Il Presidente Bolsonaro consacra il Brasile al Cuore Immacolato di Maria

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Il 23 maggio il presidente del Brasile ha consacrato il suo Paese al Cuore Immacolato di Maria. E finora è stato fortunato perché i prelati e i cattolici “adulti” brasiliani non si sono affrettati a prendere, schifati, le distanze da lui, come successo in Italia con Salvini. Non è la prima consacrazione di questo tipo in Sudamerica, perché già nel XIX secolo un Paese era stato consacrato al Sacro Cuore di Gesù: l’Ecuador. Una storia che val la pena conoscere.

di Rino Cammilleri

Il nuovo presidente dell’immenso Brasile, Jair Bolsonaro, ha partecipato lo scorso 23 maggio a un’imponente manifestazione pubblica dove, davanti alla statua della Madonna di Fatima, ha consacrato il suo Paese al Cuore Immacolato di Maria. Twitta il Messaggero così: «Copiando praticamente il gesto fatto da Matteo Salvini al termine del suo comizio elettorale quando ha consacrato la sua vita e la vittoria leghista per salvare l’Europa e l’Italia alla Vergine di Fatima». Bontà sua, il quotidiano romano precisa: «Nel caso di Jair Bolsonaro non si trattava di una iniziativa elettorale, ma di un evento organizzato da un gruppo di deputati con la partecipazione di gruppi di preghiera e del vescovo locale, monsignor Fernando Rifam».

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2019: una Marcia per la Vita più importante che mai

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Nel 100° dello sciagurato appello ai “liberi e forti”

Contesto istituzionale. Il 1° giugno 2018 si è formato un nuovo Governo che ha posto fine alla Legislatura più anti-vita e anti-famiglia della storia d’Italia: i Governi Letta-Renzi-Gentiloni passano alla storia per le otto leggi contro la vita e la famiglia (1).
Tuttavia, la nuova legislatura nasce anche sotto la spada di Damocle di un “contratto” che ha sinora impedito qualunque iniziativa a favore dei principi non negoziabili, in particolare l’abrogazione delle otto leggi già citate (2). L’unico tema che pare venga sostenuto è quello del cosiddetto “inverno demografico” (3): ma è una posizione perdente perché ignora la sacralità della vita umana quale fondamento giuridico di ogni convivenza civile.
Ciò nonostante, il nuovo Governo ha risvegliato una qualche attenzione verso la vita umana, manifestatasi con una decina di Mozioni di amministrazioni locali in difesa della maternità. Si tratta di iniziative intese a «limitare i danni» (4) della legge 194/78 posto che, purtroppo, solo il Parlamento può abrogarla (5).
Ma, intanto, nuove leggi miranti alla distruzione della civiltà occidentale prendono corpo.

Contesto ecclesiale. La recente prolusione del Presidente della Conferenza Episcopale (6) è tornata ad attirare l’attenzione sui migranti e sul Partito Popolare (7), ignorando i valori non negoziabili e il pericolo islamico. È la conferma di tutta una serie di iniziative diocesane miranti alla costruzione di un nuovo soggetto politico (8) che ha visto, tra gli altri, la ricomparsa dell’On. Romano Prodi e di altri ex deputati PD.

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Mons. Negri: immigrazione, sindaci, obiezione di coscienza a solo scopo elettorale

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Monsignor Negri: “Usare l’obiezione di coscienza per fare politica è sbagliato”

L’Arcivescovo emerito di Ferrara si smarca dalla linea Bagnasco. «Chi vuole integrarsi deve fare passi di immedesimazione nella società».
I sindaci sbagliano a puntare sull’obiezione di coscienza contro il decreto sicurezza. L’integrazione deve essere affrontata con prudenza e realismo mettendo al centro diritti e doveri insieme. Lo afferma monsignor Luigi Negri, classe 1941, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio e teologo.
Nella presente versione l’intervista è stata arricchita da citazioni di riferimento alla pluri-secolare dottrina cattolica.

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 Eccellenza, che cosa ne pensa dell’obiezione di coscienza evocata dai sindaci contro il decreto sicurezza?
«La Costituzione italiana e una prassi consolidata fanno sì che non si possa tirare fuori l’obiezione di coscienza di fronte a tutto, in chiave politica, soprattutto in particolare di fronte a disposizioni amministrative di un governo… e magari dagli stessi che l’hanno finora negata proprio lì dove era invece legittima e doverosa.
Il diritto all’obiezione va difeso quando sono messi in crisi principi fondamentali.
Quei sindaci che usano dell’obiezione di coscienza – volutamente come strumento politico – nei confronti di legittimi interventi di autorità superiori o pari, abusano del concetto
».

  • [«Il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le prescrizioni delle autorità civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo», CCC 2242]

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Nuovo e-book gratis: Magistero Pontificio sulla società

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Il nuovo e-book gratuito è scaricabile gratuitamente dal sito dei libri
www.totustuus.es

Magistero Pontificio sulla società

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Travolti dalla overdose di notizie quotidiane rischiamo di dimenticare i principi perenni che devono animare l’azione del laicato cattolico.

In altri casi il Magistero viene volutamente dimenticato, quando non nascosto.

Ecco perciò sette testi che offrono una risposta a domande come le seguenti:
– la democrazia moderna è cosa buona?
– Cristo Re è un’espressione di sola liturgia?
– lo Stato ha diritto ad educare con proprie scuole?
– quali sono le condizioni per un retto e sano ordinamento democratico?
– si deve sempre tollerare il male nella legislazione?
– si deve iscrivere la verità cristiana nella realtà italiana?

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Mons. Negri: il voto, un popolo abbandonato

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Se la Chiesa non educa,
abbandona il popolo a se stesso

La grande assente di questa competizione elettorale è una presenza cristiana autentica,
che è poi la grande assente dalla vita della società italiana.
Ma per la Chiesa questa è una sfida  a recuperare la propria identità alla missione, per annunciare Cristo.

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Non ho certamente né la competenza né la presunzione di aggiungere una mia particolare interpretazione alla vicenda elettorale che si è conclusa. Preferisco invece fare una serie di osservazioni a un livello più fondamentale della vita politica che richiama inevitabilmente una concezione dell’esistenza o – come diceva san Giovanni Paolo II – la cultura.

Vincitori e vinti sono per me accomunati da una totale assenza di cultura, cioè di una concezione dell’esistenza e quindi di una concezione dei rapporti sociali. In fondo la concezione della politica è uguale, sia in chi è stato scalzato dal potere sia in chi lo sostituisce. È una concezione sostanzialmente materialistica e consumistica.

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Vescovi coraggiosi: Viterbo, non si benedice la sede PD

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Viterbo – Il vescovo non benedice il circolo del Partito Democratico
Le minacce dell’On. Fioroni, democristiano del PD, che attacca il suo vescovo e rivela così la sua vera fede: “Non finisce qui…”

 

Vietato benedire la sede del Pd. Succede a Viterbo, dove il vescovo Lino Fumagalli non permette le benedizioni dei luoghi pubblici, ma solo di quelli privati.

E così la nuova dimora cittadina dei dem rimane senza il buon augurio impartito dal parroco. (altro…)

Avevamo un ministro alla famiglia e non lo sapevamo

Politica

 L’Italia si accorge di avere avuto un ministro con delega alla Famiglia solo il giorno delle sue dimissioni.

 L’ex esponente di Area Popolare Enrico Costa in oltre un anno mezzo di mandato non ha lasciato alcun segno se non legare in maniera indissolubile il suo nome a quello dell’approvazione delle Unioni Civili.

Proprio sotto il suo mandato si sugellò infatti lo storico accodo tra i moderati di Ndc guidati dall’allora Ministro degli Interni, Angelino Alfano, e il Partito Democratico di Renzi per far votare la legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso, privata però della Stepchild Adoption, ovvero la possibilità di adozione del figlio del partner.

 

L’intesa arrivò dopo che il testo si era impantanato in Senato per via della marcia indietro dei grillini e dei mal di pancia dei centristi e dei cattolici del Pd. A lanciare il salvagente fu quindi Alfano. “Se si tolgono le adozioni, la legge la votiamo anche domani”, disse l’ex delfino di Berlusconi a metà febbraio del 2016, mentre il ddl Cirinnà sembrava avviato su un binario morto.

In realtà Renzi aveva preparato il terreno al compromesso qualche settimana prima, esattamente alla vigilia dal grande Family day del 30 gennaio con oltre un milione di persone al Circo Massimo. In pratica, il 29 di quello stesso mese l’ex premier propose al Presidente della Repubblica la nomina di Enrico Costa come Ministro agli Affari regionali con delega alla Famiglia. Il tutto avvenne nella cornice di un piccolo rimpasto dell’esecutivo, che permise all’Ncd di ottenere una manciata di ulteriori poltrone. La mossa non passò inosservata e tutti i commentatori la legarono al patto in vista del voto sulle unioni civili.

Le cose in aula poi andarono come previsto da Renzi e Costa è stato il primo ministro alla Famiglia (prima di lui Guidi, Bindi, Giovanardi, Riccardi e varie deleghe tenute dalla presidenza del Consiglio) ad assistere inerme allo smantellamento del diritto famigliare, che vede venire meno il primato della differenza sessuale tra i coniugi e dell’apertura alla genitorialità.
Insomma se tutto è famiglia niente è più famiglia, come  poi confermeranno le sentenze della giurisprudenza creativa che legittimano anche il presunto diritto di ottenere un figlio che per forza di cose sarà, fin dal suo concepimento, orfano della madre o del padre.

E cosa faceva Costa mentre avveniva tutto questo?
Al di là della diffusione di qualche comunicato in cui richiamava i giudici a rispettare la legge e non far rientrare per via giurisprudenziale quello che era uscito dalle proposte in Parlamento, l’esponente di Ncd non ha mai voluto rischiare la sua posizione per difendere quella visione pre-politica e antropologica della famiglia, riconosciuta anche dalla Costituzione italiana.

Lo stesso Costa ha raccontato che a pesare sulle sue dimissioni sono state infatti le tensioni sullo ius soli e la riforma penale voluta dal ministro della Giustizia Orlando, non le numerose proposte di legge già depositate in parlamento dal Pd con cui si chiede il matrimonio egualitario, le adozioni per le coppie dello stesso sesso e persino la legalizzazione dell’utero in affitto.

D’altra parte nessuno si aspettava di aver trovato un alleato contro la deriva antropologica che minaccia la cellula fondamentale della società.
In un’intervista rilasciata a Repubblica Tv pochi giorni prima dell’approvazione definitiva delle unioni civili nel maggio 2016, incalzato dalla giornalista sul diritto di filiazione dei gay, Costa spiegò che le adozioni furono eliminate per dare “un percorso più rapido alla legge”.
Tutto qui, questione di mero calcolo politico. Il ministro della famiglia non spese una parola sul diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e sul ruolo sociale della famiglia naturale benché la giornalista chiedesse a lui motivi delle divisioni nella maggioranza. Non solo, ma Costa per non apparire “conservatore” ci tenne anche a sottolineare che quando sedeva al Consiglio regionale del Piemonte fu il primo a presentare una proposta sul registro delle unioni civili. 
In effetti è una medaglia da appuntarsi sul petto se si parla negli studi del giornale fondato da Eugenio Scalfari.

"L'estremismo di centro può essere appassionante, ma rischia di essere velleitario", dice ora Costa facendo un esercizio di gattopardismo.

I risultati delle ultime amministrative hanno dato uno slancio quasi insperato ad un redivivo centro destra che adesso richiama sé anche i tanti che hanno fatto da stampella prima ai governi Renzi, poi Gentiloni. Costa probabilmente si prepara quindi a tornare nelle file di Forza Italia tra le quali ha militato fin dai primi anni 2000 o a dare vita a qualche sigla centrista da portare in dono a Berlusconi per una federazione moderata.

Si sappia però che alle urne i conti si faranno con le famiglie che hanno dato già prova di avere una memoria di ferro nelle ultime tornate elettorali.
Costa ci ricorderemo. 

Marco Guerra, 21-07-2017  per http://www.lanuovabq.it/it/articoli-avevamo-un-ministro-alla-famiglia-e-non-lo-sapevamo-20534.htm

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Sboarina: il neosindaco di Verona sotto attacco

Politica

 E’ oramai diventata un vero e proprio caso nazionale la vicenda del “ritiro dei libri gender” che coinvolge il neosindaco di Verona, Federico Sboarina.

 A mettere in moto la macchina da guerra LGBT contro la nuova amministrazione veronese è il punto del suo programma elettorale in cui si prevede il «contrasto alla diffusione delle teorie del gender nelle scuole» e il «ritiro dalle biblioteche e dalle scuole comunali o convenzionate (nidi compresi) dei libri e delle pubblicazioni, che promuovono l’equiparazione della famiglia naturale alle unioni di persone dello stesso sesso».

Che la famiglia fosse una delle priorità d’azione di Sboarina si evince chiaramente anche in un altro passaggio dello stesso programma dove si legge che la nuova giunta si sarebbe impegnata

«a respingere ogni iniziativa (delibere, mozioni, ordini del giorno, raccolta firme, gay pride, ecc.) in contrasto con i valori della vita, della famiglia naturale o del primario diritto dei genitori di educare i figli secondo i propri principi morali e religiosi».

LE REAZIONI

All’indomani dell’elezione del nuovo sindaco di centrodestra tutti sembrano dunque essersi improvvisamente accorti che le sue linee programmatiche ponevano al centro la famiglia naturale oggi pesantemente minacciata da ogni fronte.

Tra i primi ad insorgere vi è stata l’Associazione italiana biblioteche, che ha parlato  di «minacce di censura», subito spalleggiata dal presidente dell’Associazione Italiana Editori (Aie), Ricardo Franco Levi, che ha inviato una lettera alla neo presidente dell’Aib, Rosa Maiello, nella quale sottolinea come una società pluralista debba lasciare spazio a qualsiasi tipo di pubblicazione al di là del contenuto:

«le parole ritiro dei libri dalle biblioteche, dalle scuole e persino dai nidi d’infanzia non sono mai accettabili per nessuna ragione. Mi auguro che il sindaco di Verona riveda il suo programma. Invece del ritiro dei libri, potrà impegnarsi a fornire le risorse per arricchire le collezioni delle biblioteche, comprese quelle scolastiche. E per la scelta dei libri si fiderà della professionalità, sensibilità pluralista, competenza e passione dei bibliotecari e degli insegnanti veronesi».

Secondo Alex Cremonesi di Arcigay Verona il diktat relativista è un “fatto” del quale dobbiamo farci una ragione:

“Invitiamo il neosindaco a riflettere e a rispettare i principi laici e plurali della nostra Costituzione alla quale il suo ruolo lo chiama a rispondere. Che al primo cittadino piaccia o meno, le molteplici forme dell’essere famiglia e della genitorialità, le differenze razziali e religiose, le diversità di orientamento sessuale e di genere sono un fatto, anche a scuola, può scegliere solo se rispettarle o meno”.

Parole in linea con quelle dei consiglieri comunali Tommaso Ferrari e Michele Bertucco.

Secondo il primo un modello di famiglia vale l’altro, l’importante è che siano garantiti i “diritti” a tutti:

“La libertà di stampa e di espressione è la linfa vitale della nostra società e della nostra cultura. La coesione sociale passa dall’approfondire la complessità dell’età contemporanea, analizzandone le sfaccettature senza cedere ad anacronistiche logiche divisive. I diritti civili per le coppie omosessuali non devono essere messi in discussione, neppure con approssimative manovre indirette, perché non sono in contrasto o in concorrenza con serie politiche familiari”.

Dello stesso pensiero anche Bertucco, per il quale nel 2017 è improponibile non potere educare i nostri giovani alla libertà di orientamento sessuale:

“Il sindaco Federico Sboarina e il futuro vicesindaco Lorenzo Fontana sono liberi di pensare quello che vogliono della famiglia naturale, ma con i diritti civili non si scherza. È improponibile nel 2017 pretendere di negare l’esistenza di differenti orientamenti sessuali e altrettanto improponibile, con tutto il razzismo e i pregiudizi che ci sono in giro, pensare di vietare alla scuola di educare anche a queste differenze”.

La polemica dei “libri gender” ha raggiunto anche il Parlamento dove il portavoce alla Camera per il Movimento 5 Stelle Mattia Fantinati è intervenuto, rivelando ancora una volta la posizione dei grillini in materia:

“Bandire i libri che trattano di famiglie cosiddette gender da scuole, asili e biblioteche è da mentalità retrograda, medioevale e ricordano gli inizi di una delle più becere dittature in cui si vietano da subito i libri e la libertà di espressione. Le idee vetuste, folli ed anacronistiche del sindaco Sboarina non possono essere accettate”.

L’unica voce fuori dal coro è stata quella del consigliere comunale Alberto Zelger che ha espresso la sua solidarietà al nuovo sindaco evidenziando quello che è il cuore del problema:

“Sboarina è stato votato dalla maggioranza dei veronesi anche per questa sua decisa presa di posizione contro ogni tentativo di indottrinamento dei bambini a favore dell’ideologia del gender, che vorrebbe equiparare la famiglia formata da un uomo e una donna, all’unione di due persone dello stesso sesso. Qui non si tratta di mandare al rogo dei libri ma di investire il denaro pubblico, destinato alle scuole e alle biblioteche, per veicolare modelli familiari in linea con la Costituzione e con il comune sentire dei nostri cittadini”.

TOLLERANZA A SENSO UNICO

Le parole di Zelger centrano perfettamente il nocciolo della questione. Sboarina ha incentrato la sua campagna sul tema della famiglia ed è stato votato “dalla maggioranza dei veronesi anche per questa sua decisa presa di posizione contro ogni tentativo di indottrinamento dei bambini a favore dell’ideologia del gender”. Le sue intenzioni, una volta eletto, erano scritte nero su bianco nel proprio programma elettorale e quindi non si capisce dove sta il problema.

A ben vedere, il problema consiste nel fatto che i paladini della “tolleranza” e della “diversità” non accettano che venga messo in discussione il loro diktat etico relativista che, in nome del principio di “non discriminazione”, mette sullo stesso piano e chiama “famiglia” qualsiasi tipo di unione, arrivando, in maniera abile ed indiretta, a distruggere l’unico modello vero di famiglia composto da un uomo e una donna.

Se i teorici del Sessantotto proclamavano la “morte della famiglia”, gli ideologi del gender celebrano dunque la comparsa di diverse forme di famiglia per proclamare che “tutto è famiglia”: uno slogan astuto e dall’evidente sapore ideologico per dire che “niente è famiglia”. Si tratta di un chiaro stratagemma che, equiparando i diversi modelli di unione, punta a minare l’identità dell’istituto famigliare naturale, svuotandolo della sua peculiarità e specificità.

 

Rodolfo De Mattei per https://www.osservatoriogender.it/gender-diktat-neosindaco-verona-sboarina-attacco/

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Per lo Ius soli… preghiamo?!?!

Politica

Che l’approvazione dello ius soli stia a cuore a settori importanti della Chiesa italiana è cosa, ormai, abbastanza nota. Lo prova un numero notevole di dichiarazioni, tra cui quella del presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, che ha apertamente parlato di «provvedimento da sostenere e favorire».
Certo, forse prima di schierarsi così apertamente alla Cei avrebbero dovuto pensarci bene, dal momento che non manca chi – sulla base di argomentazioni tutt’altro che polemiche – mette in luce come il disegno di legge (DDL S. 17) in discussione in queste settimane in Senato, volto a modificare la vigente Legge 91/1992, introducendo in Italia una forma temperata dello ius soli, sia iniziativa, in realtà, non rispettosa della Dottrina sociale della Chiesa.

Tuttavia, dato che la Cei, attraverso i suoi più autorevoli esponenti, ha preso una determinata posizione al riguardo, non resta che prenderne atto.
Una simile constatazione non può però portare ad accettare che si arrivi, a Santa Messa, addirittura a pregare per lo Ius soli. Perché è esattamente questo che è successo, come racconta il quotidiano La Verità oggi in edicola. E’ accaduto alla chiesa di Bellaria Centro, parrocchia S. Cuore di Gesù, dove i fedeli, ieri mattina, si sono imbattuti in una preghiera dei fedeli che li ha lasciati di stucco. In particolare, il mio amico Francesco Giacopuzzi, da quelle parti in vacanza, non voleva infatti credere ai propri occhi ed è arrivato a fotografare il foglietto che, incredulo, si è trovato tra le mani, con una preghiera dei fedeli col seguente passaggio:

«Per coloro che ricoprono incarichi di governo e di responsabilità civili, perché si adoperino in tempi rapidi a far approvare la riforma sullo “ius soli”, consentendo ai giovani di origine straniera, nati o cresciuti nel nostro paese, di diventare cittadini italiani non solo di fatto, come già sono, ma anche per la legge. Preghiamo».
Ora, che la preghiera dei fedeli risulti talvolta il momento meno ispirato della Santa Messa – riducendosi a concentrato di aria (quasi) fritta in luogo delle sentite intenzioni di orazione dei parrocchiani – non costituisce purtroppo una novità. Tuttavia, da qui a trasformare questo passaggio in un’invocazione affinché si approvi una determinata legge, francamente, ne passa. Anche perché, a ben vedere, non si ricordano precedenti.

O forse qualcuno rammenta una preghiera dei fedeli per l’approvazione di un disegno di legge X a favore delle famiglie numerose? O contro il divorzio breve, le unioni civili e il testamento biologico apripista dell’eutanasia?
Niente di tutto questo, dato che – si dice – la Chiesa non fa politica. Benissimo. Ma perché allora, quando c’è di mezzo lo ius soli tanto caro al Pd, si scomoda persino la Santa Messa? Non sarà un po’ troppo? Non si starà perdendo completamente la bussola?
Ha senso chiederselo tenendo presente che qui, evidentemente, il punto non è l’unità pastorale di Bellaria, bensì la piega presa da parti importanti del mondo cattolico, le quali oggi sembrano scambiare il Vangelo come vademecum dell’accoglienza dell’immigrato e Gesù come poverello migrante.

La realtà invece è ben diversa, a partire dal Presepe che – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra “culture diverse”, essendo popolato esclusivamente da ebrei.
La stessa condizione di Gesù, analizzata storicamente, non pare quella di una persona socialmente svantaggiata dal momento che, ad un esame attento, «conoscenza delle lingue, abilità professionale, formazione intellettuale offrono un quadro personale sufficientemente delineato per considerare Gesù un imprenditore» (StoriaLibera, 2015; Vol.1:45-100).
Questo significa che accogliere il forestiero o aiutare il povero non siano doveri cristiani? Certo che no, lo sono eccome.
Ma l’approvazione dello ius soli, con tutto ciò, c’entra ben poco, anzi non c’entra nulla. E pare il caso, almeno durante la Messa, di evitare trovate a dir poco fuori luogo.

Il Cristianesimo è infatti qualcosa di troppo importante per essere ridotto a concentrato di buoni sentimenti, cosa che tantissimi fedeli hanno ancora ben chiaro ma che – incredibile ma vero – oggi sfugge ad un numero crescente di pastori.

Anche la Cei, mi permetto di osservare, dovrebbe riflettere su questo, nella consapevolezza che se un cittadino – legittimamente, sia chiaro – è favorevole allo ius soli, all’accoglienza illimitata dei migranti, alla costruzione dello moschee e quant’altro, ha già un’opzione chiarissima e del tutto coerente dinnanzi a sé: farsi la tessera del Pd sostenendone il programma, candidandosi, organizzando convegni, cortei, manifestazioni. Tutte cose, lo si ribadisce, che in un regime democratico sono del tutto lecite.

Ma il Vangelo e la Messa – fino a prova contraria – sono e restano una cosa diversa. Completamente diversa.

 

Giuliano Guzzo

26 lunedì Giu 2017  Posted by in Chiesa | https://giulianoguzzo.com/2017/06/26/per-lo-ius-soli-preghiamo/

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Amministrative: i cattolici al voto

Politica

Cinque milioni di buone ragioni

 «Non siamo un partito ma vogliamo stringere un’alleanza sui grandi temi antropologici».
Lettera aperta del leader del Family Day

 

 La strategia nazionale contro l’umano e la famiglia prosegue con il varo delle sue lugubri leggi.
È certamente un’onda lunga, iniziata negli anni Settanta con il divorzio e l’aborto e che giunge ai nostri giorni con il divorzio express, le unioni civili – che legittimano di fatto l’adozione dei bimbi da parte di coppie gay e lesbiche – le disposizioni anticipate di trattamento (o interruzioni programmate di vita), la legalizzazione della cannabis e l’educazione all’affettività nelle scuole italiane, ritagliata sulle linee guida delle plurime identità di genere.

In quest’elenco – ahimè, peraltro non completo – ci sono battaglie perse e battaglie ancora da combattere ma, soprattutto, c’è nascosto il grande rischio della delusione e della rassegnazione.
Soprattutto dentro il nostro mondo di credenti, si respira sempre una brutta aria, che va dall’uniformarsi al nuovo corso cultural-politico, magari ricercando mediazioni al ribasso, quasi il “male minore” rappresentasse l’apice dello sforzo etico, fino al cedere del tutto le armi e “tutti a casa”, a curare i propri affari.
Suona quanto mai attuale l’appello di san Paolo ai Romani: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo (di tenebra) in mezzo al quale dovete splendere come astri nel cielo», drammatico monito che nasce dalla parola stessa del Maestro: «Se il sale perde il sapore, con che cosa potrà essere salato; a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini».

Personalmente ritengo che fra le molte ragioni di tanta evidente “insignificanza” della cultura cristiana nel mondo politico italiano c’è certamente lo scarso impegno alla coerenza, personale e sociale, rispetto a valori non emendabili.
Eppure, anche questa “bandiera bianca” potrebbe essere figlia di un veleno che sta ancora più a monte: la corruzione delle coscienze, soprattutto di chi – avendo un ruolo di guida culturale, politica, sociale ed anche religiosa (come non ricordare l’accorato grido di allarme del Beato Paolo VI negli anni Settanta) – il compromesso ha iniziato a farlo dentro la propria anima, molto prima di essere “costretto” a farlo nell’agone civile.
Quando s’inquina la sorgente a monte, il fiume a valle non può certo essere puro e limpido.

Nient’altro che “pula al vento”
Fra i molti significati che i due straordinari eventi degli ultimi Family day hanno avuto, vorrei ricordarne almeno due, di particolare portata “politica”.

Primo: esiste un popolo numeroso, numerosissimo, che crede nella vita, nella famiglia naturale, nel patto educativo scuola/famiglia, nella pari dignità di ogni essere umano, senza distinzioni per condizioni personali o sociali, senza inventarsi ideologiche identità di genere.

Secondo: questo popolo esiste, è preoccupato ma non rassegnato, ma si sente abbandonato, “orfano” di una vera, chiara, leale rappresentanza politica.

Il 30 gennaio 2016, al Circo Massimo, chiunque avesse avuto la forza ed il coraggio di fermare quell’iniqua legge, di far cadere un governo ideologizzato ed arrogante che a colpi di fiducia chiudeva la porta ad ogni doveroso dialogo, avrebbe avuto la straordinaria opportunità di intestarsi la gratitudine e la riconoscenza di quel popolo che – come ha dimostrato al referendum istituzionale – ha la memoria lunga! E sa distinguere molto bene chi davvero lo rappresenta nei fatti e chi ha fatto delle promesse verbali nient’altro che “pula al vento”.

Questo tema dell’orfananza politica è ancora tutto aperto.
Una volta di più, il popolo del Family day lancia un appello alle forze politiche, chiedendo chi ci sta ad assumere nel proprio programma elettorale un patto di alleanza sui grandi temi antropologici della vita, della famiglia, della libertà educativa.

Così come non abbiamo mai creduto nell’opportunità di dar vita ad un nuovo partito, fondato su temi etici, altrettanto fermamente crediamo di poter giocare un ruolo di stimolo, di pressing, di virtuosa spinta sulle forze politiche esistenti perché prendano in seria considerazione il problema che oggi milioni di cittadini italiani – il “popolo del Family day” – non sa a chi assegnare il proprio voto.

Sondaggisti e statistici dicono che il 4 dicembre scorso quel popolo è valso dai quattro ai cinque milioni di voti.
Vero o falso che sia, una cosa è certa: quel popolo vale milioni di voti. Ed ha dimostrato in modo inequivocabile il profondo vallo esistente fra l’establishment politico e la società civile: l’arroganza del potere rende miopi, e il popolo, appena ne ha occasione, lo denuncia a colpi di voti, e fa cadere un governo che non ha avuto neppure quel minimo di saggezza che l’apertura di un dialogo richiede.

Nelle agende partitiche, nei programmi di governo, devono entrare scelte politiche di carattere antropologico cui il Family day non è disposto a rinunciare, che vedano nel rispetto della vita – dal concepimento alla morte naturale – della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio (art. 29 della Costituzione), della libertà educativa dei genitori (art. 30), della promozione delle famiglie numerose (art. 31) – la denatalità nel nostro paese è un problema spaventoso! – lo scheletro di ogni programma economico, finanziario, sanitario, assistenziale, scolastico e culturale.

Sono temi che richiedono onestà politica, culturale ed economica.
Onestà politica e culturale: si scelga la vita, contro eutanasia, suicidio assistito, legalizzazione della droga; si scelga la famiglia, disegnando chiari confini fra questa e le unioni civili, con il diritto di ogni bimbo di crescere con mamma e papà, contro l’abominevole ed incivile pratica dell’utero in affitto e l’insensatezza dell’omogenitorialità, con un’educazione scolastica che rifugga dal gender in ogni sua manifestazione.

Onestà economica: perché introdurre la fecondazione artificiale nei Lea e aumentare il ticket sanitario, o ridurre i fondi per la disabilità? Non ci sono i fondi o piuttosto non c’è la volontà di ridurre capitoli di spesa cui non si vuole mettere mano? In Italia l’evasione fiscale delle società che gestiscono il gioco d’azzardo vale circa 90 miliardi di euro: non si può proprio far nulla? Le pensioni d’oro (288.000 cittadini italiani) valgono 13 miliardi di euro: non si può proprio far nulla?
Per non parlare delle famiglie numerose: salvo i proclami demagogici, nella realtà abbandonate a se stesse.

Basta quaquaraquà
C’è bisogno di un nuovo patto politico per la vita e la famiglia: questa è la benzina per far ripartire l’Italia.

C’è, quindi, bisogno di una grande alleanza fra partiti che si riconoscano in questo patto, al fine che diventi un “patto di governo”, anche esprimendo nelle loro liste elettorali candidati che rappresentino e sostengano quei valori.

Con il 6 o il 15 per cento non si fa nulla. Ma con il 30 si può fare molto. Una volta di più l’unione fa la forza. E il popolo della vita e della famiglia ringrazia ed apprezzerà chi ha deciso di farsi suo onesto portavoce, non mancando di tenere sotto marcatura stretta chi si è candidato come garante delle sue istanze.

Perché non se ne può proprio più di politici “quaquaraquà”, inclini al facile tradimento pur di salvarsi la poltrona.

 

Massimo Gandolfini, 26 giugno 2017 per http://www.tempi.it/cinque-milioni-di-buone-ragioni#.WVHjaulLeM-

Massimo Gandolfini è portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli, promotore del Family Day

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) –

 

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