Nuovo e-book gratuito: Jerome Lejeune

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La vita nascente e il giudizio di re Salomone

del Servo di Dio prof. JÉROME LEJEUNE
MEMBRO DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE
PROFESSORE DI GENETICA FONDAMENTALE ALL’UNIVERSITÀ DI PARIGI

Jérôme Jean Louis Marie Lejeune (Montrouge, 13 giugno 1926 – Parigi, 3 aprile 1994) è stato un genetista, pediatra e attivista francese, scopritore della causa della sindrome di Down, proclamato servo di Dio dalla Chiesa cattolica.

Marito premuroso, padre di cinque figli, cristiano dalla fede adamantina, continua ad opporsi ad una cultura di morte, chiamando l’aborto dei bambini down una “selezione della specie”, la Ru486 “il primo pesticida umano”, “la contraccezione, che è fare l’amore senza fare il figlio, la fecondazione extracorporea, che è fare il figlio senza fare l’amore, la pornografia, che è distruggere l’amore, l’aborto, che è distruggere il figlio, tutte cose contrarie alla dignità dell’amore umano”.

Lejeune sembra ripetere anche oggi: “Voi che siete a favore della famiglia sarete presi in giro, si dirà che siete fuori moda, si dirà che impedite il progresso scientifico, si dirà che cercate di mettere il bavaglio alla scienza attraverso una morale superata. Ebbene, vorrei dire proprio a voi di non aver paura: voi trasmettete le parole della vita”.

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San Giorgio e la missione di Alfie

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L’opinione pubblica mondiale ha subito uno scossone tellurico il 23 aprile, nella festa di San Giorgio, l’oppositore del drago (Satana), protettore dell’Inghilterra, dei militi e dei martiri inglesi.
L’ospedale è stato esternamente assediato dai manifestanti, si sono intrecciate trattative provenienti sia dalla Polonia che dall’Italia, con la disponibilità dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma ad accogliere subito il bambino, fino ad arrivare alla cittadinanza italiana per Alfie.

Coloro che hanno trionfato nella tragica vicenda di Alfie sono stati proprio loro: Alfie, Thomas, Kate Evans.
Una famiglia vittima dell’eugenetica “democratica”.
Molti cuori sono stati toccati profondamente dal calvario Evans, una storia che si ripete spesso negli ospedali di ultima generazione, ma quella di Alfie ha dimostrato, che, con il combattimento si possono piegare le coscienze delle persone e aprire le menti: il piccolo è rimasto in vita più volte, nonostante la volontà omicida dei medici dell’Alder Hey Hospital d’Inghilterra e i genitori sono stati gli avvocati e gli assistenti più meravigliosi che il piccolo «gladiatore», come lo ha definito suo padre, potesse avere.

Dopo un comunicato politicamente corretto della Diocesi di Liverpool e scorretto nei confronti della famiglia Evans, dei diritti naturale e divino (comunicato stilato non per sostenere le ragioni della famiglia, ma per placare l’interesse della Santa Sede al caso in questione, dimostrato da Papa Francesco accogliendo in udienza Thomas il 18 aprile scorso), il papà di Alfie ha scritto una supplica all’arcivescovo di Liverpool, Malcolm Patrick McMahon, il cui contenuto è straordinario per fede, per logicità, per amore.

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Alfie è stato ucciso. Ora usiamo la ragione.

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Splendida riflessione del vescovo di Trieste, S. E. Mons. Crepaldi, per passare dalle emozioni al capire la cause dell’uccisione.
Se non si vuole che questa ondata emozionale resti la solita “protesta virtuale”,
occorre riflettere e capire la vere cause dell’infanticidio passando dalla reazione emotiva alla Contro-Rivoluzione organizzata: lo statalismo
Individuando, da subito, chi ha millantato conoscenze e mandati che non ha mai avuto per speculare (anche chiedendo donazioni) sulla sensibilità dei cattolici.

La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve

di Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste

Nel caso del piccolo Alfie, Il giudizio morale da darsi e il corretto comportamento da assumere erano chiari e privi di incertezze. Perciò è allarmante che non siano stati seguiti. La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve, bisogna continuare a preparare il futuro.

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Nelle vicende accadute al piccolo Alfie Evans, che tutti seguono con grande apprensione e partecipazione, colpisce e preoccupa il fatto che i comportamenti corretti da assumere fossero molto chiari e che, nonostante ciò, ci si sia accaniti a non metterli in atto. In questo caso il giudizio morale si imponeva senza molti margini di discrezionalità: la vita del bambino doveva essere salvata e tutti gli interessati, familiari e personale sanitario, avrebbero dovuto aiutarlo a vivere, pur nella estrema precarietà della sua situazione clinica.

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Card. Sgreccia su Alfie: attenti ai nuovi totalitarismi

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Nelle ore concitate in cui è stato annunciato il distacco della ventilazione che tiene in vita il bambino, In Terris ha chiesto un parere al card. Elio Sgreccia, esperto in bioetica, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita.

In questa vicenda – commenta il porporato – “non è solo che scompare la considerazione della pietà dei genitori, i quali hanno chiesto che il bambino venisse loro lasciato. Ma c’è in mezzo molto altro”.

Cos’altro, eminenza?
“È un attacco all’istituto familiare. Ma tutto nasce dallo statalismo. Esso fa rabbrividire quando suscita il ricordo di ciò che hanno fatto nella storia i regimi totalitari. Ma quello stesso statalismo è presente ancora oggi, con una differenza rispetto al passato: viene coltivato e presentato in una veste umanizzata. Di questo statalismo che decide con il suo imperio, per meri motivi economici, di chiudere l’accesso all’alimentazione e di negare le cure palliative a un bambino malato sembra che non ce ne vergognamo”.

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J. Loredo: il movimento pro-vita… utile anche sul caso Alfie

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Le associazioni “Tradizione Famiglia e Proprietà” sono realtà cattoliche nate negli anni ‘60 in Brasile sotto la guida del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, già presidente dell’Azione Cattolica nazionale e deputato per la Lega Elettorale Cattolica.

Tra le campagne pro-life condotte in oltre cinquant’anni di attività ricordiamo ad esempio l’italiana “Generazione voglio vivere”, associazione legata alla TFP italiana attiva da una quindicina di anni e che, ad esempio, pochi mesi fa ha raccolto oltre 12000 firme a favore dell’obiezione di coscienza per i medici antiabortisti.

Abbiamo parlato con Julio Loredo​, attuale presidente dell’Associazione Tradizione Famiglia e Proprietà italiana.

Il 19 gennaio, a Washington DC si è tenuta l’annuale marcia per la vita, che ha portato oltre 100000 cittadini americani a manifestare a favore del diritto alla vita e contro Roe vs. Wade. Anche la TFP americana era presente alla March for Life, come nelle edizioni precedenti. Quanto è importante per Tradizione Famiglia e Proprietà partecipare al più importante evento pro-life al mondo?

L’esperienza mostra che molte persone non si impegnano nella difesa della vita, o in altre buone cause, non tanto perché la pensino diversamente bensì perché non hanno il coraggio di “rompere il ghiaccio”, cioè di mettersi contro un ambiente che ritengono sia loro ostile, o quantomeno indifferente. Quando, invece, vedono qualcuno che si fa avanti e proclama senza paura i propri ideali, sfidando il consenso, prendono coraggio e applaudono, concordano, perfino si aggregano alla lotta.
Ecco il valore inestimabile di ciò che oggi chiamano “testimonianza”, ma che io preferirei chiamare col nome tradizionale: militanza. Le brave persone non sono poche. A molte di loro, però, manca il coraggio di manifestarsi pubblicamente.
Noi dobbiamo dare l’esempio. Questo, d’altronde, è il ruolo delle minoranze attive: dare l’esempio affinché le persone buone ma intimorite possano farsi avanti.

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Il Papa parla di Alfie e di… Lambert

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Chi è Lambert?
Le odierne democrazie totalitarie ammazzano i malati. Il Pontefice parla di Alfie ma anche di Vincent Lambert: “i malati vanno curati“.

Affido alla vostra preghiera le persone, come Vincent Lambert, in Francia, il piccolo Alfie Evans, in Inghilterra, e altre in diversi Paesi, che vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari. Sono situazioni delicate, molto dolorose e complesse. Preghiamo perché ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari, con grande rispetto per la vita“.

I medici dicono che Vincent Lambert deve morire di fame e di sete

Da anni i genitori, che sono ogni giorno accanto al figlio e che la stampa francese dileggia definendoli “cattolici integralisti”, accusano l’ospedale di non curare più il figlio

I medici dell’ospedale francese CHU Sébastopol di Reims tornano alla carica e insistono: Vincent Lambert deve morire di fame e di sete.
È arrivato lunedì in serata l’ultimo capitolo di una lunga battaglia legale sul corpo di un tetraplegico 41enne che, se pur gravemente handicappato, non si può in alcun modo definire in fin di vita o “vegetale”, come scritto da molti giornali francesi.
Dopo cinque mesi di procedura collegiale, i medici guidati dal dottor Vincent Sanchez hanno concluso che continuare a nutrire e idratare Vincent Lambert costituisce una «ostinazione irragionevole».

Il caso di Vincent Lambert ha fatto il giro del mondo. L’uomo è entrato e uscito dal coma nel 2008, a 32 anni, in seguito a un incidente d’auto. Attualmente è in stato di coscienza minima e secondo numerose perizie può migliorare la sua condizione medica. Nonostante abbia subìto danni al cervello irreversibili, Vincent respira in modo autonomo, non è attaccato a nessuna macchina e risponde agli stimoli. Nel 2013 la moglie Rachel, che da anni non vive più in Francia accanto a Vincent, ha fatto interrompere l’alimentazione al marito senza informare nessuno. Quando i genitori l’hanno scoperto per caso, hanno ordinato ai medici di ricominciare a nutrirlo. Ne è nata una battaglia legale che continua da allora.

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A quarant’anni dall’aborto in Italia (1978-2018)

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L’attenzione di tutti media in Italia si è concentrata in questi giorni sul quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro.
Il 16 marzo 1978, in un agguato a via Fani, l’uomo politico democristiano venne sequestrato e la sua scorta sterminata dalle Brigate Rosse. Il 9 maggio, dopo una prigionia di 55 giorni, il suo corpo fu ritrovato crivellato di colpi nel bagagliaio di un’auto in via Caetani.

Nessuno ha ancora ricordato però che, in quella stessa primavera del 1978 venne discussa e approvata dal Parlamento italiano la legge 194 sull’aborto che, da allora, ha fatto sei milioni di vittime nel nostro Paese.
Nel 1991 il presidente onorario del Movimento per la Vita, Francesco Migliori, rivelò che era stato l’allora segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro che «nel Consiglio Nazionale del 1975 aveva espresso l’opinione che, per non impedire l’incontro con altri partiti popolari (ossia il Partito Socialista e il Partito Comunista n.d.r.) questi problemi dovessero restare nel chiuso delle coscienze», per cui fu proprio l’intervento di Moro che convinse la DC a non impegnarsi nella battaglia anti-abortista degli anni ‘70.

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Caro Mario, continueremo a non tacere

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Utilizzo sempre un segnalibro che la Casa Editrice Fede & Cultura aveva fatto stampare subito dopo la prematura scomparsa di Mario Palmaro, dove è raffigurata la copertina del libro “Mario Palmaro. Il buon seme fiorirà”, curato dal suo amico d’anima Alessandro Gnocchi.
Questo segnalibro è prezioso perché mi ricorda il regalo di aver conosciuto un uomo di profonda fede, di grandi capacità professionali e di saggia capacità nel tenere in equilibrio i rapporti umani, senza mai cedere nel difendere principi, verità, giustizia religiosa e civile.
Aveva molti amici e persone che lo stimavano. Anche mio marito Carlo ed io abbiamo potuto godere della sua amicizia, divenuta fondamentale nello scendere in campo per combattere gli stessi ideali: fidarsi reciprocamente permette di lottare con serenità e speranza, confidando che i tuoi obiettivi sono gli stessi dell’amico.

Ma quel segnalibro è anche una presenza spirituale, assai confortante nella battaglia culturale che si prosegue senza sosta, perché, come egli stesso aveva detto: «quando ci accorgiamo che non avremo abbastanza tempo per adempiere al nostro compito, perché il termine di questa vita si avvicina a grandi passi. Altri però continueranno il lavoro iniziato. E non taceranno».

No, continuiamo a non tacere, Carissimo Mario, perché non ci sono migliaia di verità, ma una sola – rivelata 2000 anni fa – e per quella si vive e per quella si è disposti a gridare, anche nel deserto, proprio come fece san Giovanni Battista, perché quel grido noi, che abbiamo la grazia di aver ricevuto il dono della fede (vero e proprio privilegio celeste), benché non raccolto dal mondo […].

Il 22 maggio di 40 anni fa veniva approvata la legge stragista sull’aborto in Italia, che tante infamie e tanti delitti ha causato agli innocenti: 6 milioni di vittime assassinate nel proprio grembo!

Il tuo libro, Carissimo Mario, quello che hai dedicato a tua moglie Annamaria, fu un capolavoro: Aborto & 194. Fenomenologia di una legge ingiusta (Sugarco Edizioni, 2008), una legge che permette alla donna di mettere a morte suo figlio senza spendere un soldo, ma con il prezzo incalcolabile di macchiare la propria anima di un crimine atroce.
Nel prologo hai scritto che l’uomo «può essere “santo o bandito”. Ma poi, alla fine, contano i fatti. E il fatto rimane sempre quello, inesorabilmente. Perché non c’è nulla di più ostinato dei fatti: con l’aborto si uccide».
Questa concreta e raccapricciante realtà la spiegavi con competenza e la spiegavi con il cuore, la illustravi dalla cattedra della tua docenza oppure nelle conferenze o nei tuoi libri e articoli, e persino in piazza, alla Marcia per la vita.

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Cannabis ad uso terapeutico? NO, grazie

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LA NORMA DIVENTEREBBE CULTURA

Da tempo è risaputo che non esistono droghe leggere e pesanti, ma una dipendenza più o meno radicata che richiede un lungo percorso di recupero. E’ altresì noto che il principale agente psicoattivo della cannabis è il THC e che la percentuale di THC presente nell’hashish e nella marijuana in commercio vent’anni fa era molto più bassa rispetto a oggi (dal 5-10% agli attuali 40-50%).

Numerosi studi poi hanno evidenziato la pericolosità del THC, che aumenta i rischi di:
◦ danni al sistema immunitario,
◦ anomalie neonatali,
◦ infertilità,
◦ malattie cardiovascolari (infarto)
◦ cancro ai testicoli. (altro…)

L’eutanasia si diffonde: giuristi cattolici!

Vita

  D'Agostino choc:
Charlie doveva morire

 di Renzo Puccetti, 30-07-2017

 

 Per la gravità delle affermazioni e per la caratura del personaggio non possono passare inosservate le considerazioni del professor Francesco d’Agostino, già presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, espresse nella trasmissione Uno Mattina (Rai Uno) il 26 luglio sul caso del piccolo Charlie (clicca qui).

Dato il prestigio che avvolge la persona del presidente dei Giuristi Cattolici, tenterò di svolgere alcune considerazioni sforzandomi di rispettare l’etichetta accademica.
Richiesto dal giornalista Tiberio Timperi se per Charlie “c’è il rischio di accanimento terapeutico”, il professor D’Agostino ha risposto che tale rischio è per lui “plateale”, aggiungendo poi che “sicuramente Charlie da molti mesi è sottoposto ad accanimento terapeutico”.

Passi per me, che sono un semplice medico di campagna che si diletta di bioetica, passi per alcuni miei amici che mi precedono nell’insegnamento della bioetica nelle stesse prestigiose istituzioni universitarie a cui afferisce il professor d’Agostino, voglio giungere a dire passi per il neurochirurgo e psichiatra Massimo Gandolfini, direttore di dipartimento all’Ospedale Poliambulanza di Brescia che sulla Verità di ieri ha parlato di “eutanasia di Stato”, passi per Assuntina Morresi, collega di D’Agostino al Comitato Nazionale di Bioetica, per l’avvocato Simone Pillon, membro dei giuristi cattolici di Perugia, tutte persone che nel caso di Charlie di accanimento terapeutico non hanno visto neanche l’ombra; ma possibile che persino quel monumento vivente della bioetica in Italia e nel mondo, autore del manuale di riferimento per generazioni di bioeticisti, il professore e cardinale Elio Sgreccia non si sia accorto che Charlie era oggetto di una vera e propria tortura, anzi lo abbia escluso decisamente?

Ma non intendo invocare il solo argomento ex auctoritate per rigettare la tesi di D’Agostino.  Egli infatti formula la propria convinzione su una definizione di accanimento terapeutico che contempla “interventi medici futili, inutili, privi di prospettive, altamente tecnologici, altamente invasivi, e in molti casi tali da dare forti sofferenze al malato”.

Esaminiamoli singolarmente in modo sintetico. La ventilazione per Charlie era tutt’altro che futile, essa gli assicurava la vita, tant’è che per porvi termine si è utilizzato la sua interruzione. La ventilazione era priva di prospettive soltanto se per prospettiva si assume il miglioramento delle condizioni cliniche e non la sopravvivenza.
Tuttavia sono innumerevoli gli interventi medici che assicurano non altra prospettiva che la sopravvivenza, a partire da quella nutrizione e idratazione che è artificiale tanto quanto lo è la ventilazione.
Per coerenza allora il professor D’Agostino dovrebbe annoverare tra gli accanimenti terapeutici tutte le situazioni in cui non vi sono prospettive come nei malati di Alzheimer, di cancro, i pazienti in stato vegetativo, per fare solo qualche esempio.

Che l’accanimento dipenda dal grado di tecnologia impiegato è una tesi che apprendo oggi quale stravagante novità.
Vi sono interventi che esprimono un altissimo livello di tecnologia robotica o protesica rimanendo totalmente proporzionati: pace-maker, defibrillatori, pompe d’insulina, impianto cocleare, mentre fare un massaggio cardiaco ad un paziente con cancro in fase terminale, intervento pur privo di tecnologia, costituirebbe davvero un accanimento.
D’altra parte non vi è molta differenza tecnologica tra una pompa per la Nutrizione e Idratazione e la stomia gastrica con la tecnologia impiegata per un ventilatore ed una tracheostomia.

Ha ragione D’Agostino quando tira in ballo che l’accanimento si configura tale quando il trattamento induce sofferenza.
Qui si deve però essere chiari. I trattamenti medici richiedono spesso la sopportazione di dolori o disagi da parte del paziente, si verificano effetti collaterali ed eventi avversi. Per limitarli i medici instaurano altri trattamenti in associazione.
Ecco che il dentista fa l’iniezione prima di mettere mano al trapano e poi prescrive gli antinfiammatori, o il chirurgo si fa aiutare dall’anestesista e poi prosegue con antalgici nel periodo post-chirurgico. Ciò avviene anche nei trattamenti cronici.

Ciò che per D’Agostino costituisce la prova dell’accanimento su Charlie – “la ventilazione artificiale a cui è sottoposto Charlie, è un intervento pesantissimo, e infatti il piccolo è sotto sedazione da molti mesi”, ha detto il giurista – fa parte del normale approccio di chi è sottoposto a ventilazione invasiva, a meno di non volere sostenere che i pazienti ventilati cronicamente siano tutti sottoposti ad accanimento terapeutico.
Peraltro gli stessi medici del GOSH hanno dovuto ammettere che non vi erano prove che il bambino avesse dolore.

Ho già ricordato sulla NBQ il caso dei bambini nati con atrofia muscolo-spinale tipo 1. A causa di una degenerazione neuronale, nel 95% dei casi non superano i 18 mesi di vita, la mortalità è del 100% a 2 anni, hanno necessità di ventilazione che viene routinariamente instaurata in modalità invasiva o non invasiva, ma nessun medico si sognerebbe mai di considerarla un accanimento terapeutico.

Vuole forse il professor D’Agostino accusare i pediatri di tutto il mondo che hanno in cura questi bambini di mancare al dovere professionale d’interrompere un trattamento che a tutti gli effetti soddisfa i criteri da lui elencati per definire l’accanimento terapeutico?
Prego, si accomodi pure.
Gli suggerisco di cominciare dalla presidente dell’ospedale Bambin Gesù Mariella Enoc che ha dichiarato: “Non so perché l'ospedale inglese abbia deciso di sospendere le cure al bimbo, so che qua da noi questo non sarebbe avvenuto”.

Il professor D’Agostino ha detto che l’accanimento terapeutico su Charlielo si può capire fino in fondo soltanto se si studia da vicino la terribile patologia di Charlie e tutti gli interventi che hanno fatto su di lui, partendo dalla ventilazione e partendo dal fatto che il piccolo Charlie non ha alcuna funzione organica attiva”.
Ora non vorrei essere irrispettoso, ma un umano che non ha alcuna funzione organica attiva si chiama cadavere ed è piuttosto difficile fare morire un cadavere, stante la sua condizione di già morto.

D’Agostino, che parrebbe parlasse perché ha studiato da vicino la condizione di Charlie, dice che al bambino inglese “non gli funzionano i reni, non gli funziona l’intestino”.
Strano però che queste informazioni non siano state riportate in alcun rapporto medico.
Non risulta che Charlie fosse sottoposto a dialisi renale, né risulta alcuna immagine dove la cute del bambino abbia manifestato la tipica colorazione che si riscontra nell’uremia legata all’accumulo di urocromi.
Inoltre se l’apparato digerente non avesse funzionato si sarebbe manifestato malassorbimento e ileo paralitico, sarebbe stato inutile nutrire e idratare Charlie per via enterale e la morte sarebbe sopraggiunta senza dovere aspettare di dovere intervenire con la rimozione della ventilazione.

D’Agostino poi aggiunge l’argomento della dipendenza dalle macchine. Sarebbe tale condizione a rendere la situazione di Charlie un accanimento terapeutico perché, sempre secondo il giurista, “nella definizione dell’accanimento terapeutico rientra proprio il caso in cui la vita sia supportata, non nell’attesa di una guarigione o di un miglioramento fisiologico, ma semplicemente perché ci sono delle macchine che impediscono all’organismo di arrivare alla propria fine naturale”.
Su questo lascio che la risposta a D’Agostino giunga da Mario Melazzini, direttore dell’Agenzia Italiana del Farmaco e malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica, il quale, commentando il caso di Charlie, ha dichiarato sull’Avvenire: “Per me essere nutrito con una pompa nella notte, essere ventilato, è la vita […], la Vita è una questione di sguardi e di speranza, anche per chi è legato a delle macchine. Guardiamo prima di tutto, e ascoltiamo, la persona, non fermiamoci alla 'macchina' e non consideriamo una maledizione la vita quotidiana che essa consente”.
Forse che un paziente dializzato, un grave bradicardico, un grave broncopneumopatico non sono tenuti in vita da una macchina? Sconcertante.

Così com’è sconcertante la definizione di eutanasia offerta dal professore:Dare la morte ad un soggetto che ha possibilità di vita, sia pure tragiche, ma che non è in punto di morte e che potrebbe ancora esercitare il tempo che gli rimane da vivere in modo sensato e dignitoso”.
Forse che dare un’iniezione letale ad un paziente che ha un’aspettativa di vita di tre giorni, dunque in punto di morte, non sarebbe parimenti un’eutanasia?
Quanto prima della morte attesa deve essere attuata la condotta uccisiva perché per il professor D’Agostino si tratti di eutanasia?
Non è questione di tempi, né di condizione, ma, come recita la dottrina cattolica e la scienza medica, di mezzi e intenzioni.

Non posso affermare di sapere se la posizione del professor D’Agostino rispecchi il suo sincero convincimento, oppure sia una tattica volta ad arginare le richieste di eutanasia commissiva, concedendo un’eutanasia omissiva nella forma mascherata di astensione da trattamenti proporzionati, facendoli passare per accanimento terapeutico.
Se così fosse, si tratterebbe dell’ennesimo tentativo illusorio, puerile, maldestro e complice che non ha mai arginato alcuna progressione del fronte laicista contro la vita, il matrimonio e la famiglia. 

Il professor D’Agostino è stato incluso tra i membri ordinari della Pontificia Accademia per la Vita (PAV).
Temo che le sue idee sul fine vita rappresenteranno un contributo fortemente innovativo nei documenti della PAV, un contributo che si andrà a sommare a quello del professor Biggar, della professoressa Le Blanc, di Steinberg e di altri ancora.

 

da: http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-d-agostino-choc-charlie-doveva-morire-20618.htm?bckUri=%2Fmobile%2FarticoliTematici-vita-e-bioetica-289.htm%3F#.WYK0_OlLeM8

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