Obama: un bilancio fallimentare

Politica

 Otto anni di Obama: un bilancio fallimentare

Dalla riforma sanitaria alle primavere arabe: tutti i “flop” del presidente uscente. Il giornalista Marco Respinti, esperto di politica americana, spiega: “Nemmeno la ripresa economica è merito suo”

 

Difficile salvare qualcosa degli otto anni di presidenza Obama. Assolutamente negativo è il bilancio che ne trae in un’intervista con ZENIT, Marco Respinti, giornalista professionista, saggista, traduttore, studioso del pensiero conservatore anglosassone, Senior Fellow a The Russell Kirk Center for Cultural Renewal (Michigan).

Secondo Respinti, Obama, che domani lascerà ufficialmente la Casa Bianca, cedendo il testimone a Donald Trump, ha rinnegato i valori che da oltre due secoli animano gli Stati Uniti d’America, al punto da meritarsi l’appellativo di “primo presidente post-americano della storia”.

Anche le pagine apparentemente più brillanti della sua amministrazione, come la ripresa economica dopo la più grande crisi finanziaria degli ultimi settant’anni, sono in realtà più ascrivibili alla tenacia della società civile americana e al suo genio imprenditoriale che non alle politiche del suo presidente. Eppure Obama è ancora convinto di passare alla storia, come dimostra il “profilo alto” che sta mantenendo fino all’ultimo.

Partiamo dall’attualità: a differenza della maggior parte dei suoi predecessori, Obama non sembra affatto intenzionato a una conclusione di mandato in sordina: ripetute feste d’addio con i vip, la fine della politica wet foot, dry foot con gli immigrati cubani ma, soprattutto, la voce grossa con la Russia e con il presunto spionaggio alle ultime elezioni presidenziali. A cosa è dovuto questo “colpo di coda” nel protagonismo del presidente uscente?

Ritengo sia dovuto a due ordini di cose. Il primo è la convinzione di essere un personaggio da libri di storia (il primo presidente nero degli Stati Uniti, il Premio Nobel “alla carriera” prima ancora di averlo meritato…); forte di questa idea, Barack Obama ha fatto di tutto per chiudere con un colpo di teatro. Il secondo è che ha poca intenzione di andare “in pensione”: dopo la disfatta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca e la rotonda sconfitta del Partito Democratico al Congresso federale, il fronte liberal è tutto da ricostruire e il parterre dei suoi potenti supporter da rassicurare. I suoi ultimi fuochi sono un messaggio: “non me vado del tutto”…

Otto anni fa, al suo insediamento, Obama aveva promesso epocali cambiamenti sia in politica interna che estera. «Change» è stata a lungo la parola chiave della sua amministrazione. È stato davvero così?

Sì, ma in peggio. Gli Stati Uniti di oggi non sono affatto migliori di quelli di ieri; non tutti i guasti sono imputabili a Obama ma di molti è responsabile l’ideologia con cui il presidente ha guidato il Paese. Lo ha scritto lo stesso Obama su The Economist e in Italia su la Repubblica ammettendo che, alla fine della sua era, vi è «[…] scontento diffuso in tutto il mondo», «[…] scetticismo verso le istituzioni internazionali, gli accordi commerciali e l’immigrazione», «[…] produttività in calo e […] aumento delle ineguaglianze» che «[…] hanno rallentato la crescita degli introiti delle famiglie a basso e medio reddito. La globalizzazione e l’automazione hanno indebolito la posizione dei lavoratori e la loro capacità di garantirsi un salario dignitoso». Un disastro, insomma.

In politica interna, la più grossa innovazione portata dall’amministrazione Obama è stata la riforma sanitaria: che bilancio se ne può trarre a quasi sette anni dall’approvazione?

La cosiddetta Obamacare non ha affatto garantito la copertura sanitaria a tutti i cittadini americani, ma in compenso ha aumentato a dismisura i costi, complicando il sistema in maniera insostenibile. Inoltre, un numero enorme di americani vive oggi di food-stamp, quei sussidi che asservono le persone a uno Stato che le considera solo riserve elettorali, laddove sarebbe invece bastato ridurre drasticamente le tasse e dimagrire la macchina pubblica per innescare quel circolo virtuoso mediante il quale i cittadini invece di farsi mantenere divengono imprenditori di se stessi. Se gli Stati Uniti hanno oggi superato la crisi economica meglio di altri Paesi, soprattutto europei, lo si deve infatti soltanto alla solerzia e all’industriosità degli americani che nonostante l’Amministrazione Obama, e non per suo merito, sono riusciti a sfangarla…

Che dire, invece, della politica estera?

Sul piano internazionale, le scelte insipienti della Casa Bianca hanno prodotto instabilità e insicurezza: il fallimento delle “primavere arabe”, la guerra sbagliata in Libia voluta dagli europei a cui Obama si è accodato, il ritiro sciocco dall’Iraq che ha permesso lo sviluppo dell’ISIS, tutti gli errori compiuti nel disastro siriano e l’inutile provocazione alla Russia. Non bisogna essere dei fan di Vladimir Putin per dirlo.

Un aspetto rilevante della sua politica è stato l’aver messo in discussione la libertà religiosa, con tutto quello che ne consegue…

Dei “princìpi non negoziabili”, Obama è un nemico giurato. L’Obamacare è stata la grande scusa per imporre il controllo della nascite (contraccezione, aborto, sterilizzazione) a spese dei datori di lavoro, ivi comprese le istituzioni religiose. Di aborto e gender Obama è stato un grande sacerdote, e della libertà religiosa il guastatore supremo. L’ha manomessa in tutti i modi, diretti e indiretti, temendo come poche altre cose la sua piena applicazione. Negli USA, infatti, la libertà religiosa è il primo diritto politico dei cittadini, iscritto a lettere d’oro nel primo Emendamento alla Costituzione federale, il che significa che da esso derivano e dipendono tutti gli altri diritti politici. Per com’è espressamente formulato, il diritto alla libertà religiosa è anzitutto diritto all’espressione pubblica della fede, il diritto cioè che la fede sia anche cultura, persino politica. Di questo Obama e il suo mondo hanno paura, e questo Obama e il suo mondo hanno combattuto e combattono con decisione e asprezza.

Per che cosa sarà ricordato, quindi, nei libri di storia, il 44° presidente degli Stati Uniti d’America?

L’ex ambasciatore all’ONU John R. Bolton ha definito Obama il “primo presidente postamericano” della storia. Mi sembra un titolo adeguato.

Qual è stato, a suo avviso il risvolto più positivo degli otto anni di amministrazione Obama?

Fatico a rispondere. Cerco, ma non trovo. Probabilmente l’avere provocato la reazione che ha messo fine alla prosecuzione del suo progetto ideologico via Clinton. Le elezioni per la Casa Bianca e per il Congresso federale dell’8 novembre sono state un referendum su Obama, e Obama ha perso.

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19 gennaio 2017 Notizie dal Mondo

Otto anni di Obama: un bilancio fallimentare

[Seguirà domani, venerdì 20 gennaio, una nuova intervista a Marco Respinti, sul programma politico del nuovo presidente USA, Donald Trump]

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Giornata della pace? Verità sulla Siria!

Politica

 ALEPPO, LE MENZOGNE DEI MEDIA E LA REALTÀ VISSUTA DA CHI L’HA VISSUTA.
PARLA UN MEDICO, NABIL ANTAKI.

La fine della battaglia di Aleppo ha segnato un altro episodio di sostanziale vergogna per la maggior parte dell’informazione occidentale, compresa quella italiana. Era solo qualche mese fa che denunciavamo come i media occidentali si facevano strumento della propaganda dei propri governi, e facevamo nostro l’incipit di un commentatore del Boston Globe: “La copertura della guerra siriana sarà ricordata come uno dei più vergognosi episodi nella storia della stampa americana. E i reportage sul massacro nell’antica città di Aleppo ne sono l’ultimo episodio”. 

Per quelli che conoscono l’inglese, è una lettura istruttiva. Ne avevamo tradotto alcune parti in questo articolo.

In realtà doveva ancora venire la copertura delle presidenziali USA, con tutte le élite giornalistiche schierate per Hillary Clinton e partecipi – senza una scusa ai propri lettori traditi – della disfatta. Ma dal momento che tutto si tiene, non possiamo non ricordare che Hillary Clinton è stata una delle artefici del massacro del popolo e della nazione siriana.

La fine della battaglia di Aleppo, che ha ridato acqua, elettricità e libertà – sì, libertà, più di quella che offrivano i tagliagole alleati di Turchia, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, e difesi (!) dalla UE – ai milioni di cittadini di Aleppo sottoposti negli ultimi quattro anni a bombardamenti quotidiani ignorati dai nostri mezzi di informazione. La foto che vedete è quella dell’albero di Natale che gli aleppini del quartiere di Azizieh hanno eretto per festeggiare il primo Natale senza bombe e morti e feriti da anni. E questo è il video della musica armena suonata per la festa.

Vi offriamo a questo punto la testimonianza di Nabil Antaki, un medico cristiano siriano, la cui lettera è stata pubblicata da Ora Pro Siria, il sito che si è fatto voce della gente reale nel Paese martoriato. Nabil Antaki è un medico che ha deciso di restare ad Aleppo per aiutare i suoi concittadini negli anni di una guerra resa ancora più dura dall’assedio imposto dai ribelli, che privava milioni di persone di acqua ed energia elettrica. I ribelli cosiddetti “moderati” appoggiati dai governi occidentali.

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”Pubblico la mia risposta ad una amica che è stata interpellata da due persone dopo la diffusione della nostra ‘’lettera da Aleppo n. 28’’

Cara F.
Comprendo bene la confusione di uno dei due tuoi interlocutori o il disagio dell’altro, e comprendo anche la tua domanda: ‘qual è la verità? ’

Capisco molto bene la reazione di queste persone sottomesse alla martellante propaganda mediatica occidentale di parte. Una propaganda manichea con i buoni definiti ribelli o rivoluzionari (dimenticando che essi fanno parte dei due gruppi (Daesh e al-Nusra) che la Comunità internazionale ha classificato come organizzazioni terroristiche. Si dimentica anche che 90.000 jihadisti stranieri sono venuti nel nostro Paese per fare la jihad. E si dimentica che il fine di questi terroristi è la realizzazione di uno Stato islamico.

Dall’altro lato, ecco i malvagi, demonizzati da una massiccia disinformazione, sin dagli inizi degli avvenimenti, per accelerare la caduta del regime.
I ribelli-terroristi che invasero i quartieri est di Aleppo nel luglio del 2012 e Mosul nel 2014 sono gli stessi che commisero gli attentati a Parigi nel 2015.
A Parigi, erano terroristi che bisognava eliminare.

A Mosul, voi applaudite (giustamente) l’assalto dell’esercito iracheno appoggiato dai raids aerei statunitensi e della coalizione, per liberare la città dai terroristi di Daesh, (ben sapendo che questi raids faranno ovviamente delle vittime civili, senza che in Occidente qualcuno se ne dispiaccia).
Ad Aleppo, voi invece condannate l’assalto dell’esercito dello Stato siriano il cui scopo è liberare una parte della città, controllata da quattro anni e quattro mesi dagli stessi terroristi di al-Nusra. (Ricordiamo che Daesh e al-Nusra erano un unico gruppo, scissosi in due circa due o tre anni fa, poiché al-Nusra voleva seguire al Qaïda e giurare fedeltà al delfino di Ben Laden, mentre Daesh voleva giurare fedeltà al califfo auto-proclamatosi Baghdadi).

Dov’è la verità? Non certo presso i giornalisti e i media.
Essa si trova presso coloro che vivono qui.
Presso gli abitanti di Aleppo-ovest (che non sono soltanto cristiani, dato che siamo rimasti in pochi), che ieri sera hanno manifestato la loro gioia nelle strade all’annuncio della liberazione di una gran parte di Aleppo-est. Coloro che hanno subito durante quattro anni e mezzo bombardamenti quotidiani da parte dei terroristi di Aleppo-est con decine di vittime tutti i giorni (naturalmente ignorati dai media occidentali e nessuno che abbia sentito imbarazzo). I terroristi li hanno privati d’acqua potabile per più di due anni (1 milione e mezzo di abitanti a cui si è tagliata l’acqua corrente è un crimine di guerra e contro l’umanità) e nessuno ne è stato sconvolto. Sono stati gli Aleppini a supplicare l’esercito ed il governo di liberare i quartieri orientali ed era dovere dello Stato intervenire.

La verità sta presso gli abitanti liberati dei quartieri orientali di Aleppo, che erano ostaggi dei terroristi, anzi scudi umani. Bisogna vederli scoppiare di gioia, mentre si gettano tra le braccia dei soldati, e piangere quando ritrovano membri della propria famiglia. Bisogna ascoltarli raccontare le sofferenze per ciò che i terroristi gli hanno fatto subire. Naturalmente, tutto ciò è documentato con dei video in arabo che non vi mostrano.

I bombardamenti russi e siriani, che tanto hanno disturbato i nostri amici europei [sensibili e cinici a fasi alterne o a seconda della collocazione topografica delle vittime. N.d.T.], ebbene sì, hanno fatto vittime tra i civili e noi lo deploriamo. Ma voi, voi siete altrettanto addolorati per le vittime civili fatte dalla coalizione occidentale nei bombardamenti di Mosul? O la bomba americana è forse più intelligente della russa ?. In Siria no. Infatti i raids della coalizione occidentale sui terroristi hanno mietuto ogni volta vittime civili e l’ultimo raid aereo francese ne ha fatte 110 in un colpo solo, ma non ve lo dicono. Durante una presa di ostaggi, dopo negoziazioni e tentativi infruttuosi per liberarli pacificamente, la polizia non dà forse l’assalto pur essendo consapevole che potrebbero esserci delle vittime tra gli ostaggi?

Non esistono guerre pulite (dimenticate che stiamo vivendo in guerra da cinque anni e mezzo), però i media europei hanno esagerato i fatti, modificando e amplificando la realtà. Il martellamento che avete subito è intessuto di menzogne. Vi hanno annunciato dieci volte in sei mesi la distruzione dell’ultimo ospedale di Aleppo-est: come se per un colpo di bacchetta magica l’ospedale potesse risorgere in due settimane. Vi hanno mostrato il ‘Sindaco di Aleppo-est’ in tutte le salse: conferenze-stampa, ricevuto da Hollande, imbarcandosi con Duflos in un farsesco viaggio ad Aleppo. Ma si dà il caso che questo signore non sia sindaco di Aleppo e neppure di Parigi. Egli è semplicemente un impostore fatto uscire come un coniglio dal cappello di un prestigiatore per appoggiare la campagna mediatica messa su per arrestare l’avanzata dell’esercito lealista, pretendendo una tregua per ragioni ‘umanitarie’: cioè per permettere ai terroristi (geneticamente modificati dagli Occidentali in ‘ribelli moderati’) di riprendersi.

I Siriani, che hanno sofferto troppo per questa guerra e gli Aleppini in particolare, non accetteranno la proibizione di esprimere la loro gioia nel vedere la disfatta dei terroristi (almeno in Aleppo), i loro concittadini di Aleppo-est liberati, e di poter vivere senza piangere ogni giorno la morte di un parente, di un amico, di un vicino, uccisi dai proiettili di ribelli-terroristi.

Nabil

P.S La campagna mediatica è stata orchestrata alla perfezione: un martellamento quotidiano di menzogne che le persone, pur di buona volontà e con un certo spirito critico, arrivano a credere, non avendo una conoscenza diretta della situazione sul terreno. ‘Non possono mentirci tanto, sicuramente c’è del vero’ pensano.
Se voi mentite, mentite e continuate a mentire, qualcosa delle vostre menzogne sarà creduto. ’’

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Marco Tosatti
da: http://www.marcotosatti.com/2016/12/21/aleppo-le-menzogne-dei-media-e-la-realta-vissuta-da-chi-lha-vissuta-parla-un-medico-nabil-antaki/
 

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Minista (d)istruzione: immatura. E il Veneto insorge

Politica

  E’ ufficiale: la ministra Fedeli non ha neanche il diploma di maturità

Dopo le dichiarazioni del neoministro all’Istruzione Valeria Fedeli di poter fare tranquillamente la ministra senza avere la laurea è intervenuto Mario Adinolfi, ex Direzione Nazionale del PD, il quale affidandosi a facebook ha affermato che non solo la ministra non ha la laurea ma non ha nemmeno il diploma di maturità.

Insomma per la prima volta – andiamo a memoria – nella storia della Repubblica,  il ministro che deve dare le linee politiche all’Istruzione  sia alla scuola che all’università non solo non è in possesso della laurea che “erroneamente” aveva dichiarato nel suo CV, ma non ha nemmeno il diploma.

E’ inutile dirvi che sul web oltre all’ironia feroce tipica degli utenti della rete si sta registrando l’indignazione dei docenti che chiedono le dimissioni  immediate del ministro.

Siamo sicuri che la neoministra all’Istruzione non abbia nemmeno il diploma?

Il quotidiano Libero si dice sicuro: non ha il diploma.

Il giornale ha contattato lo staff della ministra Fedeli chiedendo se le affermazione di Mario Adinolfi corrispondessero al vero.

Lo staff – scrive il quotidiano – “non ha potuto far altro che confermare le parole di Adinolfi. Il corso frequentato – sottolineano dallo staff – è quello triennale della Scuola magistrale. E alla fine del percorso di studio non è previsto l’esame di maturità. Inoltre affermano, sempre dallo staff, che in questo caso il ministro non ha mai inserito nel Cv informazioni imprecise su questo punto”.

Da: http://www.informazionescuola.it/e-ufficiale-la-ministra-fedeli-non-ha-neanche-il-diploma-di-maturita/

ELENA DONAZZAN ASSESSORE SCUOLA DEL VENETO:
A NEO MINISTRO FEDELI DICO:
"NO A TEORIA GENDER IN CLASSE, IL VENETO CONTRARIO A OGNI FORZATURA IDEOLOGICA"

14 Dicembre 2016 14:40

Il Veneto si è già espresso chiaramente, ai massimi livelli istituzionali, contro l'insegnamento a scuola di teorie 'gender' che destrutturano la famiglia naturale. Sappia il nuovo ministro che vigileremo, che scuole e genitori terranno alta la guardia nel segnalare alla Regione ogni eventuale forzatura che dovesse avvenire nei luoghi deputati all’educazione pubblica di bambini e ragazzi.

Quanto appreso dalle cronache in merito al neo ministro Valeria Fedeli, alla quale è stata affidata la massima carica per l'Istruzione in Italia mi preoccupa moltissimo.
La principale posizione politica che pare caratterizzare il profilo dell'ex sindacalista della CGIL, è la sua propensione a diffondere nelle scuole la teoria del genere. Al nuovo ministro ricordo che la Regione Veneto, che ispira la propria azione amministrativa alla promozione della famiglia naturale, fondata sull'unione tra uomo e donna , che ha pubblicamente aderito al Family day e che ha formalmente impegnato i precedenti governi a non applicare il documento standard dell'Oms per l'educazione sessuale in Europa, terrà alta l'attenzione su ogni eventuale intervento ministeriale diretto a veicolare nelle scuole teorie ideologiche che considera pericolose per una corretta educazione all'identità di genere e alla tutela del valore costituzionale della famiglia naturale.

Che il nuovo ministro parta male è oggi oggetto della cronaca ma mi auguro non voglia usare una carica delicata come il dicastero all'Istruzione per piantare bandierine ideologiche che mirano a cambiare i connotati culturali del popolo italiano!

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Renzi-bis: Il lavoro comincia adesso

Politica

 Sarebbe ben triste se ora ci fermassimo alla soddisfazione per la sconfitta della riforma costituzionale e del duo Renzi-Boschi. 

Sì, è vero: c’è stata una vittoria schiacciante dei “No” malgrado il potente schieramento a favore del “Sì”: dalla grande industria alla stampa, dai governi europei e americano al mondo della finanza, tutti a sostenere la riforma del duo Renzi-Boschi.
Invece c’è stata una grande partecipazione e il popolo italiano ha detto "No" perché ha capito che si trattava di un cambiamento della Costituzione che avrebbe significato un ulteriore asservimento a uno Stato onnipotente e a potenze sovranazionali.
Si è trattato dunque di una esperienza significativa, il popolo italiano ha dimostrato che quando ci sono in ballo questioni sostanziali per il futuro non dà la delega in bianco a nessuno.

Ma è certo che non può finire qui, la crisi morale prima ancora che economica e sociale che si trascina ormai da decenni non si risolve con un pur importante “No” a chi voleva dare il colpo di grazia.
È a questo punto che non si può nascondere la preoccupazione quando si guarda coloro che oggi si presentano come i vincitori, la strana coalizione per il “No”.

«Una accozzaglia», li aveva definiti Renzi e in questo caso è difficile dargli torto: Salvini, Grillo, Brunetta, D’Alema, Berlusconi, Bersani, una serie di vecchi personaggi che non hanno in comune nulla se non la reazione ideologica a una persona.
È più che ragionevole temere l’inizio di un balletto politico, affermazioni piene di promesse a cui tante volte sembra non credano neanche quelli che le affermano.
Tutte cose già viste, e il rischio concreto è una nuova stagione di risse politiche che facciano perdere all’Italia un’altra occasione per imboccare una strada positiva.

In effetti l’unico vero elemento di novità – anche politica – che si è registrato è la presenza in questa “accozzaglia” di quel popolo che negli ultimi anni è intervenuto con decisione per difendere la concezione naturale della famiglia, il diritto dei genitori a educare i propri figli, la libertà di educazione.
È il popolo dei family day, che si è mosso anche in questa occasione. Non con grandi manifestazioni di piazza ma con un lavoro di sensibilizzazione città per città, piccolo comune per piccolo comune. Un lavoro che è passato inosservato sui media, ma che ha permesso di incontrare e mobilitare tante persone.
È il popolo del “Renzi, ci ricorderemo”, e si è ricordato. Non per semplice spirito di rivalsa, ma nella consapevolezza che questa riforma costituzionale avrebbe ulteriormente accelerato la discesa dell’Italia verso una legislazione contraria alla famiglia, alla vita, al rispetto della dignità umana.

Il grave errore politico di Renzi è stato l’avere sottovalutato in modo quasi da scherno questa tradizione culturale cattolica a cui evidentemente il popolo italiano è molto più legato di quanto si pensi.
Sostenuto da grandi poteri internazionali Renzi ha invece affermato una concezione materialistica e consumistica ridefinendo il concetto di famiglia, degradata a comprendere qualsiasi tipo di unione, il concetto di genitorialità, sdoganando pratiche indegne come l’utero in affitto.
Pensava che bastasse il potere delle elites per vincere, per indirizzare il popolo, e invece no.

Si è sottovalutato il peso della tradizione culturale cattolica: non nel senso di una fede oggi condivisa, ma come eredità di una Chiesa che ha veramente educato un popolo, dove la fede ha profondamente forgiato la cultura.
Così, non si può impunemente rottamare la famiglia, la sacralità della vita, la sacralità del processo che la natura ha fissato per la procreazione.
Non si può sostituire a questi valori che portano il segno dell’eterno le piccole convenienze immediate, gli interessi che maggiormente corrispondono all’istinto. 

Se c’è una novità è dunque questa: la presenza di gente che ha una coscienza precisa della propria identità. Non è ovviamente tutto l’elettorato che ha votato “No”, ma i cattolici di cultura che sono andati a votare non sono neanche una quota marginale.

Il problema, come già rilevava ieri su queste colonne Alfredo Mantovano, è la mancanza di leader politici che rappresentino e guidino questo popolo.
Ma forse il problema nasce ancora prima, in una Chiesa italiana che, nella sua forma istituzionale, da tempo ha smesso di educare i cattolici alla fede e, quindi, anche a un giudizio politico che da questa nasca.

È quella Chiesa che ha contrastato i Family Day, e che non a caso ha sostenuto Renzi anche in questa tornata referendaria, pur senza dirlo apertamente.
Ma bastava leggere in queste settimane Avvenire per capire da che parte stava la Cei. Con Renzi ha perso anche quel monsignor Galantino che, alla difesa aperta della famiglia e dei nostri figli, ha preferito cercare la strada degli accordi sottobanco con il Pd, ha preferito il compromesso, poi rivelatosi un fallimento.
Ma a Renzi non è mai mancato il suo sostegno, per non parlare di quel monsignor Paglia che da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia si è fatto registrare mentre – pensando di parlare al telefono con il vero Renzi – con una familiarità imbarazzante lo incoraggiava, a nome della Chiesa, ad andare avanti «su tutto». Ed eravamo in piena bagarre per l’approvazione della legge sulle unioni civili.

In questo tempo il popolo cattolico ha dimostrato di sapersi muovere senza aspettare il richiamo dei vescovi, ma ciò non toglie che sia importante che almeno da alcuni pastori riparta un’iniziativa educativa forte: a una fede che sappia generare cultura, capace di abbracciare tutta la realtà, di giudicare il mondo. E come conseguenza rilanciare lo studio della Dottrina sociale della Chiesa. Perché i leader politici non nascono dal nulla.

 

Riccardo Cascioli per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-lavoro-comincia-adesso-18279.htm

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La disfatta di un premier sedicente cattolico

Politica

 Le parole hanno un senso. E quelle del commiato di Renzi ne hanno uno chiarissimo: «Lasciamo la guida del Paese con un’Italia che ha finalmente una legge sulle unioni civili», ha detto. Spiegando anche come tale normativa, nota come Cirinnà, vada intesa. Come una di quelle «con l’anima, quelle di cui si è parlato di meno ed alle quali tengo di più». Che se ne sia parlato di meno è vero tanto quanto che abbia un’anima. O meglio: ammesso e non concesso che ce l’abbia, è sicuramente nera, opponendosi frontalmente al Catechismo, al diritto naturale, ai principi non negoziabili ed alla famiglia intesa dal buon senso quale cellula fondante della società.

E questo, il «cattolico» Renzi – come lui stesso ebbe a definirsi nel maggio scorso a Porta a Porta, proprio parlando di unioni civili –, dovrebbe saperlo bene. Dovrebbe, poiché nel corso della stessa intervista specificò di far «politica da laico», avendo «giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo», introducendo così una schizofrenia morale tra pubblico e privato, del tutto in contrasto con l’enciclica Evangelium Vitae, che anzi al n. 68 bolla tale atteggiamento come «relativismo etico», biasimando chi pensi che, «nell’esercizio delle funzioni pubbliche e professionali», possa «prescindere dalle proprie convinzioni» nel «rispetto dell’altrui libertà di scelta», delegando in realtà le proprie responsabilità «alla legge civile, con un’abdicazione alla propria coscienza morale». Sembra un vestito cucito ad arte addosso a Renzi. Il quale, però, senza crucci, né rimorsi, né dubbi, ha ribadito esser quella sulle unioni civili una delle leggi cui tiene di più: il premier più fotografato all’uscita dalle Messe ritiene motivo di vanto aver varato per primo le “nozze” gay in Italia.

E quali sarebbero gli altri “record” del suo esecutivo? Elencarli tutti richiederebbe tempo. Ma come dimenticare, ad esempio, oltre alla citata legge Cirinnà, quella sul cosiddetto «divorzio breve», per dirsi addio in soli sei mesi, norma definita addirittura «di portata storica» dall’esecutivo Renzi? Oppure quella sulla sedicente «Buona Scuola» coi riferimenti alla «prevenzione della violenza di genere» ed all’art. 5 della legge 119/2013, quella cosiddetta sul «femminicidio», entrambi grimaldelli per introdurre nelle aule i corsi sulla teoria gender, come i fatti e le cronache hanno poi ampiamente dimostrato. Insomma, tutti provvedimenti atti a minare alle fondamenta la famiglia naturale, introducendone piuttosto parodie artificiali.

Allora Renzi, benché a parole non perda occasione per dirsi ed apparire cattolico, non può certo vantar coerenza tra i proclami ed i fatti. Anche di recente, lo scorso primo dicembre per la precisione, sui social, nel corso della rubrichetta «Matteo risponde», alle critiche mossegli per le posizioni del suo esecutivo su matrimonio, omofobia, gender nelle scuole, eutanasia e via elencando, ha replicato non argomentando, bensì offendendo: «Da cattolico Le dico che non so di che cosa stia parlando – ha esordito, non senza una dose industriale di sfrontatezza – So che c’è una parte del mondo cattolico che dice certe cose, dall’altro lato c’ho una strana congiunzione astrale tra questa parte di mondo e il mago Otelma che fa le riunioni con i maghi per cercare di avere la mia sconfitta e le mie dimissioni».

Burlette, che, se non fossero giunte dalla bocca di un (allora) premier, sarebbero state liquidabili come vaniloqui privi di senso. Purtroppo, in politica, anche i vaniloqui hanno un proprio peso specifico. Di fronte ad un tale virulento e pervicace attacco alla famiglia, chiunque credesse nel bene comune e nel diritto naturale non poteva non cogliere la prima occasione utile, per fermare un governo non eletto, eppure mossosi come un’autentica macchina da guerra, scontentando tutti, non solo i cattolici, e seminando crescente malcontento e dissapori. Ora che la farsa è finita, Renzi ha però ritenuto di poter gettare la maschera e dismettere quei panni da «Papaboys» che lui stesso si era dato nel corso di un’intervista al mensile «Vita» dell’agosto 2011, raccontando le due Gmg cui partecipò, nel 1997 e nel 2000.

Così, stranamente, per la prima volta, nel discorso di commiato, mai ha fatto riferimento al suo esser cattolico. Ha ricordato la sua esperienza scoutistica, ha citato il fondatore degli esploratori Robert Baden-Powell, ma zero riferimenti al dato confessionale. Tutt’altro. Il tono è improvvisamente cambiato e si è repentinamente secolarizzato. Così, al posto dell’incenso, ecco spuntare un inedito appello ad una “laica vocazione” non meglio identificata, sospesa forse tra le velleità giacobine alla francese e le “liturgie” radicaleggianti alla Pannella. Ormai, però, è tardi: gli Italiani han già fatto le proprie valutazioni ed han deciso di tracciare una croce su questo governo. Non per votarlo, bensì per rottamarlo. Un governo sedicente cattolico, da archiviare, in realtà, come uno dei peggiori che l’Italia abbia mai avuto. Piaccia o meno a Renzi.

(Mauro Faverzani per http://www.corrispondenzaromana.it/la-disfatta-di-un-premier-sedicente-cattolico/)

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Family Day: Domenica alle urne per il NO

Politica

 “Rivolgo un appello finale al voto cattolico e a tutte le famiglie attente al bene comune, affinché domenica si rechino alle urne e votino NO per respingere questa riforma costituzionale”

 REFERENDUM. GANDOLFINI: “DOMENICA ALLE URNE PER IL NO. DIFENDIAMO LA SOVRANITÀ E LA RAPPRESENTANZA DELLE FAMIGLIE ITALIANE”

 

Rivolgo un appello finale al voto cattolico e a tutte le famiglie attente al bene comune, affinché domenica si rechino alle urne e votino NO per respingere questa riforma costituzionale”. Afferma il presidente del Comitato promotore del Family day, Massimo Gandolfini.

In questi mesi il ‘Comitato famiglie per il NO’ ha svolto centinaia di incontri in tutta Italia per sostenere un NO motivato e ragionato.
Siamo convinti – spiega Gandolfini – che la disintermediazione e l’accentramento del potere in un’unica direzione nega di fatto la democrazia e il bilanciamento dei poteri. L’annullamento dei corpi intermedi, primo fra tutti la famiglia, allontana la partecipazione del popolo alle decisioni che lo riguardano”.

Anche quest’ultima settimana è passata, senza che Renzi ci degnasse di una risposta rispetto al nostro invito ad un confronto pubblico sul merito della riforma – prosegue Gandolfini -. A noi non resta che esortare tutte le persone di buon senso a rigettare il nuovo assetto istituzionale disegnato da Renzi, Boschi e Verdini, che, anche a causa della riforma elettorale, accentra il potere nella figura del premier e subordina la sovranità del parlamento italiano ai diktat provenienti dall’Unione Europea”.

Un sistema che verrà utilizzato, come dicono gli stessi vertici del Pd, per completare la trasformazione del tessuto sociale italiano. Le unioni civili sono infatti solo il capo fila di una politica tesa all’approvazione delle adozioni per tutti; del suicidio assistito; dell’estensione della procreazione artificiale a coppie gay e single; della regolamentazione dell’utero in affitto, delle leggi liberticide sulla omo-fobia e della legalizzazione delle droghe”, conclude Gandolfini.

Roma, 1 Dicembre 2016                                                                 Comitato Famiglie per il NO

Ufficio Stampa 393.8182082

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Lo staff di Trump

Politica

 Il vice-presidente degli Stati Uniti Mike Pence è un “combattente culturale” pro-life e pro-famiglia

 

La vittoria di Trump è fumo negli occhi della comunità “LGBT+” che vede di colpo bruscamente frenare la propria travolgente avanzata avviata sotto l’Amministrazione Obama.

A spaventare gli attivisti della rivoluzione genderista non è tanto la persona di Donald Trump quanto il suo vice Mike Pence, nemico dichiarato delle lobby gay e, per questo, già in passato, bersaglio di numerosi duri attacchi da parte degli attivisti gay. 

Il vice di Trump è stato ora messo a capo del cosiddetto “transition team“, ovvero la squadra che sta gestendo la delicata fase della transizione presidenziale.

Pence, di origini irlandesi, 57 anni, sposato con Karen, padre di tre figli, avvocato e politico di professione, è governatore dell’Indiana da tre anni. Nato cattolico e “rinato evangelico”, sostenitore del Tea Party, l’ala più “dura” del partito repubblicano, si è auto-definito nell’ordine “un cristiano, un conservatore e un repubblicano”.

PREFERITO a Chris Christie

Pence è stato preferito da Trump nel ruolo di vice-presidente a Chris Christie, governatore del New Jersey, malvisto dall’ala più conservatrice del Grand Old Party (GOP), proprio per alcune sue precedenti aperture LGBT. Tra tali imperdonabili colpe, l’aver firmato una legge che mette al bando le cosiddette “terapie riparative” dell’omosessualità per i minori.

Al contrario Mike Pence ha un’ottima reputazione tra i sostenitori pro-life e pro-family.

UN “COMBATTENTE CULTURALE

Il neo vice-presidente degli Stati Uniti è infatti visto come uno dei politici più solidi e affidabili sulle questioni etiche all’interno del partito repubblicano. Pence ha fama di “combattente culturale”, avendo condotto, come membro del Congresso, battaglie ideologiche di ogni tipo: dall’ampliamento del diritto di aborto, ai fondi federali per la ricerca sugli embrioni, dall’opposizione nei confronti dei “matrimoni” dello stesso sesso, fino al blocco di nuovi fondi federali per l’organizzazione abortista “Planned Parenthood“.

Una fama guadagnata sul campo, come quando, in occasione del recente dibattito vice-presidenziale con il senatore democratico Tim Kaine, ex governatore della Virginia e candidato vice di Hillary Clinton, Pence è stato violentemente attaccato dalla succitata “Planned Parenthood” come “il legislatore più estremista del 21° secolo”. Un insulto che ha avuto l’indesiderato effetto di trasformarlo immediatamente in paladino dei difensori della vita in tutto il paese americano.

OPPOSITORE DELL’AGENDA GENDER

Pence è stato ed è anche un fermo oppositore dell’agenda gender arrivando a guadagnarsi un onorevolissimo rating “0 per cento” e una grande quantità di durissimi attacchi da parte della potente lobby LGBT+ “Human Rights Campaign“.

Nel 2006, come capo di una Commissione di studio del partito repubblicano, il vice-presidente degli Stati Uniti si è espresso convintamente a sostegno di un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna. In quell’occasione, citando un ricercatore di Harvard, Pence puntò, senza mezzi termini, il dito contro il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, screditandolo come un “collasso sociale che ha sempre portato in seguito all’avvento del deterioramento del matrimonio e della famiglia“. Interpellato sull’omosessualità l’ormai ex governatore dell’Indiana ha inoltre sottolineato come l’essere gay sia una scelta e che decidere di non legiferare per il “matrimonio” gay non è discriminazione ma esecuzione del “piano di Dio”.

Parole che sono musica per le orecchie dei sostenitori pro-life e pro-family. Ci auguriamo che il nuovo vice-presidente degli Stati Uniti mantenga e confermi la sua fama di “combattente culturale” e metta in campo tutti i suoi poteri, come hanno fatto i suoi predecessori, per invertire il prepotente processo di omosessualizzazione degli Stati Uniti imposto al popolo americano dall’Amministrazione Obama.

 

di Rodolfo de Mattei, per Corrispondenza Romana del 12/11/2016
https://www.osservatoriogender.it/vice-presidente-degli-stati-uniti-mike-pence-un-combattente-culturale-pro-life-pro-famiglia/

 

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Sei contro la famiglia? Ti sfasci

Politica

 L'NCD di Alfano (nuovo centro-destra o, meglio, nuovi cristiani democratici) perde un altro pezzo: l'On. Pagano, che già aveva votato contro la fiducia in occasione della famigerata legge sui "matrimoni" gay (vedi foto a lato del momento della dichiarazione).

 Il tradimento dei valori di vita e famiglia da parte del NCD, dovuto alla subalternità storica di ogni DC verso il socialismo, si è concretizzato nel sostegno a ben 8 leggi contro la famiglia (due approvate da un solo ramo del Parlamento) che qui di seguito si elencano.

 Più sotto, una bella intervista all'On. Pagano.

Il Governo PD-NCD e la famiglia – aggiornamento 16/11/2016

  1. 2014 novembre: Negoziazione assistita per i procedimenti di separazione e divorzio. Si prevede un accordo da parte dei coniugi dinanzi a un avvocato, o anche solo davanti all’impiegato del Comune, senza necessità di comparire davanti al giudice. Ci si pone sulla strada della privatizzazione della famiglia e della banalizzazione del matrimonio
  2. 2015 Aprile: Divorzio breve. La norma prevede una riduzione dei tempi di separazione dagli attuali tre anni a sei mesi se la separazione è consensuale, a 12 mesi se è “giudiziale” (cioè chiesta da solo uno dei due coniugi).  http://www.tempi.it/divorzio-breve-il-clap-clap-della-stampa-e-una-domanda-perche-non-lasciarsi-via-sms#.V7V25NIw9xB
  3. 2015 Luglio: “Legge sulla buona scuola”, che all’art. 1, comma 16, che ha legittimato e confermato un’azione di inserimento della cosiddetta ideologia del “gender” nelle scuole. Si veda anche la Circolare MIUR per la giornata contro omofobia:  “supportare […] sulle delicate questioni legate all’identità di genere o a qualsiasi altra forma di violenza“. https://www.osservatoriogender.it/miur-promuove-lideologia-del-gender-nella-scuola-italiana/
  4. 2015  ottobre: Ius soli – ma soprattutto ius culturae – alla Camera. Approvato alla Camera lo “Ius soli”: lo scopo è il “metticciato culturale”, ridurre l’importanza della cultura occidentale e cristiana, basta nascere sul territorio italiano. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ius-soli-temperato-ecco-cosa-cambia  
  5. 2016 Maggio: “Matrimoni” gay. Approvato in via definitiva l'11 maggio 2016 il disegno di legge “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. http://www.governo.it/approfondimento/unionicivili/4707
  6. 2016 giugno: stepchild adoption.  Avvocatura dello Stato: permessa l’adozione bambini da parte di coppie omosessuali (stepchild adoption). http://www.loccidentale.it/articoli/141959/e-meno-male-che-avevano-stralciato-la-stepchild-adoption 
  7. 2016 Luglio:  promozione dell’ LGBT. Il governo Renzi accelera su gender e omosessualità, lanciando un nuovo portale web nazionale, interamente dedicato alla promozione dell’agenda LGBT. https://www.osservatoriogender.it/governo-renzi-lancia-portale-nazionale-lgbt/  
  8. 2016 Settembre: il bullismo sostituisce la “Scalfarotto”. approvata alla Camera la PDL intesa a punire penalmente “la molestia reiterata… al fine di provocare sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione… aventi per oggetto la razza, la lingua, l’orientamento sessualehttp://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5094  

Prossimamente sui nostri schermi:
– Educazione sessuale nelle scuole:  http://www.huffingtonpost.it/celeste-costantino/educazione-sentimentale-legge-_b_10695924.html?utm_hp_ref=italy#
– Eutanasia / testamento biologico: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=41308
– Abolizione cognome paterno: DdL approvato nel febbraio 2014, torna di attualità grazie a un parere della Corte Costituzionale del novembre 2016: disgregazione dell’identità familiare, “identità liquida” http://www.siallafamiglia.it/il-cognome-paterno-potrebbe-diventare-un-optional/ 
– Legalizzazione cannabis: http://www.business.it/legalizzazione-cannabis-cosa-prevede-la-legge/
– Persecuzione per chi cura l’omosessualità: http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/presentata-al-senato-una-legge-contro-le-terapie-riparative/
– Utero in affitto: http://blog.openpolis.it/2016/05/10/progetti-legge-sulla-maternita-surrogata/7871

In generale: http://www.quotidiano.net/politica/governo-riforme-1.2156512 e: http://www.tempi.it/i-due-anni-poco-family-friendly-del-governo-renzi

 

Intervista al parlamentare nazionale di San Cataldo che ha aderito alla Lega dei Popoli di Salvini:
“Noi portiamo avanti un progetto politico importante”

 

Alessandro Pagano, deputato nazionale di San Cataldo, ex Ncd, ha da poche ore aderito alla Lega dei Popoli di Matteo Salvini. Per stamani ha convocato giornalisti e fotografi. Una conferenza stampa per spiegare le sue ragioni, la sua scelta, meditata a lungo, dopo lo strappo a maggio con il suo ex partito sul ddl sulle unioni civili.  La Voce del Nisseno l’ha intervistato a lungo per saperne di più. A conclusione del ping pong verbale, afferma: “Noi portiamo avanti un progett o politico importante. E’ quello della rinascita del nostro popolo siciliano. Ci vogliono le basi culturali e politiche”.  

Onorevole Pagano, perché ha aderito alla Lega dei Popoli di Matteo Salvini?

La Lega dei Popoli rappresenta oggi il partito che più di ogni altro in Italia difende i valori, i principi e i sentimenti più positivi del popolo italiano. Mi riferisco alla difesa della libertà economica minacciata da questa Unione europea che sta impoverendo il nostro popolo. Mi riferisco a questo Euro che sta uccidendo la nostra economia. Mi riferisco alla sicurezza che è minacciata da questi flussi migratori che vengono gestiti in maniera irresponsabile dal Governo Renzi. Mi riferisco anche ai valori sacrosanti della vita e della famiglia che sono stati calpestati con le unioni civili e con tutte le altre leggi come la liberalizzazione delle droghe e così via che questo Governo Renzi si è intestato. E che pervicacemente continua a difendere.   

Come fa a conciliare i suoi valori cristiani con l’estremismo leghista? Lo sa che Salvini vuole radere al suolo i rom con le ruspe?

Intanto stiamo parlando con una Lega dei Popoli che ha una valenza nazionale. E quindi è un superamento non soltanto geografico, ma anche politico e culturale di tutte le posizioni precedenti. Dico questo con assoluta certezza perché Bossi, che era l’autore di queste teorie, è oggi una netta minoranza all’interno della Lega come è stato certificato a Pontida il 18 settembre. Tant’è che la dimensione futura non è la Lega del Nord ma la Lega dei Popoli. Una Lega che ha una caratterizzazione nazionale e che supera gli schemi legati al passato.  

Forse Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni incarna meglio ciò che sono i suoi valori. Ci ha pensato?

Fratelli d’Italia è un partito gemello che va sicuramente ad affiancarsi, a federarsi con la Lega dei Popoli. Come è noto, come è stato dichiarato e come la storia recente dimostra. Nel prossimo futuro si vedrà un accoppiamento. Paradossalmente la Lega dei Popoli è più concreta, più precisa e più rispondente ai valori che ho appena accennato. Faccio un esempio concreto. Il 30 gennaio di quest’anno c’è stato, come è noto, il famoso Family Day. Un milione di persone in piazza. A protestare contro le unioni civili. Le uniche tre regioni presenti con i loro stendardi erano Veneto, Lombardia e Liguria. Un dato interessante.

Prego, onorevole Pagano.

La prova concreta che i valori cristiani a cui io faccio riferimento, a cui fa riferimento la stragrande maggioranza del popolo italiano, vedevano nelle tre Regioni amministrate dalla Lega direttamente la presenza fisica e tangibile di una testimonianza e di un’appartenenza politica. Mi sento di essere coerente. Ho abbandonato il mio ex partito che è al potere e al Governo proprio perché non mi interessa niente né il potere né il Governo. Credo invece ai principi, ai valori e alla mia missione. E la Lega dei Popoli, da questo punto di vista, rappresenta il mio approdo naturale. Grande rispetto per Fratelli d’Italia. Sarà sicuramente un destino che ci vedrà camminare assieme da qui a brevissimo in tutta Italia. Glielo posso anticipare. Per quanto riguarda la mia appartenenza ho deciso – consultandomi con tutti gli amici, che le assicuro sono tanti – di aderire pienamente alla Lega dei Popoli “Noi con Salvini”.             

Ha escluso a priori completamente l’ipotesi di rientrare in Forza Italia o ha avuto qualche tentazione?

Guardi, io sono uno che ha grande rispetto di tutti. Il capogruppo di Forza Italia in Parlamento, Brunetta, è un mio amico personale. Non nascondo che lui ha avuto con me tentativi di abboccamento. C’è un passato che rispetto ed amo profondamente, rappresenta la mia storia (sono entrato in politica con Forza Italia). Lì si è troppo legati al leader e non a un’idea. In questo momento ritornare indietro, per me, rappresentava un ritorno al passato e non ad una riproposizione. Tornare indietro sarebbe stata una minestra riscaldata. Sono convinto che non devo andare incontro alle mie esigenze ma soddisfare i bisogni del popolo. La mia gente. E come ho detto rispondendo alla sua prima domanda, è soltanto Salvini e la Lega dei Popoli che sui grandi temi che oggi fanno male alla gente, su cui c’è tanto malessere, motivo di disordine, che riesce a dare risposte.      

In queste poche ore, sta ricevendo più critiche o più consensi da parte dei cittadini?

Ma guardi, lo dico citando una fonte che so che non è in alternativa alla vostra. Radio CL 1 mi ha detto, nella sua intervista, che ha avuto cinquemila visualizzazioni, momenti di contatto. Una cosa mai accaduta. C’è molto interesse. La gente soffre e sta male, sta morendo di fame, vedere che si spendono dieci miliardi di euro per accogliere dei migranti a cui non si potranno dare delle risposte. E’ chiaro che non si potranno dare risposte. Non sono dei rifugiati politici che bisogna evidentemente aiutare perché perseguitati. Sono persone che cercano lavoro che non c’è. I nostri vanno via. E’ solo per aiutare quel business delle cooperative che gestiscono questo tipo di affare.     

Senta, che tipo di adesione istituzionale sta raccogliendo sul territorio?

Mi sono appena cimentato. Quello che le posso dire è che sicuramente io ho la responsabilità delle provincie di Enna, Agrigento, Caltanissetta, Trapani e Palermo. E ho una classe dirigente, per la prima volta nella mia vita, posso selezionare e cercare in tutta questa fetta di regione. Dall’altra parte, come è noto, c’è l’onorevole Attaguile che già faceva parte della Lega dei Popoli. Dirle che c’è tanto interesse è dirle poco. Le porte sono aperte per tutti gli uomini di buona volontà che hanno sani principi. La Lega Nord era al 3%…

Adesso i sondaggi danno la Lega al 15%.

Bravissimo. Nel 2013 era al 3%. Oggi in cinque regioni quasi al 15%. Penso che la stessa cosa si vedrà al Sud. La gente soffre, è in difficoltà, vede queste ingiustizie sociali e questo Governo Renzi prende in giro anche con questa riforma costituzionale… La gente ha bisogno di risposte. La Lega dimostra che ha costruito la classe dirigente sui sindaci, sugli amministratori locali. Se io sono stato cercato è forse anche perché ho dimostrato il mio valore quando sono stato assessore regionale in Sicilia. Mi sono fatto onore in settori delicati e strategici. Con gioia ho risposto sì. Dopo ampie riflessioni.      

In questi mesi di tormento, onorevole Pagano, con chi ha condiviso il suo percorso interiore e il suo travaglio politico?

Con centinaia di amici a cui avevo anche manifestato l’idea di abbandonare la politica. Dopo aver preso le distanze, l’11 maggio, dal mio ex partito, avevo messo in conto anche questo. Tutti mi hanno detto: non è possibile che questo bagaglio di esperienze, culture, conoscenze, di rete, di credibilità si disperda. Non faccio mai le cose d’istinto. Le faccio anche con una riflessione interiore. Intendo spirituale. E’ stata una scelta meditata molto a lungo.

Lei si è autosospeso dal Nuovo Centrodestra, a maggio, a seguito del ddl sulle unioni civili. Qual è attualmente il suo rapporto con il ministro degli Interni, Angelino Alfano?

Guardi, io sono uno che i rapporti umani li sa trattare. Ci sono persone che non mi votano con i quali ho un rapporto personale buonissimo. Perché dovrei rompere da un punto di vista umano?! La buona educazione è stato un sentimento che i miei genitori mi hanno inculcato. Spero di mantenerlo per tutta la vita. Poi è chiaro che su cento argomenti, su 99 la pensiamo diversamente. Tipo: all’appoggio esterno al Governo Crocetta in Sicilia, che l’Ncd dà in maniera indignitosa… Il mio disagio risale a circa due anni fa. Ultimamente era un disagio grosso.    

Il prossimo anno si voterà per le Regionali in Sicilia. Potrebbe essere candidato alla carica di Governatore?

Noi portiamo avanti un progetto politico importante. E’ quello della rinascita del nostro popolo siciliano. Ci vogliono le basi culturali e politiche. Lei sta parlando di amministrazione e questo è l’ultimo stadio. Non ci penso nemmeno. Oggi voglio aiutare il mio popolo. Voglio dare una speranza. E la speranza non si dà candidandomi a presidente della Regione. Sarebbe una cosa che fa anche ridere! No, no. Io ho le mie soddisfazioni. Sono un uomo fortunato. Ringrazio Dio che mi ha dato le soddisfazioni politiche che sono state inimmaginabili. Voglio continuare a servire la gente. La gente vuole risposte di tipo sociale e politico. Non di tipo amministrativo. Non è l’ora, non è il momento… Il solo parlarne – non le nascondo – mi dà anche fastidio. Le ho appena spiegato il mio progetto. E’ un progetto sano e positivo. Lungi da me pensare a cose che non mi appartengono.

di Michele Bruccheri per http://www.lavocedelnisseno.it/Articoli/Incontri/Post/559/ALESSANDRO-PAGANO-VOGLIO-AIUTARE-IL-MIO-POPOLO-E-DARE-UNA-SPERANZA

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Gorino: cosa ha veramente detto Mons. Negri

Politica

 "Le iniziative di Stati e governi che aprono le porte senza chiedere agli immigrati un minimo di regole e di assenso ai valori e alle leggi dei propri paesi sono insostenibili"

 

Migranti, la rivolta di Gorino e le colpe dei governi

 

 

Mentre infiammano le polemiche sulla rivolta che ha portato al rifiuto di oltre una decina di immigrati da un ostello di Gorino, in provincia di Ferrara, e mentre si accusano i residenti di razzismo, si rischia però di dimenticare l’origine del problema: “Il dramma  – spiega alla Nuova BQ L'Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Luigi Negri – di un’immigrazione massiccia e regolata con approssimazione”. La prefettura ha infatti ordinato la requisizione della struttura alle 12.55 di lunedì annunciando l’arrivo immediato dei migranti e costringendo i proprietari a cancellare le prenotazioni, generando la ribellione dei cittadini. Proprio in questi giorni anche in Francia la polizia, nel mirino degli immigrati, ha protestato contro il governo che, mentre si avvicinano le elezioni, si rifiuta di prendere provvedimenti contro i delinquenti che assediano le caserme. “Una convivenza è possibile solo a partire da regole comuni e queste si insegnano attraverso una politica che non fa dell’integrazione una bandiera pericolosa ma un obiettivo da raggiungere”.

Sua Eccellenza, la vostra diocesi ha espresso solidarietà a quanti sono stati respinti dall’ostello, come si spiega invece la reazione dei cittadini ferraresi?

Come ho sempre ricordato parlando di immigrazione, il rifiuto all’ospitalità, anche la più faticosa, è contrario ad una coscienza cattolica. Ma è chiaro che questa affermazione solenne deve poi fare i conti con una realtà che si fa di giorno in giorno sempre più problematica ed esclusiva. Infatti, le due affermazioni che si ripetono e che sembrano contrastarsi, quelle del “tutti dentro” o all’opposto del “tutti fuori”, sono entrambe ideologiche e quindi anziché risolvere o integrare generano esattamente l’opposto: esclusione ed esasperazione.

Quali soluzioni suggerisce invece uno sguardo cristiano?

Una visione autenticamente cristiana, e quindi realista, suggerisce ad esempio l’accoglienza secondo un numero che permetta davvero di realizzarla. Altrimenti si produce sia lo sconvolgimento dell’esistenza civile dei cittadini sia degli stranieri. Questo sconvolgimento è aggravato dal fatto che l’Italia apre le porte da sola, mentre l’Europa stenta a farsi carico del problema. Su questo concordo con il Presidente del Consiglio, per cui non possiamo fare da soli quello che gli altri non fanno.

Eppure il governo spinge i Comuni ad ospitare gli immigrati tramite bonus economici, mentre in Francia la polizia sta protestando. Cosa ne pensa?

Non sono un politico, posso però fare una considerazione personale: le iniziative di Stati e governi che aprono le porte senza chiedere agli immigrati un minimo di regole e di assenso ai valori e alle leggi dei propri paesi sono insostenibili. Noi cristiani vogliamo aiutare la gente, tanto che la Diocesi ha offerto le proprie strutture e il proprio aiuto nel pensare a un piano di accoglienza, ma sappiamo che le iniziative populiste con il fine di guadagnare consenso e voti peggiorano solo la situazione di tutti. E’ così evidente l’insostenibilità della vicenda che anche la brava gente o la polizia, esasperate, sono spinte a gesti di protesta. La responsabilità principale è dei governi: dovrebbero badare di più alla realtà dei propri cittadini che alle ideologie perseguite da anni senza più governare in maniera quantomeno corretta.  

Cosa intende per corretta?

Non basta accogliere, bisogna preparare i propri cittadini all’accoglienza. Inoltre, occorre integrare davvero, dandosi cioè un obiettivo fondamentale per permettere la convivenza. Ad esempio, non si può non chiedere a chi emigra in Europa di sottoscrivere alcuni valori sostanziali, non si può non domandare il rispetto per la dignità di ogni essere umano e il rifiuto dello strapotere dei maschi sulle femmine. Infine, non si può non pretendere il riconoscimento della divisione fra legge civile e religiosa, la cui confusione farebbe retrocedere la nostra civiltà di mille anni. Occorre incentrare l’integrazione sulla comune ragione che unisce gli uomini, da qualsiasi regione o religione del mondo essi provengano, nel riconoscimento della legge naturale. Solo da qui può partire un cammino che porti all’obiettivo dell’integrazione. Attenzione quindi alla mediocrità e all’approssimazione che creano disastri molto più gravi di quelli che si dice di voler risolvere.

Un’altra soluzione l’hanno proposta recentemente alcuni prelati nigeriani, libici, siriani e iracheni che hanno chiesto all’Occidente di smettere di promettere accoglienza, illudendo quanti lasciano tutto per un sogno che spesso si trasforma nell’incubo della delinquenza.

La posizione di questi prelati è di assoluto realismo. Un realismo che distingue i pastori preoccupati della vita dei loro figli e anche del bene comune dei paresi in cui vivono, da quanti parlottano sui mass media per interessi politici di parte. Ho visto e letto interviste fatte a questa povera gente immigrata, gente illusa da chi invoca l’accoglienza, magari sorvolando sugli incidenti e i morti prodotti dagli scafisti che cariano la gente su barconi fatiscenti a prezzi esorbitanti. Questa è una forma di schiavitù sostanziale di persone che, se non muoiono prima, vengono poi abbandonate dai nostri Paesi, incapaci di integrare, alla delinquenza. Possiamo, per aderire ad una visione ideologica essere conniventi con questa situazione? Vorrei capire cos’è davvero questa "comunità internazionale" che dovrebbe affrontare questi problemi, mentre dal predicare un’accoglienza come responsabilità obiettiva passa nei fatti a una connivenza con la delinquenza. 

di Benedetta Frigerio
26-10-2016
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-migranti-la-rivolta-di-gorino-e-le-colpe-dei-governi-17834.htm

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Referendum: l’occulta strategia dei poteri forti

Politica

  Ricetta Jp Morgan per l'Italia: liberarsi dalla Costituzione

 

Che un gigante della finanza globale produca un documento in cui chiede ai governi riforme strutturali improntate all’austerity non fa più notizia. Ma Jp Morgan, storica società finanziaria (con banca inclusa) statunitense, si è spinta più in là. E ha scritto nero su bianco quella che sembra essere la ricetta del grande capitale finanziario per gli stati dell’Eurozona. Il suo consiglio ai governi nazionali d’Europa per sopravvivere alla crisi del debito è: liberatevi al più presto delle vostre costituzioni antifasciste.

In questo documento di 16 pagine datato 28 maggio 2013, dopo che nell’introduzione si fa già riferimento alla necessità di intervenire politicamente a livello locale, a pagina 12 e 13 si arriva alle costituzioni dei paesi europei, con particolare riferimento alla loro origine e ai contenuti: “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea” (traduzione da http://culturaliberta.wordpress.com/).

JPMorgan è stata tra le protagoniste dei progetti della finanza creativa e quindi della crisi dei subprime che dal 2008. Fino a essere stata formalmente denunciata nel 2012 dal governo federale americano come responsabile della crisi, in particolare per l’acquisto della banca d’investimento Bear Sterns. Ecco che invece dai grattacieli di Manhattan hanno pensato bene di scrivere che i problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che “i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

E per colpa delle idee socialiste insite nelle costituzioni, secondo Jp Morgan, non si riescono ad applicare le necessarie misure di austerity. “I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Quindi Jp Morgan, dopo avere attribuito all’Europa l’incapacità di uscire dalla crisi per la colpa originaria della forza politica dei partiti di sinistra e delle costituzioni antifasciste nate dalle varie lotte di liberazione continentali, ammonisce che l’austerity si stenderà sul vecchio continente “per un periodo molto lungo”. 

di | per: Il Fatto quoridiano del 19 giugno 2013

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 JP Morgan all’Eurozona: “Sbarazzatevi delle costituzioni”

18 giugno 2013, di Redazione Wall Street Italia

 

NEW YORK (WSI) – Gli economisti del gigante finanziario americano JP Morgan lo dicono senza troppi fronzoli ai governi europei: “Dovete liberarvi delle vostre costituzioni sinistroide e anti fasciste”.

Lo si legge in un documento di 16 pagine in cui vengono elencate le modifiche da apportare nell’area euro per riuscire a sopravvivere alla crisi del debito.

 

Oltre alla parte sul buon lavoro fatto sin qui, la sezione piu’ interessante riguarda il lavoro che resta ancora da fare in termini di deleveraging delle banche e di alleggerimento del debito sovrano e delle famiglie.

Le riforme strutturali piu’ urgenti, oltre a quelle politiche, sono secondo la banca quelle in termini di riduzione dei costi del lavoro, di aumento della flessibilita’ e della liberta’ di licenziare, di privatizzazione, di deregolamentazione, di liberalizzazione dei settori industriali “protetti” dallo stato.

Gli autori della ricerca osservano che nel cammino che porta al completamento degli accorgimenti da apportare alla propria struttura politico economica, l’area euro si trova a meta’ strada.

Cio’ significa che l’austerita’ fara’ con ogni probabilita’ ancora parte del panorama europeo “per un periodo molto prolungato“.

L’analisi dei banchieri risale ormai a piu’ di due settimane fa. Stupisce vedere che non abbia ricevuto un’attenzione maggiore. Gli unici ad avere scritto qualcosa sono i giornalisti del Financial Times, che pero’ non fanno il benche’ minimo cenno alla parte piu’ eclatante, quella sulla costituzione.

Probabilmente l’idea che le grandi banche – in parte colpevoli per la crisi scoppiata in Usa ormai sei anni fa – anticipino altri anni di austerita’ e rigore non sarebbe stata accolta con grande favore dall’opinione pubblica e dai governi.

Nessuno si illude che l’austerity scompaia da un giorno all’altro e nemmeno spera che lo faccia a breve. Tuttavia, ai paesi che hanno fatto ricorso al programma di aiuti internazionali della Troika (FMI, Bce e Commissione Ue) sono state fatte concessioni. Come premio delle modifiche strutturali apportate, e’ stato offerto in cambio un alleggerimento degli impegni presi in materia di riduzione del debito.

E’ un peccato che l’analisi di JP Morgan non abbia ricevuto l’attenzione che meritava. Si tratta infatti del primo documento pubblico in cui dei banchieri ammettono francamente come la pensano su certi temi.

Il problema non e’ solo una questione di reticenza fiscale e di incremento della competivita’ commerciale, stando alla loro spiegazione, bensi’ anche di “eccesso di democrazia” che va assolutamente ridimensionato. L’elite finanziaria internazionale lascia intendere che se i paesi del Sud d’Europa vogliono rimanere aggrappati alla moneta unica devono rassegnarsi a rinunciare alla Costituzione.

DI SEGUITO UNA PARTE DEL DOCUMENTO ORIGINALE:

Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Quando i politici tedeschi parlano di processi di riforma decennali, probabilmente hanno in mente sia riforme di tipo economico sia di tipo politico.

I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia).

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