Santità, ecco cosa realmente fa, oggi, Emma Bonino

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Santità, ecco cosa realmente fa, oggi, Emma Bonino

(di Mauro Faverzani)

 

Hanno suscitato una ridda di reazioni – e non solo negli ambienti ritenuti “conservatori” – gli elogi riservati da papa Francesco a Giorgio Napolitano e ad Emma Bonino, dal Pontefice collocati addirittura «tra i grandi dell’Italia di oggi», secondo quanto precisato dal Corriere della Sera dell’8 febbraio, ovviamente ripreso da moltissimi altri media. Era prevedibile che questo passaggio non passasse inosservato.

Il passato di questi personaggi parla, anzi urla, come è stato fatto subito notare da molti osservatori.

L’ex-Capo dello Stato, ingessato nel proprio ruolo istituzionale, ha dovuto mantenere un atteggiamento più defilato dalla politica attiva, pur con qualche acuto e con qualche stonatura di troppo (suo il veto al decreto, che avrebbe salvato Eluana Englaro, decreto che egli non volle firmare).

Emma Bonino, no. Di lei c’è chi ha ricordato i 10.141 aborti praticati in gioventù, negli Anni Settanta, servendosi di una pompa per le biciclette, clandestinamente e fuorilegge: roba da macelleria. Ed è vero.

Ma va fatto notare come ancora oggi Emma Bonino non sia affatto cambiata; ancora oggi imperversa anzi sulla scena, per ribadire i vecchi cavalli di battaglia, quelli di sempre. Come lo spot pro-eutanasia diffuso lo scorso dicembre (meno di due mesi fa), sotto forma di saluto ad una “compagna” radicale, Dominique Velati, andata in Svizzera per sottoporsi al cosiddetto “suicidio assistito”, complici i Radicali, non a caso autodenunciatisi per averla aiutata a morire.

Certo, secondo quanto riportato dal Corriere, papa Francesco avrebbe anche spiegato e circoscritto le ragioni del suo elogio a Emma Bonino, ritenendo che abbia offerto «il miglior servizio all’Italia per conoscere l’Africa». Ed a chi gli ha fatto notare come sia agli antipodi della Chiesa, avrebbe ribattuto: «Vero, ma pazienza. Bisogna guardare alle persone, a quello che fanno». Ed allora guardiamo a quello che fa Emma Bonino.

È di pochi giorni fa la sua presa di posizione pubblica a favore delle unioni civili («È l’ora di essere civili», ha sentenziato, auspicando che il ddl resti così com’è, adozioni gay comprese), e poi ancora a favore della maternità “surrogata” e della stepchild adoption, criticando il Family Day ed accusando anzi la Chiesa di interventismo, benché meno che nell’«era Ruini» (il che dovrebbe far riflettere). Suo è anche il grido libertario e liberticida ad un tempo di «Non permettiamo che l’“io non lo farei” diventi “allora tu non lo devi fare”».

Ed ha aggiunto: «Abbiamo un sacco di richieste per l’eutanasia in Svizzera da persone che vogliono solo poter morire serenamente», neanche si trattasse di un’agenzia viaggi con biglietto di sola andata. Quanto all’Africa è bene sia chiaro come, tra i suoi obiettivi, figurino anche quelli che nel 2013, durante il suo intervento alle celebrazioni della Giornata dell’Africa, definì «i diritti delle donne africane», riferendoli però (non a caso) al protocollo di Maputo, protocollo adottato dall’Unione Africana l’11 luglio 2003 e che prevede contraccezione e pianificazione familiare, leggasi aborto e dintorni.

Concetto ribadito poi per caldeggiare le ratifiche da parte di 15 parlamenti degli Stati membri della stessa Unione, insistendo su «maternità consapevole, pianificazione familiare con riferimento alle pratiche contraccettive» ed «aborto. Il quadro è persino più chiaro della legge italiana in materia – ha esultato – quando prevede come possibile causa dell’interruzione della gravidanza non solo la salute fisica, ma anche quella psicologica sia della madre che del feto», il che per lei è motivo di giubilo.
È questa l’Africa che piace ad Emma Bonino.

Allora, non importa chi, chiunque, specie a certi livelli, quando parla con un’icona o di un’icona del divorzio, dell’aborto, della fecondazione assistita, dell’eutanasia, dell’eugenetica, del permissivismo, del pro-choice e di molte altre devastazioni etiche come Emma Bonino, non può non tener conto di chi sia e di cosa mediaticamente certe battute comportino, come già in passato il saluto in piemontese del giugno 2013 e la telefonata premurosa del maggio 2015, subito riferiti dalla stessa interessata (ed era ovvio che lo facesse). Perché in queste faccende una dichiarazione imprudente o non adeguatamente meditata crea danni incalcolabili, a cascata. Occorre ricordarselo.

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Lo “storico” incontro tra Francesco e Kirill

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(di Roberto de Mattei) Tra i tanti successi attribuiti dai mass-media a papa Francesco, c’è quello dello “storico incontro”, avvenuto il 12 febbraio a L’Avana, con il patriarca di Mosca Kirill. Un avvenimento, si è scritto, che ha visto cadere il muro che da mille anni divideva la Chiesa di Roma da quella di Oriente.

L’importanza dell’incontro, secondo le parole dello stesso Francesco, non sta nel documento, di carattere meramente “pastorale”, ma nel fatto di una convergenza verso una meta comune, non politica o morale, ma religiosa. Al Magistero tradizionale della Chiesa, espresso da documenti, papa Francesco sembra dunque voler sostituire un neo-magistero, veicolato da eventi simbolici. Il messaggio che il Papa intende dare è quello di una svolta nella storia della Chiesa. Ma è proprio dalla storia della Chiesa che occorre partire per comprendere il significato dell’avvenimento. Le inesattezze storiche sono infatti molte e vanno corrette perché è proprio sui falsi storici che spesso si costruiscono le deviazioni dottrinali.

Innanzitutto non è vero che mille anni di storia dividono la Chiesa di Roma dal Patriarcato di Mosca, visto che questo è nato solo nel 1589. Nei cinque secoli precedenti, e prima ancora, l’interlocutore orientale di Roma era il Patriarcato di Costantinopoli. Nel corso del Concilio Vaticano II, il 6 gennaio 1964, Paolo VI incontrò a Gerusalemme il patriarca Atenagora per avviare un “dialogo ecumenico” tra il mondo cattolico e il mondo ortodosso. Questo dialogo non è riuscito ad andare avanti a causa della millenaria opposizione degli ortodossi al Primato di Roma. Lo stesso Paolo VI lo ammise in un discorso al Segretariato dell’Unità per i cristiani del 28 aprile 1967, affermando: «Il Papa, noi lo sappiamo bene, è senza dubbio l’ostacolo più grande sul cammino dell’ecumenismo» (Paolo VI, Insegnamenti, VI, pp. 192-193).

Il patriarcato di Costantinopoli costituiva una delle cinque sedi principali della cristianità stabilite dal Concilio di Calcedonia del 451. I patriarchi bizantini sostenevano però che dopo la caduta dell’Impero romano, Costantinopoli, sede del rinato Impero romano d’Oriente, sarebbe dovuta divenire la “capitale” religiosa del mondo. Il canone 28 del Concilio di Calcedonia, abrogato da san Leone Magno, contiene in germe tutto lo scisma bizantino, perché attribuisce alla supremazia del Romano Pontefice un fondamento politico e non divino. Per questo nel 515, papa Ormisda (514-523) fece sottoscrivere ai vescovi orientali una Formula di Unione, con cui essi riconoscevano la loro sottomissione alla Cattedra di Pietro (Denz-H, n. 363).

Tra il V e il X secolo, mentre in Occidente si affermava la distinzione tra l’autorità spirituale e il potere temporale, in Oriente nasceva intanto il cosiddetto “cesaropapismo”, in cui la Chiesa viene di fatto subordinata all’Imperatore che se ne ritiene il capo, in quanto delegato di Dio, sia nel campo ecclesiastico che in quello secolare. I patriarchi di Costantinopoli erano di fatto ridotti a funzionari dell’Impero bizantino e continuavano ad alimentare un’avversione radicale per la Chiesa di Roma.

Dopo una prima rottura, provocata dal patriarca Fozio nel IX secolo, lo scisma ufficiale avvenne il 16 luglio 1054, quando il patriarca Michele Cerulario dichiarò Roma caduta nell’eresia per motivo del “Filioque” ed altri pretesti. I legati romani deposero allora contro di lui la sentenza di scomunica sull’altare della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli. I principi di Kiev e di Mosca, convertiti al Cristianesimo nel 988 da san Vladimiro, seguirono nello scisma i patriarchi di Costantinopoli, di cui riconoscevano la giurisdizione religiosa. Le discordie sembravano insormontabili ma un fatto straordinario avvenne il 6 luglio 1439 nella cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore, quando il Papa Eugenio IV, annunciò solennemente, con la bolla Laetentur Coeli (“che i cieli si rallegrino”), l’avvenuta ricomposizione dello scisma fra le Chiese di Oriente e di Occidente.

Nel corso del Concilio di Firenze (1439), al quale avevano partecipato l’imperatore d’Oriente Giovanni VIII Paleologo e il patriarca di Costantinopoli Giuseppe II, si era trovato l’accordo su tutti i problemi, dal Filioque al Primato Romano. La Bolla pontificia si concludeva con questa solenne definizione dogmatica, sottoscritta dai Padri greci: «Definiamo che la santa Sede apostolica e il Romano pontefice hanno il primato su tutto l’universo; che lo stesso Romano pontefice è il successore del beato Pietro principe degli apostoli, è autentico vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i cristiani; che Nostro Signore Gesù Cristo ha trasmesso a lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come è attestato anche negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni» (Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Centro Editoriale Dehoniano, Bologna 2013, pp. 523-528).

Fu questo l’unico vero storico abbraccio tra le due chiese nel corso dell’ultimo millennio. Tra i più attivi partecipanti al Concilio di Firenze, c’era il metropolita di Kiev e di tutta la Russia, Isidoro. Appena tornato a Mosca egli diede pubblico annuncio della avvenuta riconciliazione sotto l’autorità del Romano pontefice, ma il principe di Mosca, Vasilij il Cieco, lo dichiarò eretico e lo sostituì con un vescovo a lui sottomesso. Questo gesto segnò l’inizio dell’autocefalia della chiesa moscovita, indipendente non solo da Roma ma anche da Costantinopoli. Poco dopo, nel 1453, l’Impero bizantino fu conquistato dai Turchi e travolse nel suo crollo il patriarcato di Costantinopoli. Nacque allora l’idea che Mosca dovesse raccogliere l’eredità di Bisanzio e divenire il nuovo centro della Chiesa cristiana ortodossa. Dopo il matrimonio con Zoe Paleologo, nipote dell’ultimo Imperatore d’Oriente, il Principe di Mosca Ivan III si diede il titolo di Zar e introdusse il simbolo dell’aquila bicefala. Nel 1589 fu costituito il Patriarcato di Mosca e di tutta la Russia. I Russi diventavano i nuovi difensori dell’“ortodossia”, annunciando l’avvento di una “Terza Roma”, dopo quella cattolica e quella bizantina.

Di fronte a questi eventi, i vescovi di quella zona che allora si chiamava Rutenia e che oggi corrisponde all’Ucraina, e a una parte della Bielorussia, si riunirono, nell’ottobre 1596, nel Sinodo di Brest e proclamarono l’unione con la sede romana. Essi sono conosciuti come, Uniati, a motivo della loro unione con Roma, o Greco-cattolici, perché, pur sottomettendosi al Primato romano, conservavano la liturgia bizantina.

Gli zar russi intrapresero una persecuzione sistematica della Chiesa uniate che, tra i tanti martiri, annoverò il monaco Giovanni (Giosafat) Kuncevitz (1580-1623), arcivescovo di Polotzk, e il gesuita Andrea Bobola (1592-1657), apostolo della Lituania. Entrambi furono torturati e uccisi in odio alla fede cattolica e oggi sono venerati come santi. La persecuzione si fece ancora più aspra sotto l’impero sovietico. Il cardinale Josyp Slipyj (1892-1984), deportato per 18 anni nei lager comunisti, fu l’ultimo intrepido difensore della Chiesa cattolica ucraina.

Oggi gli Uniati costituiscono il più numeroso gruppo di cattolici di rito orientale e costituiscono una testimonianza vivente dell’universalità della Chiesa cattolica. È ingeneroso affermare, come fa il documento di Francesco e Kirill, che il «metodo dell’uniatismo», inteso «come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa», «non è un modo che permette di ristabilire l’unità» e che «non si può quindi accettare l’uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un’altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni».

Il prezzo che papa Francesco ha dovuto pagare per queste parole richieste da Kirill è molto alto: l’accusa di “tradimento” che ora gli viene rivolta dai cattolici uniati, da sempre fedelissimi a Roma. Ma l’incontro di Francesco con il patriarca di Mosca va ben oltre quello di Paolo VI con Atenagora. L’abbraccio a Kirill tende soprattutto ad accogliere il principio ortodosso della sinodalità, necessario per “democratizzare” la Chiesa romana. Per quanto riguarda non la struttura della Chiesa, ma la sostanza della sua fede, l’evento simbolico più importante dell’anno sarà forse la commemorazione da parte di Francesco dei 500 anni della Rivoluzione protestante, prevista per il prossimo ottobre a Lund, in Svezia.

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Timori vigilia dell’Esortazione post-sinodale

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Le apprensioni dei cattolici alla vigilia dell’Esortazione post-sinodale
di Roberto de Mattei

In questa Settimana Santa del 2016 i sentimenti di dolore per la Passione di Cristo che si rinnova si confondono con quelli di grave apprensione per la dolorosa situazione in cui versa la Chiesa. Le maggiori preoccupazioni riguardano la prossima esortazione apostolica post-sinodale che Papa Francesco ha firmato il 19 marzo, ma che sarà pubblicata solo dopo la Santa Pasqua.

Secondo il vaticanista Luigi Accattoli, «le indiscrezioni prevedono un testo senza affermazioni clamorose, dottrinali o giuridiche, ma con molte scelte pratiche innovative per quanto riguarda la preparazione al matrimonio e le coppie in situazione irregolare: non solo i divorziati risposati ma anche le coppie di fatto, quelle composte da un credente e da un non credente, quelle che sono sposate solo civilmente» (Corriere della Sera, 20 marzo 2016) .

Quali saranno queste “pratiche innovative”? La parola chiave del documento è «integrazione». Coloro che si trovano in una situazione irregolare saranno “integrati” nella comunità: potranno divenire catechisti, animatori liturgici, padrini di battesimo o di cresima, testimoni di nozze e così via. Tutte attività che la prassi tradizionale della Chiesa fino ad oggi loro interdice a causa della situazione di pubblici peccatori.

Invece, scrive Alberto Melloni su La Repubblica del 19 marzo, «sulla comunione dei divorziati risposati non si aspettano novità. Perché il problema è legittimare una prassi (…), non fondarla teologicamente». Il documento non prevederebbe una «regola generale» di accesso all’Eucarestia, ma lascerebbe che siano i confessori e i singoli vescovi a permettere, «caso per caso», la ammissione ai sacramenti. La novità, spiega ancora Melloni, è affidata non alle parole, ma ai fatti, «chiamando a responsabilità i vescovi a cui restituisce poteri effettivi, segnando, come ha detto il cardinale Kasper, una vera e propria rivoluzione”».

Immaginiamo ora che qualcuno dicesse: la morale esiste, ma comportiamoci come se non esistesse. Essendo la morale la norma della condotta umana, sarebbe un invito ad una società senza regole: un vero e proprio Far-West morale, in cui tutto è permesso, purché non lo si teorizzi. Gesù ha detto: «chi mi ama osserva i miei comandamenti» (Gv 14, 21). In questo caso, in nome di un falso amore misericordioso, si trasgredirebbero i comandamenti di Dio e ci sì farebbe beffa di lui. Eppure è proprio questo lo scenario di “legittimazione della prassi” auspicato da Melloni.

Se le indiscrezioni sono veritiere, chi si trova in una situazione di peccato notoria e permanente, potrebbe assurgere al ruolo di testimone, guida ed educatore della comunità cristiana. Ciò varrebbe evidentemente non solo per i divorziati risposati, ma per i conviventi pubblici di ogni tipo, etero od omosessuali, senza discriminazioni.

Sarà possibile applicare ad un documento del genere la “ermeneutica della continuità”, intesa come il tentativo di ritenere conforme alla Tradizione ogni atto o parola delle gerarchie ecclesiastiche, qualsiasi esse siano? Perché esista continuità con il passato, non basta ribadire l’indissolubilità del matrimonio.

La continuità della dottrina si dimostra con i fatti e non con le parole. Di fronte a queste novità nella prassi, come si fa a dire che nulla cambierà? E come si fa a proporre come soluzione l’ermeneutica della continuità, già fallita per quanto riguarda i documenti del Concilio Vaticano II? Nel discorso del 14 febbraio 2013 al Clero romano Benedetto XVI, che dell’ermeneutica della continuità è stato il più autorevole promotore, ha ammesso la débâcle di questa linea di interpretazione degli eventi.

La sua rinuncia al trono pontificio è stata innanzitutto la sconfitta del tentativo di arginare la deriva religiosa e morale post-conciliare ponendosi sul piano di un puro dibattito teologico ed ermeneutico. Quando lo stesso Benedetto XVI si è spostato dal piano dell’ermeneutica a quello dei fatti, con la concessione del Motu Proprio Summorum Pontificum, ha vinto invece la sua battaglia. E il Summorum Pontificum rappresenta il punto più alto del suo pontificato.

Chi usa il metodo ermeneutico, deve accettare la possibilità di interpretazioni diverse di un medesimo testo od evento. Se si nega la pluralità delle interpretazioni, affermando che un documento o un atto papale deve essere obbligatoriamente letto in continuità con il Magistero precedente, il metodo ermeneutico è in sé stesso vanificato. La regola dell’interpretazione, inoltre, come quella di ogni atto umano, è la ricerca di ciò che è vero, non di ciò che è conveniente.

Per questo, la distinzione tra Magistero infallibile e non infallibile, che ammette la possibilità di errori da parte dei supremi Pastori della Chiesa, è l’unica che ci aiuta a comprendere l’esistenza di divergenze tra documenti magisteriali. Se tutti i documenti del Magistero dicessero le stesse cose e non potessero mai entrare in contraddizione tra di loro, le parole stesse perderebbero di significato. All’oggettività dei testi si sostituirebbe l’abilità dialettica dell’ermeneuta, capace di conciliare l’inconciliabile. Ma chi interpreterebbe l’interpretazione dell’ermeneuta? Il processo è interminabile e ogni ermeneutica è, come dice il filosofo tedesco Otto Friedrich Bollnow, un “forma aperta”, che tutto può contenere, perché il baricentro è spostato dall’oggetto conosciuto al soggetto conoscente. D’altra parte l’ermeneutica ha bisogno dell’oscurità e prospera solo nelle terre in cui non sorge il sole della chiarezza.

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CorSera – La giornata di Papa Francesco

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I DUE ANNI DI UN PAPA IL RACCONTO
Papa Francesco, i due anni di un pontefice che scuote la Chiesa
Protagonista di grandi cambiamenti in Vaticano, continua a vivere nel segno dell’umiltà. Come quando portò fuori dalla sua stanza una sedia alla guardia svizzera per farla riposare

Gian Guido Vecchi
CorSera 12 marzo 2015

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Vaticano – Rinfrancate i vostri cuori

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2015

Rinfrancate i vostri cuori (Gc 5,8)

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” (2 Cor 6,2). Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,19). Lui non è indifferente a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade. Però succede che quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. Si tratta di un disagio che, come cristiani, dobbiamo affrontare.

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