Francia. L’islam sostiene Marcon?

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Macron, il presidente delle élite che piace ai Fratelli Musulmani

macron islam shariaE' stato Henry Hermand – il ricchissimo imprenditore socialista (morto lasciando agli eredi un patrimonio di 220 milioni di euro) – il primo ad investire su Emmanuel Macron. O meglio a costruire la figura dell'“uomo nuovo” che ora il presidente porta a spasso con il suo faccino ambizioso.
Il primo, Hermand, dopo Brigitte, ovviamente, la donna che la stampa di tutto il mondo ha osannato sebbene sia difficile intuire cosa ci sia di così encomiabile nell’abbandonare figli e marito per uno sbarbato liceale, che per giunta è un suo studente e coetaneo di quei figli.
Fu Brigitte a volere che Emmanuel imparasse un mestiere, altrimenti, gli disse con una battuta, "avrai solo l’aria di un gigolò". E l'allievo obbediente accettò ogni indicazione. Anche quella di essere affiancato da qualcuno che gli spiegasse come impostare la voce. La "zeppola", la voce chioccia, a volte stridula e fastidiosa, erano tutte cose da sistemare, prima che fosse troppo tardi. 

A finire l'opera ci ha pensato Henry Hermand. Macron non sapeva di poter diventare presidente della Repubblica, ma l'imprenditore lo individuò mentre faceva uno stage in una prefettura della Francia centrale, e se ne "innamorò".
Così Emmanuel iniziò a frequentare ''Terra Nova", l'associazione d'ispirazione socialista finanziata tra gli altri da Hermand – che gli darà le armi de’ sinistra per la retorica sul ‘sociale’ – diventando poi ospite sempre più assiduo nella casa del suo mentore. Hermand è stato il testimone di nozze di Macron e lo avrebbe anche aiutato a comprare casa a Parigi.

Nonostante la vittoria alle presidenziali, Macron è come una baguette che hanno cercato di far lievitare senza successo. Avrà pure vinto ma resta il presidente delle élite e come tale non sa proprio quale sia la differenza tra la vita reale e quella dietro le telecamere.
Il 7 maggio ha vinto le elezioni con la più alta percentuale di astensionisti della storia francese: tra chi lo ha votato, c'era per lo più chi ha in odio Marine Le Pen.
Non è così centrista come lo hanno venduto in campagna elettorale: a sostenerlo è stata la maggior parte dei leader del partito socialista, e quando c'è stato il passaggio di testimone con Hollande, quest'ultimo non ha potuto nascondere la gioia di una vittoria all'insegna della "continuità". 

E' il socialismo ad essere il fil rouge della narrazione macroniana. Ismael Emalien – stratega e  capo della comunicazione di Macron –  è stato consulente della campagna elettorale del 2013 del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro. E anche il programma macroniano trasuda di socialismo, abbondano le proposte per l'incremento della spesa pubblica.
Il “cambiamento climatico” viene considerato invece la “questione chiave per il futuro del mondo”, nonostante organizzazioni come WikiLeaks si siano impegnate a dimostrare che molte delle denunce lanciate dagli scienziati onusiani sul clima erano bufale, vedi il “Climategate”, e in generale anche nella comunità scientifica ormai il paradigma del riscaldamento climatico è stato sostituito da quello della incertezza, com’è giusto che sia visto che parliamo di proiezioni costruite su modelli matematici che non possono risalire oltre una certa epoca all’indietro nel tempo, e certamente non predicono il futuro. 

Ancora. Le proposte di modifica al codice del lavoro e al sistema fiscale sembrano pura estetica, l’illusione di un cambiamento che difficilmente si trasformerà in politiche concrete.
Al bell'Emmanuel piace l'economia di mercato ma il presidente pensa comunque che questo mercato debba essere messo al servizio di una fantomatica “giustizia sociale”.
Gli economisti che hanno lavorato alla stesura del programma del leader di En marche! sono gli stessi che hanno lavorato al programma economico di Hollande nel 2012.
Quando il 7 maggio è stato ufficializzato il nome del nuovo inquilino dell'Eliseo, tanti capi di stato europei hanno mostrato il loro entusiasmo.
Addirittura il numero uno della commissione europea, Juncker, ha parlato di “un segnale di speranza per l'Europa”.
Macron però non ha fatto neanche in tempo ad insediarsi che è subito volato dalla Merkel, e le idee lanciate in campagna elettorale su come proteggere i mercati europei sono rimaste lettera morta – del resto è noto che in Europa a dettare l’agenda è Berlino mica Parigi.
Ma il nuovo presidente della Republique insiste, dice di sognare un nuovo Ministero della Finanze europeo, le cui decisioni possano avere una forza vincolante per tutti gli stati membri. 

Come molti suoi colleghi in Europa, Macron è convinto che il rimedio al crollo demografico e all’invecchiamento della popolazione sia nell'immigrazione. “L'immigrazione è un'opportunità per tutti”, ha detto il presidente.
“Proporrei al governo algerino la creazione di un ufficio franco-algerino della gioventù, per favorire la mobilità tra le due sponde del Mediterraneo”, ha aggiunto.
“Il compito dell'Europa è quello di offrire asilo a tutti”, ci mancherebbe, peccato che quella dell’accoglienza, come dimostra il caso dell’Italia, non può certo essere considerata una politica sulla immigrazione. 

Detto ciò, la stragrande maggioranza dei rifugiati che arrivano in Francia sono musulmani.
La Francia ha già la maggiore percentuale di musulmani in Europa.
La Francia è in guerra con una parte fondamentalista e radicale di questo Islam, che punta a sovvertire la nostra civiltà, in casa nostra,a suon di bombe, attacchi kamikaze e civili innocenti uccisi senza pietà.
Eppure Macron vorrebbe dare all'islam ancora più spazio. “Oggi, i musulmani di Francia sono trattati male…”, ha detto il presidente, “domani, una nuova struttura renderà possibile il rilancio della religione musulmana in Francia: saranno costruiti e migliorati i luoghi di culto islamici”.
Quando Macron ha vinto, i Fratelli Musulmani francesi si sono congratulati con lui e hanno festeggiato con un comunicato ufficiale: “i musulmani pensano che il nuovo presidente gli permetterà di andare più lontano, insieme”.
Edouard Philippe, il premier indicato da Macron, ha stretti legami con la Fratellanza Musulmana e ne ha favorito l’insediamento nella città di cui era sindaco, Le Havre. 

Richard Ferrand – deputato socialista e il segretario generale di En Marche!, ora ministro per la coesione dei territori – ha finanziato i movimenti per il boicottaggio dello Stato ebraico e altre organizzazioni "pro-palestinesi".
Gerard Collomb, il sindaco socialista di Lione, attuale ministro dell'Interno, ha finanziato l'Istituto francese della civiltà musulmana che aprirà i battenti a dicembre 2017.
Eccolo il prodotto confezionato dall'élite: un giovane presuntuoso, che in politica economica non va molto oltre il tradizionale statalismo francese, che sulla immigrazione non cambierà una virgola rispetto al passato, anzi, è convinto che gli immigrati musulmani aumenteranno, unica risorsa in grado di alimentare il granaio dei voti sempre più vuoto dei socialisti e della sinistra.
Fa niente se per vincere servono anche i Fratelli Musulmani, organizzazione ritenuta terrorista dagli Stati Uniti e dall'Egitto, che in passato anche l'Europa aveva inserito nelle sue black list.

E forse, come nell’ultimo e distopico romanzo di Houllebecq, arriverà il giorno in cui non ci sarà più neanche bisogno di candidare un presidente creato in laboratorio.
Per garantire la "continuità" del sistema politico, che vuol dire anche quella delle elite e dei poteri forti, sarà sufficiente candidare direttamente un Fratello Musulmano all'Eliseo. Chissà però cosa accadrà in caso vincesse. 

 

di Lorenza Formicola | 28 Maggio 2017, per l'Occidentale

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Viaggio nell’Occidente islamizzato

Islam
 "No go zones"

Birmingham come Molenbeek,
viaggio nell'Occidente islamizzato

 

"Ci sono un sacco di scuole musulmane private e madrasse (istituti educativi per l'apprendimento dei fondamenti dell'Islam, ndr) in questa città. Fanno tutti finta di predicare tolleranza, amore e pace, ma non è vero. Dietro quelle mura, ci costringono a ripetere i versi del Corano, a proposito di odio e intolleranza". E poi la disciplina violenta usata contro chi si rifiuta di imparare il Corano a memoria senza capirne una parola, o per aver mentito sulla propria fidanzata, evidentemente occidentale.
Sono queste le denunce fatte da Alì, un diciottenne di origini francesi il cui padre si è radicalizzato in Inghilterra, intervistato da Rachida Samouri. La giornalista che sulle pagine di Le Figaro ha pubblicato un dettagliato reportage su Birmingham.

Birmingham: la seconda città più popolosa del Regno Unito, e l'ottava d'Europa, è oggi la città quintessenza del multiculturalismo, con ben un 42% di abitanti non europei. In certi quartieri di Birmingham, i musulmani rappresentano il 95% della popolazione, le bambine camminano nascoste dal velo, gli uomini hanno le barbe lunghe e le donne indossano jihab e niqab per coprire corpi e volti.
Qui i negozi chiudono per le ore di preghiera, le vetrine promuovono abiti islamici e le librerie sono viatico per la religione di Allah.

Le donne intervistate sono orgogliose di vivere in Inghilterra perché, dicono, "contro il velo integrale nessuno ha da ridire". E Mobin, un adolescente di origine francese, spiega perché il padre ha preferito l'inghilterra alla Francia: "Birmingham è proprio un paese musulmano. Noi siamo tra di noi, non ci mescoliamo con gli altri. E' difficile". 

E' così. Uno stato all'interno dello stato.
Forse peggio che a Molenbeek considerata la culla del jihadismo dell'Europa centrale. 
Dalla Francia, al Belgio, all'Inghilterra, ecco documentata l'islamizzazione d'Europa.
Dal 2006 al 2015, in Francia, il paese che in questo momento è in bilico nella sfida tra Le Pen e Macron, sono state calcolate ben 751 no go zone. Luoghi in cui polizia, militari, vigili del fuoco preferiscono non entrare perché questo potrebbe essere la miccia che innesca la violenza. E loro stessi rischierebbero di finire oggetto di queste violenze.

Nel Regno Unito, negli ultimi cinque anni, le condanne per terrorismo sono raddoppiate e il coinvolgimento delle donne in attentati è triplicato. 
Quando era ancora primo ministro, David Cameron fece redigere un documento battezzato The Casey Review: una rassegna in direzione dell'opportunità e dell'integrazione". Il rapporto indica come le comunità musulmane (principalmente quelle composte da immigrati pakistani e del Bangladesh) siano le più restie all'integrazione all'interno della società britannica. Si tratta di comunità che incoraggiano i loro figli a non partecipare ad eventi, attività o momenti di formazione-non musulmani; luoghi dove le donne non parlano una parola d'inglese e domina la sharia, la legge islamica. 

Chi ha mandato in stampa quel reportage ha dedicato tantissime pagine proprio a Birmingham perché è là che nel 2014 scoppiò il famoso scandalo del "Trojan Horse plot". 
Si scoprì che le dottrine islamiche erano state inserite nei programmi delle scuole pubbliche, per assicurarsi che tutti i ragazzi potessero essere istruiti sui "rigorosi principi dell'islam".
Mentre gli altoparlanti cercavano di radunare gli studenti per la preghiera, gli insegnati utilizzavano messaggi anti-occidentali. 
Se lo scandalo nel frattempo è stato archiviato, mentre non sono scarse le probabilità che possa ripetersi o che sia ancora in essere il pericolo di un cavallo di troia islamico tra i banchi di scuola, resta evidente che il paragone con Molenbeek non è fuori luogo: a Birmingham sono state contate 161 moschee

Per molti anni il governo britannico si è compiaciuto della integrazione della popolazione musulmana, certo che a tempo debito il miracolo sarebbe avvenuto. Che un giorno i musulmani avrebbero organizzato un bella marcia insieme ai cristiani per celebrare il successo del multiculturalismo, o che, almeno, prima o poi, i musulmani sarebbero diventati pienamente britannici, come tutti gli immigrati.
Ma è un giorno che tutti, anche i più nostalgici cantori della società "multikulti", hanno smesso di sognare: sono le continue statistiche che vengono compilate a ritrascinarli nella realtà.
Come una delle ultime, che dimostra quanto le generazioni più giovani di islamici, quelle nate in Europa, siano ancora più integraliste dei loro genitori e nonni. Il sonno della ragione genera multiculturalismo. Il "multikulti" avrebbe dovuto diffondere nell'universo pace, amore e tolleranza.
Ma tutto si è vaporizzato tra le parole magiche "dialogo" e "accoglienza", mentre il Vecchio Continente è mortificato dalla islamizzazione dilagante.

di Lorenza Formicola | 27 Aprile 2017 da https://www.loccidentale.it/articoli/145250/birmingham-come-molenbeek-viaggio-nelloccidente-islamizzato
 

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L’avanzata dei partiti islamici

Islam

 L’avanzata politica dell’Islam in Italia e in Europa

 

 Lo scorso 1 febbraio il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha presentato soddisfatto la firma del Patto nazionale per un Islam italiano, siglato con i rappresentanti delle associazioni e della comunità islamiche del nostro Paese, definendolo «un atto particolarmente importante, un documento che riguarda il presente e il futuro dell’Italia attraverso il dialogo interreligioso».

Un patto che, secondo le parole dello stesso ministro, rappresenta un «passaggio cruciale» che predispone le parti «ad un percorso per arrivare all’intesa con lo Stato». Presupposto dell’accordo, spiega infatti Minniti, «è quello di dire con grande chiarezza che tutti i firmatari si impegnano a ripudiare qualunque forma di violenza e terrorismo».

Il ministro dell’Interno ha quindi illustrato i principali punti del Patto, che impegnano rispettivamente le associazioni islamiche e le nostre istituzioni, mettendo in guardia dal non commettere il “marchiano” errore di assimilare immigrazione e terrorismo: «è un grave errore l’equazione tra immigrazione e terrorismo, l’ho ripetuto più volte (…) è un grave errore dire che non c’è nessun rapporto tra integrazione e terrorismo, come dimostrato in maniera evidente da Charlie Hebdo in poi».

La «questione Islam» – afferma il ministro – si potrebbe semplicemente risolvere cambiando il modello di integrazione fino ad oggi adottato: «Livelli di integrazione insufficienti producono un brodo di cottura dentro il quale cresce il terrorismo (…) l’idea di integrazione è fondamentale: riguarda principi, diritti ma anche sicurezza (…) una società bene integrata, è una società più sicura».

Sono passati solo due mesi dalla firma di tale accordo ed ecco che l’Islam politico, forte dell’ancora fresca investitura e legittimazione istituzionale, comincia coll’avanzare le sue prime pretese: se da una parte la vasta galassia di organizzazioni islamiche presenti sul territorio italiano hanno presentato alcune loro prime proposte di intesa politica, dall’altra, invece, per la prima volta in Italia, si è sentito parlare di una realtà inedita che inizia a chiedere sempre più prepotentemente spazio: la «Costituente islamica».

Come ha scritto, in proposito, la giornalista marocchina Karima Moual sul quotidiano La Stampa, la comunità musulmana vede infatti nell’iniziativa voluta dal ministro Minniti, una ghiotta ed irripetibile occasione da massimizzare a tutti i costi: «L’accelerazione voluta dal Viminale sulla firma del Patto con le organizzazioni islamiche in Italia, si porta dietro molte aspettative da parte dei musulmani italiani, che vedono nel pragmatismo del nuovo Ministro un’opportunità da non perdere. Obiettivo: portare a casa qualcosa, dopo 40 anni di tavoli e consultazioni, che di fatto hanno prodotto più dossier e relazioni che cambiamenti reali sulla vita dei fedeli musulmani, a partire dalla questione dei luoghi di culto, ancora irrisolta».

In questa prospettiva, i principali esponenti dell’Islam italiano stanno freneticamente dandosi da fare per redigere una proposta “irrifiutabile” da portare sul tavolo di discussione della Presidenza del Consiglio. Tra questi, il soggetto capofila è la Grande Moschea di Roma, l’unico ente islamico riconosciuto giuridicamente, sede del Centro Islamico Culturale d’Italia, a sua volta in rapporti strettissimi con la comunità marocchina, la più grande rappresentanza musulmana presente sul nostro territorio, organizzata nella Confederazione dell’Islam italiano, a cui fanno capo ben 300 moschee.

A fianco della Grande Moschea di Roma e della Confederazione dell’Islam italiano, vi è infine la “Comunità religiosa islamica” (CO.RE.IS.). Sull’altro fronte, vi sono i rivali dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (UCOII) che costituiscono, in realtà, la più diffusa e radicata organizzazione islamica in Italia attraverso una ampia e capillare rete di oltre cento associazioni e la gestione di circa 80 moschee oltre a 300 luoghi di culto non ufficiali. Sono proprio loro che ora stanno cercando di rompere le cosiddette “uova nel paniere” agli accordi in ballo con la proposta di una “Assemblea Costituente islamica” come strumento finalizzato a «dare ai musulmani una rappresentanza eletta».

Obiettivo non dichiarato ma evidente della Costituente, che si richiama espressamente al progetto di nascita dello Stato democratico italiano all’indomani della seconda guerra mondiale, è quello arrivare alla costituzione di un partito politico islamico che possa un domani rappresentare le istanze dell’Islam all’interno del nostro Parlamento.

Come si legge infatti sul “Manifesto dell’Assemblea Costituente Islamica d’Italia“: «A 25 anni dalla presentazione della prima Proposta di Bozza d’Intesa da parte dell’UCOII, e poi da altri soggetti, siamo al punto fermo per quanto riguarda la realizzazione di questo importante strumento di diritto civile. Crediamo sia giusto che noi cittadini musulmani italiani e musulmani residenti ci si acclari attraverso un processo che dia vita ad un’assemblea elettiva di, tendenzialmente, 100 uomini e donne che condividano fede, pratica e senso comunitario islamici. Questa Assemblea, che si rinnoverà entro tre anni, vorrà essere rappresentanza dei diritti e delle istanze di coloro che parteciperanno ad eleggerla e di tutti i credenti che riconosceranno nei suoi principi e nella sua prassi la ricerca del bene, nella pace e nel dialogo costante con l’insieme della società italiana, di cui si sente parte. L’Assemblea Costituente Islamica in Italia, farà formale richiesta d’Intesa alla Presidenza del Consiglio e in concorso fraterno con le altre rappresentanze dei musulmani, variamente costituitesi, opererà politicamente per iniziare il percorso di legge».

La lenta ma progressiva avanzata politica dell’Islam italiano all’interno delle nostre istituzioni avviene gli stessi giorni in cui in Olanda il partito definito «antirazzista» Denk è entrato in Parlamento con tre deputati e il 2,1% dei consensi. Giampaolo Rossi sul Il Giornale ha delineato un interessante e allarmante quadro dell’attuale penetrazione all’interno delle istituzioni democratiche europee di forze politiche di matrice islamica che grazie al progressivo mutamento demografico in atto e al pianificato incessante processo di immigrazione stanno inesorabilmente cambiando il volto delle città europee ed acquisendo ogni giorno di più consensi e rappresentanza.

A questo proposito, Denk, fondato nel 2015 da Tunahan Kuzu e Selçuk Özturk, due deputati turco-olandesi, fuoriusciti dal Partito Laburista, dietro ad un programma politico all’apparenza innocuo, fedele ai dettami politically correct dell’odierno paradigma multiculturale, cela obiettivi politici di ben altro tenore che mettono a nudo il nocciolo duro che si nasconde all’interno di questi partiti, veri e propri “cavalli di troia” del progetto di penetrazione islamica in Europa.

Come si legge nell’articolo Rossi infatti: «Denk vuole la parificazione delle scuole islamiche con quelle pubbliche olandesi, mantenendo alcune prerogative come la separazione dei sessi e l’insegnamento del Corano in arabo». «Denk vuole l’istituzione di un corpo di “Polizia del Razzismo” il cui compito è la repressione di qualsiasi frase o idea ritenuta offensiva per i musulmani, attraverso la creazione di un “Registro del razzismo” per monitorare i discorsi dei personaggi pubblici e affibbiare multe e percorsi rieducativi a chi non è conforme al pensiero unico». «Denk vuole la riduzione dei vincoli di riconoscimento dello status di rifugiato; l’aumento delle quote di accoglienza e maggiori risorse economiche per l’emergenza profughi; obblighi alle aziende di assumere quote fisse di immigrati (almeno un 10%) e la loro sistemazione logistica anche utilizzando le case vuote degli olandesi».

Giampaolo Rossi denuncia infine lo scellerato patto stretto dalla sinistra europea con l’Islam in cambio di un pugno di voti, riportando quanto scritto dall’Economist a riguardo qualche tempo fa: «In tutta Europa i musulmani ed in genere gli immigrati, tendono a votare per i partiti di sinistra; in alcuni casi con punte elevatissime come in Austria (68%) o in Francia dove il 93% dei musulmani alle ultime elezioni, ha votato il socialista Hollande».

Una pragmatica alleanza politica che oggi si scioglie, unilateralmente, di fronte al mutato contesto socio-politico. L’Islam non ha più bisogno dell’“utile idiota”, rappresentato dalla sinistra internazionale, ed inizia ad organizzarsi per conto suo, potendo finalmente fare affidamento sulle proprie forze, rappresentate dai milioni di musulmani oggi presenti, in quella che, ogni giorno di più, possiamo, a ragione, chiamare «Eurabia» secondo la profetica espressione coniata dalla scrittrice Bat Ye’or.

(Lupo Glori per http://www.corrispondenzaromana.it/lavanzata-politica-dellislam-in-italia-e-in-europa/ del 05 aprile 2017)

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Come viene islamizzato l’Occidente

Islam

 L’Olanda “islamizzata” che nessuno racconta

  Si fa presto, a dire: Olanda. Quella che vediamo noi da qui è parziale e, soprattutto, effimera. Fateci caso: è trascorsa meno di una settimana e nessuno ne parla più.  Diciamoci la verità: nessuno avrebbe prestato attenzione alle elezioni politiche nei Paesi Bassi, se non ci fossero state la Brexit e l’elezione di Trump alla Casa Bianca e se non ci fosse stata la prospettiva di un successo, almeno relativo, del partito “populista” di Wilders. Che invece è arrivato secondo. L’establishment ha brindato alla vittoria e l’Olanda torna ad essere un Paese noioso.

In teoria, perché la realtà è un po’ diversa, e stavolta a dirvelo non è Marcello Foa ma una lettrice di questo blog, Luisa F. che vive da quelle parti, e che mi ha scritto una bella lettera, da cui emerge uno spaccato diverso da quello narrato dai grandi media internazionali.

Luisa scrive:

Non mi sembra che la “vittoria” di Rutte abbia decretato la sconfitta del populismo, anzi, richiamando la sua giusta analisi, né rappresenta proprio il frutto. Infatti credo (e solo per riferirsi all’Olanda) che se Rutte non dovesse proseguire quell’atto di coraggio, iniziato la settimana scorsa, con la Turchia (ed i connazionali turchi in patria), incontrerebbe non poche difficoltà in questo suo nuovo mandato. C’è molto più populismo nell’elezione di Rutte che in quella che sarebbe stata una vittoria schiacciante di Wilders. Inutile continuare a fare gli indifferenti e/o cantar vittoria per il nulla…

Io credo che il populismo europeo stia invece crescendo sempre più: le città tra Belgio, Olanda e Germania sono letteralmente invase dai Turchi e musulmani che non considero assolutamente integrati con noi. Hanno i loro quartieri, i loro negozi, i loro orari di lavoro, la loro lingua (molto di loro anche nati qui non parlano la lingua locale), insomma tutto diverso da noi (e per noi intendo l’altra faccia multieuropea di queste città); è questa l’integrazione?.

Potrebbe essere più chiara? Luisa F. continua con altre osservazioni alquanto interessanti:

Le racconto questo annedoto (sempre per parlare di Olanda), il mio ex marito ha votato per Rutte (di Wilders non condivide l’idea di uscire dall’Europa) tuttavia nostro figlio andrà ad una scuola cattolica perchè nelle scuole laiche (il sistema qui non è ugale al pubblico e privato in Italia) ci sono troppi turchi e musulmani (parole più sue che mie). Ovviamente io non solo condivido ma appoggio al 100% e non ho nessuna vergogna a dirlo. Quindi mi dica siamo sicuri che il populismo non sia in realtà molto più vasto di quanto i nostri bei governanti europei pensino?

Gli europei non vogliono distruggere l’Europa vogliono solo che l’Europa torni agli europei. C’è molto più populismo in questo che in quella che sarebbe stata un ipotetica vittoria di Wilders. Sull’impeto di questo momento di illusione gli Olandesi hanno riconfermato Rutte.

Aggiungete un dato interessante e passato sotto silenzio sui media. Alle ultime elezioni si è candidato un partito islamico, si chiama DENK. Ebbene nella bella e cosmopolita Amsterdam questo partito ha ottenuto più voti di quello di Wilders, ben il 7,5% contro il 7% del Pvv.

Questi sono i segnali che contano. E non sono affatto confortanti. (di Marcello Foa)

Da blog.ilgiornale.it del 20/3/2017

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Olanda vs Turchia, riflesso di una crisi più ampia

(di Lupo Glori) Alla vigilia delle importanti elezioni politiche olandesi, in cui si agita il temuto spettro di Geert Wilders, leader del Partito per la Libertà, fortemente anti-europo e anti-islam, si è aperta una profonda crisi diplomatica tra Olanda e Turchia. La tensione tra i due paesi è infatti alle stelle, a seguito della clamorosa decisione del governo dell’Aja di vietare il diritto di atterraggio al volo di Stato con a bordo il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, atteso a Rotterdam per un comizio a favore del referendum costituzionale di aprile organizzato per i cittadini turchi residenti all’estero.

Un secco e inatteso no, ribadito dopo poche ore, anche alla collega della Famiglia, Fatma Betuel Sayan Kay, alla quale è stato impedito di raggiungere il consolato di Rotterdam. Il doppio affronto ha scatenato l’immediata e veemente reazione del premier turco Recep Tayyip Erdogan che ha così tuonato: «L’Olanda pagherà il prezzo per aver danneggiato i rapporti con la Turchia. Insegneremo loro la diplomazia internazionale dopo il loro comportamento vergognoso».

Parole di fuoco, in linea con quelle del ministro degli Esteri Cavusoglu, che ha fatto sapere come “non basteranno” delle semplici scuse ad evitare serie ripercussioni, alcune delle quali già adottate: «Per cominciare abbiamo risposto dicendo che l’ambasciatore olandese non deve tornare nel nostro Paese. Prenderemo delle misure e l’Olanda si scuserà. Se non lo farà, continueremo a prendere altre misure».

Fatma Betul Sayan Kaya, la ministra turca della famiglia messa alla porta, ha invece commentato l’episodio che l’ha vista protagonista, attraverso il suo account Twitter, inveendo contro le autorità olandesi, ree di averla accompagnata senza complimenti al confine con la Germania: «Il mondo intero deve reagire contro questa prassi fascista! Un simile trattamento contro una donna ministro non può essere accettato».

La pietra al centro dello scandalo internazionale è la cruciale consultazione elettorale in programma il 16 aprile in Turchia con la quale il premier Erdogan potrebbe finalmente riuscire a “blindare” in maniera inattaccabile il sistema presidenziale, accentrando a sé tutti i poteri. Secondo quanto riportato in un comunicato diffuso dall’Aja, il governo di Mark Rutte aveva dato il via libera alle manifestazioni e ai comizi turchi, purché, per motivi di ordine pubblico, si fossero tenuti al chiuso, meglio se in ambasciata o al consolato. Condizioni che non hanno soddisfatto in alcun modo il governo turco che non ci ha pensato due volte a far partire ugualmente i suoi rappresentanti alla volta dell’Olanda.

Una mossa provocatoria e prepotente, evidentemente inaccettabile, che ha costretto il premier Rutte, a non concedere il permesso di atterraggio “per preservare l’ordine pubblico”. In breve tempo, la controversia tra Olanda e Turchia si è allargata, tramutandosi in uno vero e proprio scontro aperto Unione Europea-Turchia.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intervenuto sul tema in un discorso tenuto nella provincia nordoccidentale di Kocaeli, dopo aver accusato l’Olanda di agire come una “repubblica delle banane”, ha infatti, puntato il dito contro la stessa Europa colpevole di essere rimasta muta sulla vicenda: «L’Europa ha detto qualcosa? No. Perché? Perché non si danno fastidio a vicenda. (…) Chiedo alle organizzazioni internazionali in Europa e ovunque di imporre sanzioni sull’Olanda». Il ministro turco per gli Affari Europei, Omar Celik, da parte sua, ha invece utilizzato nei confronti dell’Europa l’arma del ricatto, minacciando, come riportato dall’Agenzia di stampa turca Anadolu, un «riesame della questione dei transiti via terra» circa l’accordo sulla gestione dei flussi migratori tra il governo di Ankara e l’Unione Europea.

L’atto di accusa contro la UE è stato poi formalizzato in un comunicato del ministero degli Esteri turco, diffuso il 14 marzo, nel quale, come sottolinea il portale del giornale filo-governativo Sabah, vengono presi di mira l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini e il commissario per la politica di allargamento e vicinato, Johannes Hahn, responsabili di aver rilasciato dichiarazioni «miopi che non hanno alcun valore per Ankara».

La nota prosegue mettendo in dubbio la “democraticità” dell’Unione Europea, sottolineando come «le nostre controparti nell’Ue fanno esercizio solo in modo selettivo dei valori democratici, dei diritti fondamentali e delle libertà» e rendendo noto che la Turchia denuncerà il governo olandese presso le Nazioni Unite, l’Osce e il Consiglio d’Europa per aver violato con le sue decisioni la Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche.

Dopo l’Olanda, anche la vicina Danimarca ha chiesto al premier turco, Binali Yildirim di rinviare per motivi di opportunità politica la visita programmata per il prossimo 20 marzo. Un improvviso dietrofront sul viaggio istituzionale in calendario, in quanto oggi evidentemente non più gradito, che il primo ministro danese, Lars Lokke Rasmussen, ha cercato di giustificare così: «potrebbe non aver luogo, alla luce degli ultimi attacchi della Turchia all’Olanda. Dunque, ho proposto al mio collega turco di rinviarlo. In circostanze normali, sarebbe stato un piacere accogliere Yildirim, con cui ho avuto un dialogo franco e costruttivo lo scorso 10 dicembre ad Ankara».

Turchia ed Europa non sono mai state così distanti e i motivi che le stanno irrimediabilmente allontanando sembrano essere almeno due. Da un lato, indubbiamente, la violenta repressione seguita al fallito golpe militare del 15 luglio 2016, da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha finalmente spalancato gli occhi agli Stati membri della UE sulla “realtà turca”. Dall’altro, in un’Europa sempre più invasa dai continui e massicci flussi migratori provenienti dal medio-oriente si leva ogni giorno più forte un vento anti immigrazione e in particolare anti Islam che avverte il pericolo dell’entrata in Europa di un paese di 80 milioni di mussulmani.

In questo mutato scenario geopolitico, anche i leader europei più moderati come il premier danese Rutte, se vogliono intercettare i sentimenti del popolo devono rivedere in chiave pragmatica i propri programmi politici, dirigendosi gioco forza verso dove soffia il vento. Un vento identitario, anti-immigrazione, anti-islam e contrario alla stessa Unione Europea che ha le sue prossime e decisive tappe nelle elezioni politiche di Olanda, Francia e Germania.

(Lupo Glori, per http://www.corrispondenzaromana.it/olanda-vs-turchia-riflesso-di-una-crisi-piu-ampia/)

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Londra, l’Occidente odia sé stesso

Islam

 La persecuzione dei cristiani che l’Europa non vede, la cristofobia.
“Scontiamo la nostra debolezza, più che la forza dell’islam”.
Parla il cardinale Kurt Koch.

Talvolta, l’occidente dà l’impressione di aver finito per odiare se stesso e di pensare solo a evidenziare ciò che è distruttivo”. Il cardinale Kurt Koch, svizzero, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, conversa con il Foglio di Europa e fede, islam e cristianesimo, e richiama un passaggio di un vecchio discorso dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, che nel 2004 così parlò a un dibattito organizzato dal Senato italiano. Il futuro Benedetto XVI sottolineò quell’“odio strano che si può considerare solo come qualcosa di patologico”.

E’ l’occidente che “tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso”.
Sono convinto – dice Koch – che questa affermazione dell’allora cardinale Ratzinger sia profetica. E’ questa la realtà che abbiamo sotto gli occhi, anche se è difficile dire dove si trovino le sue ragioni, quali siano le cause specifiche. Ma è fondamentale mettere in rilievo anche la cristofobia che si respira in Europa. In molte realtà e in diversi ambiti ciò è palese: guardiamo alla satira, per esempio. E’ sempre la chiesa cattolica, il cristianesimo a essere oggetto del sarcasmo. Mai gli ebrei, raramente i musulmani. Questo atteggiamento contro il cristianesimo mi induce a riflettere su questa realtà così bene messa in luce dodici anni fa dal cardinale Ratzinger”.

Il discorso ricade puntuale sulle radici europee, rinnegate più d’un decennio fa, quando Bruxelles scelse di non ascoltare le suppliche di Giovanni Paolo II, che aveva anche fatto recapitare una lettera al presidente della Convenzione incaricata di stendere la Costituzione comunitaria, Valéry Giscard d’Estaing, in cui domandava quanto meno di valutare l’inserimento dei riferimenti alle fondamenta giudaico-cristiane nel Preambolo.
Ha ancora senso, vedendo come è andata a finire a quel tempo, riproporre il discorso sulle radici? “Sì. L’Europa senz’anima non ha un futuro e noi abbiamo bisogno di riscoprire l’anima”, dice Koch. “Oggi abbiamo un po’ l’impressione che l’unità in Europa abbia solo un carattere economico, che sia un’unità del mercato. Ma questa non è Europa. Ecco perché è necessario distinguere tra ciò che è l’Unione europea e ciò che è l’Europa, un qualcosa di ben più grande. Per un futuro positivo, io penso si debba riscoprire il concetto di Europa, che ha molte radici: ebraiche, cristiane, romane, greche”.

Senza questa necessaria operazione – osserva il cardinale Kurt Koch – il futuro non può essere buono. E questo va fatto soprattutto oggi che l’Unione è in grande crisi, come si vede dalla situazione tragica dei profughi”.
Il porporato invita a “non nascondere con falsa modestia” queste radici, perché “ogni famiglia che voglia riscoprire la propria realtà e prepararsi al futuro deve necessariamente riscoprire le radici delle propria famiglia e della propria storia. E l’Europa, in fin dei conti, non è altro che una grande famiglia. Senza questa domanda, senza questa volontà di recuperare la propria origine, l’avvenire non potrà essere buono”.

Il grande equivoco si ha quando il discorso sulle radici viene letto in chiave confessionale. “Ma le radici cristiane non sono soltanto una cosa che ha a che fare con la confessione. Sono un fatto storico, un’evidenza. Senza cristianesimo non si può vedere la storia d’Europa. Ritengo che ci sia una sorta di ideologia nel pensiero così diffuso a Bruxelles, dove si afferma che non si possono citare le radici perché siamo neutrali. Ma se siamo neutrali, non possiamo neppure negare tali radici… Seguendo questo ragionamento, poi, non solo la confessione di Dio, ma anche la posizione agnostica e quella atea sono una contraddizione rispetto alla neutralità. Joseph Weiler, ebreo, ha scritto un libro sull’Europa cristiana. Su questo concetto – sottolinea al Foglio il cardinale Koch – abbiamo tenuto l’ultimo congresso degli allievi di Joseph Ratzinger. Weiler, come ebreo, ha molto insistito su questo punto, sulla realtà delle origini cristiane in Europa. Questo messaggio, da parte di un ebreo e non di un cristiano, è molto importante”.

Lo Schülerkreis, l’annuale ritrovo degli allievi ratzingeriani, ha avuto luogo nello scorso fine settimana: “Abbiamo fatto un’analisi della situazione in Europa, non troppo ottimistica. Dobbiamo avere però speranza che la situazione odierna provochi una nuova riflessione sulla riscoperta dell’anima europea. C’è un po’ paura della realtà, è vero, ma anche speranza per il futuro. Soprattutto dal vescovo Egon Kapellari, che ha parlato di un idealismo realistico, è giunto questo messaggio: se vediamo la storia dell’Europa, non possiamo negare questa realtà, quindi il nostro compito è testimoniare”.

L’Europa ha dimenticato Dio? “Non lo so, è complicato da dire. La fede degli uomini è difficile da giudicare. Penso che il problema fondamentale sia la privatizzazione della religione nelle società europee. Che, cioè, la religione e la fede debbano essere solo un affare molto privato. E’ chiaro, la fede è una cosa personale, ma non per questo privata. In questo senso – aggiunge il cardinale Koch – la religione deve avere una dimensione pubblica. Vedo il problema nei segni religiosi: la nostra società è piena di segni, dalla polizia all’esercito, dai gruppi studenteschi ai musicisti. Tutti hanno segni, senza problemi. Il problema sono sempre i simboli religiosi, la croce. E questa è per me l’indicazione che la nostra società non ha un atteggiamento sano dinanzi alla religione. Questa deve essere la nostra sfida”.

C’è qui il paradosso di una società che invoca il dialogo interreligioso quando essa, per prima, ha fatto tutto il possibile per relegare la religione a fatto privato. “Sono convinto che una società che privatizza la religione non sia in grado di sviluppare un dialogo interreligioso. E sono soprattutto i musulmani che vengono nelle nostre società, in Europa, a dimostrarlo: non hanno paura del cristianesimo, bensì della grande secolarizzazione. Ritengo che i musulmani apportino alla nostra società la dimensione pubblica della religione. In Svizzera ho fatto l’esperienza di musulmani che hanno iscritto i loro bambini alla formazione religiosa delle scuole cattoliche, perché non possono comprendere di avere una vita senza religione. E’ per questo che a mio giudizio si deve riscoprire la pubblicità della religione. Altrimenti non saremo in grado di sviluppare un dialogo interreligioso”.

Da qui la considerazione, fatta sempre da Koch, che più che la forza dell’islam in Europa scontiamo la debolezza del cristianesimo. “Noi parliamo della sfida dell’islam, ma ritengo che questa sfida diventi più grande di quello che è perché non pochi cristiani non sono più in grado di dare una risposta. Per questo è importante conoscere la propria religione, parlare in pubblico e confessare la propria fede. In questo, mi pare di poter sostenere che il cristianesimo in Europa è debole. Ecco perché dico che la grande sfida in occidente è la debolezza del cristianesimo e non la forza dell’islam. Come ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, ‘perché avete paura dell’islam? Potete andare in chiesa la domenica e confessare la vostra fede’. Sarebbe opportuno e utile ripartire da qui”.

Certo, per una convivenza migliore è necessaria più reciprocità: “Dobbiamo insistere su questo, lo testimonia anche la mia esperienza. Da vescovo di Basilea, ricordo molti musulmani che venivano da noi a chiedere aiuto per la formazione degli imam. Abbiamo risposto di sì, domandando però che prima fosse riaperta la scuola teologica greco-ortodossa di Khalki, cosa poi non avvenuta. Insistere sì, dunque. Ma d’altra parte dobbiamo essere obbedienti alla nostra legislazione, non a quella dei paesi islamici. Abbiamo le nostre leggi e dobbiamo rispettarle. Non ci può essere un equilibro di ingiustizia”.

Il che non significa cedere al mantra multiculturale che tanto in voga pare essere: “E’ molto difficile comprendere ciò che vuol dire ‘multiculturalismo’. Significa che nelle nostre società abbiamo diverse culture. Ma quali sono le conseguenze? Io non conosco una cultura senza diritto. Quindi significa che dobbiamo avere, nelle nostre società, molti diritti diversi? Ma questo non va bene. Non dobbiamo di certo negare che nelle nostre società c’è una cultura principale né dimenticare che di questa cultura fa parte anche la virtù dell’ospitalità e l’apertura per persone che provengono da altre culture. Questo è un aspetto positivo, perché è un bene che uomini e donne di diverse culture arricchiscano le nostre società occidentali. Ma non credo che ciò sia sufficiente per parlare di multiculturalismo”.

La strada per la salvezza dell’Europa è una, e si chiama nuova evangelizzazione. “Serviranno tempo e pazienza, certo. Ma credo che il grande progetto dei papi dopo il Concilio Vaticano II – progetto che comincia già con Paolo VI e la sua lettera apostolica Evangelii nuntiandi – sia la nuova evangelizzazione del continente. Un’idea confermata poi da san Giovanni Paolo II, in America latina e in Europa. Infine, Benedetto XVI, che ha promosso quest’opera fino al punto di istituire un Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. A mio giudizio, però, è molto importante il modo in cui viene realizzata questa nuova evangelizzazione. Benedetto XVI, nell’omelia della messa di inaugurazione della Conferenza generale dell’episcopato dell’America latina, ad Aparecida, ha detto molto bene che l’evangelizzazione si fa non per proselitismo, ma per attrazione. Ciò significa che il cristianesimo deve riscoprire la sua bellezza, annunciare questo messaggio. Papa Francesco ha lanciato l’appello per una dimensione missionaria del cristianesimo, e io sono convinto che molti ascoltino questo messaggio per andare nel mondo e confessare. E’ da qui che bisogna ripartire”. Nonostante le stragi, le mattanze che il terrorismo compie qua e là in Europa. Ma è proprio da questo che qualcosa può rinascere, che la coscienza dell’uomo europeo potrà ridestarsi. Il cardinale Koch ne è convinto.

Guarda al martirio di padre Jacques Hamel, il sacerdote sgozzato sull’altare, in Normandia: “Questo caso va visto in un contesto più ampio, che è quello della grande persecuzione che i cristiani subiscono nel mondo di oggi. Questa persecuzione è maggiore che nei primi secoli, ma è una realtà che non è ancora sufficientemente presente nella consapevolezza dei popoli europei. Questi attacchi e attentati islamisti ci chiamano a rispondere alla grande sfida posta dalla cristofobia, mai prima d’ora così evidente. Per me – aggiunge il porporato – è anche una grande sfida ecumenica. Tutte le chiese, tutte le comunità cristiane hanno i loro martiri, oggi. In questo senso, già san Giovanni Paolo II parlò di ‘ecumenismo dei martiri’, e Papa Francesco insiste sull’‘ecumenismo del sangue’. E’ una sfida ecumenica, ma anche una grande speranza. Credo si possa ripetere quanto si diceva nella chiesa primitiva, e cioè che il sangue dei martiri sarà seme di nuovi cristiani. Sono convinto che oggi si possa dire che il sangue dei martiri sarà il seme dell’unità del Corpo di Cristo”.
 

Matteo Matzuzzi, per Il Foglio dell'11 Settembre 2016

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Multiculturalismo e stupri nascosti

Islam

 Stoccolma come Rotherham: stupri nascosti in nome del "multikulti"

 

stoccolma festival  "Corsi e ricorsi storici" avrebbe detto Giambattista Vico di fronte all'ennesimo caso di censura ideologica targata politicamente corretto.
Ancora un caso in cui le notizie che scottano vengono nascoste sotto la botola che nasconde tutto quello che può turbare il mito del multiculturalismo. 
 
Siamo ancora in Svezia. La stessa Svezia che i media hanno continuato a difendere dagli "attacchi insensati" di Donald Trump. La Svezia dell'Ikea che ci ricorda ogni giorno che, a conti fatti, vale tutto, l'importante è sentirsi se stessi, la Svezia che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace.
 
Lo scorso anno anche il New York Times riportava le ansie svedesi, rese ancora più intense dai fatti estivi, come la storia di una donna e di suo figlio accoltellati a morte in un negozio Ikea di Vasteras da un richiedente asilo dell'Eritrea. Ma erano altri tempi, non c'era da difendersi dal pericolo trumpista. E noi che, invece, osiamo mettere in discussione quel paradiso in terra, finiamo per essere tacciati su Facebook come propagatori di bufale. Anche se, per raccontarvi l'ennesima storia taciuta di violenze sessuali da parte d'immigrati ai danni di ragazzine, per lo più minorenni, è servito uno stomaco di ferro, più che la fantasia.

 

La verità è che la Svezia, oltre agli stupri che aumentano in maniera esponenziale, le violenze, le aggressioni sessuali, i sobborghi messi a ferro e fuoco da immigrati che stanno prendendo il sopravvento su di una popolazione che, vittima di se stessa e di politiche contro la natalità, sta scomparendo, ha subito qualcosa di molto simile alla Gran Bretagna, quella del caso Rotherham che abbiamo raccontato sull’Occidentale, migliaia di ragazze molestate e aggredite sessualmente da immigrati asiatici e di fede musulmana.

"We Are Sthlm" – noi siamo Stoccolma – è un festival musicale che si tiene ogni anno, solitamente ad agosto, nel centro della città svedese, dal 2000. Una manifestazione talmente famosa e nota che, per intenderci, nel 2013 ha raggiunto la soglia di oltre mezzo milione di visitatori nel corso dei sei giorni. Considerato come il più grande festival musicale della gioventù d'Europa, è frequentato da ragazzi che hanno dai tredici ai diciannove anni. Ma quando a gennaio 2016 i fatti di Colonia – le molestie e le aggressioni alle donne tedesche la notte di Capodanno del 2016 – riescono a venire fuori e fanno il giro del mondo, una certa angoscia, o paura, o, semplicemente, una pulce nell'orecchio, riesce a dare coraggio a uno dei più noti quotidiani svedesi, con sede proprio a Stoccolma, Dagens Nyheter.

Così, il grande pubblico entra in contatto con la scabrosa serie di violenze sessuali avvenute durante il festival musicale, messe a tacere nel terrore d'essere tacciati di razzismo. Nel rapporto pubblicato dal DN vengono denunciati un numero indecifrato di stupri avvenuti nelle edizioni del 2014 e 2015 del festival, che la polizia, messa al corrente dei fatti, ha preferito insabbiare.

Esattamente come a Rotherham, nel Regno Unito. Inizialmente il giornale svedese riceve la soffiata da uno psicologo – che aveva incontrato, come pazienti, alcune vittime – ma non viene dato seguito alla denuncia. Contattata da un altro quotidiano svedese, il Nyheter Idag, la redazione del Dagen Nyheter ammette di essere stata contattata dallo psicologo – sotto anonimato – e che non avendo avuto manforte dalle forze dell'ordine ha preferito congelare per un po' la pubblicazione della storia. La redazione del giornale prova a giustificarsi, spiegando che l’editore non era interessato al caso, e chi avrebbe dovuto non insiste, pensando che una storia del genere avrebbe solo fomentato sentimenti razzisti in città.

Una patata bollente che tutti cercavano di scaricare. Fino a quando lo stesso Dagens Nyheter decide di pubblicare tutto. 

I giornalisti scoprono un memorandum interno della polizia in cui si esorta alla vigilanza durante il festival, dati i problemi delle edizioni precedenti, quando erano stati registrati casi di "giovani che si strofinavano contro le ragazze". Documento in cui la stessa polizia faceva menzione di immigrati per lo più provenienti dall'Afghanistan. Il 63% delle vittime prese di mira ai concerti non aveva neanche quindici anni. 
Anche il New York Times, lo scorso gennaio, fa riferimento ai fatti, in un breve pezzo, in cui riporta le dichiarazioni di un certo David Brax. Ricercatore sui crimini d'odio presso l'Università di Goteborg, Brax ritiene opportuno confidare al giornale quanto sia stato comprensibile il modus operandi della polizia.
Perché nel rendere pubblico quanto accaduto, le autorità svedesi avrebbero soltanto intensificato i sentimenti di paura della popolazione nei confronti degli immigrati. Insomma, meglio nascondere tutto.
Non solo. Secondo il professor Brax, e tanti altri come lui, questo genere di storie hanno come risultato semplicemente il portare acqua al mulino della "destra antimmigrazionista".

Ma è difficile tenere coperte 38 segnalazioni di stupri e violenze sessuali. E i dati sull’accaduto sono, ancora oggi, incerti.
L'edizione di un quotidiano locale svedese, sempre lo scorso gennaio, accusa la polizia di non voler dichiarare il vero numero di quanti erano rimasti coinvolti nei tragici eventi, e che, però, almeno 50 dei sospettati erano rifugiati afghani, "arrivati in Svezia senza genitori".
Secondo la BBC nell'agosto 2015 duecento persone, contemporaneamente, erano state espulse dal Paese, senza che però venisse fatta menzione di aggressioni sessuali. 
Ma non finisce qui. Un funzionario di polizia, che ha chiesto e ottenuto che il suo anonimato fosse rispettato, lo scorso anno raccontò all'ennesimo giornale locale che non si trattava mica di un fenomeno nuovo. La prima volta che lui stesso era entrato in contatto con episodi di stupri e violenze sessuali, il festival si chiamava ancora "Ung08", ed era il 2008. Parliamo di almeno otto anni fa.

L’agente conferma inoltre il sospetto che le aggressioni sessuali nel corso degli anni siano state molte di più di quelle che si potevano immaginare e che, già nel 2008, chi era a capo dell'organizzazione del festival aveva chiesto alla polizia di non andare troppo a fondo. Senza trovare alcuna resistenza.
Sebbene, poi, casi di stupri fossero stati registrati ancora prima. Già nel 2006 all'Arvika Festival, un altro raduno musicale annuale svedese, vennero denunciati due stupri cui la polizia, non trovando testimoni, non diede seguito.
Ad arricchire la cornice dei fatti già di per sé surreale, il Guardian, mentre i dettagli della vicenda vengono a galla, pensa bene di dare voce ad una certa Susanna Udvardi, direttore di una delle Ong che si occupa di aiutare i rifugiati ad integrarsi nel sud della Svezia:  "il volgare trattamento degradante delle donne, tra cui le molestie gravi, è ben lungi dall'essere appannaggio di uomini del Medio Oriente. Sono costernata dal clima semplicistico che anima il dibattito svedese. I rifugiati hanno enorme rispetto per le donne", dice l'esperta.
Il genere di commenti perentori che fanno bene alle vittime e ai loro parenti.

Ma per restare al "clima semplicistico", il quotidiano Expressen, ancora l'anno scorso, riportava oltre al consueto registro politicamente corretto sull'identikit degli aggressori – "tipo di origine africana", "aspetto asiatico", "pelle scura", "origine straniera"  –,  le dinamiche delle violenze di cui i giornalisti erano riusciti a venire a conoscenza. In ognuno dei giorni dell'edizione 2014 del festival, si era verificato almeno un episodio di violenza sessuale.
Alcune talmente terribili, che abbiamo preferito non riportarle. Quindicenni prese a calci e poi violentate da non ancora diciottenni identificati come "stranieri", in molti casi non identificati affatto.
Tant'è vero che nella lunghissima lista di episodi riportati dal quotidiano, l'espressione "colpevoli sconosciuti", ricorre spesso. 
Quasi tutti, comunque, pakistani, afghani, di origine eritrea.
Le ragazzine venivano immobilizzate, ustionate con i mozziconi di sigarette, stuprate in branco.
Dinamiche simili ripetute ad oltranza da uomini che uscivano di notte, a torso nudo, con le maglie legate in vita, certi che in quella folla avrebbero trovato ciò che cercavano. Gli aggressori non cercavano luoghi isolati, ma la folla, impassibile, assuefatta, forse, dalla musica, chissà.
Convinti che, tanto, poi, nessuno avrebbe osato reagire o dire qualcosa.

Ogni caso, infatti, archiviato, per mancanza di prove.
Tra tutti i sospetti, un solo quindicenne è stato arrestato. Accusato di aver stuprato due quattordicenni, se l'è cavata con 25 ore di servizio sociale e una multa di mille euro da pagare come risarcimento alle ragazze.

Sono storie che non diventano notizie, se non quando il caso appare eclatante.
Perché della dark side dell'immigrazione, del multiculturalismo e dell'islam, non si può parlare.
L'importante è non ammettere il problema, e provocare e insultare chi osa denunciarlo.

 

di Lorenza Formicola | 02 Marzo 2017 per https://www.loccidentale.it/articoli/144746/stoccolma-come-rotherham-stupri-nascosti-in-nome-del-multikulti

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Islam: Evvai con il “multikulti”

Islam

 Molestie e aggressioni sessuali, in Germania un anno dopo Colonia non è cambiato niente

 

Dopo la Gran Bretagna, la nostra ricerca sulle persecuzioni e sulle violenze sessuali inflitte alle donne e alle giovani ragazze in Europa prosegue in Germania.

Il Paese dei fatti di Colonia, quando durante il capodanno del 2016 migliaia di donne furono aggredie a fatte oggetto di molestie da parte di immigrati arabi e nordafricani. All’epoca, fu necessario molto tempo prima che le autorità fornissero i numeri reali e inimmaginabili della notte di Capodanno.

Oggi, a distanza di un anno di tempo, la stampa tedesca continua a disegnare così il profilo degli autori di abusi sessuali nel Paese: "dall’aspetto straniero" (ausländisches Erscheinungsbild); "dai tratti somatici arabi" (arabischem Aussehen); "stranieri dal dialetto incomprensibile" (ausländischen, unbekannten Dialekt); "uomini dalla pelle scura" (dunkler Hautfarbe). Una vaghezza disarmante, una serie di eufemismi poco fantasiosi per mascherare qualsiasi riferimento alle origini e soprattutto alla fede di aggressori e molestatori.

Per dare un’idea del clima che si respira in Germania, abbiamo selezionato solo alcuni degli episodi registrati lo scorso mese. Il 6 gennaio un tredicenne, immigrato dalla Siria, ha aggredito sessualmente due ragazze in una scuola di Schwerin.
A Linden, un “individuo del sud" (südländisch) ha commesso gli stessi reati su una ragazza di 16 anni. L’uomo era con la ragazza sull'autobus, e quando l'ha vista scendere, l'ha seguita e molestata. Il 15 gennaio un uomo "dal dialetto straniero" ha aggredito una donna vicino al municipio di Metelen.
Lo stesso giorno, in una piscina pubblica di Bockum, cinque immigrati siriani di età compresa tra gli undici e i quattordici anni hanno aggredito due dodicenni.
Il 24 gennaio un immigrato siriano di quarantaquattro anni è stato arrestato con l'accusa di aver aggredito sessualmente più di venti donne a Wetzlar. Durante il processo, si è giustificato dalla accusa di averle leccate in faccia spiegando che si trattava di una pratica normale dei suoi costumi: "è così che si dimostra affetto per le donne".

Qualche giorno dopo è toccato a una donna di quarantasei anni essere aggredita su un treno a Stoccarda. Evidentemente all'uomo non era andata troppo a genio la richiesta della donna di togliere i piedi dal sedile, così lui ha deciso di fracassarle la testa contro il finestrino.
Su un altro treno, a Öhringen, una ragazza di diciassette anni è stata aggredita da un altro "uomo del sud", mentre un gruppo di dodici uomini "dalla pelle scura" infieriva su una ragazzina a Gelsenkirchen.
Il 20 gennaio si è concluso il processo contro Abubaker C., un ventisettenne pakistano che ha strangolato una signora anziana sul suo letto a Bad Friedrichshall, e poi dipinto versi del Corano sulle pareti della stanza. I pubblici ministeri hanno riferito che si è trattato di un omicidio a sfondo religioso: il musulmano sunnita ha assassinato la donna perché era una devota cattolica.  
I rapporti della polizia mostrano che l'emergenza di stupri e violenze, per mano di immigrati in Germania, non accenna a diminuire. 

Secondo un rapporto dell'ufficio della Polizia Criminale Federale (Bundeskriminalamt, BKA), nel 2013 i reati sessuali commessi da immigrati sono stati 599, una media di due al giorno.
Nel 2014 si è passati a 949 crimini sessuali, pertanto circa tre al giorno.
Nel 2015 se ne sono contati 1683, più o meno cinque al giorno.
Nei primi nove mesi del 2016 il numero di aggressioni sessuali ha raggiunto la soglia di 2790, dieci al giorno.
Considerando i crimini sessuali che non vengono denunciati, il numero effettivo di crimini sessuali legati a immigrati in Germania potrebbe essere almeno il doppio o il triplo di quelli registrati dalla polizia.
Secondo André Schulz, capo della Criminal Police Association, solo il 10% dei crimini sessuali commessi in Germania compaiono nelle statistiche ufficiali.
Del resto i dati forniti dalla Federal Criminal Police includono solo i crimini che sono stati risolti. E  secondo le statistiche della polizia, in media, solo la metà dei casì vengono risolti.

I dati, inoltre, non coprono i casi provenienti dalla Renania Settentrionale-Vestfalia: il più popolato dei Lander tedeschi e quello con il maggior numero di immigrati.
Ma soprattutto, come ci ha insegnato la vicina Inghilterra, anche nella terra della signora Merkel si tende ad omettere il riferimento agli immigrati, alle loro origini o alla loro fede, nelle notizie di reato.
C'è un sistema giudiziario isterico, che, ossessionato dalla privacy e dal politicamente corretto, aggrava il problema, imponendo ritardi imperdonabili. Sono tantissimi, infatti, i casi in cui passano mesi prima che venga pubblicata l'immagine degli immigrati ricercati.
L'apatia del governo tedesco ci porta a domandarci se lo scopo di questo sistema, giudiziario, sociale, sia diventato paradossalmente quello di educare le società occidentali ad una sorta di “cultura dello stupro”, una cultura in cui molestie e aggressioni sessuali non vengono punite o accertate fino a in fondo, ancora una volta per non incrinare il muro del politicamente corretto in materia di immigrazione.

L’ennesimo frutto marcio del multiculturalismo, in una Europa che ormai sembra aver perso la bussola dei suoi valori, innanzitutto quello della libertà delle donne. Iniziamo ad essere davvero stanchi di ogni sorta di aneddotica islamicamente corretta.

 

di Lorenza Formicola | 18 Febbraio 2017: https://www.loccidentale.it/articoli/144632/molestie-e-aggressioni-sessuali-in-germania-un-anno-dopo-colonia-non-e-cambiato
 

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A Ferrara va il vescovo favorevole all’invasione islamica

Islam

 Il Papa sostituisce il vescovo coraggioso con il "prelato dei migranti"

 Al posto di Monsignor Luigi Negri, vescovo di Ferrara e critico in tema di islam e accoglienza, arriverà Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes

Il vescovo coraggioso e colto, più volte critico contro l'accoglienza indiscriminata, verrà sostituito dal direttore di Migrantes, la fondazione della Chiesa che si occupa di immigrati.

 

L'ufficialità è arrivata questa mattina dalla Sala Stampa Vaticana: a guidare l'Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio verrà chiamato monsignor Giancarlo Perego, 56enne cremonese conosciuto soprattutto per la sua militanza in associazioni caritative e assistenzialistiche. Prima la Caritas, poi la guida di Migrantes.

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Da sempre, dell’”invasione silenziosa” o «accoglienza diffusa», come la chiama, Mons. Perego è un convinto assertore: più di vent’anni fa fondò una cooperativa di servizi per l’accoglienza dei richiedenti asilo e su questi presupposti ha centrato la propria attività prima come responsabile dell’area nazionale di Caritas Italiana, poi come direttore generale di Fondazione Migrantes nazionale (dal 2009 ad oggi), infine, dal 2012, come consultore del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti.

Per gli immigrati trova sempre una giustificazione, un pretesto, un perché. Di fronte alle rivolte nei centri di prima accoglienza o nelle strade, la colpa, a suo giudizio, sarebbe non loro, bensì delle strutture «ingestibili e quindi esplosive»; i respingimenti ne lederebbero «profondamente i diritti», mentre i rimpatri di rom sarebbero «illegittimi», «discriminatori» e le loro espulsioni provocherebbero soltanto «nuovi campi abusivi».

Quando, due anni fa, alcuni musulmani ammazzarono 12 cristiani gettandoli dal barcone su cui si trovavano, al largo dalle coste siciliane, minacciando altri della stessa sorte, a suo giudizio si sarebbe stati di fronte non ad omicidi provocati dall’odio religioso, bensì ad un semplice «dramma della disperazione e della miseria umana», come dichiarò al quotidiano Repubblica il 17 aprile del 2015.

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Vescovo contro l'islam e i migranti

Forse si tratta solo di un caso, ma fa sorridere il fatto che Perego vada a sostituire quel monsignor Luigi Negri che più volte ha criticato le posizioni più irrazionali dell'episcopato italiano. L'elenco è lungo. Nell'aprile del 2014, il vescovo ferrarese disse senza mezzi termini che i cristiani hanno "la responsabilità di un popolo di cui non fanno parte solo gli stranieri, ma anche gli italiani". Come a dire: basta pensare solo ai migranti, ci sono troppi concittadini in difficoltà. Indicando una via in parte dissimile da quella tracciata da Bergoglio sull'accoglienza.

L'alto prelato, un tempo vicino a Cl e poi messo un po' da parte dal nuovo corso di Julian Carron, è stato molto duro anche in tema di islam e islamizzazione dell'Occidente. La sua diocesi è una delle poche che mostra con orgoglio sulla porta della curia la "N" di "Nazareno", il marchio di infamia che i miliziani dell'Isis disegnano sulle case dei cristiani perseguitati nel mondo. Nel commentare la decisione di esporlo, Negri disse che il dialogo con l'islam "non può essere perseguito ad ogni costo e non può rappresentare assolutamente una forma di dimissione della presenza cristiana nel Medio Oriente".

Il tentativo di ragionare e far chiarezza

A incrinare ulteriormente il rapporto con pontefice arrivò nel novembre del 2015 la rivelazione di un colloquio sul treno con il suo segretario. Ad alta voce il prelato si fece sfuggire dure critiche contro il Papa, contestando le nomine dei giovanissimi vescovi "di strada" di Palermo (Corrado Lorefice) e di Bologna (Matteo Zuppi). "Dopo queste nomine – disse – posso diventare Papa anch’io. È uno scandalo. Incredibile, sono senza parole. Non ho mai visto nulla di simile". Poi aggiunse di aver promesso a Caffarra, vescovo uscente del capoluogo emiliano, di "far vedere i sorci verdi a quello lì (Zuppi): a ogni incontro non gliene farò passare una". Monsignor Negri non smentì nulla, anche se chiese a Francesco un incontro "filiale" per provare a ricucire lo strappo. Forse inutilmente.

La svolta pro-migranti

Come da cerimoniale, infatti, Negri al compimento del 75esimo compleanno di età ha presentato le dimissioni. Bergoglio le ha accolte e ha deciso di sostituirlo con un prelato da sempre impegnato nell'accoglienza dei migranti, imprimendo una svolta "terzomondista" ad una diocesi fino ad oggi in improntata alla difesa dei valori cristiani. Nemmeno la dura presa di posizione ("ripugna alla coscienza cristiana", disse Negri) contro le barricate di Goro e Gorino, dove gli abitanti nell'ottobre scorso sbarrarono lo strada all'arrivo di 12 richiedenti asilo, aiutarono a ridurre le accuse di eccessivo "tradizionalismo" contro il vescovo di Cl. A breve i fedeli di Ferrara e Comacchio conosceranno un nuovo Arcivescovo, più allineato alla pastorale gradita alle sinistre.

Giuseppe De Lorenzo – Il Giornale, Mer, 15/02/2017

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Il caos delle migrazioni. Le migrazioni nel caos

Islam

 Intervista a Stefano Fontana sul ''Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo'' 

(nella foto accanto: uno dei centinaia di sbarchi di islamici in Italia: tutti maschi, perfettamente in salute, nessuno dei quali profugo)

 

Stefano Fontana è il direttore dell'Osservatorio Internazionale cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, istituzione con sede a Trieste, diocesi affidata all'Arcivescovo monsignor Crepaldi che è Presidente dello stesso Osservatorio. Una delle principali attività è la pubblicazione del Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, un lavoro annuale che raccoglie dati e documenti in collaborazione con altri cinque centri di ricerca a livello internazionale.
L'ultimo Rapporto, Il caos delle migrazioni, le migrazioni del caos (edizioni Cantagalli p. 224, euro 14), si occupa di un tema di grande attualità. L'approccio è pragmatico, fondato su principi. «Il problema», dice Fontana, «non può essere banalmente ridotto a una sorta di filantropismo a slogan».

Dottor Fontana, dobbiamo arrenderci alle migrazioni?
Innanzitutto non dobbiamo chiudere gli occhi davanti a certe evidenze: i richiedenti asilo sono una stretta minoranza, la maggioranza dei migranti è costituita non da affamati, ma da persone che nei loro Paesi avevano qualche risorsa; i traffici internazionali sono organizzati e dimostrano una "mente" che li pianifica, la destabilizzazione di intere aree geopolitiche in Africa settentrionale e in Medio Oriente sono state volute da alcune potenze occidentali e certamente non a caso. Quindi accettare le migrazioni come qualcosa di ineluttabile non mi pare corretto.

D'accordo, ma rimane il fatto. L'unica soluzione è la società multietnica?
Se le attuali migrazioni sono in gran parte pianificate e pilotate, allora bisogna dire che anche la società multietnica ci viene in qualche modo imposta. A farne le spese sono soprattutto due cose molto importanti: una è la realtà delle nazioni con una propria identità culturale che oggi vengono sacrificate a questo globalismo multietnico; la seconda è la religione cattolica, che si è sempre rivolta, oltre che alle persone, ai popoli e alle nazioni, vivificandone la cultura e la civiltà. Chi si oppone alla prima conseguenza viene chiamato populista, chi si oppone alla seconda viene accusato di non avere misericordia.

A proposito di misericordia, per i cattolici si moltiplicano gli appelli all'accoglienza…
Nel nostro Rapporto annuale l'Arcivescovo Giampaolo Crepaldi indica quattro criteri per affrontare correttamente il problema dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa: a chi è nel bisogno va data assistenza umanitaria (assistere tutti, ma non accogliere tutti); c'è un diritto ad emigrare, ma non ad immigrare; lo Stato deve disciplinare i flussi migratori difendendo il bene comune della propria nazione, anche in relazione alla conservazione della sua identità culturale; e il fatto che l'Islam richiede una particolare attenzione.

Torniamo alla questione della società multiculturale. Secondo molti sarebbe una soluzione di pacificazione, è così?
La società multiculturale può essere una specie di "balcanizzazione" dell'Europa. Un arcipelago di isole sociali, ognuna autonoma e indipendente, con le proprie norme, il proprio sistema per garantire l'ordine, le proprie scuole. La società multiculturale è la frammentazione dell'Europa. Essa è una convivenza potenzialmente belligerante più che pacifica, e in molti casi ha già dato vita a forme di guerra civile. Così avverrà quando si supereranno certe soglie quantitative, come sta già avvenendo in vari Paesi europei. Nei suoi confronti un potere politico che non crede ormai più a nulla potrà al massimo applicare delle misure di ordine pubblico, ma sempre meno convinte. In certi quartieri metropolitani già ora la polizia non ha più accesso. Circa la mitica società multiculturale ci si fanno troppe illusioni.

Non vorrà dire che la tanto declamata laicità si risolve in uno Stato di polizia?
È il frutto amaro della nostra realtà occidentale, per cui importiamo religioni, culture ed esportiamo relativismo. La laicità viene oggi intesa come una zona pubblica neutra dagli assoluti religiosi, oppure come l'indifferenza alle religioni: o tutte fuori dallo spazio pubblico, come nel caso del giacobinismo alla Hollande in Francia, o tutte dentro come nella marmellata americana. In tutti e due i casi però il potere politico compie un atto di imperio assoluto che assomiglia molto ad una religione di Stato. Sia lo Stato contrario alle religioni sia quello indifferente alle religioni non è correttamente laico. Lo Stato deve distinguere tra le religioni con il criterio dell'umanesimo nato anche grazie al cristianesimo e difendere questi valori non solo perché appartengono alla propria storia ma anche perché sono veri e utili per la convivenza sociale.

E la libertà religiosa?
Prima di tutto non è un diritto assoluto. Per esempio uno Stato che voglia il bene comune non può concedere spazio pubblico a religioni che non rispettino la dignità della persona umana e le regole minime della legge morale naturale, che prevedano mutilazioni fisiche, per esempio, oppure la poligamia, o una legge parallela che non rispetti i diritti umani, o che pretendano istituire forme di potere teocratico. Da questo punto di vista l'Islam presenta caratteristiche di particolari difficoltà.

Quindi l'integrazione è un mito?
L'integrazione è molto difficile e in alcuni casi impossibile. L'occidente, e l'Europa in particolare, pensa che ad entrare dentro i suoi confini siano solo singole persone, ed invece importa popoli, culture e religioni. Importa altre civiltà e non sa chiedersi se siano compatibili con la propria, nata dal cristianesimo, perché non sa esportare che relativismo. L'Europa non è più in grado nemmeno di vedere se una religione contiene delle prassi che contrastano con la legge morale naturale, come per esempio col principio di uguaglianza tra uomo e donna. Il potere politico deve essere interessato alla verità (e alla falsità) delle religioni, perché ci sono anche religioni disumane o con tratti disumani. L'insegnamento di Benedetto XVI su questo punto è stato molto importante, ma non ha trovato molti interlocutori.

Qual è la vostra ricetta per evitare che le migrazioni diventino "migrazioni del caos"?
I governi occidentali dovrebbero selezionare gli ingressi tenendo conto della specificità delle culture di origine ed anche delle religioni che possono essere più o meno compatibili con una reale integrazione.
Dovrebbero fare delle politiche di sviluppo demografico e di sostegno alla famiglia per evitare il "sorpasso" degli immigrati sugli autoctoni.
Dovrebbero colpire le reti di trafficanti e boicottare operazioni militari destabilizzanti aree nevralgiche anziché collaborarvi.
Dovrebbero pretendere pariteticità dagli Stati islamici, difendere i cristiani perseguitati in questi Paesi, colpire anche militarmente i califfati insanguinati, e avere chiaramente in testa una rosa di valori da pretendere che gli immigrati condividano.

https://www.youtube.com/watch?v=MiEZBmvSSss

 
 
di Lorenzo Bertocchi, per: La Verità, 23 dicembre 2016

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Criticare l’islam NON favorisce la radicalizzazione

Islam

 Criticare l'islam favorisce la radicalizzazione?
Pensarlo è un suicidio

 "E' proprio la mancanza di critica che ha condotto alla rinascita dell'islam militante", scrive il saggista americano William Kilpatrick

di Matteo Matzuzzi

 

Roma. Uno dei più grandi luoghi comuni del nostro tempo, così diffuso tra i media e le élite politiche, è che criticare l’islam (o anche solo l’islam radicale) avrà come unico risultato quello di radicalizzare i musulmani moderati. Falso, ha scritto sul Catholic Thing William Kilpatrick, docente e autore tra le altre cose di Christianity, Islam and Atheism: The Struggle for the Soul of the West e The Politically Incorrect Guide to Jihad.

Il ragionamento è smentito dai fatti, anche perché si potrebbe dire “altrettanto facilmente” che proprio “la mancanza di critica ha condotto alla rinascita dell’islam militante”.
Lungi dal criticare l’islam, “i governi occidentali, i media, il mondo accademico e persino le chiese si sono piegate per affermare che tutte le atrocità commesse nel nome dell’islam non hanno nulla a che fare con l’islam”.
Ma questo altro non è che “un rigido sistema di autocensura che impedisce di ammettere che queste atrocità sono attuate nel nome dell’islam”.
C’è la paura, insomma, “che potremmo dire qualcosa di provocatorio che finirebbe per trasformare un numero incalcolabile di musulmani pacifici in jihadisti”.

Si guardi, dice Kilpatrick, al problema causato dagli enormi flussi migratori verso l’Europa:
“Le conseguenze di questa migrazione di massa non sono mai state discusse, se non in termini entusiastici. Praticamente, l’unica cosa che s’è detta è che i migranti avrebbero risolto le carenze di manodopera, aiutato il welfare e arricchito culturalmente l’Europa. Questa era la linea ufficiale. Chiunque avesse deviato da tale impostazione – osserva il saggista americano – doveva aspettarsi la censura, la possibile perdita del posto di lavoro o anche un processo penale. Dire qualcosa di negativo riguardo l’immigrazione musulmana sulla propria pagina Facebook avrebbe potuto avere come conseguenza la visita della polizia. Dirlo in pubblico, una citazione in giudizio. E non importava se a farlo fosse stato un famoso scrittore (Oriana Fallaci), il presidente della Free Press Society danese (Lars Hedegaard) o un membro del Parlamento olandese (Geert Wilders)”.

Il modus pensandi così à la page in Europa non ha dunque ragion d’essere:
“In Europa pochi hanno osato criticare l’islam, ma la radicalizzazione si è concretizzata lo stesso. E’ stato il silenzio, più di ogni altra cosa, a permettere che l’islamizzazione e la radicalizzazione si diffondessero attraverso la Francia, la Germania, il Belgio, l’Olanda e la Svezia. Nessuno – prosegue Kilpatrick – per anni ha parlato delle zone inaccessibili, delle corti della sharia, della poligamia e dei matrimoni forzati, del rifiuto di integrarsi. Ora che si inizia a parlarne, potrebbe essere troppo tardi per evitare la capitolazione (che è il probabile destino della Svezia) o un sanguinoso conflitto (in Francia). Noi non temiano che criticare il cattolicesimo produca folle cattoliche arrabbiate che imperversano nelle strade. Non ci preoccupiamo che una parola sbagliata porti un giovane battista del sud a indossare una cintura esplosiva”.

Proviamo a guardare la cosa da una prospettiva diversa, che metta da parte il solito politicamente corretto e si concentri sul cuore del problema:
“Dato il suo passato e presente sanguinario, sarebbe del tutto irresponsabile non sottoporre l’islam a un’analisi critica. E lo scopo non sarebbe quello di allontanare i musulmani”.

Se “non è possibile criticare un sistema di credenze, perché così si ferirebbero i sentimenti di persone appartenenti a tali sistemi, allora – dice Kilpatrick – abbiamo sbagliato a criticare il nazismo, il comunismo e l’imperialismo giapponese. Certo, di solito, ci asteniamo dal criticare le altre religioni. Un approccio ‘vivi e lascia vivere’ è generalmente buono, ma quando l’altra religione pretende la conversione pena la morte, allora il ‘vivi e lascia vivere’ non è più un’opzione. Ed è suicida far finta che le cose stiano in altro modo”. 

da: http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/12/30/news/islam-occidente-europa-politicamente-corretto-chiesa-113040/

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