporti sono essenzialmente precauzioni di natura anti-concezionale? E come si possono spacciare per farmaci quelli che sono dei veri e propri veleni?

Se ci trovassimo in ambito fitosanitario o veterinario, ad esempio, i prodotti di sterilizzazione sarebbero vietati all’uso comune: nel caso umano, invece, vengono venduti liberamente, spesso anche senza ricetta di prescrizione. Di cosa dobbiamo meravigliarci se ormai la figura sociale, culturale e professionale delle escort e dei gigolò è ormai entrata nel linguaggio comune delle persone e viene riproposta a piè sospinto, e sempre senza alcun tipo di giudizio bensì in maniera sempre positiva e propositiva, nella gran parte delle produzioni televisive e cinematografiche italiane, in particolare prodotte o trasmesse dalla RAI? Come si può minimamente immaginare di crescere, e per tutta la vita, un frugoletto fin dal concepimento se (in particolare dall’approvazione della Legge sul Divorzio) si sostiene in tutti i modi che i legami più sono liquidi più saremo felici?

Come è possibile invogliare i giovani a procreare se esiste una legge (la famosa 40) che permette di ricorrere a qualsiasi tecnica pur di avere figli anche in un’età considerata generalmente e scientificamente non fertile? In che modo si può concepire un figlio, che sarà della coppia per tutta la loro vita, e non a tempo o solo quando se ne ricorderanno, se l’età media dei rapporti di matrimonio diminuisce di anno in anno per la gioia degli avvocati, dei sociologi, dei politici e degli psicologi che ci spiegano che il fatto di rompere la routine di coppia porta grandi benefici sia al corpo che allo spirito dei divorziandi? E come è possibile parlare di vita, e dunque di natalità, se lo Stato si sta impegnando in prima persona per la diffusione, autorizzata!, delle cosiddette droghe leggere? Ma se sono droghe, come possono essere leggere? Esiste per caso un omicidio leggero ed un omicidio pesante? O esiste semplicemente una gradualità nell’efferatezza o nella gravità del reato commesso?

Nei giorni scorsi, come ormai non accadeva da diverso tempo, si è tornato a parlare della condizione della vita umana, della sua fragilità e del rapporto tra la vita e la morte sia all’origine della vita sia alla sua fine: eutanasia, aborto, fecondazione in vitro, creazione di ibridi e concepimenti completamente artificiali. Tutto insieme, letteralmente. Non è stato un confronto facile né tanto meno pacifico. Si è parlato spesso più con la pancia che con la ragione. Sono stati fatti paragoni a momenti tristi della storia umana, e si è cercato anche di immaginare un futuro diverso da quello che si pensava di poter vivere fino a pochi(ssimi) anni fa.

Sono state messe in contrapposizione società e legge, fede e ragione, cultura elitaria e cultura popolare, partiti di destra e partiti di sinistra, medicina ed etica. Ci si è accapigliati, scontrati, anche presi a male parole per (siamo sinceri) non risolvere granché del grande mistero che abbiamo dinanzi. Perché di questo si tratta, ci piaccia o non ci piaccia: la vita (ed in particolare la vita umana) è un mistero. E come tale fino a pochi anni fa era vista, osservata, ammirata, studiata, venerata.

Ma ora non è così: si sono ribaltati completamente sia i giudizi che il metro di paragone per parlare e valutare questo mistero. Si ama e si desidera, per sé ma soprattutto per gli altri, ciò che era considerato impensabile mettendo insieme, anche lessicalmente, nozioni agli antipodi ed concettualmente stridenti come diritto e morte. E lo si fa nei bar, nelle piazze, nei circoli culturali, con gli amici, sulle riviste di moda, nei giornali, nei video di YouTube, finanche in Parlamento. E tutto come se fosse una cosa normale e senza conseguenze più o meno pesanti, più o meno evidenti. Ma su una cosa concordano tutti gli attori in scena: si tratta di un cambiamento epocale della società (e quindi della cultura e dei giudizi, senza contare il modo di intendere la propria identità, la propria storia, il modo di immaginare il proprio futuro) paragonabile ad una vera e propria rivoluzione. E questa rivoluzione coincide con il Vaso di Pandora cui accennavamo sopra.

Combattere la cultura della morte significa combattere in favore della cultura della vita, alzando lo stendardo dell’amore per propria Patria, per i propri concittadini, per le future generazioni come anche per le categorie più svantaggiate e deboli. Dobbiamo ammettere infatti che se la cultura della morte dilaga è anche perché non si è saputo proporre, ed anche difendere, efficacemente la cultura della vita.

Fare questo significa affermare verità scomode che nessuno vuole ascoltare: e per farsi sentire allora bisogna gridare. E la storia e l’esperienza ci insegnano che non c’è grido più efficace che quello elevato durante una marcia: la storia dei sindacati, dei partiti politici, dei gruppi religiosi, dei gruppi per i diritti civili etc è piena di manifestazioni di questo tipo che hanno spesso portato a grandi conquiste per tutta l’umanità.

C’è la possibilità di marciare per dire NO alla cultura della morte e SI alla cultura della vita: è la Marcia per la Vita che si svolgerà a Roma il 20 Maggio prossimo. La risposta alla negatività sarà la nostra personale risposta affermativa alla vita per mezzo del nostro grido a squarciagola.

Che aspetti? Vieni anche tu a marciare e gridare con noi il tuo personale SI ALLA VITA.

Di Francesco Del Giudice per campariedemaistre.com

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Mons. Crepaldi: Legge DAT non è accettabile

Vita

 La legge in discussione sul fine vita non è accettabile Dichiarazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân

05-04-2017 – di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

 

Il nostro Osservatorio segue l’evoluzione del disegno di legge cosiddetto sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e, quindi, sul “fine vita”.

Nella sua prolusione del 20 marzo scorso, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei Vescovi italiani, ha avuto parole chiare sul problema etico dell’eutanasia in generale e sulla legge in discussione in particolare: «La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare, è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone. Questa visione antropologica, oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali. È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali. Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».

Dal punto di vista strettamente giuridico, merita grande attenzione la Dichiarazione del Centro Studi Rosario Livatino, firmata da 250 giuristi, che ha denunciato, con precisione incontestabile, che il testo di legge è a contenuto eutanasico.

La legge in discussione in Parlamento trasforma le “Dichiarazioni” anticipate di trattamento in “Disposizioni” cui il medico non potrà sottrarsi; non tiene conto che nelle diverse situazioni di vita il giudizio che il paziente dà del suo stato di salute cambia, né considera che spesso i pazienti si dimenticano, nel tempo, di ritirare o variare le dichiarazioni da loro fatte molto tempo prima. Il testo di legge pone dei vincoli alla somministrazione attiva di farmaci, ma non ne pone alla sospensione dei trattamenti, prevede che il tutore possa decidere a suo talento nei confronti della persona interdetta e, nel caso in cui anche il medico sia d’accordo, niente può trattenere anche la sospensione di alimentazione e idratazione. Infine non prevede l’obiezione di coscienza per il medico.

Davanti a questa oggettiva visione delle cose è da considerarsi fuori luogo una diversità di vedute su questo grave argomento all’interno delle associazione cattoliche che più da vicino si occupano di queste problematiche etiche e giuridiche.

La Chiesa si è sempre attenuta ai principi della legge morale naturale e degli insegnamenti del Signore e, su queste tematiche decisive per una società che voglia dirsi umana, ha espresso un insegnamento coerente e preciso. Ad esso bisogna attenersi anche nel momento attuale e in occasione delle nuove sfide legislative.

Si tratta di evitare, in particolare, che entrino nel pensare cattolico i principi individualistici dell’autodeterminazione assoluta, in modo che la verità della persona umana e il suo autentico bene possano guidare anche in futuro l’agire nei confronti dei sofferenti, degli anziani, dei disabili e delle persone giunte al termine della loro vita terrena.

 

da: http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2476

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