Aborto: Papa Francesco spiazza i vescovi tiepidi e i falsi pro-life

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Signori Cardinali,
venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle,

buongiorno e benvenuti. Saluto il Cardinale Farrell e lo ringrazio per le sue parole di introduzione. Saluto i partecipanti al Convegno internazionale “Yes to Life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dalla Fondazione “Il Cuore in una Goccia”, una delle realtà che nel mondo si adoperano ogni giorno per accogliere alla nascita bambini in condizioni di estrema fragilità. Bambini che, in taluni casi, la cultura dello scarto definisce “incompatibili con la vita”, e così condannati a morte.

Ma nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza. Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre! Anche quando piangono, come quello [applausi]. Forse qualcuno potrà pensare: “Ma, fa rumore…portiamolo via”. No: questa è una musica che tutti noi dobbiamo ascoltare. E dirò che ha sentito gli applausi e si è accorto che erano per lui.  Bisogna ascoltare sempre, anche quando il bambino ci dà un po’ fastidio; anche in chiesa: che piangano i bambini in chiesa! Lodano Dio. Mai, mai cacciare via un bambino perché piange. Grazie per la testimonianza.

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Vescovi coraggiosi: Mons. Thomas Olmsted (Phoenix – USA)

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Nei tempi in cui viviamo, carichi di ideologie che attaccano le colonne stesse della Creazione, i cristiani sono chiamati a difendere il matrimonio e la vita, fin dal suo concepimento, anche a costo di subire persecuzioni.
A richiamare i fedeli alla loro vocazione battesimale è il vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, che il martedì dell’Ottava di Pasqua ha tenuto un potente discorso alla National Catholic Prayer Breakfast di Washington, il raduno annuale cui partecipano leader laici e religiosi del mondo cattolico, ricordando innanzitutto che «il primo dovere e vero privilegio di chiunque voglia servire il Signore è essere un fedele testimone della Sua gloriosa Croce e Risurrezione», nella consapevolezza che «la missione della Chiesa dipende dalla fedeltà di Gesù Cristo vivente».

All’evento, nato nel 2004 in risposta alla chiamata di Giovanni Paolo II a una nuova evangelizzazione, Olmsted ha citato le famose parole pronunciate dal santo polacco nell’omelia del 7 ottobre 1979 al Capitol Mall («Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana è minacciata…») e ricordato gli inizi del proprio ministero sacerdotale.

«Per la Provvidenza di Dio, sono stato ordinato sacerdote nello stesso anno della Roe contro Wade [1973, ndr]. Durante tutta la mia vita e il mio ministero, camminando nell’ombra oscura proiettata dalla famigerata sentenza della Corte Suprema, Cristo mi ha convocato per sollevare la verità proclamata dal Concilio Vaticano II che l’aborto è un “abominevole delitto” (Gaudium et Spes, 51). È mio dovere pastorale testimoniare il Vangelo della vita, e pregare e lavorare per una restaurata protezione nella legge del più vulnerabile tra noi».

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Dopo Verona: eroismo nella base cattolica, cedimento in chi vorrebbe rappresentarla

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Soldato non ricattabile: il popolo di Verona ai raggi X

Un popolo che ha in testa idee chiare: NO all’aborto, all’eutanasia, alla fecondazione artificiale, al divorzio, all’omosessualità, alle unioni civili e all’indottrinamento gender nelle scuole.
Sono dei “No” senza senza possibilità di compromesso: ma vuole generali coerenti. Il veleno peggiore per costoro è accorgersi che il proprio paladino il giorno prima afferma chiaro e tondo che la 194 è una legge omicida e il giorno dopo chiede che venga applicata bene.

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Molti se non moltissimi hanno parlato dei relatori e degli organizzatori dell’appena concluso Congresso Mondiale delle Famiglie. Ma forse ben più importante di chi ha parlato è chi ha ascoltato. Qual è la carta di identità non solo di chi ha partecipato fisicamente al Congresso e alla marcia conclusiva, ma di tutti coloro che si sono riconosciuti nei principi ispiratori di tale evento? Proviamo ad indicare i segni particolari di questo popolo pro family e pro vita.

In primo luogo è un popolo che ha poche idee, ma sane e chiare in testa. No all’aborto, all’eutanasia, alla fecondazione artificiale, al divorzio, all’omosessualità, alle unioni civili e all’indottrinamento gender nelle scuole.

In secondo luogo questi “No” non ammettono eccezioni. Chi reggeva striscioni e bandiere domenica sfugge istintivamente a qualsiasi compromesso. Non ci sono bilanciamenti di interessi contrapposti che tengano, né casi pietosi, né falso rispetto umano che possano far piegare la testa. L’opportunismo ammantato da realismo politico non lo fa fesso. Annusa lontano un miglio i doppiogiochisti

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Mons. Doran: I cattolici abortisti non sono più in comunione con la Chiesa

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I cattolici che hanno «pubblicamente e ostinatamente promosso» l’aborto, hanno «scelto una posizione che è chiaramente fuori dalla comunione con la Chiesa».
A dirlo è mons. Doran, vescovo irlandese. Nel suo Paese, l’1 gennaio, è entrata in vigore la nuova legge sull’aborto.

Sulla stessa linea le affermazioni dell’arcivescovo metropolita di Armagh (la diocesi fondata da san Patrizio), Eamon Martin.

L’1 gennaio la Chiesa cattolica ha celebrato la Divina Maternità di Maria, la donna che con il suo ha dato alla luce il divin Bambino venuto nel mondo per offrirci la salvezza e liberarci dal potere di Satana.
Sempre l’1 gennaio, in Irlanda, Paese dalla grandissima ma oggi perlopiù smarrita tradizione cristiana, è entrata formalmente in vigore una delle leggi sull’aborto più radicali al mondo, che consentirà per qualsiasi motivo l’uccisione dei bambini fino a 12 settimane di gravidanza, termine estendibile in altri casi (pericolo per la salute fisica e mentale della donna, fattispecie soggetta a valutazioni fortemente arbitrarie) fino a quando il bambino non ha raggiunto la capacità di vivere autonomamente fuori dal grembo materno (il che avviene, in base all’esperienza medica, dopo 21-24 settimane).

Davanti alle pressioni dei politici abortisti volte ad attuare la legge (approvata dal parlamento solo il 13 dicembre) già dall’1 gennaio, molti ospedali hanno protestato spiegando di non essere ancora pronti, per la scarsità di macchine ad ultrasuoni, la mancanza di linee guida e di personale formato a praticare l’aborto, argomentando che ciò rappresenta un rischio per la vita delle stesse madri.

Eppure il governo, con a capo Leo Varadkar, apertamente gay, si è rifiutato di concedere una dilazione fino a febbraio o marzo, insistendo sull’avvio del “servizio” già dal primo dell’anno. «Può non essere disponibile in ogni singolo ospedale e in ogni singolo luogo, ma il servizio sarà disponibile», aveva dichiarato Varadkar a dicembre. Come a dire che la cosa davvero importante e (diabolicamente) simbolica, per i fautori della cultura della morte, era che il “nuovo corso” dell’Irlanda avesse inizio l’1 gennaio.

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Marcia per la Vita USA: il discorso del Presidente Trump

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Roma, (askanews) – Centinaia di migliaia di attivisti e attiviste pro-life e anti-aborto hanno manifestato a Washington per l’annuale “Marcia per la vita” (March for Life), con il pieno sostegno del presidente Donald Trump. Trump, che l’anno scorso è stato il primo presidente in carica a rivolgersi ai dimostranti, è apparso in un video, mentre il vice-presidente Mike Pence ha fatto un intervento a sorpresa in quello che gli organizzatori chiamano l’evento Pro-life più grande al mondo.
La marcia viene organizzata ogni anno nell’anniversario che più fa infuriare chi ha a cuore la vita umana, dal concepimento alla morte naturale: la sulfurea sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti “Roe contro Wade”, che legalizzò la pratica dell’aborto in tutto il paese il 22 gennaio 1973.

Capire le ragione di questa attenzione dei partiti verso la vita: quando il movimento è intransigente e forte, prima o poi, anche i potenti si piegano.
In Emilia-Romagna un primo evento regionale orientato in questa direzione: http://www.fattisentire.org/emilia-romagna-in-marcia-per-la-vita/

Un breve video della USA march for life 2019: https://www.youtube.com/watch?v=pt6J_ghqqJ8

La traduzione del discorso dell’uomo più potente del mondo:

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Vescovi coraggiosi; Mons. Crepaldi: tre modi per indebolire la lotta per la vita

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I tre atteggiamenti denunciati dall’arcivescovo sono i seguenti: Pensare che i cattolici debbano proporre valori e non impegnarsi nel campo delle leggi perché sarebbe ideologia;
Pensare che l’impegno pro-life visibile in piazza e organizzato  sia una prova di forza non cristiana;
Pensare che la biopolitica e la bioetica debbano allargarsi alla difesa dell’ambiente e ad altri ambiti oltre aborto, eutanasia, procreazione.

  1. Dedico questo mio intervento ad una riflessione sulla centralità del tema della difesa della vita umana dal concepimento alla sua fine naturale per la Dottrina sociale della Chiesa e, in generale, per continuare a permettere che la religione cattolica abbia un ruolo pubblico, come deve necessariamente avere[1]. Ritengo importante situare la riflessione sulla difesa della vita dentro la Dottrina sociale della Chiesa, ossia dentro il rapporto della Chiesa con il mondo. Perché in questo consiste il ruolo pubblico della fede cattolica, che non parla solo all’interiorità delle persone, non è un viatico solo per i fedeli, non è un positivismo cattolico, ma esprime la Verità e, così facendo, parla a tutti gli uomini con il linguaggio di tutti gli uomini. Senza questa dimensione pubblica, la fede cattolica diventa una gnosi individuale, un culto non del Dio Vero ed Unico ma degli dèi, una setta che persegue obiettivi di rassicurazione psicologica rispetto alla paura di essere “gettati” nell’esistenza.
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Nuovo e-book gratuito: Jerome Lejeune

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La vita nascente e il giudizio di re Salomone

del Servo di Dio prof. JÉROME LEJEUNE
MEMBRO DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE
PROFESSORE DI GENETICA FONDAMENTALE ALL’UNIVERSITÀ DI PARIGI

Jérôme Jean Louis Marie Lejeune (Montrouge, 13 giugno 1926 – Parigi, 3 aprile 1994) è stato un genetista, pediatra e attivista francese, scopritore della causa della sindrome di Down, proclamato servo di Dio dalla Chiesa cattolica.

Marito premuroso, padre di cinque figli, cristiano dalla fede adamantina, continua ad opporsi ad una cultura di morte, chiamando l’aborto dei bambini down una “selezione della specie”, la Ru486 “il primo pesticida umano”, “la contraccezione, che è fare l’amore senza fare il figlio, la fecondazione extracorporea, che è fare il figlio senza fare l’amore, la pornografia, che è distruggere l’amore, l’aborto, che è distruggere il figlio, tutte cose contrarie alla dignità dell’amore umano”.

Lejeune sembra ripetere anche oggi: “Voi che siete a favore della famiglia sarete presi in giro, si dirà che siete fuori moda, si dirà che impedite il progresso scientifico, si dirà che cercate di mettere il bavaglio alla scienza attraverso una morale superata. Ebbene, vorrei dire proprio a voi di non aver paura: voi trasmettete le parole della vita”.

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San Giorgio e la missione di Alfie

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L’opinione pubblica mondiale ha subito uno scossone tellurico il 23 aprile, nella festa di San Giorgio, l’oppositore del drago (Satana), protettore dell’Inghilterra, dei militi e dei martiri inglesi.
L’ospedale è stato esternamente assediato dai manifestanti, si sono intrecciate trattative provenienti sia dalla Polonia che dall’Italia, con la disponibilità dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma ad accogliere subito il bambino, fino ad arrivare alla cittadinanza italiana per Alfie.

Coloro che hanno trionfato nella tragica vicenda di Alfie sono stati proprio loro: Alfie, Thomas, Kate Evans.
Una famiglia vittima dell’eugenetica “democratica”.
Molti cuori sono stati toccati profondamente dal calvario Evans, una storia che si ripete spesso negli ospedali di ultima generazione, ma quella di Alfie ha dimostrato, che, con il combattimento si possono piegare le coscienze delle persone e aprire le menti: il piccolo è rimasto in vita più volte, nonostante la volontà omicida dei medici dell’Alder Hey Hospital d’Inghilterra e i genitori sono stati gli avvocati e gli assistenti più meravigliosi che il piccolo «gladiatore», come lo ha definito suo padre, potesse avere.

Dopo un comunicato politicamente corretto della Diocesi di Liverpool e scorretto nei confronti della famiglia Evans, dei diritti naturale e divino (comunicato stilato non per sostenere le ragioni della famiglia, ma per placare l’interesse della Santa Sede al caso in questione, dimostrato da Papa Francesco accogliendo in udienza Thomas il 18 aprile scorso), il papà di Alfie ha scritto una supplica all’arcivescovo di Liverpool, Malcolm Patrick McMahon, il cui contenuto è straordinario per fede, per logicità, per amore.

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Alfie è stato ucciso. Ora usiamo la ragione.

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Splendida riflessione del vescovo di Trieste, S. E. Mons. Crepaldi, per passare dalle emozioni al capire la cause dell’uccisione.
Se non si vuole che questa ondata emozionale resti la solita “protesta virtuale”,
occorre riflettere e capire la vere cause dell’infanticidio passando dalla reazione emotiva alla Contro-Rivoluzione organizzata: lo statalismo
Individuando, da subito, chi ha millantato conoscenze e mandati che non ha mai avuto per speculare (anche chiedendo donazioni) sulla sensibilità dei cattolici.

La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve

di Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste

Nel caso del piccolo Alfie, Il giudizio morale da darsi e il corretto comportamento da assumere erano chiari e privi di incertezze. Perciò è allarmante che non siano stati seguiti. La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve, bisogna continuare a preparare il futuro.

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Nelle vicende accadute al piccolo Alfie Evans, che tutti seguono con grande apprensione e partecipazione, colpisce e preoccupa il fatto che i comportamenti corretti da assumere fossero molto chiari e che, nonostante ciò, ci si sia accaniti a non metterli in atto. In questo caso il giudizio morale si imponeva senza molti margini di discrezionalità: la vita del bambino doveva essere salvata e tutti gli interessati, familiari e personale sanitario, avrebbero dovuto aiutarlo a vivere, pur nella estrema precarietà della sua situazione clinica.

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Card. Sgreccia su Alfie: attenti ai nuovi totalitarismi

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Nelle ore concitate in cui è stato annunciato il distacco della ventilazione che tiene in vita il bambino, In Terris ha chiesto un parere al card. Elio Sgreccia, esperto in bioetica, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita.

In questa vicenda – commenta il porporato – “non è solo che scompare la considerazione della pietà dei genitori, i quali hanno chiesto che il bambino venisse loro lasciato. Ma c’è in mezzo molto altro”.

Cos’altro, eminenza?
“È un attacco all’istituto familiare. Ma tutto nasce dallo statalismo. Esso fa rabbrividire quando suscita il ricordo di ciò che hanno fatto nella storia i regimi totalitari. Ma quello stesso statalismo è presente ancora oggi, con una differenza rispetto al passato: viene coltivato e presentato in una veste umanizzata. Di questo statalismo che decide con il suo imperio, per meri motivi economici, di chiudere l’accesso all’alimentazione e di negare le cure palliative a un bambino malato sembra che non ce ne vergognamo”.

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