Il Papa: il totalitarismo vuole l’educazione

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[…] «Uno degli indicatori di una colonizzazione culturale è che toglie la libertà: questa gente non aveva il diritto di pensare, tutti così, si pensa così». E «un altro indicatore è cancellare la storia, non ricordare più»

[…] «Il terzo indicatore è educativo» ha proseguito il Pontefice, evidenziando che «ogni colonizzazione culturale, ideologica, impone, vuole imporre un sistema educativo ai giovani. Sempre. E si preoccupa di questo». Del resto, ha insistito Francesco, «pensate voi a quello che hanno fatto le dittature del secolo scorso qui, in Europa» e a «come la loro preoccupazione fosse: “che cosa facciamo con i giovani, facciamo così?».

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Nuovo e-Book gratis: Il socialismo, patologia millenaria dell’umanità

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Nel sito dal quale si possono scaricare gratuitamente buoni libri http://www.totustuus.es è disponibile un nuovo volume:

Il socialismo
patologia millenaria dell’umanità

È una raccolta di quattro saggi: del matematico russo I. Safarevic, del Beato prof. Giuseppe Toniolo, dell’apologista francese Auguste Nicolas, del contro-rivoluzionario G. Cantoni.

Si tratta rispettivamente di testi di epoche diverse:

  1. Passato e avvenire del socialismo (1981)
  2. Il socialismo nella storia della civiltà (1903)
  3. Del protestantesimo e di tutte le eresie in rapporto al socialismo (1859)
  4. La socialdemocrazia fabiana, new look dell’”opzione socialista” (1990)

Questi scritti sono oggi necessari più che mai, poiché ormai con il termine “socialismo” si designano spesso fenomeni completamente differenti: a) la teoria; b) un regime sociale esistente.

Tuttavia, gli elementi che rientrano nell’ideale socialista (abolizione della proprietà privata, della famiglia, della gerarchia, avversione per la religione) sono rimasti gli stessi per millenni e possono essere intesi come manifestazioni di un unico principio fondamentale: la repressione dell’individuo.

Si può pertanto interpretare il socialismo come una manifestazione dell’istinto d’autodistruzione dell’uomo – frutto dell’ostilità verso l’individualità – e della conseguente volontà di distruggere le forze che sostengono e rafforzano questa individualità: la religione, la cultura, la famiglia, la proprietà individuale.

Unar: nuovo scandalo. Uno strumento ideologico del regime.

Socialismo

 La legge 119/2013 prevedeva un piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.
 Votata in un Parlamento deserto e passata grazie alla insipienza delle opposizioni, ha come oggetto fenomeni del tutto marginali nella società italiana, mentre ignora casi ben più diffusi quale il suicidio.
 Si tratta perciò di un provvedimento ideologico, che cerca di introdurre una specie di "reato di pensiero", in particolare per introdurre l'omosessualismo nella cultura e nella vita civile.

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Dopo il caso dei soldi pubblici diretti a finanziare le orge gay denunciato dalle “Iene” lo scorso febbraio, che hanno portato alle dimissioni il suo direttore Francesco Spano, l’Ufficio Nazionale anti-discriminazioni razziali del Dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio si trova nuovamente al centro di un’inchiesta giornalistica che fa luce sull’incredibile spreco di denaro pubblico che si perpetra all’interno di tale inutile ente a carico dei contribuenti italiani.

Dalle colonne del Il Fatto Quotidiano, Thomas Mackinson scrive infatti come:

“Il numero verde contro le discriminazioni costa ​oltre 800 euro ​​a chiamata. E poco importa se qualcuno ha sbagliato ​a digitarlo o se lo Stato già svolge lo stesso servizio. Possibile? Sì, perché in Italia discriminare sarebbe vietato e sprecare pure, ma spesso succedono entrambe le cose. Lo certifica il servizio di Contact Center istituito due anni fa dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità in seno alla Presidenza del Consiglio, proprio quello del direttore pizzicato dalle Iene a finanziare locali per prostituti che s’è poi dimesso“.

Il costo giornaliero di tale centralino è stato desunto da Mackinson dopo aver appreso i costi del servizio consultando il bando pubblicato in questi giorni per la gestione dei prossimi due anni del centralino antidiscriminazioni:

“Il numero verde 800901010 è decollato nel 2015 a suon di spot governativi con la missione di raccogliere segnalazioni di potenziali vittime o testimoni di comportamenti discriminatori fondati su ​​razza, ​orientamento sessuale e diritti Lgbt, ​disabilità, ​religione​ ed ​età​.​ Attività benemerita in un Paese dove un vicepresidente del Senato paragona un ministro a un orango e gli episodi di intolleranza, bullismo e sessismo sono all’ordine del giorno. Bene​merita, ma sorprendentemente costosa.​ Proprio in questi giorni è stato pubblicato il bando per la prossima gestione biennale ​del centralino ​che comprende ricezione, compilazione scheda, report finale e monitoraggio attività. Costo: 1,9 milioni di euro più Iva. (…)”

Mackinson fa poi notare i numeri irrisori registrati dal Contact Center dell’Unar nel 2015:

“Si legge, ad esempio, che nel 2015 il Contact Center dell’Unar ha gestito 2.235 chiamate delle quali 1.814 considerate poi “pertinenti”, 421 no ed erano errori di chiamata o magari richieste di prenotazione di viaggi o di lettura della bolletta. In ogni caso chiamate “non pertinenti”. Per un paese ad alto tasso d’insulti e intolleranza è un numero relativamente basso, segno che il “servizio” – forse – nel suo primo anno di vita e nonostante gli spot non ha ancora raggiunto l’auspicata diffusione e conoscenza tra la popolazione italiana. (…) Nel 2016 le segnalazioni sono state 2.939 e 290 sono state giudicate dalla stessa Unar “non pertinenti”. Quelle effettivamente legate a episodi di discriminazione sono state grosso modo 2.600, il 64% relative a discriminazioni etnico-razziali, il 16,4% contro i disabili, l’8,5% di genere e quelle per età il 4,7.

Numeri in aumento ma pur sempre bassi e soprattutto “cari” in rapporto ai costi del servizio: una chiamata ricevuta nel 2016 è costata 788,70 euro, 891,5 se si contano solo quelle “pertinenti”. Roba che il chiamante accorto potrebbe farsi lo scrupolo tra la tutela dalla discriminazione subita e dal costo che la denuncia ha genera per la collettività”.

A fare lievitare i costi sono i servizi di hosting/manutenzione e soprattutto il nutrito e variegato gruppo di lavoro composto da ben 12 persone tra  cui il coordinatore, 5 operatori esperti, rigorosamente uno per ciascuna categoria discriminata e cioè etnico-razziale, 1 rom Sinti e Caminanti, 1 Lgbt, uno per età e disabilità, 4 mediatori culturali, un esperto statistico e un informatico, due giuristi e, dulcis in fundo, un addetto stampa.

Per di più il servizio non è attivo 24 ore come verrebbe da pensare ma come precisa il capitolato tecnico:

“il centralino multilingue gratuito (per chi chiama) “è attivo quotidianamente dalle 11 alle 14 con la presenza di un operatore” e, per la restante parte della giornata, dalle 8 alle 11 e dalle 14 alle 20, attraverso la segreteria telefonica”.

Infine,  il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” fa notare come il servizio dell’Unar oltre ad essere un inutile e dispendioso servizio a carico dei contribuenti italiani è anche una fotocopia di un analogo servizio attivo dal 2010 presso il Ministero dell’Interno

“Si chiama Oscad che sta per Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori ed è un organismo interforze incardinato nella Direzione centrale della polizia criminale.

Il prefetto Antonino Cufalo che lo presiede fa sapere che dalla sua istituzione al 30 aprile 2017 sono pervenute 1.936 segnalazioni riferibili alle diverse tipologie di discriminazione, di cui 945 per reati veri e propri. I numeri sono bassi anche perché i canali per la segnalazione si limitano a mail e fax (oscad@dcpc.interno.it – fax: 06 46542406 e 0646542407). Di fatto il ​centralino Unar ne è una duplicazione imbellettata e aggiornata”.

Ci auguriamo che questo nuovo scandalo sia la volta buona per chiudere, una volta per tutte, un ente inutile e oneroso per le casse pubbliche, voluto ed imposto dalle lobby gay per promuovere la “normalizzazione” dell’omosessualità e di ogni tendenza sessuale.

 

Ludovico Biglia, 25-7-2017 per https://www.osservatoriogender.it/scandalo-lunar-numero-verde-antidiscriminazioni-ci-costa-800-euro-chiamata/

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#JeSuisPillon – Siamo tutti Pillon

Socialismo

Dignare me laudare te, Virgo sacrata!
Da EO virtutem contra hostes tuos!

Ci sono ancora cavalieri

 

Prima della emozionante testimonianza di Simone Pillon, due parole per chi ci legge da fuori Italia o non segue le vicende del Family Day.

Simone Pillon è un cattolico, bresciano, marito, padre, avvocato.
Simone Pillon è un membro del Cammino Neocatecumenale e – come vedrete più sotto – ha più palle di tanti falsi tradizionalisti che per la famiglia, la fede e l'Italia non fanno e non rischiano MAI nulla.
Simone Pillon è un militante pro family da almeno 30 anni.
Simone Pillon è un dirigente del CDNF-Family Day che si espone quando un referente locale è minacciato.
Simone Pillon ha difeso gratuitamente militanti prolife e profamily ottenendo anche risultati storici.

Simone Pillon è sotto processo per aver "offeso la reputazione dell'associazione Omphalos Arcigay e Arcilesbica" e giovedì 22 giugno si è svolta la prima udienza.

Oggi questo cavaliere di Maria ha bisogno di preghiere e di solidarietà, perché in momenti come quelli che sta passando sentirsi solo può togliere la forza di combattere… e siccome l'Italia e i cattolici non possono permettersi di avere un Simone Pillon che non sia al 100%,

SI CHIEDE A OGNI LETTORE DI
RECITARE UN SANTO ROSARIO
PERCHE’ SIMONE PILLON
CONSERVI LA FORZA DI COMBATTERE
FINO ALL’ULTIMO RESPIRO

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San Mariano, Umbria, 24/6/2017

Riesco solo oggi a scrivere con calma due parole sul processo che è cominciato giovedì 22 giugno e che mi ha visto sul banco degli imputati.

Il primo pensiero è di gratitudine alla storia che mi permette di soffrire per la verità. So infatti che la ricompensa sarà grande, e in una misura già ne sto gustando la caparra sia per la pace che provo nonostante tutto sia per le tantissime manifestazioni di solidarietà che mi giungono da ogni dove (anche insospettabili e da mondi lontani anni luce dal nostro punto di vista).

Il secondo pensiero è che nel mio cuore ho avuto la grazia di vincere in anticipo il processo perché mi è stato dato di non odiare. Non provo infatti né odio né risentimento verso i miei accusatori tanto che li ricordo ogni giorno nelle mie povere preghiere, e questa per un temperamento come il mio è la più grande delle vittorie.

Sto affrontando il processo con la consapevolezza che sono in gioco sia il mio futuro (in caso di condanna rischio ripercussioni sulla mia professione) che quello della mia famiglia , visto che il risarcimento richiesto dalle parti civili (circa 350-400 mila euro) va molto oltre le mie capacità economiche, ma soprattutto con la certezza che è mio preciso dovere affrontarlo, per dare a tutti i genitori nel mio piccolo la consapevolezza che non possiamo arrenderci davanti alle ideologie genderiste che vogliono ingoiare i nostri figli.

Alzarsi in piedi e soffrire personalmente per dichiarare la nostra libertà e difendere i nostri figli comporta il rischio di essere colpiti personalmente, e cominciamo ad essere in tanti a farne le spese. Il mio pensiero va a chi come me (medici, insegnanti, psicologi, giornalisti) sta affrontando tribunali e consigli di disciplina con l'accusa di aver detto la verità.
La strategia delle ideologie è chiara e non tollera voci di dissenso.

E tuttavia queste ideologie dimostrano la loro pochezza e inconsistenza ricorrendo allo strumento penale e disciplinare visto che se avessero argomentazioni logiche e convincenti non avrebbero problemi ad affrontare il dibattito pubblico. L'intolleranza verso il dissenso è la miglior prova della loro debolezza.

Consentitemi infine una nota personale. Sto sperimentando quanto sia bella e nobile la professione che esercito. Credo che ogni avvocato dovrebbe provare almeno una volta cosa significhi essere messo alla sbarra, essere in piedi davanti a un tribunale, rischiando la propria libertà la propria stabilità economica e la propria dignità.
Nelle società arcaiche quando uno veniva accusato, veniva posto in mezzo all'assemblea e lasciato solo per essere lapidato.
Bastava però che anche solo uno dei cittadini esenti da accuse si alzasse e si ponesse accanto all'accusato, significando così di credere alla sua innocenza al punto da esser disposto a morire con lui, per fermare la mano degli altri e costringere gli accusatori all'assoluzione.
Questi era detto PARACLITOS, in latino ADVOCATUS.

Ecco. In mezzo alla piazza non ero solo. C'erano i miei avvocati ma soprattutto c'era ognuno di voi. E a ben guardare, per chi ha occhi esperti, forse si poteva intravedere anche un altro Paraclitos.

Il processo sarà lungo e difficile. Vi chiedo di restare accanto a me.
Grazie di cuore perciò a ciascuno di voi, a chi mi ha scritto, a chi ha pregato per me e a chi mi ha rivolto anche solo un pensiero.

Andiamo avanti con coraggio e con forza, fondati nella verità.

Simone

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Francia: il piccolo uomo dell’Unione Europea

Socialismo

 Emmanuel Macron, il coniglio dal cilindro di Bruxelles

 Come da pronostico il 39enne Emmanuel Macron è il nuovo presidente della Francia con il 66,06% dei voti, contro il 33,94% ottenuti dalla sfidante Marine Le Pen. Il ballottaggio per l’Eliseo, che diversi media internazionali avevano dipinto come l’impresentabile scontro tra populismo e tecnocrazia, è stato dunque vinto dal candidato del neonato movimento En Marche!, espressione degli interessi della finanza e dei “poteri forti” di Bruxelles.

Il neo presidente, non appena eletto, ha dato appuntamento per i ringraziamenti ai propri sostenitori all’ombra dell’inquietante piramide del Louvre, un luogo scelto non a caso per rimarcare una netta discontinuità con le piazze storiche della sinistra (Bastiglia) e della destra (La Concorde) francese.

Altrettanto simbolica, e senza precedenti, è stata la decisione del nuovo inquilino dell’Eliseo di rendere omaggio all’investitura ufficiale ricevuta dai vertici dell’Unione Europea, facendo intonare l’Inno alla Gioia prima dell’inno nazionale della Marsigliese.

La scelta di festeggiare la propria vittoria sulle note ufficiali dell’Unione Europea è stato un evidente e beffardo schiaffo agli euroscettici appena sconfitti, con il quale Macron ha voluto sottolineare, una volta di più, quella che sarà la principale linea d’azione del proprio operato politico. Nel suo discorso da vincitore il leader di En Marche! si è detto pronto «a scrivere una nuova pagina della nostra storia di fiducia e speranza», con l’obiettivo di ricostruire «il legame tra l’Europa e i popoli che la compongono, tra l’Europa e i suoi cittadini».

La vittoria di Macron è dunque una vitale boccata di ossigeno per la malridotta Unione Europea che tira un gran sospiro di sollievo di fronte alla netta affermazione del proprio candidato in pectore. Il primo a congratularsi è stato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che ha affidato a Twitter la propria soddisfazione, scrivendo: «Felice che i francesi abbiano scelto un futuro europeo. Insieme per un’Europa più forte e più giusta». Alle parole di Juncker hanno fatto eco quelle del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che si è, a sua volta, congratulato con il popolo francese: «(…) per aver scelto la Libertà, l’Uguaglianza e la Fraternità e per aver detto no alla tirannia delle fake news».

Alle dichiarazioni di giubilo dei vertici dell’Unione Europea hanno fatto rapidamente seguito quelle di tutti i principali leader europei tra cui quelle dello stesso presidente uscente Francois Hollande: «L’ho chiamato questa sera per felicitarmi calorosamente per la sua elezione a presidente della Repubblica. La sua ampia vittoria conferma che una grande maggioranza dei nostri concittadini ha voluto riunirsi attorno ai valori della Repubblica e marcare il suo attaccamento all’Ue e all’apertura della Francia al mondo».

Dalla Germania, la cancelliera Angela Merkel, si è espressa attraverso il suo portavoce Steffen Seiber che si è complimentato con il neo presidente francese, twittando: «Auguri di cuore a Emmanuel Macron. La sua è una vittoria per un’Europa unita». Anche dall’Italia, sono giunte le congratulazioni del premier Paolo Gentiloni che ha parlato di «una speranza che si aggira per l’Europa», a cui hanno fatto seguito quelle analoghe di Matteo Renzi, che in un tweet ha dichiarato come l’affermazione di Macron rappresenti una «straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l’Europa».

Al di là dell’indiscutibile vittoria di Macron, un dato non trascurabile di queste elezioni presidenziali è il record negativo raggiunto in questo secondo turno dall’astensionismo che ha toccato la cifra storica del 25,3%, la più alta mai registrata per un ballottaggio dal lontano 1969. Secondo i dati diffusi dal Ministero degli Interni francese, il leader di En Marche! si è aggiudicato 20.257.167 voti, il doppio rispetto ai 10.584.646 ottenuti dalla candidata del Front National, che ha comunque conquistato un record mai conseguito prima dal proprio partito, incassando quasi 11 milioni di voti che ne fanno, come sottolineato dalla stessa Le Pen, «il primo partito d’opposizione».

Ora per il Front National, la cui prossima, già imminente sfida saranno le elezioni legislative di giugno, si prospettano grandi cambiamenti, a partire sembra dal nome stesso del partito, come reso noto dalla sua leader: «Il Front National ora deve rinnovarsi», affrontare «una trasformazione per creare una nuova forza politica che sia all’altezza delle necessità del Paese».

Sempre riguardo le statistiche di voto, è interessante riportare infine i dati di un sondaggio Ifop realizzato per il quotidiano La Croix e il settimanale Pèlerin, secondo il quale Macron, oltre che sul decisivo appoggio trasversale finalizzato a sbarrare la strada all’ “estremista” Le Pen, ha potuto contare anche sul voto cattolico. Il candidato di En Marche! avrebbe infatti ottenuto il 62% dei voti complessivi dei cattolici. Una cifra pari addirittura al 71% tra i praticanti “regolari”, ossia tra coloro che vanno regolarmente a Messa, che paradossalmente scende, fermandosi al 54% tra i cattolici praticanti ossia “occasionali”.

In ultima analisi, la conquista dell’Eliseo da parte del tecnocrate per eccellenza Emmanuel Macron, se da un lato è certamente figlia del tracollo dei tradizionali partiti politici, rimasti ai margini del ballottaggio presidenziale, dall’altro rappresenta un indubbio capolavoro politico degli oligarchi dell’Europa senza se e senza ma, che in pochissimo tempo sono stati capaci di creare da zero e presentare un candidato politicamente “vergine”, con tutte le carte in regola per far convergere su di sé il necessario consenso.

In questa prospettiva, Macron, banchiere d’affari della Rothschild e “figlio” politico dell’influente economista Jacques Attali, presentato come l’“uomo nuovo”, simbolo della discontinuità, è un presidente dell’establishment, già vecchio, uno straordinario coniglio tirato fuori dal cilindro dai maghi di Bruxelles che ora possono sfregarsi le mani avendo a capo della Francia un giovane e fedele scudiero alle loro dirette dipendenze.

(Lupo Glori per https://www.corrispondenzaromana.it/emmanuel-macron-il-coniglio-dal-cilindro-di-bruxelles/)

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Per farci diventare schiavi

Socialismo

 Educazione sessuale a scuola? Inutile, lo dimostra un macrostudio

  Molto spesso i cosiddetti “programmi di educazione sessuale”, generalmente promossi da organizzazioni sovranazionali come le Nazioni Unite (oltretutto in stretta collaborazione con organizzazioni Lgbt), non sono altro che un tentativo surrettizio di formare bambini ed adolescenti non ad una educazione affettiva ma alla mera sessualità genitale, accompagnata dall’ideologia gender, alla contraccezione e, quando va male, all’interruzione di gravidanza.

Non è una fissa dei comitati in difesa della famiglia, ma lo hanno ammesso gli stessi “educatori”, lo hanno rivelato gli insegnanti, lo hanno scoperto i genitori e sono purtroppo quotidiane storie di cronaca (ecco alcuni casi di cui si è parlato in Italia a Forlì nel 2015, in Friuli Venezia Giulia nel 2015, a Massa Carrara nel 2015, a Milano nel 2016, nonché alcune immagini dei libri presentati nelle scuole ecc.)

Le famiglie possono oggi avvalersi anche di un importante macrostudio realizzato dall’organizzazione Cochrane, una rete globale di ricercatori nel campo della salute, definiti dal Canadian Medical Association Journal come «la miglior risorsa per la ricerca metodologica e per lo sviluppo della scienza della meta- epidemiologia». I ricercatori, provenienti dall’University of York, dalla Liverpool School of Tropical Medicine, dal South African Medical Research Council e dalla Stellenbosch University, hanno esaminato i dati provenienti da più di 55.000 giovani 14-16enni sottoposti a “programmi di salute sessuale e riproduttiva” provenienti dall’Africa sub-sahariana, dall’America Latina e dall’Europa, seguendoli da uno a 7 anni.

La conclusione a cui sono arrivati è che tali corsi scolastici «non hanno alcun effetto sul numero di giovani persone infette da HIV ed altre malattie sessualmente trasmissibili o la riduzione del numero di gravidanze indesiderate». E’ stato anche rilevato che soltanto quando le scuole hanno fornito incentivi per rimanere a scuola oltre l’orario standard, come la divisa scolastica gratuita o piccoli pagamenti in contanti, si è verificato un miglioramento del 22% nel tasso di malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate. Miglioramento che però, come detto, non si è verificato se le scuole proponevano corsi di educazione sessuale.

Il pilastro dell’attuale approccio per l’educazione sessuale non funziona e anzi, come è stato scritto nel 2007 in un importante editoriale del British Medical Journal, «contrariamente a quanto si possa pensare, invece di migliorare la salute sessuale, interventi di educazione sessuale possono peggiorare la situazione».

Per molti sarà una sorpresa, non per noi però dato che lo abbiamo segnalato in circostanze precedenti (offriamo un ulteriore studio come controprova, pubblicato sul Journal of Policy Analysis and Management nel 2006, in cui si conclude: «Gli avversari di tali programmi hanno ragione nell’osservare che l’educazione sessuale è associata con esiti negativi per la salute, ma generalmente sbagliano nell’interpretare questa relazione causale. I sostenitori di tali programmi, invece, sono generalmente corretti nel sostenere che l’educazione sessuale non incoraggia attività sessuali a rischio, ma sbagliano nell’affermare che gli investimenti in programmi scolastici di educazione sessuale producono benefici misurabili per la salute»).

Al contrario, se osserviamo la letteratura scientifica, gli unici buoni risultati si sono verificati nei casi in cui i programmi scolastici educavano al valore dell’astinenza, del custodirsi e custodire la propria sessualità, dell’attesa al completo dono di sé in una fase più matura, dedicandolo alla persona con cui si sarà deciso di condividere la vita e, per l’appunto, tutto se stessi. Studi sull’efficacia di questi programmi sono apparsi su diverse riviste scientifiche, come Review of Economics of the Household nel 2011, su Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine nel 2010, sul Journal of Adolescent Health nel 2005, ecc. Il prof. Furio Pesci, docente di Storia della pedagogia all’Università La Sapienza di Roma, ha spiegato: «L’educazione sessuale e affettiva non è mai stata considerata – nemmeno dai sostenitori della laicità o del laicismo più accesi – come uno dei fini della scuola».

Questo quadro fornito dalla letteratura scientifica più recente sembra confermare la posizione della Chiesa, ben espressa dal presidente della CEI, card. Angelo Bagnasco: «l’educazione all’affettività e alla sessualità per la sua specificità unica, per la sua peculiarità, per la sua delicatezza, non dovrebbe far parte del quadro strutturale della scuola». Anche perché i programmi titolati «lotta all’omofobia, al bullismo, alla educazione ai valori ed al rispetto – tutti intendimenti sacrosanti – diventano il grimaldello per far passare una visione antropologica ben diversa, che va a toccare una dimensione affettiva e sessuale che è molto di più che l’italiano, il latino, il greco, le scienze e la storia perché tocca una visione delle cose, un mondo valoriale, che è troppo delicato e troppo grave».

Le alternative proposte dal card. Bagnasco sono che «su esplicita richiesta dei genitori, la scuola offra qualche momento extra curricolare, ma che non faccia parte del quadro generale del programma». Inoltre, è doveroso «che i genitori riprendano in mano, con opportuni aiuti, l’educazione affettiva dei propri figli e sarebbe la cosa migliore». Riteniamo decisamente valida sopratutto quest’ultima indicazione.

 

La redazione, per http://www.uccronline.it/2017/04/05/educazione-sessuale-a-scuola-inutile-lo-dimostra-un-macrostudio/ del 5 aprile 2017

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Scuole elementari: sesso violento spiegato ai bimbi

Socialismo

 Porcospini, la violenza del sesso spiegato ai bambini

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 Da un paio d'anni a questa parte moltissimi genitori hanno avuto un brutto risveglio.
Hanno scoperto che, a scuola, i loro figli vengono sottoposti a programmi che diffondono l'ideologia omosessualista; ovviamente senza il loro consenso (informato ma anche no).
Con il pretesto di insegnare il rispetto e combattere il bullismo e le discriminazione, ai bambini viene insegnato che il mondo maschile e femminile sono solo una convenzione, per di più cattiva e pericolosa.

 Non c'è alcuna "alleanza" tra famiglia e scuola di Stato: oggi occorre che i genitori vigilino su tutto quanto viene propinato ai figli, perchè quasi mai li si informa di quel che vien fatto dentro le scuole di ogni organo e grado.


 
Mentre la VII Commissione della Camera sta esaminando il testo unificato che punta a introdurre la cosiddetta educazione di genere nelle scuole, emergono nuove segnalazioni di genitori preoccupati per i contenuti di alcuni corsi sulla sessualità, rivolti ai loro figli già a partire dalle elementari.
 
Tra questi il progetto Porcospini, promosso dalla onlus Specchio Magico (con sede in provincia di Lecco, dove sono attivi alcuni dei corsi e da dove ci arrivano le segnalazioni) e destinato ai bambini di quarta e quinta, con il fine in sé lodevole di prevenire il maltrattamento e l’abuso sui minori. Il progetto, beneficiario nel 2012 di un finanziamento del dipartimento per le pari opportunità e presentato al programma europeo Daphne III, lo scorso aprile è stato illustrato perfino alla sala “Aldo Moro” della Camera dei deputati; ha il sostegno della Soroptimist International e dei Lions Clubs e, secondo quanto riferito sul sito dai promotori, è ad oggi diffuso in 34 scuole.
 
Ma in che cosa consiste più precisamente il progetto? Come si legge nella scheda di presentazione, l’idea di Porcospini nasce sul modello descritto dal medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, Alberto Pellai (del quale il nostro quotidiano ha già parlato), nel libro “Parole non dette. Come insegnanti e genitori possono aiutare i bambini a prevenire l’abuso sessuale”.
 
Sempre nella scheda, si possono leggere alcuni dei temi generali degli incontri, come per esempio “scoprire cosa vuol dire innamorarsi, fare l’amore, concepire un bambino, la gravidanza e il parto”. Intanto, viene spontaneo chiedersi: sicuri che si tratti di contenuti idonei per bambini di 9-10 anni? Uno dei moduli successivi vuole poi orientare il bambino a “capire le differenze tra il «tocco positivo» e il «tocco negativo»”, altrimenti detto “gioco del semaforo”, come lo stesso Pellai spiegò durante un incontro nel 2014 (riferito dal settimanale triestino Vita Nuova), rispondendo alla domanda di un genitore che gli chiedeva se fosse vero che “i bambini vengono invitati a toccarsi parti specifiche del corpo, nessuna esclusa”: il bambino decide cioè se il semaforo sia rosso, giallo o verde, a seconda di chi vuole toccarlo e dove.
 
Parte del progetto è anche l’invito ai bambini a scrivere “cose belle e brutte del sesso” (alle elementari? E a quale fine?) e a tenere un diario in cui annotare le proprie impressioni sul corso. Come riporta Generazione Famiglia, ai bambini viene detto di non mostrare il diario ai genitori, ma questi possono chiedere agli educatori di prenderne visione. “Ai bambini diremo di non farvelo vedere, di lasciarlo a scuola. Naturalmente noi, se lo richiedete, ve lo daremo”. Ma se il messaggio è questo, volenti o nolenti, viene di fatto insegnato ai bambini che possono nascondere determinate cose ai genitori, primi responsabili dell’educazione dei figli.
 
Lascia perplessi anche il fatto che si invitino i bambini a fare domande su tutto ciò che può riguardare la sfera sessuale (“è accaduto che si sia parlato di pornografia”, è stato raccontato in fase di presentazione del progetto), perché si corre il rischio di intaccarne il senso del pudore, senza contare che ciascuno di loro ha un diverso livello di sviluppo.
 
Non rassicura poi constatare che nella scheda del progetto si riportino, a supporto, le matrici degli Standard per l’educazione sessuale in Europa, il noto documento presentato nel 2010 dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), un organo che a volte persegue più finalità politiche che scientifiche. Basti ricordare alcune “chicche” di quegli standard dell’Oms, che consiglia di trasmettere informazioni su “gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione infantile precoce” già nella fascia d’età 0-4, quando si suggerisce inoltre di aiutare i bambini ad “acquisire consapevolezza dell’identità di genere” (concetto tipico della teoria del gender, secondo cui il genere sarebbe slegato dal sesso); di informare i bambini di 6-9 anni dell’esistenza di “diversi metodi contraccettivi” e di “mettere in grado” quelli di 9-12 anni di “utilizzare preservativi e contraccettivi correttamente in futuro”. E via lungo questo solco che si commenta da sé e che non capiamo in quale modo possa tornare utile all’educazione del bambino.
 

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e si vieta anche l’obiezione di coscienza!

Socialismo

  L'IRRICEVIBILE PROPOSTA DI VIETARE L'OBIEZIONE DI COSCIENZA.

IL VERO FONDAMENTO DELL'OBIEZIONE DI COSCIENZA.

 

L’editoriale parso sulla rivista Micromega del 25 febbraio di Paolo Flores d’Arcais intitolato “Aborto, abrogare l’obiezione è l’unica soluzione”, prendendo spunto dalla vicenda laziale dell’assunzione, da parte della Regione, di due medici ginecologi non-obiettori vincolati contrattualmente alla pratica delle interruzioni di gravidanza (i due neo-assunti si impegnano a praticare aborti pena il licenziamento per inadempienza contrattuale), si fa promotore d’una sostanziale modifica della legge 194 con l’abrogazione del diritto all’obiezione di coscienza ivi sancito.

Si potrebbe rispondere al direttore di Micromega in molti modi, ad esempio ricordando il rilievo costituzionale del diritto all’obiezione di coscienza, oppure, scendendo sul terreno delle sue argomentazioni, rilevando che la pratica degli aborti non è la funzione propria del medico ginecologo (che è invece la cura delle patologie afferenti l’apparato genitale femminile) e che dunque il rifiuto a praticarli da parte dei ginecologi obiettori non è assimilabile al rifiuto di un ipotetico militare di carriera (ipotesi svolta come esempio da Flores d’Arcais) che rinnegasse l’uso delle armi, dove l’uso delle armi è il proprio del militare.

Piuttosto i medici obiettori sono assimilabili a quegli insegnanti che, innanzi alla pretesa d’un regime di trasformarli in indottrinatori della gioventù all’ideologia ufficiale, volessero continuare a insegnare lettere, storia, matematica, geografia, etc. ovvero ad essere insegnanti e non diventare propagatori dell’ideologia di partito. Oppure a quei medici che, di fronte a improprie richieste dello Stato (es. distinguere i pazienti per razza, applicare protocolli eugenetici e non di cura,  ad esempio, finalizzati alla eliminazione di certi soggetti) volessero continuare ad essere medici e semplicemente medici, ovvero professionisti dediti alla cura del malato.

La professione del medico ginecologo consta nella cura delle malattie di un determinato apparato del corpo umano femminile e, dal momento che la gravidanza non è una malattia e l’aborto non è una cura, non nella pratica di ivg. La dignità della professione medica, così come la sua deontologia, anche ove non si volesse considerare la natura in se stessa criminale dell’aborto, imporrebbero ai medici il rifiuto di detta pratica. Non è quindi anti professionale, come sostiene Flores d’Arcais, il rifiuto, bensì lo è l’acconsentirvi trattandosi di una pratica che in nulla può essere definita come curativa  e, dunque, estranea (in quanto omicidio, poi, contraria) alla ratio della professione medica.

Ciò detto, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere la debolezza di una posizione pro-vita che facesse forza sul diritto all’obiezione di coscienza così come sancito dalla 194 o come emergente dal dettato costituzionale interpretato dalla giurisprudenza della Consulta. Debolezza non solo perché tale diritto sarebbe facilmente negabile da una iniziativa legislativa o da un nuovo pronunciamento della Corte Costituzionale, non solo perché i segni di un progressivo cedimento ed erosione ci sono già tutti (l’iniziativa della Regione Lazio è un esempio ma la negazione del diritto all’obiezione di coscienza potrebbe facilmente venire dalla giurisprudenza europea  in materia di aborto, etc.) ma perché è la ratio dell’obiezione di coscienza così come intesa dal nostro vigente ordinamento ad essere in se stessa problematica.  Lo dobbiamo dire, ammettendo così che molti, troppi impegnati nella battaglia per la vita si sono lasciati abbagliare, come allodole, dagli specchietti della 194 sino all’assurdo odierno di cattolici schierati a difensori della 194, impegnati a rivendicarne lo spirito e la piena attuazione.

L’errore è antico, essersi illusi, forse per spirito irenico, che bastasse il riconoscimento dell’obiezione di coscienza per rendere accettabile lo scandalo dell’omicidio di Stato a danno dei concepiti non ancora partoriti. Una simile logica è perversa e pervertitrice perché porta alla pacifica accettazione del male, ad un relativismo cinico. Che lo Stato uccida pure, che l’ospedale in cui lavoro uccida pure, che il collega con il quale lavoro gomito a gomito tutti i giorni uccida pure, purché non lo debba fare io. Ovviamente non intendiamo affermare che tale cinismo sia dei medici obiettori, piuttosto rileviamo che questa è la logica  della 194 riguardo l’obiezione di coscienza.

Vi è in tutto ciò uno spaventoso e inaccettabile soggettivismo quasi che il bene e il male siano questione tutta individuale, di personale coerenza con una propria soggettiva convinzione. L’obiezione di coscienza è intesa come un diritto alla coerenza con la propria opinione, indifferentemente da quale sia questa opinione, dalla sua fondatezza o meno, dalla sua verità o falsità.

E i cattolici, non tutti ma molti, ci sono cascati, in questa logica folle. Che poi, paradossalmente, è la stessa logica dei radicali nel loro sostenere aborto, eutanasia, etc. .. la logica dell’autodeterminazione individuale. L’obiezione di coscienza come sancita dall’ordinamento vigente è una particolare declinazione del principio di autodeterminazione, lo stesso invocato a fondamento dei pretesi diritti all’eutanasia, al suicidio (assistito), all’aborto (letto, peraltro, come autodeterminazione della donna), etc. Assente, completamente assente, il piano oggettivo della verità, del bene, della giustizia. Tutto è risolto nel “diritto” a disporre liberamente di sé, ad obbedire unicamente alla propria opinione: il nichilista lo eserciterà nel suicidio, il testimone di Geova (per citare un esempio svolto da Flores d’Arcais) nel rifiutare la trasfusione di sangue, il ginecologo pro-vita nel rifiutarsi di praticare aborti.

Ovviamente i ginecologi e gli infermieri fanno bene a esercitare l’obiezione di coscienza , lo scriviamo per non essere fraintesi. Ciò che contestiamo è la logica della 194 (obiezione di coscienza compresa) e non la sacrosanta e doverosa scelta pro-vita degli obiettori. La 194 è diabolica anche lì dove appare buona, ovvero dove concede il diritto all’obiezione di coscienza perché lo sancisce secondo la ratio liberal-radicale del principio di autodeterminazione individuale, del soggettivistico diritto alla coerenza con la propria opzione. Il rifiuto ad uccidere degli obiettori diventa una mera opzione soggettivamente scelta, parimenti  opzione soggettivamente scelta è quella di uccidere dei non-obiettori. E a garantire il diritto della opzione pro-vita è la legge positiva dello Stato che introduce l’omicidio di Stato dei concepiti non ancora partoriti.

L’obiezione vera non è quella prevista dalla 194 ma quella classico-cristiana, quella che il professor Castellano ha denominato “obiezione della coscienza” (per distinguerla dalla “obiezione di coscienza” della vulgata contemporanea) ovvero il giudizio della ragione pratica che riconosce come male l’obbedienza ad una certa norma perché la norma stessa è riconosciuta come ingiusta. L’obiezione della coscienza non rivendica il diritto alla coerenza  con una propria convinzione ma il dovere di disobbedire e resistere alla legge ingiusta, non si colloca nel soggettivo ma giudica la norma positiva alla luce di un ordine oggettivo di giustizia razionalmente conosciuto, non si chiude nel privato ma, dichiarando ingiusta la norma che disobbedisce, pone la questione sul piano pubblico del bene (comune) e della legittimità.

L’obiezione della coscienza è sempre una contestazione del potere che ha legiferato perché in se stessa afferma, mentre disobbedisce, l’illegittimità della norma contestata. L’obiezione della coscienza è sempre, se è vera obiezione, una sfida al potere ingiusto, un “Non ti è lecito!” (Mc 6, 18) detto in faccia allo Stato.

Si diceva che i cattolici, i pro-vita sono stati in molti abbagliati dagli specchietti per allodole della 194 e ora si giunge così al paradosso che, mentre i laicisti radicali culturalmente e legislativamente vincitori lavorano per modificare la 194 in senso peggiorativo, i cattolici se ne fanno difensori.

La militanza cattolica e pro-vita deve invece fuggire dalla trappola liberal-radicale, rifiutare la logica del principio di autodeterminazione (che sostanzia pure il principio dell’obiezione di coscienza intesa come diritto al coerenza con se stessi, con la propria opinione), esercitare la vera obiezione della coscienza ovvero disobbedire alla legge perché ingiusta, dichiararla ingiusta, dichiararla illegittima, riaffermare il principio razionale per il quale una legge ingiusta non è legge ma corruzione della legge e non obbliga proprio nessuno. Affermare con forza che una legge non è “che un comando della ragione ordinato al bene comune, promulgato da chi è incaricato di una collettività” (S. th. I-II, q. 90, a. 4),  non un atto di volontà sovrana, e che dunque  “la  legge  umana  in  tanto  è  tale  in  quanto  è  conforme  alla  retta ragione  e  quindi  deriva  dalla  legge  eterna.  Quando invece  una  legge  è  in  contrasto  con  la  ragione,  la  si  denomina  legge  iniqua;  in  tal  caso  però  cessa  di  essere  legge e diviene piuttosto un atto di violenza” (S. th. I-II, q. 93, a. 3, ad 2).  Contestare, insomma, il positivismo giuridico e il convenzionalismo normativo, riaffermare il diritto naturale per non finire, come purtroppo oggi molti, a tentare di difendere la vita con i principi dei radicali e trovarsi poi quasi inavvertitamente a difendere i principi dei radicali  mettendo tra parentesi la difesa della vita.

L’obiezione all’aborto deve essere contestazione di legittimità alla legge che lo consente, deve essere affermazione della verità che l’aborto è omicidio, che chi lo pratica non esercita una opzione tra opzioni ma si macchia di un orrendo delitto. In ultima analisi l’obiezione all’aborto non può essere irenica verso chi lo compie, verso lo Stato che lo consente e pratica, se vera obiezione è necessariamente denuncia di illegittimità e accusa.

Don Samuele Cecotti, 03-03-2017
per: http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2460
 

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Educazione sessuale di regime

Socialismo

Sarò un sentimentale. Sarò un romantico. Sarò un retrogrado integralista trapiantato dal medioevo. Insomma, sarò quel che vi pare, ma io non mi rassegno.

I fatti: un genitore della provincia di Vicenza mi ha inviato copia di un libricino in uso a sua figlia di quinta elementare. Il titolo del libro è “Col cavolo la cicogna”, scritto e diffuso dal dott. Alberto Pellai, guru dell’educazione sessuale molto ben introdotto anche nel mondo cattolico. L’autore – con la sua fatica – si ripromette di andare a insegnare ai nostri figli come conoscere “Tutta la verità sull’amore e sessualità”.

Considerando la natura della pubblicazione, il sottotitolo mi pare un tantino borioso, ma tant’è…

Io però vengo dalla generazione romantica e cavalleresca e per me – seguendo le poche parole di mio padre in merito – le donne non si toccano neanche con un fiore, quindi leggere che a bambini e bambine di 9 anni (dicasi nove anni) si spieghi – con dovizia di particolari e con l’ausilio di immagini dettagliate (vedi pagina 114) – il funzionamento della vulva, del meato uretrale e del clitoride mi provoca qualche fastidio. Quando poi leggo a pag. 137 che “due persone che si amano molto (…) Possono decidere di fare l’amore cioè di esprimere quello che provano in un modo molto speciale: stanno molto vicini e così l’uomo può far entrare il suo pene nel corpo della donna attraverso l’apertura della vagina”, il fastidio lascia posto all’orrore.

Si, avete capito bene, orrore. Sono infatti convinto sia orribile trasmettere ai bambini di nove anni nozioni di meccanica sessuale quando magari non l’hanno chiesto e comunque non hanno né gli strumenti né la capacità di reggere l’immenso portato emozionale, psicologico e relazionale dell’amore. Stiamo togliendo ai nostri figli la magia della vita, la poesia dei corpi e delle anime, il mistero dell’amore, sostituendo il tutto con tristi pubblicazioni in ossequio agli “Standard dell’educazione sessuale” dell’OMS.

Penso sia orribile che tutto questo sia veicolato da libricini scolastici, con tanto di “compitino” per riempire le paroline mancanti in fondo al testo…. Sono soprattutto terrorizzato che tutto questo avvenga a scuola, in un contesto di algida e comunisteggiante “pubblica istruzione”.

Ci sono cose che un uomo deve apprendere da suo padre e una donna deve apprendere da sua madre. E poi ci sono cose che ciascuno deve scoprire da solo. Da sempre spetta ai genitori il compito di custodire e tramandare il segreto della vita, quel segreto che ci rende pienamente umani, in cui riposa tutta la nostra forza e tutta la nostra dignità, quel segreto che porta l’uomo a sfiorare l’eternità, a sfidare il tempo e la morte, a toccare il cielo. Con questi libricini stiamo demandando a ignoti “specialisti” – per bravi che siano – il più prezioso dei legati che un genitore può lasciare ai suoi figli.

La generazione che verrà, sarà espertissima di tecniche sessuali. A 5 anni il sesso fetish, come proposto da:“Piselli e farfalline” di Vittoria Facchini, dove un uomo adulto nudo succhia i piedi di una donna altrettanto nuda e la didascalia informa che “ai corpi e ai cuori fa piacere assaggiare tutti i sapori, sentire i profumi e gli odori”. A nove anni il sesso “del missionario” come proposto dal libro del cavolo. Poi magari a 16 il sesso gay come al liceo di Perugia, poi le varie perversioni catalogate sui siti porno in una infinita girandola del sesso discount, per presto approdare al non senso…

I ragazzi conosceranno fin da giovanissimi come si fa a far sesso, ma non sapranno più – neppur da grandi – come si fa a far l’amore… Giovani nel corpo, ma morti nell’anima.

I dotti assicurano che questo sfacelo è in realtà il progresso che avanza e che tanto lo saprebbero dai compagni o dal cellulare e che così si prevengono le gravidanze indesiderate e le malattie veneree. Sicuri? Perché i fatti sono testardi: nei civilissimi Stati Uniti, dopo anni e anni di educazione sessuale di Stato nelle scuole elementari, assistiamo ad un record di gravidanze indesiderate tra le più giovani; lo stesso in Gran Bretagna e in Nord Europa, mentre nella arretrata e borbonica Italia, dove fino a pochi anni fa erano i genitori a educare i loro figli, i tassi di gravidanza tra le under 14 sono tra i più bassi al mondo. Tassi ovviamente in leggera crescita, visto il proliferare della stramaledetta educazione sessuale di Stato fin dalla più tenera età…

Del resto non serve la fantascienza per capire che se a un ragazzino di nove anni spieghiamo a scuola come si fa a copulare non possiamo poi meravigliarci che passi in men che non si dica dalla teoria alla prassi, magari con la vicina di casa o con la compagna di banco. Perché non gli spiegargli come costruire una bomba? (Si, una bomba… Perché la potenza contenuta in quel gesto è una vera e propria bomba atomica, capace di portare vita o di portare morte a sé e agli altri a seconda dell’uso che se ne fa.) Noi stessi adulti non sappiamo governare l’immensa energia creatrice della sessualità, e pretendiamo che un libricino da 7 Euro faccia il nostro lavoro? Stolti.

Impariamo a tenere i nostri figli a casa nelle ore di educazione sessuale e profittiamo per legger loro “il piccolo Principe”, oppure raccontiamo loro di Ulisse e Penelope, di Amore e Psiche, di Ettore, di sua moglie e del loro piccolo Astianatte. Lasciamo che si commuovano leggendo di Tristano e Isotta, mostriamo nel cielo estivo le costellazioni di Perseo e Andromeda, sveliamo loro i misteri della vita affettiva con la bellissima storia di Tobia e Sara o con gli immortali versi di Dante e Shakespeare. Facciamo loro ascoltare la Turadont, portiamoli a vedere le statue di Canova o i dipinti di Chagall. E insegniamo loro la difficilissima arte del pudore, della verecondia, della riservatezza. Nutriamo la loro anima di amore, quello vero. Il corpo capirà da solo cosa fare quando l’anima avrà incontrato la sua anima. E quando sarà il momento. Senza fretta. Lasciando sempre spazio alla meraviglia.

Per carità, viviamo in una società pluralista, e ognuno insegni ai suoi figli quel che gli pare. Sappia però bene – chiunque avesse in mente di avvicinarsi ai miei di figli con il manuale del piccolo Kamasutra – che non tollererò cose del genere, abbiano o no il bollino di qualche ministero inutile, di qualche sessuologo di grido, di qualche università venduta o di qualche prete svampito.

Sappia inoltre che non sarò solo, visto che avremo cura di spiegare nel dettaglio agli altri genitori (compresi i numerosi amici mussulmani), quello che si sta cercando di inculcare più o meno subdolamente ai nostri figli. Siamo per l’accoglienza no? Sono sicuro che saprete rispettare e accogliere il mio, il nostro, punto di vista.

Anche perché nell’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nell’art. 30 della Costituzione e nell’art. 315 bis del Codice Civile c’è scritto che abbiamo ragione noi.

 

Simone Pillon

da EducazioneLibera del 23/2/2017

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2017: l’anno del bavaglio?

Socialismo

 

 Non so se il 2017 sarà l’anno in cui i siti di informazione libera saranno costretti a chiudere la bocca o a chiudere i battenti. 

Di sicuro è un anno che comincia all’insegna di una censura nascosta dietro il neologismo delle ‘fake news’ che è più che altro il termine di una orwelliana neolingua per significare le notizie non allineate con le narrazioni politicamente corrette, che poi sono il termine della stessa neolingua per indicare le narrazioni fornite e approvate dal regime.
Al riguardo il 2016 è terminato con le dichiarazioni rilasciate al Financial Times dal presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella sulla necessità che vengano istituiti degli organi comunitari per la identificazione e la successiva rimozione di notizie ritenute delle fake news.

Peccato che tale organo non fosse attivo al tempo delle notizie sulle presunte armi di distruzione di massa in Iraq e al tempo delle notizie dell’impiego di gas nervino da parte dell’esercito siriano perché la denuncia di quelle fake news avrebbe scongiurato la morte di un milione circa di persone nel primo caso e non avrebbe fatto rischiare lo scontro militare tra Stati Uniti e Russia al largo della Siria nel secondo e così in molti altri casi. A ben vedere sono gli organi di stampa mainstream che avrebbero bisogno di essere depurati dalle fake news:

 

Ma se una censura che viene preannunciata ce n’è una già attiva e che ci fa prefigurare quelli che saranno gli auspicati sistemi di controllo, lo ha sperimentato direttamente, proprio gli ultimi giorni dell’anno appena terminato, Alessandro Benigni al quale per un articolo in cui esprimeva delle opinioni assolutamente non offensive o in qualche modo lesive di altri (vedi l’articolo pubblicato sul blog Ontologismi)vedeva chiudere il suo profilo Facebook senza alcuna possibilità di difesa. Ecco qui di seguito il passaggio incriminato da Facebook e riportato su “Nelle Note”:

Non viene detto in cosa il testo di Benigni fosse ritenuto inadatto, si fa solo riferimento a dei fumosi standard della comunità, un termine dietro al quale si nasconde l’arbitrio più assoluto. La questione dell’omofobia non è sollevata per tutelare i diritti degli LGBTQ ma è un ballon d’essai lanciato per saggiare le reazioni alla nuova forma di censura, passando quella passeranno tutte le altre.

Sta di fatto che Facebook su richiesta di intervenire verso gruppi di bestemmiatori denominato “Gli anticlericalisti“, mi ha risposto tempo fa che non ravvisava comportamenti contrari alle norme della community. E infatti il gruppo è ancora attivo e come si vede dalle immagini seguenti non viola gli standard della comunità e non incita all’odio:

Questo il post che indica le regole del gruppo, per la comunità di Facebook dire che le persone religiose sono malate mentali non è lesivo.

Il Papa e la Chiesa cattolica sono definiti “cancro dell’umanità”, ma questo non è incitamento all’odio per FB. Cosa sarebbe successo se ci fosse stata una foto del Gay pride?

I cattolici sono definiti in massa “ipocriti”, neanche questo incitamento all’odio per FB è contro gli “standard” della comunità. E si tratta solo dei primi post che ho trovato sulla pagina.

 

Di fatto assistiamo ad un’operazione asimmetrica che blocca certi contenuti e ne promuove altri, per questo tutti, anche chi la pensa diversamente, dovrebbero protestare contro le misure come quelle adottate nei confronti di Alessandro Benigni.

 

La censura sotto il pretesto della tutela della corretta comunicazione è dunque già in atto, Facebook l’ha sperimentata in modo pionieristico da tempo, i meccanismi sono semplici e collaudati basterà applicarli anche ai siti Internet e se necessario con l’intervento dell’autorità giudiziaria.

 

Questo è il primo e fondamentale terreno di scontro sul quale si apre l’anno, fondamentale perché è quello che può escludere ogni confronto sugli altri argomenti.

 

 

 

.Enzo Pennetta, 1 gennaio 2017 per http://www.enzopennetta.it/2017/01/2017-lanno-del-bavaglio/

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