Femminicidio. Esiste davvero?

Matrimonio e Famiglia

 Uno dei metodi per diffondere l’omosessualismo con la scusa di prevenire la “violenza di genere”.

Premesso che anche uno è troppo, occorre documentarsi e riflettere

 La calunnia del femminicidio

 Il termine “femminicidio” è stato coniato da Maria Marcela Lagarde – una femminista comunista messicana – ed è divenuto popolare per via del  film “Bordertown”, che narrava delle migliaia di donne uccise nella città messicana di Ciudad Juarez.
Secondo la teoria femminista venivano uccise in quanto donne da maschi violenti nell’indifferenza della polizia.

Secondo la realtà, Ciudad Juarez (la vecchia El Paso dei film western, oggi situata sul confine con gli Stati Uniti) è diventata il crocevia mondiale del narcotraffico e la città con più omicidi al mondo, con la polizia impotente a fermare le guerre fra i cartelli della droga.
I becchini fanno gli straordinari tutte le sere, e l’80% dei circa 10 mila omicidi sono stati a danno di uomini.
Molti di questi omicidi vengono compiuti da donne killer, attive soprattutto nel cartello Los Zetas, preferite ai killer uomini perché meno sospettabili. In una retata  nel campo di addestramento per killer di San Cristobal de la Barranca la polizia catturò molte assassine.

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La guerra della famiglia e le strategie d’azione della Chiesa

Matrimonio e Famiglia

 

Pubblichiamo il testo della relazione tenuta a Piangipane (Ravenna) il 10 maggio 2017 in un evento organizzato dall’associazione “Il Seme” all’interno della Festa patronale di san Macario.

 

Attorno alla famiglia è in atto una guerra. Prima, però, di guardare negli occhi questa guerra, consideriamo brevemente l’importanza della famiglia per la Dottrina sociale della Chiesa. Da questo esame risulterà ancor meglio che si tratti di una vera e propria guerra.

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Questionario sul sesso nelle scuole

Matrimonio e Famiglia

 Indagine sulla salute sessuale degli adolescenti.

  Il ministero della Salute: genitori e studenti potranno decidere di non partecipare.
 Ennesima bugia del clan Alfano? Oppure nasce il «dissenso informato»?

 Qualunque sia la risposta, le motivazioni addotte dalla Battillomo sono tutte chiaramente pretestuose: la realtà è che lo Stato vuole sempre più inserirsi nella vita delle persone.

 

«Non c’è nessuna volontà da parte del ministero di sostituirsi alle famiglie su un terreno così delicato e così importante come quello dell’educazione all’affettività e alla sessualità. Anzi la nostra convinzione è che tra famiglie e istituzioni ci dev’essere piena collaborazione».
Una premessa indispensabile, secondo Serena Battilomo, responsabile del Settore donna e soggetti vulnerabili (bambini, anziani, disabili, ecc.) del ministero della Salute, per tornare a parlare dell’Indagine nazionale sulla salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti di cui avevamo già dato notizia il 6 luglio scorso. In quell’occasione avevamo anche dato conto di alcune perplessità emerse nell’ambito delle associazioni del Fonags (che raggruppa alcune realtà di genitori nell’ambito della scuola) a cui l’inchiesta era stata presentata in anteprima. Formule discutibili sul coito interrotto e sulla gravidanza. E poi una definizione minimalista della pillola del giorno dopo considerata semplicemente contraccettiva e non, come in realtà è, abortiva.

Ora Serena Battilomo assicura che il questionario è stato modificato proprio alla luce di quanto espresso dalle associazioni dei genitori.
Chiarita anche la questione del cosiddetto 'dissenso informato' che i genitori potranno esprimere alla luce dell’informativa diffusa in tutte le classi. «Abbiamo preferito parlare di 'dissenso' e non di 'consenso informato', perché nel secondo caso avremmo dovuto attendere la restituzione di un modulo firmato. Con il 'dissenso' invece – una volta presentato in classe il progetto e distribuito il materiale informativo – i genitori potranno esprimere la loro eventualità contrarietà alla partecipazione. Ma può essere il ragazzo stesso a decidere di non partecipare. In ogni caso siamo a disposizione per fornire tutte le informazioni sia attraverso gli insegnanti sia attraverso personale formato proprio per questa indagine».

Il 'dissenso informato' consente di non compromettere l’indagine, superando il rischio indifferenza che spesso è presente tra i genitori degli adolescenti. «Proprio perché vogliamo che questa indagine sia rappresentativa di quello che i ragazzi conoscono realmente a proposito della salute sessuale e riproduttiva – prosegue la responsabile del Settore salute della donna – vogliamo indagare anche in quell’ambito di popolazione forse meno consapevole e meno attenta ai problemi».

L’ultima indagine sul tema svolta nelle scuole risale a 17 anni fa. Ora, all’inizio dell’anno scolastico, prenderà il via il nuovo progetto che va a inquadrarsi in quel Piano nazionale sulla fertilità fortemente voluto dalla ministra Lorenzin. Si tratterà di una grande iniziativa.
In questa prima fase verranno coinvolti gli adolescenti – in particolare i sedicenni – poi toccherà agli studenti più grandi e infine agli universitari. In tutto circa ventimila studenti.

«Parlare di salute sessuale e riproduttiva è quanto mai urgente – riprende Battilomo – perché i giovani sono bombardati da informazioni a velocità della luce: i mondi dei social e di Internet riversano valanghe di dati che però non sono attenti alla gradualità con cui queste nozioni andrebbero proposte». Da qui la necessità di fare chiarezza, cercando di scoprire cosa sappiamo oggi di quello che i giovani pensano nell’ambito della sessualità e della riproduzione. Secondo l’esperta «molto poco».
Sia perché l’ultima indagine completa è dell’anno Duemila, sia perché sono cresciuti a dismisura comportamenti a rischio come alcol, droga, promiscuità sessuali.
«I giovani sanno che questi stili di vita possono incidere pesantemente sulla loro fertilità? Noi facciamo abbastanza per informarli? Eppure, per intervenire, il fatto di avere a disposizione un quadro epidemiologico nazionale rappresentativo è indispensabile».

Ma cosa significa intervenire? «Avviare un progetto di educazione nazionale all’affettività e alla sessualità in concerto con le famiglie e con la scuola. Siamo consapevoli che si tratta di un terreno a rischio, ma sarebbe colpevole da parte delle istituzioni non intervenire di fronte a una confusione crescente. Ma, lo ripeto, non faremo nulla senza il consenso delle associazioni familiari e dei genitori. Ogni passo verrà comunicato e deciso di comune accordo». E noi promettiamo fin d’ora di darne conto.

 

Luciano Moia venerdì 28 luglio 2017 per Avvenire.it

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Gay pride e processione: parla Mons. Camisasca

Matrimonio e Famiglia

 Tirata d'orecchi ai preti diocesani che parlano troppo. Accoglienza delle persone con tendenze disordinate e incoraggiamento alla preghiera. Condanna dei gruppi Lgbt –  cioè del gay pride – che rifiutano e irridono la dottrina della Chiesa. La "processione riparatrice" è iniziativa di cristiani che non hanno cercato alcun dialogo col vescovo. La carità richiede sempre dialogo e confronto con chi nella Diocesi ha il carisma del pastore. La straordinaria consacrazione della Diocesi al Cuore Immacolato di Maria oscurata dalle polemiche provocate dalla processione. Ribadita la condanna degli atti di omosessualità, che «sono intrinsecamente disordinati».

 

Gay Pride e processione di riparazione a Reggio: interviene il Vescovo

di Massimo Camisasca*

REGGIO EMILIADurante i giorni in cui sono stato assente da Reggio Emilia per la preparazione e lo svolgimento dell’assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, ho seguito naturalmente, anche se da lontano, le cronache reggiane, che hanno parlato di tensioni e incomprensioni all’interno della nostra Chiesa, talvolta anche enfatizzate e usate dalla stampa per dare un’immagine negativa della comunità ecclesiale.

Ho ricevuto lettere ed inviti, anche pressanti, perché intervenissi, in un senso o in un altro.  Ho preferito tacere, perché quando c’è confusione le parole del vescovo possono essere anch’esse utilizzate per aumentarla. Tacere non è sempre pavidità, talvolta è necessario farlo, come ha fatto Gesù davanti a Erode e Pilato (Gv 19,8-9). Poi viene il momento per parlare. Come ci insegna Qoelet, c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare (Qo 3,7).

La prima annotazione, che è una preghiera, scaturita dall’esperienza di questi giorni, è che la nostra Chiesa deve molto maturare nella coscienza e nell’esperienza della comunione.

Ogni presbitero, diacono, persona consacrata e laico, quando parlano, rilasciano un’intervista o intraprendono un’iniziativa che coinvolge la Chiesa, devono riflettere sul fatto che le loro parole ed azioni hanno ripercussioni su tutta la comunità. Certo, ciascuno può, entro un determinato limite, agire sotto la propria responsabilità, ma la carità richiede sempre, se non vuole essere un puro nome, dialogo e confronto con chi nella Diocesi ha il carisma del pastore.

Per quanto riguarda in particolare le iniziative di queste settimane, sono contento che persone con orientamento omosessuale si trovino a pregare sotto la guida di un sacerdote e con la partecipazione di altre persone. Questa proposta non deve avere nulla a che fare con l’adesione a quei gruppi Lgbt che rifiutano e irridono la dottrina della Chiesa.

Allo stesso modo, non mi è stato chiesto nessun permesso di iniziare una processione dal sagrato della Cattedrale in riparazione alla giornata del “Gay pride”. Pure in questo caso, i fedeli cristiani hanno tutto il diritto di trovarsi a pregare, anche pubblicamente. Tutto ciò avviene già la sera della solennità del Corpus Domini o è accaduto recentemente per la bellissima occasione che ha visto 5 mila persone radunarsi nella piazza della Cattedrale per la consacrazione della Diocesi al Cuore Immacolato di Maria, evento purtroppo oscurato, nei mezzi di comunicazione, da tutte le polemiche di questi giorni, ma non penso nei cuori dei fedeli.

Per quanto riguarda coloro che provano un’attrattiva sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, richiamo la dottrina della Chiesa riaffermata nel recente Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 2357-2359) e nella stessa Esortazione apostolicaAmoris Laetitia (n. 250-251).

Ogni persona ha uguale dignità, qualunque sia il suo orientamento sessuale e merita il rispetto di tutti. Deve perciò essere accolta «con rispetto, compassione, delicatezza» (CCC 2358).

Cosi non è stato talvolta in passato. È giusto perciò che la società e i credenti chiedano scusa a quanti hanno eventualmente disprezzato o messo in un angolo. Nessun atteggiamento anche solo di scherno va tollerato. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (CCC 2358, ripreso in AL 250).

Nello stesso tempo, le persone con orientamento omosessuale «sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (CCC 2358). Mentre ribadisco con convinzione l’affermazione del Catechismo che sostiene che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» (CCC 2357), sottolineo tuttavia che questo non significa un giudizio sulle persone, ma una doverosa chiarezza riguardo al bene e al male, che è un servizio al cammino stesso del popolo cristiano.

* Vescovo di Reggio Emilia e Guastalla

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Reggio Emilia: una processione controproducente

Matrimonio e Famiglia

 In queste ore, in un certo “piccolo mondo” sedicente antico, si parla molto di una processione intesa a riparare i (tristi) “festeggiamenti delle prime Unioni civili” fatte a Reggio Emilia (1).
La cosa non meriterebbe attenzione poiché chi organizza sono «quattro gatti ardenti di febbre ideologica» in evidente ricerca di visibilità.  

Tuttavia, siccome quanto si sta preparando rischia di nuocere alla causa del vero “mondo antico”, si rende necessaria una “messa in guardia”.

 

1. Millantato credito. La prima bugia sta nel fatto che i promotori (dei quali, fino a poche ore fa, non si conosceva alcun  nome) della processione reggiana hanno sostenuto di avere autorizzazione ad utilizzare spazi della Cattedrale di Reggio Emilia. Ma la Curia smentisce: «Il comitato non si è mai interfacciato con la curia né per chiedere la cattedrale né per farsi autorizzare, o quanto meno condividere la processione».
Non si tratta, dunque, di un’iniziativa corale, ma di qualcosa fatto da «ambienti lefebvriani» che con la Chiesa reggiana paiono non avere alcun rapporto.

2. Un video fantasy. Un video Youtube viene diffuso per far conoscere l’iniziativa: vi si vedono bellissime processioni fatte negli anni Cinquanta del secolo scorso. Peccato che quel mondo non esista più e che la situazione per i cattolici si sia complicata un “pochino”. Se ci vestiamo da templari e impugniamo lo spadone, ci arrestano.
C’è da chiedersi: se i promotori della processione non si rendono nemmeno conto di come la realtà sia diversa da allora, quale efficacia potrà avere questa o altre loro iniziative?
Per non parlare del danno all’immagine che quel video da’ del mondo a cui dicono di appartenere: chi zela la liturgia antica e il Magistero perenne è una persona che vive in un mondo di fantasia? che fa convegni sul “come eran belli i pizzi quando c’era lui” (Pio XII)?

3. I “puri”. Partono con un post intrigante su facebook, poi ti mandano un articolino, arriva l’invito a conoscersi di persona, segue il primo ritiro breve e, infine, gli Esercizi nella forma del Padre Vallet. Nell’ultima tappa si “forza” l’esercitante a non avere più rapporti con i cattolici normali, che sarebbero “impuri”.
Ricordo la conclusione di una conversazione con una signora, un tempo impegnatissima nel combattere la deriva etica del nostro paese: «Perché devo collaborare con iniziative pro-family che non sono integralmente pure?» (2).  Delirante: la vita dell’uomo non è forse un perenne salire e scendere?
E' lampante che la logica del gruppetto reggiano è lo zelo amaro (3), esasperato al punto da condurre alla totale inattività. Perché questo fanno: discutere se il Messale del 1962 sia già “contaminato”, una newsletter contro tutto e tutti (4) e stop.
Per costoro, come per i progressisti, la Quas primas riguarda una festa liturgica. Insomma, a parte l’imitatio cleri, questi non fanno NULLA.

4. Pro-family improvvisati. Gli organizzatori sbandierano che la famiglia è sotto attacco, che il gay pride di Reggio è uno scandalo e perciò è doveroso partecipare alla processione.
Curioso: l’attacco alla vita e alla famiglia è tema del tutto secondario nei loro siti. Sarà perché nessuno dei mille movimenti pro family è “puro”?
Battute a parte, questi ragazzi non hanno alcuna credibilità quando si presentano come difensori della famiglia, sia perché i loro interventi pro-family sono “rari” che per l’evidente improvvisazione organizzativa dell’evento, pensato e messo in atto in 3-4 giorni.
Dilettanti allo sbaraglio? No. O, almeno, non solo.
Forse in qualcuno ci saranno buone intenzioni, ma lo scopo della processione è uno solo: ottenere visibilità.

5. L’attacco pubblico al Papa. Questa è la priorità e l’unica cosa che fanno gli organizzatori: attaccare pubblicamente il Romano Pontefice. Peccato che… «Qui Romanum Pontificem […] publicis ephemeridibus, concionibus, libellis sive directe sive indirecte, iniuriis affecerit, aut simultates vel odia contra eorundem acta, decreta, decisiones, sententias excitaverit, ab Ordinario non solum ad instantiam partis, sed etiam ex officio adigatur, per censuras quoque, ad satisfactionem praestandam, aliisve congruis poenis vel poenitentiis, pro gravitate culpae et scandali reparatione, puniatur» (CIC 1917, can. 2344).
«Chi pubblicamente suscita rivalità e odi da parte dei sudditi contro la Sede Apostolica o l'Ordinario per un atto di potestà o di ministero ecclesiastico, oppure eccita i sudditi alla disobbedienza nei loro confronti, sia punito con l'interdetto o altre giuste pene» (CIC 1983, can. 1373).
I Codici di San Pio X e San Giovanni Paolo II sono concordi, forse la FSSPX li nasconde loro? Forse sono talmente immersi nel virtuale da ignorarli? talmente imprudenti da non peritarsi se quanto fanno è lecito?
Qui non c’è alcuno “stato di necessità”: il vero cattolico, quando non capisce cosa dice il Papa, studia. Quando gli sembra che ciò che dice il Pontefice differisca dal Catechismo tace e prega. Ma attaccare il Papa non è solo peccato, è cosa da dementi: nessuno ha mai vinto una guerra al Papa. Attaccare pubblicamente la Pietra su cui si fonda la Chiesa ottiene sempre e solo un risultato: dannarsi l’anima e indebolire la fede.
C’è una colorita espressione emiliana che descrive l’unico risultato che un cattolico ottiene quando attacca pubblicamente il Papa: «darsi una martellata sui maroni».

6. L’attacco pubblico al Vescovo di Reggio Emilia. Ha scritto Andrea Zambrano: «Nell’eccesso di apparire più puri di tutti, si lanciano in un’intemerata contro il vescovo di Reggio, reo di lasciare campo libero ad omosessualisti e affini [tesi tutta da dimostrare] e contemporaneamente di consacrare la Diocesi al Cuore Immacolato di Maria, che in fondo è una specie di atto dovuto. Dovuto mica tanto visto che non l’ha fatto praticamente nessuno» (NBQ17/5/2017).
Invece di accusare di debolezza verso il proprio clero uno dei migliori vescovi rimasti in Cattedra (5), studino un pochino cosa sia la tolleranza del male (6): «È proprio di un legislatore sapiente permettere trasgressioni più piccole, per evitarne di più grandi» (I-II, Q 101, a 3).
Non mi risulta che lo Spirito Santo dia le grazie di Stato per governare la Chiesa ai laici: direi che le grazie di stato per evitare i danni più grandi nella Diocesi di Reggio le da’ proprio a Mons. Camisasca.

7. Conclusione. E’ evidente che la processione reggiana non è contro l’omosessualismo dilagante, né vuole difendere la famiglia, ma è una sgangherata iniziativa utile solo a qualcuno che non merita nemmeno di essere menzionato.
Di più: sia che alla processione vadano molti ingenui, che se sarà un flop, presto o tardi metterà in difficoltà tutte le realtà e le iniziative che, in misura maggiore o minore, tentano di salvare quel poco che resta di Verità e bellezza.
Ma a costoro non interessano le tante Messe ottenute a fatica nelle varie Diocesi: i preti che le celebrano non sono della FSSPX, sono “impuri”.
Non interessa che la lobby omosessualista stia già vincendo la battaglia mediatica e traendo enormi vantaggi propagandistici dal loro dilettantismo.
Non gli interessa dell’Italia, che ha enorme bisogno di attivi operai della restaurazione sociale e non solo di chierichetti, magari sposati e di 30 anni.
Nemmeno gli interessa della conservazione e propaganda della fede: come attaccano Mons. Camisasca, hanno attaccato Mons. Negri, Mons. Biffi, Mons. Caffarra, tutti “impuri”.

Questo fanno gli pseudo-tradizionalisti: si aggirano tra coloro che gli scandali del post concilio hanno gettato nell'accoramento e nella desolazione, per dannare anche questi, per tentarli di disperazione e di ribellione, per ridurli all’inazione e per sradicarli dalla fedeltà alla Roccia incrollabile su cui la Chiesa stessa è costruita.

David Botti
 

 

NOTE

(1) La prima unione civile del paese è stata fatta a Castel S. Pietro Terme (BO).

(2) «Con il "semi-contro-rivoluzionario", come d'altronde anche con il rivoluzionario che ha "coaguli" contro-rivoluzionari, vi sono alcune possibilità di collaborazione, e questa collaborazione crea un problema speciale: fino a che punto è prudente? A nostro avviso, la lotta contro la Rivoluzione si svolge convenientemente soltanto legando tra loro persone radicalmente e completamente esenti dal suo "virus". Si può facilmente concepire che i gruppi contro-rivoluzionari possano collaborare con persone come quelle sopra ricordate, in vista di qualche obiettivo concreto. Ma è la più evidente delle imprudenze, e la causa, forse, della maggior parte degli insuccessi contro-rivoluzionari, ammettere una collaborazione totale e duratura con persone infette da qualche influenza della Rivoluzione».

(3) «Agli occhi di chi è animato da questo falso zelo nulla è abbastanza perfetto, non vi è nulla che vada bene… Invece di rallegrarsi del bene che si vede, si va a cercare ciò che non va per criticarlo», gugglare chi l’ha detto…

(4) Anche da Mons. Livi, che ingenuamente ha aderito all’evento, vengono subito prese le distanze perché non è “puro”: «la linea teologica di Mons. Livi non coincide con quella tradizionalista».

(5) Nonché Fondatore di Congregazione… e che Congregazione! mica pizzi e merletti come la FSSPX.

(6) Ne parla ad esempio Pio XII, cui spesso quei ragazzini fan riferimento, ma che evidentemente non conoscono: si veda, ad esempio, il discorso Ci riesce, del 6-12-1953, in http://www.totustuustools.net/pvalori/Ciriesce.html  

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I santi e le convivenze pre matrimoniali

Matrimonio e Famiglia

Non è lecito fare la Comunione se si è in peccato mortale.
 Non sono leciti i rapporti sessuali fuori dal matrimonio.
 Non è lecito divorziare e "ri-sposarsi".

 

BEATIFICAZIONE DI LAURA VICUÑA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Colle Don Bosco (Torino) – Sabato, 3 settembre 1988

 

1. “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10, 21).

A queste parole del Signore Gesù, l’evangelista aggiunge: “Esultò nello Spirito Santo” (Lc 10, 21).

Desideriamo accogliere nei nostri cuori un raggio di questa esultanza, perché ci troviamo insieme in occasione del centenario della morte di san Giovanni Bosco, al quale si possono riferire in modo particolare tali parole del nostro maestro e salvatore.

Similmente si riferisce a lui anche tutto ciò che leggiamo nell’odierna liturgia, seguendo la prima lettera di san Giovanni: “Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre . . . colui che è fin dal principio . . . a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno” (1 Gv 2, 14).

Sull’esempio di san Giovanni apostolo ed evangelista, anche san Giovanni Bosco, durante tutti gli anni della sua vita e del suo apostolato ha scritto una lettera: una “lettera viva” nel cuore della gioventù. E l’ha scritta in questa esultanza che è data ai piccoli e agli umili nello Spirito Santo.

2. Questa lettera viva veniva già letta durante la vita e il servizio sacerdotale di san Giovanni Bosco. E la stessa “lettera viva” continua ad essere scritta nei cuori dei giovani, ai quali giunge l’eredità del santo educatore di Torino.

E tale “lettera” diventa particolarmente limpida ed eloquente, quando da quest’eredità di generazione in generazione crescono sempre nuovi santi e beati.

Conosciamo tutti la splendida schiera di anime elette, formatesi alla scuola di don Bosco: san Domenico Savio, il beato Michele Rua, suo primo successore, i beati martiri Luigi Versiglia e Callisto Caravario, santa Maria Domenica Mazzarello, cofondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e oggi anche la giovane Laura Vicuña, che viene elevata agli altari, in occasione del Giubileo salesiano.

3. La nuova beata, che oggi onoriamo, è frutto particolare dell’educazione ricevuta dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, ed è perciò significativa parte dell’eredità di san Giovanni Bosco. È giusto quindi rivolgere anche il nostro pensiero all’Istituto delle Suore Salesiane ed alla loro fondatrice, per attingere più profonda devozione ai santi fondatori e nuovo ardore apostolico, specialmente nella formazione cristiana dei giovani.

Misteriosi sono sempre per noi i disegni di Dio, ma alla fine risultano provvidenziali. La giovane Maria Domenica Mazzarello, che ebbe umili origini a Mornese, piccolo paese della diocesi di Acqui, già aveva maturato il proposito di consacrarsi ad una vita di donazione al Signore. Incontratasi con don Bosco, scoprì la sua vocazione definitiva, seguendo l’apostolo della gioventù, il quale desiderava fondare anche un’istituzione femminile. Entrata nell’orbita spirituale e apostolica di don Bosco, Maria Domenica Mazzarello riunì il primo gruppo di religiose a Mornese e il 5 agosto 1872, con la vestizione e la professione, diede inizio ufficiale all’Istituto.

Da quell’inizio, in breve tempo, le fondazioni si susseguirono in Italia, varcando poi anche le frontiere dell’Oceano, con le prime missioni nell’Uruguay e nella Patagonia. Dal giorno in cui la fondatrice, insieme con altre quattordici giovani, si era consacrata al Signore, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 maggio 1881, erano appena trascorsi nove anni; ma in quel breve spazio di tempo la santa aveva posto le basi di un promettente istituto religioso, che poi si sarebbe sviluppato in modo davvero meraviglioso. “Mi sono offerta vittima al Signore” aveva confidato un giorno ad una giovane missionaria; e don Bosco aveva commentato: “La vittima era gradita a Dio e fu accettata”.

Possiamo dire che questo “spirito” della fondatrice si è mantenuto vivo e ardente nelle Figlie di Maria Ausiliatrice! La fede profonda e convinta, unita ad una fervida e costante devozione a Maria santissima, a san Giuseppe, all’angelo custode; la semplicità di vita, espressa in modo particolare da un energico distacco dai gusti mondani e da una intensa e incessante laboriosità; lo zelo ardente per la formazione e la salvezza delle giovani secondo le direttive del “metodo preventivo”, hanno fatto in modo che in cento e più anni di vita le attività si siano moltiplicate con gli oratori, le scuole di vari ordini e gradi, le opere assistenziali e sociali, gli asili infantili, la cura degli anziani, l’apostolato nelle parrocchie, l’assistenza ai sacerdoti, in cinque continenti, in decine e decine di nazioni, in tutte le lingue, secondo un programma altamente umanitario e profondamente cristiano.

4. In questa atmosfera visse e si perfezionò la giovane Laura Vicuña, “fiore eucaristico di Junín de Los Andes, la cui vita fu un poema di purezza, di sacrificio, di amore filiale”, come si legge sulla sua tomba. Orfana di padre, militare di grande bontà e valore, esule da Santiago del Cile a Temuco, venne ad abitare con la madre e la sorella nel villaggio di Quilquihué, nel territorio argentino di Neuquén. L’ambiente purtroppo – a detta degli storici – era moralmente inquinato; la stragrande maggioranza delle unioni coniugali era irregolare, anche perché, mescolati agli indigeni, vivevano avventurieri, evasi e fuoriusciti. La stessa madre della piccola Laura, entrata a servizio di un “estanciero”, era commiserata sia per la sua infelice convivenza sia per la ferocia dell’uomo a cui si era legata. La piccola Laura trovò ben presto un rifugio spirituale presso le Suore Salesiane, nel piccolo collegio femminile di Junín de Los Andes. Qui ella si preparò alla prima Comunione ed alla Cresima; e qui si accese di ardore per Gesù, tanto da decidere di consacrare a lui la sua vita nell’Istituto di don Bosco, tra quelle suore che tanto l’amavano e l’aiutavano. All’età di dieci anni, ad imitazione di Domenico Savio, di cui aveva sentito parlare, volle formulare tre propositi: “1) Mio Dio, voglio amarvi e servirvi per tutta la vita; perciò vi dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere; 2) Voglio morire piuttosto che offendervi con il peccato; perciò intendo mortificarmi in tutto ciò che mi allontanerebbe da voi! 3) Propongo di fare quanto so e posso perché voi siate conosciuto e amato, e per riparare le offese che ricevete ogni giorno dagli uomini, specialmente dalle persone della mia famiglia”.

Nella sua giovane età Laura Vicuña aveva perfettamente compreso che il senso della vita sta nel conoscere ed amare Cristo: “Non amate né il mondo n le cose del mondo!” – scriveva san Giovanni evangelista – “Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui, perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. Ed il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Gv 2, 15-17).

Laura aveva appunto compreso che ciò che conta è la vita eterna e che tutto ciò che è nel mondo e del mondo passa inesorabilmente. Seguendo poi le spiegazioni del catechismo, comprese la pericolosa situazione in cui si trovava sua madre e, sentendo un giorno dal Vangelo che il vero amore giunge a dare la vita per la persona che si ama, offrì la sua vita al Signore per la salvezza della mamma.

Divenuta poi quella casa un pericolo anche per lei, al fine di difendere la sua innocenza aveva ottenuto dal confessore il permesso di portare un cilicio. Un brutto giorno venne aggredita e malmenata da quell’uomo; il quale, accecato dalla passione, la percosse violentemente e la lasciò tramortita di spavento. Ma aveva vinto lei, la giovane Laura. Questa però ormai, consumata da varie malattie, andava velocemente declinando, confortata dall’Eucaristia e dalla speranza della conversione della mamma. Nell’ultimo giorno della sua vita, poche ore prima di morire, chiamò vicino a sé la mamma e le rivelò il grande segreto: “Sì mamma, sto morendo . . . Io stessa l’ho chiesto a Gesù e sono stata esaudita. Sono quasi due anni che gli offrii la mia vita per la tua salvezza, per la grazia del tuo ritorno. Mamma, prima di morire non avrò la gioia di vederti pentita?”.

A questa rivelazione, serena e confidente, l’animo della madre diede un sussulto: mai avrebbe potuto immaginare tanto amore in quella sua figlia! E spaventata nel conoscere la sofferenza che aveva accettato per lei, promise di convertirsi e di confessarsi. Ciò che fece prontamente e sinceramente. La missione della giovane Laura era ormai compiuta! Ora poteva entrare nella felicità del suo Signore!

5. La soave figura della beata Laura, gloria purissima dell’Argentina e del Cile, susciti un rinnovato impegno spirituale in quelle due nobili nazioni, e a tutti insegni che, con l’aiuto della grazia, si può trionfare sul male; e che l’ideale di innocenza e di amore, seppur denigrato e offeso, non potrà in fine non risplendere ed illuminare i cuori.

6. Il rito della “beatificazione”, che con tanta gioia e solennità stiamo celebrando in questo luogo in cui ha origine una storia di santità, – luogo giustamente denominato “la collina delle beatitudini giovanili” – ci deve anche far riflettere sulla importanza della famiglia nella educazione dei figli e sul diritto che questi hanno di vivere in una famiglia normale, che sia luogo di amore reciproco e di formazione umana e cristiana. Esso è un richiamo per la stessa società moderna perché sia sempre più riguardosa dell’istituto familiare e dell’educazione dei giovani. La beata Laura Vicuña illumini tutti voi, giovani, ed ispiri e sostenga sempre voi, Figlie di Maria Ausiliatrice, che siete state le sue educatrici!.

7. “Gesù esultò nello Spirito Santo”.

Oggi la Chiesa di Cristo – e particolarmente la Famiglia Salesiana – partecipa a questa letizia.

Esultiamo per la elevazione alla gloria degli altari di una figlia spirituale di san Giovanni Bosco, educata nella Congregazione femminile delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Esultiamo in modo particolare con la gioia della vostra madre, santa Maria Domenica Mazzarello. Esultiamo con la vostra gioia, care sorelle!

Ecco, “il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Gv 2, 17).

La nuova beata Laura Vicuña ha imparato nella Famiglia Salesiana a fare la volontà di Dio. L’ha imparata da Cristo, mediante questa comunità religiosa, che le ha mostrato la via alla santità.

“Chi ama . . . dimora nella luce” (1 Gv 2, 10).

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È l’ora di san Giuseppe , patrono della Chiesa e della famiglia

Matrimonio e Famiglia
  Celebrare la festa di san Giuseppe del 19 marzo (i primi furono i monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399; venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da Gregorio XV) significa rendere onore liturgico al Patrono universale della Chiesa e all’avvocato di ogni famiglia. Oggi più che mai occorre pregare ed implorare la sua intercessione per l’una e per l’altra realtà. Alla Vergine Maria si tributa il culto di iperdulia (al di sopra di tutti i Santi), mentre a san Giuseppe il culto di proto dulia (primo fra tutti i Santi).

Santa Teresa d’Avila affidò sempre a lui la risoluzione dei suoi problemi e dei suoi affanni e mai San Giuseppe la deluse. Lasciò scritto la mistica spagnola: «Ad altri Santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede». Perciò, «qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada», infatti, «ho visto chiaramente che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare» (Vita, VI, 5-8).

Come implorarlo per le necessità? La Chiesa invita a pregarlo, in particolare, praticando la devozione del Sacro Manto di San Giuseppe (risalente al 22 agosto 1882, data in cui l’Arcivescovo di Lanciano, Monsignor Francesco Maria Petrarca, la approvò: orazioni da recitarsi per 30 giorni consecutivi in ricordo dei 30 anni del casto sposo di Maria Santissima a fianco e a tutela di Gesù). Un Manto che molto potrebbe ottenere nell’anno del centenario di Nostra Signora di Fatima, perché, proprio a Fatima, anche san Giuseppe apparve. Era il 13 ottobre 1917, ultima delle apparizioni mariane alla Cova d’Iria.

Pioveva a dirotto. Racconterà suor Lucia: «Arrivati (…) presso il leccio, spinta da un istinto interiore, domandai alla gente che chiudesse gli ombrelli, per recitare la Corona. Poco dopo, vedemmo il riflesso di luce e subito dopo la Madonna sopra il leccio» (Quarta Memoria di Lucia dos Santos, in A.M. Martins S.j., Documentos. Fátima, L.E. Rua Nossa Senhora de Fátima, Porto 1976, p. 349). «Cosa vuole da me?». «Voglio dirti che facciano qui una cappella in Mio onore; che sono la Madonna del Rosario; che continuino sempre a dire la Corona tutti i giorni» (Ivi, pp. 349; 351).

A questo punto Lucia chiese se poteva guarire malati e convertire peccatori, la Madonna disse che non tutti avrebbero ricevuto la grazia: «Devono emendarsi; chiedano perdono dei loro peccati» e, con un aspetto più triste, non «offendano più Dio Nostro Signore, che è già tanto offeso» (Ivi, p. 351). In seguito la Madonna aprì le mani, che emanavano luce, e le fece riflettere e proiettare nel sole. Lucia allora gridò a tutti di guardare l’astro in cielo. Mentre la Madonna si elevava congedandosi, il riflesso della sua luce continuò a proiettarsi nel sole. E accanto al sole apparvero ai veggenti: san Giuseppe, il Bambino Gesù, la Madonna, vestita di bianco, con il manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino benedicevano il mondo: la Sacra Famiglia si presentò nel suo splendore celeste per assicurare la protezione in terra. Poi Maria Vergine divenne Addolorata, con aspetto simile alla Madonna del Carmine.

In seguito iniziò il miracolo danzante del sole. Padre premuroso e sollecito, san Giuseppe, a differenza di una certa letteratura modernista che lo tratteggia soltanto come uomo di tenerezza, fu assai forte e coraggioso (si pensi all’aver preso in sposa, contro il suo pubblico onore, la Vergine Maria in attesa di Gesù, oppure alla fuga in Egitto) e fu uomo mistico, visto che in più occasioni gli fu dato il privilegio di conoscere la volontà di Dio attraverso gli angeli. San Giuseppe, che ebbe così alta dignità e così alta responsabilità di capo della Sacra Famiglia, proteggendo la sua sposa e il Figlio di Dio, se invocato dai credenti e, principalmente, dai puri di cuore e, dunque, in grazia di Dio, non abbandonerà la Sposa di Cristo ai peccati e agli errori dei nostri tempi, sia clericali che civili. Ricorrere a lui significa affidarsi al giusto difensore celeste.

Il beato Pio IX, l’8 dicembre del 1870, quando proclamò san Giuseppe patrono della Chiesa universale, disse: «In modo simile a come Dio mise a capo di tutta la terra d’Egitto quel Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, affinché immagazzinasse frumento per il popolo, così, all’arrivo della pienezza dei tempi, quando stava per mandare sulla terra suo Figlio unigenito Salvatore del mondo, scelse un altro Giuseppe, del quale il primo era stato tipo e figura, che rese padrone e capo della sua casa e del suo possesso e lo scelse come custode dei suoi principali tesori».

Allo stesso modo Leone XIII, nell’enciclica Quamquampluries del 15 agosto 1889, afferma: «è affermata l’opinione, in non pochi Padri della Chiesa, concordando su questo la sacra liturgia, che quell’antico Giuseppe, nato dal patriarca Giacobbe, aveva abbozzato la persona e i destini di questo nostro Giuseppe e aveva mostrato col suo splendore, la grandezza del futuro custode della sacra famiglia». La stessa interpretazione venne espressa da Pio XII quando istituì la festa di san Giuseppe artigiano nel 1955. Possa il paterno discendente del Re Davide infondere nei responsabili terreni della Chiesa e nei genitori un poco del suo virile coraggio proveniente dalla sua indefettibile Fede.

(Cristina Siccardi per http://www.corrispondenzaromana.it/e-lora-di-san-giuseppe-patrono-della-chiesa-e-della-famiglia/)

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Il guru della liberalizzazione sessuale

Matrimonio e Famiglia

 Chi era il guru della liberalizzazione sessuale?
 Un maniaco pedofilo

 Alla base dell’ideologia del gender, e spesso usati come supporto scientifico, stanno i Rapporti Kinsey, dal nome dello scienziato americano Alfred Charles Kinsey, il quale condusse esperimenti sul comportamento sessuale delle persone.

I DUE RAPPORTI

I Rapporti Kinsey sono due volumi intitolati “Il comportamento sessuale dell’uomo” e “Il comportamento sessuale della donna“, pubblicati rispettivamente nel 1948 e nel 1953 negli Stati Uniti da Alfred Charles Kinsey e dai suoi collaboratori. I due rapporti furono l’esito di una ricerca finanziata sin dal 1940 dalla Rockefeller Foundation. I dati furono raccolti essenzialmente con interviste, strutturate in modo da mantenere confidenziali i contenuti.

I RISULTATI

Le ricerche sostenevano che: i maschi, specialmente i ragazzi, si masturbavano con grande frequenza (92%); che il sesso prematrimoniale ed extraconiugale era molto comune; che il sadomasochismo è ritenuto stimolante da più della metà del campione; che un terzo degli uomini aveva avuto un rapporto omosessuale; che i bambini anche di età prescolare hanno la capacità di provare un orgasmo.

LA SCALA KINSEY

Kinsey introdusse una nuova scala di valutazione che sostituiva le tre categorie fino ad allora accettate di eterosessualità, bisessualità e omosessualità. La Scala Kinsey misura infatti il comportamento sessuale assegnando valori che vanno da 0 a 6, dove 0 sta ad indicare un comportamento totalmente eterosessuale e 6 un comportamento totalmente omosessuale. Con 1 considera un individuo in prevalenza eterosessuale e solo occasionalmente omosessuale. Con 2 un individuo di solito eterosessuale ma più che occasionalmente omosessuale. Con 3 un individuo equamente omosessuale che eterosessuale, e così via. Fu inoltre creata una particolare categoria, X, per indicare coloro che sono privi di desiderio sessuale.

“CAMPIONE MANIPOLATO”

Ma chi era Alfred Kinsey? Ce lo ricorda lo psicologo Roberto Marchesini che scrive: «Kinsey ha manipolato il campione di individui intervistato per ottenere quei dati. Il celebre psicologo Abraham Maslow, saputo delle ricerche che Kinsey stava conducendo, volle incontrarlo per confrontarsi con lui. Una volta compreso il metodo d’indagine di Kinsey, Maslow mise in guardia l’entomologo dal “volunteer error”, ossia dalla non rappresentatività di un campione composto esclusivamente da volontari per una ricerca psicologica sulla sessualità».

DETENUTI PER CRIMINI SESSUALI

«Kinsey decise di ignorare il suggerimento di Maslow e di proseguire nella raccolta delle storie sessuali di volontari. Oltre a questo, circa il 25% dei soggetti maschi intervistati nella sua ricerca erano detenuti per crimini sessuali; l’unica scuola superiore presa in considerazione per la ricerca fu un istituto particolare nel quale circa il 50% degli studenti avevano contatti omosessuali; tra i soggetti erano presenti anche un numero sproporzionato di “prostituti” maschi (almeno 200); tra gli omosessuali vennero contati anche soggetti che avevano avuto pensieri o contatti casuali, magari nella prima adolescenza; infine, nel calcolare la percentuale di omosessuali, Kinsey fece sparire – senza darne spiegazione – circa 1.000 soggetti» (lanuovabq.it, 11 febbraio 2013). Non un caso, sicuramente, dato che lo stesso Kinsey non disdegnava i rapporti omosessuali.

ESPERIMENTI SUI BAMBINI

Ma agli errori metodologici vanno aggiunti gli “orrori” materiali e teorici di cui Kinsey si rese responsabile. L’aspetto però più inquietante di questo personaggio riguarda gli esperimenti sessuali condotti su bambini: «Nel paragrafo intitolato “L’orgasmo nei soggetti impuberi” (pp. 105 – 112) del primo Rapporto Kinsey descrive i comportamenti di centinaia di bambini da quattro mesi a quattordici anni vittime di pedofili.

In alcuni casi, Kinsey e i suoi osservarono (filmando, contando il numero di “orgasmi” e cronometrando gli intervalli tra un “orgasmo” e l’altro) gli abusi di bambini ad opera di pedofili: “In 5 casi di soggetti impuberi le osservazioni furono proseguite per periodi di mesi o di anni[…]” (p. 107); ci furono anche bambini sottoposti a queste torture per 24 ore di seguito: “Il massimo osservato fu di 26 parossismi in 24 ore, ed il rapporto indica che sarebbe stato possibile ottenere anche di più nello stesso periodo di tempo” (p. 110).

SESSO TRA BAMBINE E ADULTi

Nel secondo Rapporto esiste un paragrafo intitolato “Contatti nell’età prepubere con maschi adulti”, nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti, ovviamente alla presenza di Kinsey e colleghi. Le osservazioni condotte inducono Kinsey a sostenere che: “Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. E’ difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici”» (www.uccronline.it, 22 aprile 2016)

RICERCHE SOTTO ACCUSA

L’opinione pubblica ed alcuni gruppi religiosi, scrive psicolinea.it,  accusarono Kinsey di fare pornografia nel modo più subdolo possibile, per aggirare le norme condivise sul buon costume, chiamando queste produzioni oscene ‘scienza’. In particolare erano messe sotto accusa le sue ‘ricerche fisiche’ in cui le persone compivano atti sessuali, che venivano osservati, analizzati e registrati a livello statistico in tutti i loro particolari.

Oltre tutto, Kinsey era un pervertito. Da come lo descrive James Jones, un collaboratore del gruppo di Bloomington, nella sua biografia, egli aveva anche tendenze sadomasochiste ed esibizionistiche. A detta di Jones, Kinsey aveva “una metodologia ed un modo di raccogliere casi che garantiva all’autore di trovare esattamente ciò che voleva trovare”.

NUDO DURANTE LE RIPRESE

Kinsey, si legge sempre su psicolinea.it, veniva accusato di essere preda delle sue compulsioni sessuali nel fare ricerca, poiché spesso partecipava direttamente alle riprese (nudo dal collo in giù) e filmava addirittura sua moglie mentre si masturbava (si dice contro il volere di lei).

Kinsey, si diceva, era ossessionato dai comportamenti omosessuali e per questo passava ore ed ore ad osservare documenti pornografici e rapporti sessuali, girati nelle zone malfamate di Chicago e New York, nei carceri e nelle case di appuntamento.

 

Gelsomino Del Guercio per http://it.aleteia.org/2017/01/23/chi-era-il-guru-della-liberalizzazione-sessuale-un-maniaco-pedofilo/

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Liguria: la lobby gay non vuole lo sportello famiglia

Matrimonio e Famiglia

 Gender: è scontro tra Coordinamento Liguria Rainbow e Regione

 In Liguria è in corso uno scontro aperto attorno al tema sempre più infuocato del gender. A dar fuoco alle polveri, questa volta, è il Coordinamento Liguria Rainbow che sembra non tollerare le crescenti spontanee iniziative di contrasto al martellante processo di omosessualizzazione della società italiana dettato dalla gender agenda globale.

Contro lo sportello antigender votato dalla Regione Liguria, il telefono antigender aperto dalla Regione Lombardia, le iniziative del sindaco di Trieste che ha vietato la diffusione nelle scuole del libro “Il gioco del rispetto”, il Coordinamento LGBT ligure ha infatti promosso un vero e proprio appello nazionale, intitolato “Per una scuola libera dalla censura. Appello per la libertà di espressione e di insegnamento, la democrazia, la laicità e il pluralismo nella scuola“, reso noto con il seguente comunicato:

«Il Coordinamento Liguria Rainbow  è al fianco delle operatrici e degli operatori del mondo della scuola colpiti dal clima minaccioso che gli autori della fantomatica ‘teoria del gender’ hanno voluto costruire: anni di esperienze professionali in tema di riconoscimento e contrasto alla violenza maschile, al bullismo, alle discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale, e agli stereotipi di genere rischiano di essere gettati alle ortiche perché tacciati di ‘istigazione al gender’ (una pseudo ideologia che secondo questi fanatici vorrebbe convertire i giovani all’omotransessualità). La Regione Liguria, anziché difendere le buone pratiche formative a favore dei soggetti vulnerabili in età di crescita e sviluppo, ha recentemente votato per la creazione dello sportello ‘antigender’, dando credibilità a gruppi fondamentalisti e minoritari intenzionati ad imporre nella scuola pubblica la propria visione morale sulla famiglia e sulle relazioni affettive».

SOSTEGNO ALLA REGIONE LIGURIA

I comitati locali Difendiamo i nostri figli di tutte le quattro province liguri hanno risposto alle accuse diffondendo un comunicato stampa congiunto per esprimere il loro pieno e unanime sostegno alla Regione Liguria per l’iniziativa “anti-gender” intrapresa che è possibile consultare qui.

Questo il testo dell’Appello del Coordinamento LGBT ligure:

Chiediamo al mondo della scuola, della cultura, della formazione, del lavoro e dell’associazionismo di sottoscrivere questo appello per difendere la democrazia, la laicità, la libertà di espressione e il pluralismo nella scuola, minacciati dall’istituzione dello sportello regionale “anti-gender”. Il Consiglio Regionale della Liguria ha, in data 11 novembre 2016, votato a maggioranza una mozione che impegna la Giunta Regionale a istituire uno sportello “volto ad arginare quei fenomeni di indottrinamento ideologico noti come ideologia gender”. Stando al testo della mozione, lo sportello vorrebbe raccogliere eventuali bisogni generali delle famiglie e fornire una risposta sociale, psicologica e legale, mettendo sullo stesso piano denunce legate alla diffusione della non meglio precisata “teoria del gender” nelle scuole e denunce di episodi di “razzismo o di bullismo, di droga o vandalismo”.

In primo luogo, riteniamo che la totale vaghezza della proposta contenuta nella mozione (che cosa si intende per “ideologia o teoria gender”? Chi gestirà gli sportelli? Con quali competenze?), rischi di mettere in seria discussione la libertà di espressione e d’insegnamento propria di uno Stato democratico, laico e pluralista. In assenza di una definizione esplicita, l’utilizzo dell’espressione “ideologia gender” risulta potenzialmente distorsivo, lasciando aperta la porta alla totale arbitrarietà di giudizio.

In questo modo, gli “sportelli anti-gender” diventano strumenti discrezionali di censura, creando di fatto un clima intimidatorio all’interno delle istituzioni scolastiche ed educative.

In secondo luogo, riteniamo che alle famiglie spetti il compito fondamentale di formare la persona, mentre alla scuola e a una società plurale, democratica e inclusiva spetti il compito di formare le/i future/i cittadine/i, nel rispetto delle differenze di genere, orientamento sessuale, modelli culturali, visioni del mondo e tipologie familiari di appartenenza.

Riconosciamo il valore del percorso che la scuola italiana ha realizzato negli ultimi decenni in termini di inclusione, pluralismo e confronto. Difendiamo, dunque, da qualsiasi ingerenza, la libertà di insegnamento, l’autonomia didattica e l’apertura alla società: il rispetto di questi valori ha infatti consentito alla scuola pubblica italiana di far crescere ragazze e ragazzi consapevoli e capaci di leggere e confrontarsi con la crescente complessità della società. Anziché sprecare risorse pubbliche nell’attivazione di sportelli di dubbia utilità e impregnati di ideologismi, chiediamo alla Giunta di rafforzare i servizi che già esistono sul territorio e lavorano in rete per rispondere alle diverse forme di disagio e violenza (consultori, sert, centri antiviolenza, e così via).

ALCUNE RISPOSTE ALL’APPELLO

L’appello è un vero è proprio compendio di menzogne ed ideologia. Qui ci limitiamo a replicare ad alcuni punti:

In primo luogo –  si domandano gli estensori dell’appello –  riteniamo che la totale vaghezza della proposta contenuta nella mozione (che cosa si intende per “ideologia o teoria gender”?)

Risposta: l’ideologia o teoria gender, detto in parole povere e semplici, è quel sistema di idee che intende promuovere ed instillare nei nostri giovani il concetto per il quale è necessario distinguere tra sesso e genere. Il primo è quello biologico con il quale nasciamo, il secondo è quello socio-culturale e psicologico che diventiamo in “età adulta”. Se un programma educativo, scolastico o di qualsiasi genere, si propone tali obiettivi possiamo essere certi di essere in presenza della “fantomatica” teoria o ideologia del gender.

In questo modo, gli “sportelli anti-gender” diventano strumenti discrezionali di censura, creando di fatto un clima intimidatorio all’interno delle istituzioni scolastiche ed educative

Risposta: al contrario, gli “sportelli anti-gender” sono uno strumento di informazione e di verità contro le bugie propinate ai nostri adolescenti dagli attivisti LGBT+ e dagli altri rappresentanti istituzionali asserviti al politicamente corretto. Non c’è nulla di buono nell’omosessualità! Un’educazione seria e di buon senso dovrebbe, all’opposto, mettere in guardia i giovani rispetto ai reali pericoli e rischi insiti nell’adozione del decantato stile vita omosessuale. Il clima intimidatorio lo creano i poteri e le lobby LGBT+ nei confronti di coloro che osano dissentire dalla vulgata LGBT+ come la cronaca di tutti i giorni, ahinoi, ci testimonia.

In secondo luogo, riteniamo che alle famiglie spetti il compito fondamentale di formare la persona, mentre alla scuola e a una società plurale, democratica e inclusiva spetti il compito di formare le/i future/i cittadine/i, nel rispetto delle differenze di genere, orientamento sessuale, modelli culturali, visioni del mondo e tipologie familiari di appartenenza.

Risposta: secondo tale paradossale assunto lo Stato, attraverso la scuola, deve educare “eticamente” il cittadino, esautorando la famiglia dai propri diritti. E’ evidente la prepotenza e l’assurdità di tale visione per la quale gli alunni italiani dovrebbero sottostare alla morale pubblica di Stato decisa, per di più, dalle lobby e dalle organizzazioni LGBT+.

E qual’è questa nuova morale ? è il progetto imposto dal liberalismo politico fondato sugli, ogni giorno nuovi, “diritti” che mira a trasformare radicalmente l’ordine umano. Una vera e propria rivoluzione antropologica per la quale, il Vero, il Bello e il Bene non dipendono più da criteri oggettivi e identificabili, quanto da gusti e impressioni mutevoli, meramente soggettivi. L’assioma di base di tale visione è la rigorosa neutralità filosofica volta a stabilire un asettico modus vivendi che renda possibile la convivenza simultanea di rivendicazioni opposte e confliggenti, riducendo “al massimo i rischi di scontri e collisioni“. L’approdo logico di tale visione è quello che il filosofo francese Jean-Claude Michéa definisce “la regolarizzazione in massa di tutti i comportamenti possibili e immaginabili“, al di là di ogni elementare criterio di ragione e di buon senso.

 

Rodolfo de Mattei per https://www.osservatoriogender.it/gender-scontro-coordinamento-liguria-rainbow-regione-liguria/

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La Fedeli, Avvenire, il Forum delle Ass Familiari

Matrimonio e Famiglia
 Il potere temporale, quello spirituale e la costruzione di ponti.
 Sfogliando le pagine di Avvenire e imbattendosi nel valzer di interventi e dichiarazioni riguardanti il neoministro della Pubblica Istruzione, si potrebbe provare una sensazione di déjà vu e un nostalgico ricordo dei vecchi libri di storia, popolati da immagini in cui re e imperatori, espressione del potere temporale, venivano incoronati e quindi legittimati dai papi, espressione del potere spirituale.
È proprio questa l'impressione che si potrebbe ricevere dall'evidente tentativo da parte di Avvenire, che nell'immaginario collettivo è il quotidiano dei vescovi, di legittimare la neoministra della Pubblica Istruzione, che rappresenta in quest'ambito un potere temporale alquanto controverso.
Un lettore più attento ed informato, tuttavia, osserverebbe che, lungi dall'essere un'investitura ecclesiastica, le posizioni rappresentate da Avvenire in tale contesto sono totalmente difformi da quelle del Santo Padre, il quale parla di gender come di guerra mondiale contro il matrimonio mentre lì si invita ad abbandonare la parola gender nella sua accezione minacciosa, lui denuncia il gender come colonizzazione ideologica e lì si dubita persino della sua esistenza.
Non si può certo dire, quindi, che la posizione di Avvenire in tale circostanza sia appiattita su quella della Chiesa e del Santo Padre; esse sembrano piuttosto diametralmente opposte al punto da apparire inconciliabili, ma ciò è tuttavia riconducibile a un nobile intento di pluralismo e ad un sano pricipio di pari opportunità da parte di un serio organo di informazione.
L' orientamento educativo della ministra, chiarito da una sua lettera al Direttore che purtroppo non ha convinto nessuno, sorprendentemente ha trovato nelle pagine di Avvenire un coro unanime di convinti sostenitori, come la Vicepresidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari M.G. Colombo, la Responsabile Nazionale Scuola e Università di Forza Italia Elena Centemero e lo stesso Direttore Marco Tarquinio.
 
Dico sorprendentemente non tanto per l'entusiasmo da parte di una deputata azzurra nei confronti di un ministro targato PD, quanto per la posizione del Forum delle Associazioni Familari, che appare scollata dal diffuso disappunto che c'è al riguardo all'interno delle nostre associazioni.
 
Secondo quanto da essi dichiarato nell'ambito del discusso articolo di Marco Tarquinio, non si nutre alcun dubbio sull'onestà intellettuale della Fedeli, si segnala la mancata applicazione del famigerato comma 16 della legge 107 e si invita a sgomberare il campo da preoccupazioni circa questioni di carattere ideologico, puntando su un coinvolgimento pieno e responsabile – con esplicito riferimento alla Costituzione – delle famiglie nelle scelte educative.
Tanta fiducia e tanta stima credo debbano innanzitutto misurarsi con questioni piuttosto controverse che non possono passare sotto silenzio; non si tratta di pregiudizi o di propagandistico processo alle intenzioni, come leggiamo su Avvenire, ma di precedenti concreti, primo tra tutti quello del d.d.l. Fedeli. 
 
Secondo un  articolo di Avvenire dello scorso 14 dicembre questo temibile disegno di legge sarebbe stato ritirato, tuttavia, spulciando su internet, di questo ritiro non si riesce a trovare traccia; è  invece probabile che esso si trovi parcheggiato in Senato, in attesa che i mezzi di informazione e i post facebook della Boldrini ci convincano che è cosa buona e giusta, allo scopo di renderlo meno indigesto durante il suo iter parlamentare.
Questo d.d.l. prevede l'introduzione dell'educazione di genere – che è un tema sensibile – come insegnamento obbligatorio e trasversale a tutte le discipline e pertanto non soggetto al consenso informato da parte dei genitori. 
In questo contesto parlare di collaborazione con le famiglie diventa illusorio e fuorviante, perché se il d.d.l. Fedeli dovesse diventare legge non potrà esserci nessuno spazio di discussione per i genitori sul tema della parità di genere; opporsi sarebbe come chiedere l'esonero da una disciplina obbligatoria come la matematica. Tanto più che il d.d.l. prevede anche l'omologazione in questo senso dei libri di testo e l'indottrinamento forzato dei docenti.
 
Per affrontare in modo sereno e costruttivo questo clima di divergenze e incomprensioni bisognerebbe – è questo il leit motiv –  evitare di innalzare muri ma piuttosto costruire ponti; tuttavia, sorvolando sulle minacce di denuncia della Giannini che ormai sono acqua passata, leggendo attentamente il d.d.l. Fedeli si ha la netta impressione che dall'altra parte non ci sia alcuna disponibilità alla costruzione di questi ponti.
 
Ciò che emerge è piuttosto l'intenzione unilaterale di attuare un'operazione di carattere ideologico basata su presupposti ascientifici, attraverso una crociata contro quegli stereotipi di genere che, come è dimostrato dal celebre paradosso norvegese e dalla letteratura scientifica, sono in larga misura radicati nella biologia e nella neurofisiologia dell'uomo e della donna.

Quanto al tema della parità tra uomo e donna tanto osannato da questo strano coro, chi abbia un minimo di esperienza nel mondo della scuola lo riconosce come uno degli ormai arcinoti cavalli di Troia per veicolare nelle classi, attraverso progetti e progettini, contenuti fortemente critici che impattano sull'identità affettiva e sessuale dei ragazzi. Chi conosce davvero la scuola sa anche che i nostri nostri ragazzi hanno già implicitamente ricevuto, da noi docenti e dalla società in cui viviamo, l'educazione alla parità tra l'uomo e la donna e questa conquista era già chiara anche a noi vent'anni fa, quando io e molte altre ragazze ci siamo laureate in ingegneria a dispetto dei temutissimi stereotipi di genere.

Non è certo questa la strada per prevenire la violenza, che, di genere o non di genere, è solo violenza, ma piuttosto la capacità di accogliere ed accettare l'altro, la mitezza e il dominio di sé, tutte cose che non si insegnano né con i progetti, né con l'educazione di genere.
Questa insolita e sospetta insistenza sull'argomento è verosimilmente dovuta al fatto che si tratta solo di un  paravento che nasconde secondi fini, propagandato strumentalizzando i fatti di cronaca sul femminicidio con la complicità dei mezzi di informazione. 

Figurarsi poi fare un d.d.l. solo per questo, per di più imponendo questa ideologia anche alle scuole cattoliche: é del tutto evidente che tale prospettiva possa entrare in conflitto con un'educazione di ispirazione cattolica e ciò costituirebbe una chiara violazione del principio di libertà educativa dei genitori.
Ultimo ma non ultimo il problema della copertura finanziaria del d.d.l., che, come si legge all'articolo 6, sarà ricavata secondo modalità che ne faranno gravare i costi sulle famiglie italiane; se veramente si vuole la parità tra uomo e donna queste ingenti risorse potrebbero essere impiegate per attuare misure a sostegno della maternità.
 
Circa un anno fa la rivista: "Noi, genitori e figli" di Avvenire recitava testualmente: "Come il d.d.l. Fedeli, che vorrebbe stanziare 200 milioni per i corsi sul gender".
Certo, tutti possiamo prendere un abbaglio e poi abbiamo anche il sacrosanto diritto di cambiare idea; tuttavia l'invito da parte di questo strano coro ad abbandonare certe argomentazioni e a deporre l'uso della parola gender sa un po' di bavaglio e se mi si vorrà far passare per visionaria, integralista o fascista, con il Santo Padre sarò in ottima compagnia.

Considero infine troppo ambiziosa questa sconfinata fiducia  nella partecipazione dei genitori alla vita della scuola: provate a parlarne in certe scuole di periferia, dove i genitori, spesso pregiudicati o detenuti, mandano i figli a scuola solo perché hanno ricevuto una visita a casa da parte dei carabinieri.
Questa battaglia o, come vorrebbero i più, questa costruzione di ponti, non può svolgersi nelle scuole, bensì nelle sedi istituzionali, sui giornali e alle urne.

Occorre a mio avviso che il mondo dell'associazionismo, principalmente il Forum delle Associazioni Familiari che attraverso le dichiarazioni di M.G. Colombo si trova coinvolto nella vexata quaestio, prenda coscienza di ciò  che si vorrebbe attuare sui figli della nostra nazione; così come nessuno di noi li affiderebbe ad una baby-sitter che abbia precedenti discutibili credo che, "vergin di servo encomio", dovrebbe chiedere precise rassicurazioni e garanzie prima di affidare la loro educazione e formazione ad un ministero guidato da una persona con  precedenti e intenzioni fondatamente preoccupanti.

Reputo pertanto necessaria da parte delle varie associazioni una presa di posizione al riguardo, garbata, chiara e circostanziata, sul modello della lettera aperta del Comitato Articolo 26 al Direttore di Avvenire.
Peccato che questa lettera non abbia ancora avuto riscontro da parte del Direttore, poiché potrebbe essere determinante nel dirimere la questione in quanto fa esplicito riferimento a precisi fatti e situazioni e pertanto esorto tutti caldamente a leggerla.
 
E da ultimo un fraterno appello ai simpatici retori dei muri e dei ponti: non sono questi i ponti di cui parla il Santo Padre, si parli con franchezza e amore alla verità e si lasci la costruzione di ponti agli ingegneri.
 
Daniela
mamma e insegnante

 

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