Vescovi coraggiosi, Andalusia: si celebra il ribaltone elettorale

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Il partito spagnolo di destra Vox ha ottenuto 12 seggi nelle elezioni svoltesi domenica per il parlamento locale dell’Andalusia, superando le previsioni dei sondaggi che gliene attribuivano al massimo cinque.
Il Partito Socialista Operaio Spagnolo, che da anni controllava saldamente la regione, ha ottenuto 33 seggi, certamente più di tutti gli altri partiti, ma facendo registrare una riduzione sensibile della propria rappresentanza parlamentare che ha il sapore della sconfitta netta.
E per Vox è già cominciata a la demonizzazione …

traduzione italiana della lettera del Vescovo di Cordoba Mons. Demetrio Fernandez
di commento alle elezioni tratta da
https://www.elperiodico.com/es/politica/20181205/obispo-cordoba-celebra-vuelco-electoral-andalucia-7185895

Vuelco en Andalucía

Il ribaltone elettorale in Andalusia, avvenuto lo scorso 2 dicembre con le elezioni regionali, è stato spettacolare.
Credo che abbia abbondantemente superato le aspettative e i timori degli uni e degli altri. Il cristiano non è estraneo a quanto accade in questo mondo; al contrario, cerca con i mezzi a sua disposizione di trasformare la società per realizzare un mondo nuovo, più giusto, più umano, più fraterno, più con Dio e più per l’uomo. Il cristiano ricorre soprattutto ai mezzi soprannaturali della preghiera e della fiducia in Dio, dell’amore fraterno che Gesù ci ha insegnato.
Ma nello stesso tempo lavora e si impegna nella trasformazione di questo mondo, mediante l’impegno politico concreto che ciascuno valuta nella sua coscienza.

Mi rallegro del fatto che questa società andalusa, che molti dentro e fuori disprezzano o sottovalutano, sia stata capace di un ribaltone di queste dimensioni, rompendo una inerzia quasi impossibile da superare.

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Successo e fallimento del ’68

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Mentre il 2018 si chiude, un’ultima parola va detta sulla Rivoluzione culturale del Sessantotto. Una Rivoluzione di cui, cinquant’anni dopo, possiamo misurare il successo e il fallimento.

Il Sessantotto è noto anche come “maggio francese”, perché fu una rivolta studentesca che raggiunse il suo acme nel maggio 1968 all’Università La Sorbona di Parigi.
Ma le sue radici culturali risalivano alle università americane di Harvard, Berkeley e San Diego, dove negli anni Sessanta insegnavano alcuni tra i maggiori esponenti della Scuola di Francoforte, come Herbert Marcuse, nel cui pensiero confluiva il peggio del marxismo e del freudismo.
Né è da trascurare l’influsso che sul 68 ebbe la Rivoluzione culturale del Concilio Vaticano II.
In Italia la prima università occupata dagli studenti, nel novembre del 1967, fu la Cattolica di Milano e il maggior centro della diffusione della contestazione fu la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento, dove pullulavano i cattolici. Mario Capanna, leader della contestazione di quegli anni, ricorda: «Passavamo nottate a studiare e a discutere i teologi ritenuti allora di frontiera: Rahner, Schillebeeckx, Bultmann (…) insieme ai documenti del Concilio».
Anche Renato Curcio, il fondatore delle Brigate Rosse, era un cattolico “di frontiera”, proveniente dall’Università di Trento, dove pullulavano i cattolici progressisti.

Il Sessantotto non fu una rivoluzione politica, ma una rivoluzione dei costumi che intendeva “liberare” l’uomo dai vincoli della morale tradizionale per costruire una “civiltà non repressiva” in cui l’energia vitale potesse spontaneamente esprimersi in una nuova creatività sociale.
Il marxismo andava superato perché limitava la sua offensiva rivoluzionaria all’aspetto strettamente politico senza incidere su quello più propriamente familiare e personale.
Occorreva invece portare la rivoluzione nella vita quotidiana per trasformare l’essenza stessa dell’uomo senza limitarsi all’aspetto esteriore e superficiale a cui sembrava condannarla la prospettiva marxista classica.
Lo slogan “è vietato vietare” esprimeva il rifiuto di ogni autorità e di ogni legge, in nome della liberazione degli istinti, dei bisogni, dei desideri. La libertà sessuale e la droga furono i due ingredienti per affermare la nuova filosofia di vita.

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Mons. Azuaje: «Il socialismo ha distrutto il Venezuela»

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Alla vigilia dell’incontro con il Papa dei vescovi venezuelani, il presidente della Conferenza episcopale denuncia la gravissima situazione economica ed umanitaria provocata dal regime socialista. Gravi ripercussioni anche per la Chiesa che, pur privata di preti e religiosi e delle sue risorse, non cessa di servire il suo popolo.

 

Da giovedì 6 giugno a sabato 15 settembre, i vescovi venezuelani svolgono la tradizionale visita Ad Limina Apostolorum, un evento di grande importanza. L’ultima volta che i vescovi venezuelani sono stati insieme in Vaticano è stata infatti nel 2009 sotto il pontificato di Benedetto XVI, ora Papa emerito. Dopo 9 anni più di quaranta vescovi ritornano dunque, ma in una situazione sociale ed ecclesiale molto diversa, quando il Venezuela si trova in una situazione di collasso generale, cosa mai accaduta nella sua storia.

 

Per capire la realtà del popolo venezuelano e il servizio della Chiesa in questo contesto così difficile, La Nuova BQ ha parlato in esclusiva con il presidente dell’episcopato, l’arcivescovo di Maracaibo mons. José Luis Azuaje Ayala. L’attuale situazione del Venezuela sarà l’argomento principale dell’incontro tra l’episcopato e Papa Francesco, che si tiene oggi, martedì 11 settembre, alle 10.30 del mattino.

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Cattolici cinesi: fermare l’accordo tra Santa Sede e Cina socialista

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L’appello giunge direttamente da un qualificato gruppo di personalità cattoliche di spicco di Hong Kong (tra le quali avvocati, docenti universitari, intellettuali,…), che hanno scritto una lettera aperta ai Vescovi di tutto il mondo, chiedendo di opporsi all’accordo tra la Cina ed il Vaticano sulle nomine episcopali, accordo definito «un errore deplorevole ed irreversibile», eppure dato per «imminente» da molti media.
L’appello è stato rilanciato da varie agenzie internazionali, tra cui Free Catholics in China, AsiaNews e InfoCatólica.

Gli autori del testo, ricordando le persecuzioni che ancora oggi sta subendo in Cina, chiedono di bloccare tutto ed eventualmente di pretendere maggiori e precise garanzie di libertà per il Pontefice in materia, nonché di libertà religiosa per i fedeli, prima di ipotizzare qualsivoglia intesa.
Tra l’altro, preannunciano, nel caso i sette “vescovi” illegittimi – non nominati dal Papa, mai pentitisi e di «discutibile integrità morale» – dovessero esser riconosciuti dalla Santa Sede, «in Cina si creerebbe uno scisma nella Chiesa», Chiesa che a quel punto non godrebbe più nemmeno «della fiducia del popolo».

12/02/2018, 11.51 – CINA-VATICANO-HONG KONG

Cattolici di Hong Kong ai vescovi del mondo: Fermate il possibile accordo fra Cina e Santa Sede

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Alfie è stato ucciso. Ora usiamo la ragione.

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Splendida riflessione del vescovo di Trieste, S. E. Mons. Crepaldi, per passare dalle emozioni al capire la cause dell’uccisione.
Se non si vuole che questa ondata emozionale resti la solita “protesta virtuale”,
occorre riflettere e capire la vere cause dell’infanticidio passando dalla reazione emotiva alla Contro-Rivoluzione organizzata: lo statalismo
Individuando, da subito, chi ha millantato conoscenze e mandati che non ha mai avuto per speculare (anche chiedendo donazioni) sulla sensibilità dei cattolici.

La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve

di Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste

Nel caso del piccolo Alfie, Il giudizio morale da darsi e il corretto comportamento da assumere erano chiari e privi di incertezze. Perciò è allarmante che non siano stati seguiti. La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve, bisogna continuare a preparare il futuro.

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Nelle vicende accadute al piccolo Alfie Evans, che tutti seguono con grande apprensione e partecipazione, colpisce e preoccupa il fatto che i comportamenti corretti da assumere fossero molto chiari e che, nonostante ciò, ci si sia accaniti a non metterli in atto. In questo caso il giudizio morale si imponeva senza molti margini di discrezionalità: la vita del bambino doveva essere salvata e tutti gli interessati, familiari e personale sanitario, avrebbero dovuto aiutarlo a vivere, pur nella estrema precarietà della sua situazione clinica.

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Reggio Emilia: sesso e Rivoluzione

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Mezzo secolo di conformismo alla rivoluzione sessuale

Una mostra a Milano e una a Reggio per celebrare il Sessantotto. E soprattutto il suo lascito principale, cioè la “rivoluzione”, parola ormai abusata che di rivoluzionario non ha più nulla.
Resta soprattutto la rivoluzione sessuale: la pillola, l’aborto, la separazione fra sesso e gender. E cosa resta? Tutto ormai è abituale, burocratizzato

Yoko Ono e John Lennon, guru della rivoluzione sessuale

 

Il Sessantotto compie 50 anni, ma non è mai diventato grande, ed è pure a corto di lessico. Appena spente le luci della mostra milanese Revolution. Musica e ribelli 1966-1970  ‒ un cocktail lisergico di frutti scaduti come John Lennon, Allen Ginsberg e il boia Che Guevara ‒, a Reggio Emilia si bissa con Sex & Revolution! Immaginario, utopia, liberazione (1960-1977) in programma fino al 17 giugno a Palazzo Magnani nell’ambito della XIII edizione del Festival Fotografia Europea. Fantasia al potere, dicevano, ma glien’è rimasta poca.

 

Rivoluzione: quanta leggerezza in tuo nome. È stato il Sessantotto che ci ha insegnato a risciacquarci la bocca con questo termine inflazionato, nato per rifare il mondo e finito alla tivù commerciale a celebrare il mito borghese del nuovo urban crossover che è tutta un’app.
Tutto è rivoluzione, nulla è rivoluzione. E la rivoluzione si è fatta pop e seriale, come la Marylin di Andy Warhol. Ma «la rivoluzione», diceva Luciano Bianciardi, «deve cominciare in interiore homine».
Rivoluzione va infatti scritto maiuscolo perché è una cosa seria, anzi terribile. Un termine grave e greve, pesante come un macigno, un sasso che schiaccia. È il film horror trasmesso a reti unificate da che mondo è mondo, a partire da quando nell’Eden i nostri progenitori mandarono a gambe all’aria tutto per dare retta a uno che poi finì a strisciare sul ventre, ingollando polvere e schifezze.
La Rivoluzione è una cosa seria che si dice delle cose serie.
È un progetto titanico contro Dio per asservire tutto al nemico dell’umana natura.
Ha prodotto ribellioni e sciagure, guerre e distruzioni, morti prime del corpo e morti seconde dell’anima.

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Cardinale Zen: una nuova, sempre terribile, Ostpolitik

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Il cardinale Giuseppe Zen Zekiun, arcivescovo emerito di Hong Kong, ha pubblicato stamane sul suo blog, in cinese e in italiano – lingua che padroneggia molto bene –,  il seguente intervento. Le sottolineature sono sue.

Non sono ancora riuscito a capire per che cosa dialogano con la Cina

Risposta a “Ecco perché dialoghiamo con la Cina”, l’intervista che Sua Eminenza il Cardinal Parolin ha concesso a Gianni Valente (cioè l’intervista cucinata insieme tra i due).
Ho letto più volte l’intervista, ora la leggo di nuovo (anche se la lettura mi ripugna) per poter onestamente fare i miei commenti.
Sono grato a Sua Eminenza perché ha riconosciuto che “è legittimo avere opinioni diverse”.

(1) Anzitutto si nota l’insistenza con cui Sua Eminenza afferma che il suo punto di vista e lo scopo delle sue attività sono di natura pastorale, spirituale, evangelica e di fede, mentre il nostro pensare ed agire è solo in chiave politica.
Quello che vediamo invece è che egli adora la diplomazia dell’Ostpolitik del suo maestro Casaroli e disprezza la genuina fede di coloro che con fermezza difendono la Chiesa fondata da Gesù sugli Apostoli da ogni ingerenza di potere secolare.
Non posso dimenticare il mio stupore leggendo qualche anno fa un suo discorso riportato sull’Osservatore Romano dove egli descrive gli eroi della fede nei paesi centro-Europei sotto il regime comunista (Card. Wyszynsky, Card. Mindszenty e Card. Beran, pur senza nominarli) come “gladiatori”, “gente sistematicamente contraria al Governo e avida di apparire sul palcoscenico politico”.

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Quando la scuola la fanno i genitori

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Di fronte all’impossibilità di venire ascoltati nelle scuole statali

C’è un gruppo di genitori in Vallagarina che si sta muovendo per capire se anche qui sia possibile aprire una scuola parentale.
Si tratta di un’alternativa al percorso di studi che viene proposto da scuole pubbliche o private e prevede che i genitori si assumano la responsabilità in prima persona dell’educazione dei propri figli.
In alcuni – alle nostre latitudini rari – casi si parla di homeschooling, ossia l’educazione impartita a casa dai genitori.
Più diffuse sono invece le scuole parentali, scuole libere da vincoli con lo Stato, in cui sono le famiglie associandosi a reperire fondi e docenti. (altro…)

1968: una rivoluzione contro le radici

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Una Rivoluzione culturale
«Avevo vent’anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita»: è l’epitaffio – una frase di Paul Nizan – che Marco Riva, ventunenne redattore del Quotidiano dei lavoratori, chiede per sé nella lettera scritta ai familiari prima di suicidarsi all’interno della propria auto, l’8 gennaio 1971.
Il tragico gesto di Marco Riva si sarebbe drammaticamente riprodotto e diffuso negli anni seguenti, insieme al crescere esponenziale dei morti per eroina: ma, nel 1971, rappresentava in Italia una funesta anticipazione della drammatica conclusione dell’utopia perseguita da una generazione, simbolicamente datata 1977.
Gli storici che più attentamente hanno analizzato il fenomeno del Sessantotto in Occidente lo hanno definito una Rivoluzione culturale, che inizia nella seconda metà degli anni 1950 del XX secolo, ha nel 1968 la sua esplosione e si stabilizza negli anni seguenti, consolidando un rapido cambiamento nei ~ valori di riferimento, nei modi di vivere e quindi nelle leggi. (altro…)

Il Papa: il totalitarismo vuole l’educazione

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[…] «Uno degli indicatori di una colonizzazione culturale è che toglie la libertà: questa gente non aveva il diritto di pensare, tutti così, si pensa così». E «un altro indicatore è cancellare la storia, non ricordare più»

[…] «Il terzo indicatore è educativo» ha proseguito il Pontefice, evidenziando che «ogni colonizzazione culturale, ideologica, impone, vuole imporre un sistema educativo ai giovani. Sempre. E si preoccupa di questo». Del resto, ha insistito Francesco, «pensate voi a quello che hanno fatto le dittature del secolo scorso qui, in Europa» e a «come la loro preoccupazione fosse: “che cosa facciamo con i giovani, facciamo così?».

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