Caccia alla ragazzine bianche

Islam

Maxiblitz della polizia in Gran Bretagna

 Anche a Newcastle le gang islamiche
vanno a caccia di ragazzine bianche

  “Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient’altro“.
A parlare è uno degli imputati coinvolti in quella che è stata battezzata “operazione santuario”: l’ennesima indagine su sfruttamento sessuale e abuso di minori per mano di “asiatici” in Gran Bretagna.
 E’ balzata agli onori della cronaca non troppe ore fa dopo che a Newcastle diciassette uomini e una donna sono stati ritenuti colpevoli – la sentenza definitiva arriverà a settembre – di abusi e spaccio di droga. Niente di nuovo sotto il sole d’Inghilterra, insomma, neanche per questa estate.

L’inchiesta di grandi dimensioni, di cui Newcastle è solo la punta di diamante ha portato, fino ad ora, all’arresto di 461 persone, all’interrogatorio di 703 denunciati e contato almeno 700 vittime.

Tutte bianche e di età compresa tra i tredici e i vent’anni.

Siamo di fronte al settimo scandalo che ha per protagonista una gang islamica che ha colpito il Regno Unito dopo i casi infami di città come Rotherham, Rochdale, Oxford e Bristol, e di cui vi abbiamo già raccontato.

La banda dei diciotto “asiatici” – come piace chiamarli al politicamente corretto – di Newcastle usava adescare ragazzine e adolescenti con festini in cui droga e alcool erano l’esca e contemporaneamente il mezzo con cui avvenivano le violenze sessuali. Abusi che spesso si perpetravano ai danni di tredicenni e quindicenni in completo stato di incoscienza.

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La comunità internazionale e la furia islamica

Islam
Il terrorismo islamico in Africa

In Nigeria Boko Haram fa scempio di chiese, donne e bambini

4 Ago 2017

 

Boko haram

Le storie di terrore e di paura, di inferno e di dolore targate, ancora una volta, islam, in Nigeria si intrecciano e si perdono nel nulla. La furia islamica, si sa, non conosce misericordia e una terra come la Nigeria ne è testimone muta e inerte. Come, d’altronde, il resto della comunità internazionale. La Nigeria non è in stato di guerra e ha un’economia che ha superato quella del Sud Africa, eppure uno degli ultimi rapporti della Food and Agriculture Organization (Fao), prevedeva che “la più grave crisi umanitaria in Africa, nel nord-est della Nigeria, si aggraverà tra giugno e agosto”. E le cose stanno esattamente così. La sicurezza alimentare e nutrizionale viene sempre più meno. Come già scritto su queste pagine, da una parte la corruzione endemica e l’incapacità di governo delle classi dirigenti locali, dall’altra l’imposizione della legge islamica tengono il Paese nella povertà e in una morsa di terrore.

E poi c’è Boko Haram (il nome significa “vietata l’educazione occidentale”). “Gli uomini di Boko Haram sono venuti a casa mia, hanno portato via tutto e poi hanno intimato a mio marito di convertirsi all’Islam. Quando ha rifiutato lo hanno ucciso davanti ai miei occhi”. E’ Esther a parlare, e come lei ce ne sono tantissime. C’è Rose il cui marito è stato ucciso a bruciapelo per aver rifiutato l’islam. E poi c’è Agnes e i suoi 9 figli da crescere da sola e nemmeno una degna sepoltura per il marito sgozzato. Il vescovo di Maiduguri, a nord della Nigeria, racconta di almeno 5mila casi simili. Cinquemila donne rimaste vedove per mano dei terroristi islamici. Così oltre le circa 20.000 vittime della violenza di Boko Haram – che si contano fino ad ora – ci sono le vite di donne e bambini segnate irrimediabilmente.

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L’accusa infuocata di un gesuita egiziano

Islam

 Il «J’accuse!» di Padre Henri Boulad, gesuita egiziano

 J’accuse! Padre Henri Boulad, gesuita egiziano esperto di islam, lancia un’infuocata filippica al mondo accademico musulmano e alle gerarchie ecclesiastiche cattoliche 

 Henri Boulad, 86 anni, dall’età di 19 anni membro della compagnia di Gesù. Una vita dedicata all’Egitto e alla sua ricca, vivace e numerosa comunità cristiana. In seguito ai recenti attentati contro i Copti ortodossi, ha deciso di uscire allo scoperto e pubblicare una lucida riflessione sul rapporto tra islam e violenza, intitolata J’accuse! 
 Un’analisi tanto profonda quanto inequivocabile che merita di essere letta, i cui contenuti sono stati approfonditi dallo stesso padre Boulad nel corso di una lunga intervista rilasciata a TV Libertés, in Francia, la settimana scorsa.

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TVL: padre Boulad, qual è la situazione dei cristiani in Egitto e qual è il loro ruolo in seno alla società?
HB: Su novanta milioni di abitanti, in Egitto vi sono dieci milioni di cristiani, duecentomila dei quali sono cattolici e il resto copti ortodossi. L’importanza morale e culturale della comunità cristiana è, al di là dei numeri, considerevole. Nel paese troviamo centosettanta scuole cattoliche private che rappresentano un’eccellenza assoluta, scuole che sono frequentate al 60% da studenti musulmani.

TVL: dopo i recenti attentati contro la comunità cristiana lei ha pubblicato una dura riflessione volta a destare le coscienze. A chi è rivolto, in particolare, il suo J’accuse! ?
HB: io accuso l’apparato ideologico che favorisce il comunitarismo, il radicalismo e, di conseguenza, il terrorismo islamico. Io accuso l’islam, poiché l’ideologia islamica è la fonte primaria del terrorismo.
Questa ideologia è costantemente e ufficialmente veicolata nelle scuole e nelle grandi università islamiche che formano gli imam. Essa è presente nelle fonti e nei testi fondamentali: il corano, gli hadith, la vita di Maometto etc., fonti che legittimano l’odio e la violenza dei musulmani verso i non-musulmani.
Se noi leggiamo questi testi, ci accorgiamo che coloro che chiamiamo “terroristi” sono in realtà coloro che mettono in pratica alla lettera i dettati coranici nonché l’esempio di Maometto stesso.
Io ho quindi deciso di denunciare le vere cause del pensiero estremista perché occorre avere il coraggio di dire che non si tratta di fonti islamiste ma di fonti islamiche in tutto e per tutto, io voglio denunciare ciò che l’islam è e ciò che l’islam insegna.
Occorre avere il coraggio e l’onestà intellettuale di riconoscere che il primo centro di radicalizzazione islamica del mondo intero è l’università al-Azhar del Cairo (dove papa Francesco si è recato di recente). Si tratta della più importante università sunnita ed è presentata in tutto l’occidente come un’istituzione moderata e tollerante, ma non è così! 
Un esempio illuminante che dimostra quanto sia ingannevole pensare all’al-Azhar come ad un’istituzione moderata: di recente il presidente Al-Sisi ha a più riprese richiesto ufficialmente ed espressamente ai vertici dell’al-Azhar di sopprimere ogni insegnamento facente riferimento alle fonti islamiche che incitano all’odio e alla violenza contro ebrei e cristiani. Tali richieste sono sempre cadute nel vuoto.
Perché questo? Perché odio e violenza sono parte integrante e insopprimibile delle fondamenta dell’islam e quindi non possono non fare parte dell’insegnamento ufficiale degli imam e, di conseguenza, della loro predicazione. Sono proprio gli imam formati ad al-Azhar che in molte, troppe, moschee d’Europa vanificano ogni speranza di integrazione alla società occidentale delle nuove generazioni di giovani musulmani. 
L’università al-Azhar del Cairo è il primo destinatario del mio J’accuse! perché essa è il primo responsabile del radicalismo che si diffonde in tutto il mondo.

TVL: se da un lato il mondo musulmano si radicalizza, dall’altro vi sono nuovi pensatori o filosofi impegnati nella diffusione di un islam più moderato che mette da parte le fonti inneggianti all’odio?
HB: è necessario distinguere l’islam dai musulmani. Una cosa è l’ideologia religiosa (e le istituzioni che la propagano), un’altra sono i c.d fedeli. Io ritengo che i musulmani siano le prime vittime dell’islam, del fascismo islamico. Molti di questi musulmani sono in realtà persone pacifiche.
Il fascismo islamico invece non lo è, e non può essere assolto.
Ritengo più coerente assolvere i terroristi che spesso sono cresciuti o sono stati immersi, nutriti a forza, di ideologia islamica e non hanno fatto altro che metterla in pratica, non hanno fatto nulla di diverso da ciò che i testi sacri, corano in primis, chiedono loro di fare.
Non è semplice dare un giudizio sulle “masse” del mondo musulmano.
Certo, al suo interno vi sono i giovani, vi sono i liberal-progressisti, che non accettano il radicalismo imposto dal “clero” islamico, in essi c’è la voglia di rompere le catene dell’ortodossia e dell’ortoprassia islamica. Tuttavia, si tratta di istanze ancora troppo minoritarie e, cosa ancor più grave, senza rappresentanza politica.
La maggioranza dei musulmani non chiede riforme e nello stesso tempo professa e vive una fede edulcorata, soft, limitandosi a rispettare la preghiera, il ramadan e parte dell’ortoprassi riguardante l’abbigliamento femminile o le regole alimentari, niente di più.
La stragrande maggioranza dei musulmani vive seguendo uno standard di regole sufficienti per essere accettati in seno alla umma, per mescolarsi alla comunità dei fedeli, senza preoccuparsi dell’islam ufficiale.
Questo perché l’islam, il vero islam del corano, degli hadith, l’islam dell’al-Azhar è semplicemente invivibile per la gente normale. Invivibile perché non lascia vivere. L’uomo è fatto per vivere tranquillo non per fare la jihad o per odiare. 
In Egitto, coloro che incitano e predicano il vero islam, gli interpreti dell’islam delle fonti ufficiali, sono i Fratelli musulmani, non certo dei moderati… messi fuori legge da Al-Sisi, ma presenti ovunque, dappertutto, per questo l’islam non riesce a “modernizzarsi” e fallisce ineluttabilmente il necessario giro di boa della pace, del rifiuto dell’odio. 

TVL: père Boulad, il vostro J’accuse! è rivolto anche alle gerarchie cattoliche, tanto francesi quanto vaticane. Perché? 
HB: perché i vertici della Chiesa sono troppo compiacenti nei confronti dell’islam radicale!
Dal 1965, dal concilio vaticano II, la Chiesa ha deciso di iniziare un cammino di dialogo con l’islam. Quali sono i risultati di questo mezzo secolo di dialogo? Che quei paesi che un tempo erano le roccaforti della cristianità sono pieni di moschee mentre il mondo musulmano non conosce altro che discriminazioni, minacce e persecuzioni ai danni dei cristiani! Uccisi, cacciati! Che bel dialogo…
Non mancano i testi, i congressi, le conferenze, i caffè insieme, le dichiarazioni congiunte con i musulmani… abbiamo visto il papa recentemente al Cairo. E poi? Risultati concreti? Zero assoluto.
Per questo motivo, sono convinto che il solo vero dialogo provvisto di senso sia quello costruito sulla verità e sulla ragione. A carte scoperte, sul tavolo, come ebbe il coraggio di fare papa Benedetto XVI. Il coraggio di mettere il dito nella piaga, sfidando il politicamente corretto, e di domandare ai musulmani: “cosa volete farne delle incitazioni alla violenza e all’odio presenti nei vostri testi sacri e nell’insegnamento che da essi derivate?”.
Le conseguenze del discorso di Ratisbona furono alquanto paradossali. Da un lato, in occidente il Papa è stato accusato di intolleranza, razzismo e quant’altro, mentre nei paesi islamici si bruciavano chiese e si ammazzano i preti! 
È chiaro che ognuno, cristiani e musulmani si richiama ai propri testi sacri, un punto d’incontro non può che essere trovato che sui valori comuni, la pace, il rispetto reciproco, la ragione, e sul riconoscimento dei fatti storici.
Ma siamo sicuri che l’islam sia pronto a questo passo? Guardando gli ultimi mille e cento anni di storia e ancor più gli ultimi cinquant’anni…direi di no.

TVL: il papa attuale, papa Francesco, è come voi un gesuita, questa circostanza non vi aiuta a dialogare con lui, a capire la sua strategia o a cercare di elaborarne una più efficace?
HB: Qualche mese fa gli ho scritto una lettera: “padre santissimo e fratello carissimo – visto che siamo entrambi gesuiti – vi ammiro e vi stimo ma permettetemi di farvi notare due cose. Primo, l’islam con il quale dialogate e del quale parlate voi non lo conoscete! (visto che in Argentina la presenza musulmana è pressoché inesistente), poiché l’islam è quasi impossibile da capire finché non ci si è vissuti con, a fianco, dentro! non si può studiare sui libri, non basta! 
Secondo: questa invasione dell’Europa da parte di migranti musulmani che benedite e incoraggiate, merita una riflessione più profonda”.
A questa mia lettera, il papa non ha mai risposto. So con certezza che il cardinal Schönborn gliel’ha consegnata personalmente.
Allora ho deciso di tradurre la lettera in spagnolo e di fargliela consegnare da un amico, vescovo egiziano, in occasione della sua visita recente in Egitto, quindi l’ha ricevuta anche questa volta. E anche questa volta non mi ha risposto.
Ovunque, trovo persone che mi confermano che il papa risponde, o fa rispondere ai suoi segretari, anche ai biglietti di auguri di Natale. 
Eppure a me, suo confratello, più anziano per giunta, della Compagnia di Gesù, che si rende disponibile a dialogare con lui su uno dei temi più scottanti della nostra epoca, niente, non risponde. Sono francamente sorpreso, e un po’ amareggiato.

L’integrale, in francese dell’intervista a padre Boulad, di cui questo pezzo è la fedele traduzione dei primi 20 minuti, può essere trovato su YouTube sul canale di TV Libertés.
Sempre in rete è disponibile, a questo link, il testo integrale del J’accuse! di padre Henri Boulad: 
https://www.christianophobie.fr/cartes-des-evenements/2017/042017/pere-henri-boulad-jaccuse

A cura di Luca Costa, martedì 25 luglio 2017 da: http://www.culturacattolica.it/attualit%C3%A0/in-rilievo/ultime-news/2017/07/25/il-j-accuse-di-padre-henri-boulad-gesuita-egiziano

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Ius soli o Ius sanguinis?

Islam

 Ius soli o Ius sanguinis?  Questa l’accesa, e a tratti violenta, diatriba politica che negli ultimi giorni ha infiammato il dibattito pubblico, dopo l’approdo al Senato del disegno di legge, approvato alla Camera alla fine del 2015 che, se promulgato, riconoscerebbe automaticamente la cittadinanza italiana a tutti coloro che nascono sul territorio italiano.

Un’epocale cambiamento del nostro istituto giuridico che, con un colpo di spugna, cancellerebbe il secolare principio della discendenza di sangue, per il quale il titolo di cittadino viene trasmesso per diritto, di padre (o madre) in figlio, o attraverso avi di accertata nazionalità italiana.

Il tema è di quelli fortemente divisivi e ha dato vita a schieramenti contrapposti. Da un lato, i favorevoli della “polis universale” e della “cittadinanza globale” che vedono questa legge come una doverosa concessione “umanitaria” e una miracolosa panacea che risolverebbe, d’un tratto, tutti i problemi di integrazione. Sull’altro fronte, i contrari che, all’opposto, in tale disegno di legge, scorgono nitidamente una catastrofe annunciata che porterà a conflitti razziali e alla svendita totale della nostra identità culturale.

All’interno dell’emiciclo, la legge è voluta e sostenuta da tutto il “Partito Democratico” e da “Area Popolare” di Angelino Alfano, mentre sono contrarie le principali forze di opposizione: Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia. Il Movimento 5 Stelle ha, per evidente opportunità politica, preferito astenersi su un tema così “spinoso”, come già aveva fatto alla Camera, anche se è facile immaginare che la maggioranza dei suoi deputati per formazione politica sia certamente a favore.

Come spesso accade, anche in tale contesa, i minori sono stati strumentalizzati per impietosire e manipolare l’opinione pubblica. Dare la cittadinanza ai poveri e sfortunati bambini in fuga dalla fame e dalle guerre che «parlano la nostra lingua, frequentano le nostre scuole, ecc. ecc.» sembra essere infatti l’argomento principale utilizzato dai sostenitori dello jus soli per spiegare la bontà e la ragioni di una legge che permetterebbe finalmente a questi bambini di sentirsi accolti e “a casa”.

Tuttavia, non ci sembra questo il punto dal quale partire per analizzare e valutare il problema, dal momento che, per altro, questi minori arrivati in Italia, secondo la legislazione attualmente in discussione al Senato, non avrebbero comunque diritto alla cittadinanza, in quanto non nati sul suolo italiano.

Inoltre, in realtà, già da tempo in Italia i minori stranieri, sia che figli di immigrati regolari che di clandestini, godono degli stessi diritti dei minori italiani e raggiunta la maggiore età (18 anni) possono richiedere la cittadinanza e dopo aver solennemente giurato sulla Costituzione diventare cittadini italiani a tutti gli effetti.

Come cambierebbe la legge

L’attuale legge sulla cittadinanza introdotta nel 1992, contempla un’unica modalità di acquisizione diretta, denominata ius sanguinis (dal latino, “diritto di sangue”): un bambino ha diritto alla cittadinanza italiana se almeno uno dei genitori è italiano. Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se dimostra di essere, fino a quel momento, risieduto in Italia «legalmente e ininterrottamente».

La legge incriminata introduce due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni: il cosiddetto ius soli temperato o “diritto legato al territorio” e lo ius culturae o “diritto legato all’istruzione”.

La prima delle due strade per ottenere la cittadinanza italiana, ius soli “temperato”, a differenza dello ius soli puro, che prevede che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza (oggi è valido solo negli Stati Uniti, ma non è previsto in nessuno stato dell’Unione Europea), stabilisce che «un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri: 1) deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; 2) deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; 3) deve superare un test di conoscenza della lingua italiana».

La seconda strada, ancora più agevolata, per ottenere la cittadinanza è invece quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano: «Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico».

La cittadinanza nel mondo

Ma fuori di casa nostra come si regolano gli altri paesi? Riccardo Pelliccetti su Il Giornale, a dispetto dei fan dello ius soli, ha fatto notare come nel mondo vi siano ben 160 Paesi che non lo applicano e alcuni di questi che lo avevano adottato hanno fatto successivamente delle prudenti marce indietro: «lo ius soli è tipico dei Paesi anglosassoni, soprattutto il Nord America, territorio d’immigrazione, bisogna ricordare che la Gran Bretagna e l’Eire, dove era in vigore, hanno deciso di abolirlo, rispettivamente nel 1983 e nel 2005. Anche la Germania, che applica lo ius soli, ha messo dei rigidi paletti: cittadinanza ai nuovi nati solo se i genitori hanno un permesso di soggiorno da tre anni e risiedano nel Paese da almeno otto anni. Perché nel mondo allora nessuno lo adotta? Semplice: per tutelare la cultura e l’identità della popolazione e, quindi, la sua sopravvivenza, messa a rischio da uno sbilanciamento etnico e demografico con generazioni che per cultura e fede difficilmente potranno integrarsi nella comunità nazionale».

Anche il politologo Roberto Marchesi, dalle colonne del Il Fatto Quotidiano, in un interessante articolo, ha illustrato i motivi per i quali introdurre lo ius soli in Italia sarebbe una vera e propria “follia”, spiegando come, negli Stati Uniti, l’introduzione della cittadinanza per nascita abbia agito, a suo tempo, da attrattore di mano d’opera a buon mercato, salvo costringere poi negli ultimi anni l’amministrazione americana a costruire un «muro lungo quanto o più della muraglia cinese tra Usa e Messico» per cercare di arginare «l’immigrazione clandestina dal Centro e Sud America».

Per questo secondo Marchesi, «se l’Italia adottasse lo ius soli spalancherebbe la sua già malandata porta d’ingresso a una ondata migratoria dall’Africa (e da tutti i Paesi della confinante Asia Indo-Europea) che sarebbe l’equivalente di uno tsunami umano di proporzioni bibliche. L’Italia non ha attualmente alcun bisogno di mano d’opera a basso costo, ha al contrario bisogno di dare lavoro a una marea di italiani in cerca di lavoro a un livello di paga minima degno degli standard europei. Attivando lo ius soli si amplierebbe all’infinito la possibilità di attribuire a chiunque la cittadinanza italiana senza nemmeno coinvolgere in questo tutta l’Europa. Diventeremmo così la colonia d’Europa. Luogo di arrivo e primo ostello (e crescente povertà) per la procreazione di tutta la futura mano d’opera a basso costo d’Europa».

A conferma del cupo scenario prospettato da Marchesi, l’Osservatorio parlamentare di politica internazionale ha recentemente pubblicato un inquietante dossier intitolato La situazione occupazionale sulle sponde del mediterraneo che certifica, dati alla mano, la drammatica “transizione demografica” in corso nel Mediterraneo a causa del progressivo invecchiamento della popolazione e della incessante contrazione demografica, per la quale, nello spazio di pochi decenni avremo -2% di europei, +50% di africani e +67% di mediorientali. «Oggi – si legge nel documento – i paesi membri dell’Ue rappresentano il 39,2% del totale Med, che sommato al 16,6% dei ‘candidati’ porta il totale al 55,8%. Il restante 44,2% è composto dalla popolazione del Medio oriente (8,7%) e da quella del nord Africa (35,5%). Gli europei che si affacciano sul Mediterraneo oggi sono più della metà del totale ma, tra 35 anni, scenderanno al 46,3% e, di conseguenza, avranno perso la “maggioranza”. Il 53,7% sarà invece composto da Nord africani e medio orientali, che nel 2050 saranno 120,8 milioni in più rispetto ai numeri del 2015. (…) In un solo secolo il mediterraneo cambierà completamente la sua demografia, con quelli che una volta rappresentavano il 76,3% della popolazione che si ritroveranno sotto la soglia del 50%».

In ultima analisi, non è possibile valutare l’adozione di una legge “impattante” come lo ius soli senza considerare il problema dei problemi, ovvero l’Islam.

È evidente come il conferimento della cittadinanza automatica ai figli dei tantissimi immigrati già residenti in Italia accelererebbe in maniera cruciale la già costante e sostenuta crescita demografica della popolazione musulmana nel nostro paese, rendendo realtà quanto profetizzato da Houari Boumediene nel 1974 dagli scranni delle Nazioni Unite: «Un giorno milioni di uomini lasceranno l’emisfero sud per fare irruzione nell’emisfero nord. E non in modo amichevole. Verranno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo con i loro figli. È il ventre delle nostre donne che ci darà la vittoria».

In questo senso, l’adozione dello ius soli rappresenta un formidabile e suicida assist servito su un piatto d’argento ai fautori della strategia d’espansione islamica, per così dire,“soft”, in quanto alternativa a quella “dura” rappresentata dal terrorismo, che mira a conquistare il potere per vie pacifiche attraverso i nostri stessi mezzi democratici. Ed è proprio in questa prospettiva che recentemente l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (UCOII), la più diffusa e radicata organizzazione islamica presente in Italia, ha dato vita alla “Assemblea Costituente islamica” come strumento finalizzato a «dare ai musulmani una rappresentanza eletta», ovvero a costituire un partito politico islamico che possa un domani non così lontano rappresentare le istanze del Corano nel nostro Parlamento.

(Lupo Glori, per https://www.corrispondenzaromana.it/ius-soli-o-ius-sanguinis/)

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Il Califfo su YouTube…

Islam

… e la rivolta degli inserzionisti di Google 

 

isis youtube

 E' nella pericolosissima terra di mezzo di internet che la "chiamata" alla Jihad, la Guerra Santa, viene alimentata da anni e con successo dal terrorismo islamico. Il collegamento tra la piattaforma video YouTube e il terrore jihadista è quanto mai radicato. I terroristi islamici hanno capito che la piattaforma video più famosa al mondo può essere essere letale come i coltelli che usano per sgozzare gli "infedeli". I jihadisti utilizzano proprio i video per diffondere il loro messaggio, reclutare nuova manovalanza, indottrinarla e organizzare attentati. All'inizio di giugno il Telegraph raccontava che l'antiterrorismo inglese era riuscito a monitorare i movimenti di una cellula jihadista nella zona del London Bridge – prima dell'attentato – proprio attraverso YouTube, eppure la piattaforma proprietà di Google non è servita a impedire la carneficina. YouTube è diventato un covo virtuale per imam ed esperti reclutatori di "martiri", ogni video pubblicato è stato, ed è, parte della missione contro l'Occidente.

Eppure YouTube tende a rimuovere raramente questo tipo di contenuti criminali. Dei 100 video di Osama bin Laden e della glorificazione dell'attacco alle Torri Gemelle 58 sono rimasti on line fino ad oggi. Sono passati anni dall'11 Settembre, ma quei video sono ancora lì. Dei 127 video contrassegnati come pericolosi di Anwar al-Awlaki – imam statunitense naturalizzato yemenita – 111 non sono stati toccati. Dei 125 ritenuti più sensibili del leader di Al Qaeda, Ayman Al-Zawahiri, 57 sono ancora reperibili. E si potrebbe continuare a lungo. Recuperare filmati che suonano più o meno con un "ecco come muore un soldato di Allah", oppure "i martiri dell'islam muoiono con il sorriso" è alla portata di tutti.

YouTube a riguardo offre una vetrina ben fornita, e nella stragrande maggioranza dei casi, al massimo, la piattaforma video vi avviserà che si tratta di "age-restricted content", contenuti inadatti ai minori, e vi chiederà un mero click per procedere, così che in totale libertà potrete godere dello spettacolo: le immagini di cadaveri sorridenti sono online e sono fonte d'ispirazione per le giovani leve islamiste. Qualche settimana fa, l'Istituto di ricerca del Medio Oriente (MEMRI) ha pubblicato un rapporto che rivela la totale incapacità di Google nel rimuovere i contenuti inneggianti all'odio (hate speech) che promuovono e organizzano il terrorismo islamico. E' più o meno dal 2010 che viene chiesto ai padroni di internet di intervenire sui contenuti islamicamente sensibili e in più occasioni anche Google ha promesso che sarebbero stati più attenti, eppure in questi anni non è cambiato praticamente nulla. 

Anche perché i jihadisti sfruttano gli strumenti digitali per la loro 'missione' non solo per tutte quelle operazioni che vanno dal reclutamento al proselitismo, ma anche per la raccolta di fondi necessari al finanziamento della loro guerra santa. Già un'inchiesta del Times aveva evidenziato l'utilizzo da parte dello Stato islamico & Co delle pubblicità di celebri marchi per ottenere denaro dai click sui loro video. E poco male se si tratta di marchi e prodotti che sono l'esemplificazione di quello stile di vita tutto occidentale che i jihadisti odiano tanto, tutto può servire alla causa: dai suv delle più prestigiose aziende automobilistiche ai supermercati snob, persino istituti di ricerca e ong per i malati terminali.

E' stato calcolato che i terroristi incassano decine di migliaia di sterline ogni mese: considerato il numero di visualizzazioni dei video e che ogni migliaio di click gli permette di incassare circa 7 euro, le casse della jihad informatica non sono mai vuote. Non è un caso che a marzo importanti marchi come At &T, Verizon, Johnson & Johnson, Enterprise Holding e GSK hanno iniziato a ritirare l'autorizzazione della pubblicità a Google Inc. – proprietario di You Tube – per non correre più il rischio di finire sponsor della propaganda islamica. Eppure quelli di YouTube garantiscono che il loro "staff visiona video segnalati 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana per determinare se violano la nostra Comunità", ma a quanto pare c'è qualcosa che non funziona. Secondo la società di analisi Nomura Instinet, You Tube potrebbe perdere fino a 750 milioni di dollari in introiti pubblicitari a causa di quei contenuti sponsorizzatri che vanno a finanziare il terrorismo e chi promuove l'omicidio su vasta scala. Una cifra che non rischia di mettere nei guai le casse di Google, ma che testimonia che gli inserzionisti siano sempre più preoccupati.

In un editoriale del Financial Times, uno dei consulenti di Google ha ammesso l'esistenza di contenuti terroristici e promesso l'impegno a renderne più complicata la pubblicazione con un non meglio specificato "metodo di reindirizzamento per disperdere i messaggi di reclutamento dei jihadisti". Eppure in Italia il Codacons ha denunciato come inadatti e inefficaci i sistemi di controllo, come pure i "gravi ritardi nell'attività di intervento di Google". Non si riesce a capire come sia possibile che nessuno sia capace di bloccare la diffusione di certi contenuti, non si riesce a spiegare perché risulti tanto difficile per l'antiterrorismo prevenire le stragi con gli stessi sistemi con cui questi soggetti le organizzano, resta misteriosa la scelta dei padroni di internet di affidare la gran parte del lavoro a meri algoritmi che intelligenti quanto vuoi restano pur sempre una macchina che può essere aggirata dai malintenzionati.

E comunque il problema non è solo l'estrema inerzia con cui Google si sta muovendo per trovare un rimedio, ma che cosa, in questo momento, è censurato dai signori di Internet e cosa no. Appena si osa uscire dagli schemi del politicamente corretto, interviene una sorta di "polizia del pensiero", che si mette a 'perseguitare', penalizzandoli, vlogger con centinaia di migliaia di fan ma allergici al pensiero dominante, e che di certo non mostrano immagini di teste decapitate. Lo stesso impegno però a quanto pare non viene profuso con i video del terrorismo islamico. Se il paragone poi è quello tra gli sforzi, le forze impiegate e gli investimenti profusi da Google per contrastare la islamofobia, e quelli fatti invece per prevenire indottrinamento e reclutamento jihadista, la bilancia pende dalla prima parte. E' evidente che questo stato di cose proseguirà almeno fino a quando i padroni del web non smetteranno di trattare i musulmani come una specie di "gruppo protetto", non curandosi dei pericoli del terrorismo in Rete. 

Siamo in un clima culturale (o multiculturale) che ha compromesso il significato di parole ed espressioni come "incitamento all'odio", "terrorismo", "estremismo", "religione di pace", lasciando che questi concetti assumessero dei contorni vaghi e indeterminati, fornendo a Google e YouTube i giusti paraocchi. Per esempio non si ammette mai che quello del terrorismo islamico sia incitamento all'omicidio di massa: in questi termini ogni prospettiva sarebbe davvero ridimensionata. Due pesi e due misure? Così sembra. C'è una strana atmosfera sul web e nel mondo occidentale, in cui una perversa malizia sventola sul concetto di libertà di parola. E in questo silenzio imbarazzato e imbarazzante, gli unici a rallegrarsi sono i terroristi islamici.

 

di Lorenza Formicola | 28 Giugno 2017 | https://www.loccidentale.it/articoli/145779/il-califfo-su-youtube-e-la-rivolta-degli-inserzionisti-di-google

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Città islamiche in Europa

Islam

 “Sharia controlled zone”

 Nel 2014, quando il “Califfo dei musulmani”, dal pulpito della moschea irachena di al Nuri, vagheggiava un ipotetico quanto sconfinato Califfato universale, destinato ad estendersi al di là delle porte d’Europa, nessuno lo prese troppo sul serio. Ma, in realtà, la colonizzazione era in atto da un pezzo.

Il Vecchio Continente brulicava già di piccole roccaforti sharitiche. Quartieri-ghetto, cittadine-enclaves dove, nel corso degli anni, un numero sempre crescente di musulmani si è radicato e radicalizzato preparando così il terreno europeo ad accogliere il seme dell’intolleranza. Francia e Gran Bretagna ma anche BelgioOlandaGermaniaSvezia e Danimarca. Queste sono alcune delle capitali europee dove paura, e Sharia, fanno novanta. Insomma, non solo il quartiere Molenbeek di Bruxelles, che lo scorso anno offrì protezione all’ex primula rossa del Bataclan, ma un vero e proprio network di satelliti del Califfato all’ombra dell’Unione. “Le società semi-autonome”, di cui parlava Douglas Murray, esperto inglese di immigrazione e direttore della Henry Jackson Society, l’indomani dell’arresto di Salah Abdeslam.

A partire proprio dalla Francia, teatro dell’assalto pionieristico alla redazione di Charlie Hedbo che, nel 2015, ha inaugurato una lunga stagione di sangue. Oltralpe vengono chiamate “Zus” (Zone urbane sensibili) e, secondo le autorità di Parigi, sono 751 in tutto il Paese ed ospitano almeno 5milioni di musulmani. Una di queste è Sevran, banlieue di 50mila anime, nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, dove il 90 per cento degli abitanti sono di origine straniera.

Nel Regno Unito, invece, c’è il “Londonistan”. Un’area apparentemente unita che, a dispetto del nome, interessa tanto la metropoli inglese quanto altre zone. Una specie di confederazione nera che finisce col racchiudere quasi tutte le città del Regno Unito: da Liverpool e Manchester e Leeds, da Birmingham a Derby, e Bradford, oltre a Derby, Dewsbury, Leicester, Luton, Sheffield, per finire con Waltham Forest a nord di Londra e Tower Hamlets nella parte orientale della Capitale. Difficile non rendersi conto di dove comincia questo stato nello stato perché persino i manifesti sono lì a ricordare che “stai entrando in una zona controllata dalla Sharia”.

In Belgio, ormai, tutti conoscono Molenbeek. L’esempio più lampante della “segregazione autoimposta in grandi città” a cui fa riferimento Murray nell’intervista rilasciata a Il Foglio. Qui nessuno, anche se non islamico, è autorizzato a bere o mangiare in pubblico durante il Ramadan. Le donne sono rigorosamente velate ed è bandita ogni attività ritenuta “haram” dalla legge coranica che, progressivamente, si è andata a sostituire a quella dello Stato. Bere alcool ed ascoltare musica sono attività non gradite. Come, altrettanto sgradito, fu il blitz con cui l’antiterrorismo parigina mise finalmente le manette ai polsi di Salah Abdeslam. Ma che il quartiere offrisse protezione ai terroristi non lo si è certo scoperto in quell’occasione. In altri anni, Molenbeek, si era già distinta per aver ospitato il gotha del jihadismo internazionale. Stiamo parlando di personaggi del calibro di Abdessatar Dahmane, uno degli assassini di Ahmad Shah Massoud, ma anche Youssef e Mimoun Belhadj e Hassan el-Haski, le menti degli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.

In Olanda esistono 40 aree urbane off-limits, a partire dal distretto di Kolenkit, ad Amsterdam. Ma anche alcuni quartieri di Rotterdam come Pendrecht, Het Oude Noorden e Bloemhof. Utrecht deve fare i conti con la zona di Ondiep. Nella capitale, l’Aia, c’è il distretto di Schilderswijk, ex quartier generale del gruppo “Hofstadt”, che nel pianifico l’assassinio del regista Theo van Gogh.

Anche la Danimarca, così come gli altri Paesi scandinavi, deve fare i conti con il jihadismo diffuso. E, secondo le forze dell’ordine, il numero di persone vicine ad ambienti radicali ha subito un’impennata. Anche grazie a sobborghi enclavizzati come TingbjergNørrebro e Mjølnerparken, dove l’80 per cento dei residenti non ha origine danese bensì africana o mediorientale.

In Svezia, ancora convalescente dalla strage dello scorso aprile, la città più islamizzata è Malmo, dove il 30 per cento della popolazione è di fede musulmana. Lì si trova il Rosengaard, quartiere nato negli anni ‘60 ed abitato da soli migranti provenienti da Iraq, Afghanistan, Somalia e Balcani. In passato salì agli onori della cronaca, destando notevole scalpore, per via dell’apparizione di alcuni manifesti che minacciavano: “Nel 2030 prendiamo il controllo”.

La Germania ospita un gran numero di migranti e, nella Capitale, esiste Neukolln, uno dei più grande quartieri musulmani del Paese che, non a caso, è stato ribattezzato “la provincia ottomana”. In proposito, Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del quotidiano Bild, ha scritto: “Anche se ci rifiutiamo ancora di crederlo, intere zone della Germania sono governate dalla legge islamica. Poligamia, matrimoni di minori, giudici della sharia. Da troppo tempo non si fa rispettare lo Stato di diritto. Ci credereste che a Berlino un terzo degli uomini musulmani che vivono nel quartiere di Neukölln abbia due o più mogli?”

In Spagna, invece, c’è una regione intera chiamata “Xarq al Andalus” (Il Levante Spagnolo). Si tratta della porzione di Penisola Iberica affacciata sulla costa mediterranea che, storicamente ottomanizzata, è rivendicata oggi come parte integrante del Califfato islamico. Ma, per i soggetti più radicalizzati, il richiamo non è solo storico ed ideale. Secondo Soeren Kern, analista europea per l’Istituto Gatestone a New York, infatti, le recenti misure antiterrorismo varate da Parigi avrebbero causato una specie di piccola diaspora islamica verso in Spagna.

Ultima, non certo per importanza, è l’Italia. La cui intelligence è recentemente finita al centro delle polemiche per non aver saputo neutralizzare Youssef Zaghba, il terrorista italo-marocchino che, assieme a due complici, ha fatto strage di pedoni sul London Bridge. La Capitale vanta un quartiere, quello di Torpignattara, che – in fatto di densità demografica dei credenti musulmani – non ha nulla da invidiare a Molenbeek. Ma il vero “rischio banlieue”, secondo uno studio uno studio della Fondazione Leone Moressa, riguarderebbe di più altre città italiane come, ad esempio, Bologna. Nella Capitale, infatti, le periferie non sono ancora dei ghetti e la componente multietnica dei quartieri sembra aver scongiurato, per ora, l’avanzata della radicalizzazione.

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Che succede se vince la sinistra inglese

Islam

kefiah corbynCorbyn, Hamas e la lotta al terrorismo jihadista

"Incidenti brutali e scioccanti", così Jeremy Corbyn, il candidato premier laburista che i sondaggi guardano favorevolmente nella corsa verso le elezioni inglesi dell'8 giugno, ha commentato l'attentato di sabato notte a Londra.

Nessun riferimento al terrorismo di matrice islamica nelle parole di un leader di uno dei due grandi partiti politici del Regno Unito.

Ma chi è Jeremy Corbyn e che rapporto ha con il mondo arabo e islamico? 
I tabloid chiamano Corbyn la "primula rossa", un laburista tanto, troppo a sinistra che da 35 anni milita nelle fila dei "black banchers", i peones del parlamento britannico.
Classe '49 è vegano e astemio in un paese dove birra e whiskey sono un credo, odia le auto e gira in bici, si vanta di indossare magliette di "2 euro", e detesta mangiare al ristorante. Della serie un primo ministro che farà la gioia della industria automobilista inglese, del mondo della moda e di quello del turismo e dell'agroalimentare.

Ha un debole per Hamas e per i chavisti venezuelani. E anche qui è difficile intuire da che prospettiva noti il modello (per entrambi) oltre la ricetta di un disastro: uno come Maduro ha fatto della capacità di comprare il poco che c'è in giro un mestiere. 
Ma soprattutto Corbyn non sopporta Israele, sebbene non sia il solo da quelle parti, anzi: è perfettamente allineato con l’establishment radical chic della sinistra inglese. 

Qualche giorno fa il Sunday Times ha ricordato che Corbyn nel 2014 mentre era in viaggio in Tunisia depose una corona di fiori sulla tomba di Atef Bseiso, funzionario dell'Olp e capo dell'intelligence palestinese negli anni Settanta, considerato una delle menti della strage di Monaco, quando i terroristi palestinesi uccisero gli atleti israeliani alle Olimpiadi del 1972. 

Ma non c'è solo il Sunday Times: la "primula rossa" nel luglio 2011 è stato relatore di una conferenza pro-Palestina organizzata da George Galloway in Libano.
Con lui c’era Leila Khaled, la terrorista leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina divenuta celebre per aver partecipato al dirottamento di un aereo che da Roma doveva atterrare a Tel Aviv nel 1969. Agli annali è rimasta la foto che immortalava la donna mentre brandisce un AK-47, l'altrettanto celebre fucile d'assalto sovietico; del resto la Khaled è stata la prima esponenente del gentil sesso a rendersi protagonista di un’azione terroristica di questo tipo.

Corbyn finanzia il Palestinian Relief and Development Fund, ong che a sua volta ha contribuito a realizzare il "Festival palestinese per l'infanzia e l'istruzione" nella Striscia di Gaza. E che è diventato famoso per la recita con bambini che simulano l'uccisione di soldati israeliani con coltelli e mitragliatrici giocattolo. 

Nel 2009 Corbyn disse di voler ospitare con "piacere e onore" nel Parlamento inglese "i nostri amici da Hezbollah", il Partito di Dio libanese inserito nelle liste dell'antiterrorismo Usa e vicino all'Iran. "Ho anche invitato gli amici di Hamas", aggiunse Corbyn per non farsi mancare niente. 

L'anno scorso, se ne uscì anche con un'altra dichiarazione da mettere i brividi spiegando che gli ebrei hanno "maggiori responsabilità per le azioni di Israele" di quelle "che hanno i musulmani per Isis".

Ancora: Corbyn ha preso parte agli incontri organizzati dal cospirazionista Paul Eisen, ideatore del blog "La mia vita come negazionista dell'Olocausto". Ha definito lo sceicco Raed Salah, leader di un gruppo islamico fuorilegge in Israele (e condannato per incitamento alla violenza e al razzismo) come un "onorato cittadino", la cui "voce è degna di essere ascoltata", invitandolo poi per un rinfresco alla Camera dei comuni.

E in passato ha anche collaborato con Press Tv, network vicino all'Iran e sotto il diretto controllo della guida spirituale della rivoluzione khomeinista, Ali Khamenei. 

Lo scorso anno una piccola polemica lo ha sfiorato Corbyn quando alcuni colleghi di partito gli hanno rimproverato di aver preso le distanze con estremo ritardo dalle dichiarazioni di un veterano dei Labour e suo stretto collaboratore, Gerald Kaufman, che in occasione di un evento pro-palestinese, con disprezzo, accusò il partito conservatore inglese di essere pagato dagli ebrei.

E' questo il candidato della sinistra inglese che la stampa internazionale celebra come nuova speranza per la Gran Bretagna e che, con malcelato entusiasmo, è osannato dai giornaloni a caccia di sondaggisti spregiudicati.

Ecco, detto questo, e ricordando che organizzazioni come Hamas sono pezzi della internazionale del terrore jihadista, viene da chiedersi che tipo di governo aspetta gli inglesi se a vincere le elezioni fosse Corbyn. "Come risposta all'attacco, come a Manchester, tutte le comunità dovrebbero unirsi", ha detto Corbyn commentando la strage sul London Bridge dell'altra sera.

Certo nel "Londonistan", nelle enormi periferie metropolitane inglesi e francesi dove l'islam ha creato vere e proprie enclave, staterelli dentro lo stato dove c'è un sistema giudiziario parallelo fondato sulla sharia, zone di divieto di transito per la polizia, piscine separate per sesso, non sembra esserci tutta questa voglia di unirsi alle altre comunità.
Ma questo Corbyn finge di non capirlo.

 

Lorenza Formicola, 5 giu 2017, per https://www.loccidentale.it/articoli/145593/corbyn-hamas-e-la-lotta-al-terrorismo-jihadista

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Francia. L’islam sostiene Marcon?

Islam

Macron, il presidente delle élite che piace ai Fratelli Musulmani

macron islam shariaE' stato Henry Hermand – il ricchissimo imprenditore socialista (morto lasciando agli eredi un patrimonio di 220 milioni di euro) – il primo ad investire su Emmanuel Macron. O meglio a costruire la figura dell'“uomo nuovo” che ora il presidente porta a spasso con il suo faccino ambizioso.
Il primo, Hermand, dopo Brigitte, ovviamente, la donna che la stampa di tutto il mondo ha osannato sebbene sia difficile intuire cosa ci sia di così encomiabile nell’abbandonare figli e marito per uno sbarbato liceale, che per giunta è un suo studente e coetaneo di quei figli.
Fu Brigitte a volere che Emmanuel imparasse un mestiere, altrimenti, gli disse con una battuta, "avrai solo l’aria di un gigolò". E l'allievo obbediente accettò ogni indicazione. Anche quella di essere affiancato da qualcuno che gli spiegasse come impostare la voce. La "zeppola", la voce chioccia, a volte stridula e fastidiosa, erano tutte cose da sistemare, prima che fosse troppo tardi. 

A finire l'opera ci ha pensato Henry Hermand. Macron non sapeva di poter diventare presidente della Repubblica, ma l'imprenditore lo individuò mentre faceva uno stage in una prefettura della Francia centrale, e se ne "innamorò".
Così Emmanuel iniziò a frequentare ''Terra Nova", l'associazione d'ispirazione socialista finanziata tra gli altri da Hermand – che gli darà le armi de’ sinistra per la retorica sul ‘sociale’ – diventando poi ospite sempre più assiduo nella casa del suo mentore. Hermand è stato il testimone di nozze di Macron e lo avrebbe anche aiutato a comprare casa a Parigi.

Nonostante la vittoria alle presidenziali, Macron è come una baguette che hanno cercato di far lievitare senza successo. Avrà pure vinto ma resta il presidente delle élite e come tale non sa proprio quale sia la differenza tra la vita reale e quella dietro le telecamere.
Il 7 maggio ha vinto le elezioni con la più alta percentuale di astensionisti della storia francese: tra chi lo ha votato, c'era per lo più chi ha in odio Marine Le Pen.
Non è così centrista come lo hanno venduto in campagna elettorale: a sostenerlo è stata la maggior parte dei leader del partito socialista, e quando c'è stato il passaggio di testimone con Hollande, quest'ultimo non ha potuto nascondere la gioia di una vittoria all'insegna della "continuità". 

E' il socialismo ad essere il fil rouge della narrazione macroniana. Ismael Emalien – stratega e  capo della comunicazione di Macron –  è stato consulente della campagna elettorale del 2013 del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro. E anche il programma macroniano trasuda di socialismo, abbondano le proposte per l'incremento della spesa pubblica.
Il “cambiamento climatico” viene considerato invece la “questione chiave per il futuro del mondo”, nonostante organizzazioni come WikiLeaks si siano impegnate a dimostrare che molte delle denunce lanciate dagli scienziati onusiani sul clima erano bufale, vedi il “Climategate”, e in generale anche nella comunità scientifica ormai il paradigma del riscaldamento climatico è stato sostituito da quello della incertezza, com’è giusto che sia visto che parliamo di proiezioni costruite su modelli matematici che non possono risalire oltre una certa epoca all’indietro nel tempo, e certamente non predicono il futuro. 

Ancora. Le proposte di modifica al codice del lavoro e al sistema fiscale sembrano pura estetica, l’illusione di un cambiamento che difficilmente si trasformerà in politiche concrete.
Al bell'Emmanuel piace l'economia di mercato ma il presidente pensa comunque che questo mercato debba essere messo al servizio di una fantomatica “giustizia sociale”.
Gli economisti che hanno lavorato alla stesura del programma del leader di En marche! sono gli stessi che hanno lavorato al programma economico di Hollande nel 2012.
Quando il 7 maggio è stato ufficializzato il nome del nuovo inquilino dell'Eliseo, tanti capi di stato europei hanno mostrato il loro entusiasmo.
Addirittura il numero uno della commissione europea, Juncker, ha parlato di “un segnale di speranza per l'Europa”.
Macron però non ha fatto neanche in tempo ad insediarsi che è subito volato dalla Merkel, e le idee lanciate in campagna elettorale su come proteggere i mercati europei sono rimaste lettera morta – del resto è noto che in Europa a dettare l’agenda è Berlino mica Parigi.
Ma il nuovo presidente della Republique insiste, dice di sognare un nuovo Ministero della Finanze europeo, le cui decisioni possano avere una forza vincolante per tutti gli stati membri. 

Come molti suoi colleghi in Europa, Macron è convinto che il rimedio al crollo demografico e all’invecchiamento della popolazione sia nell'immigrazione. “L'immigrazione è un'opportunità per tutti”, ha detto il presidente.
“Proporrei al governo algerino la creazione di un ufficio franco-algerino della gioventù, per favorire la mobilità tra le due sponde del Mediterraneo”, ha aggiunto.
“Il compito dell'Europa è quello di offrire asilo a tutti”, ci mancherebbe, peccato che quella dell’accoglienza, come dimostra il caso dell’Italia, non può certo essere considerata una politica sulla immigrazione. 

Detto ciò, la stragrande maggioranza dei rifugiati che arrivano in Francia sono musulmani.
La Francia ha già la maggiore percentuale di musulmani in Europa.
La Francia è in guerra con una parte fondamentalista e radicale di questo Islam, che punta a sovvertire la nostra civiltà, in casa nostra,a suon di bombe, attacchi kamikaze e civili innocenti uccisi senza pietà.
Eppure Macron vorrebbe dare all'islam ancora più spazio. “Oggi, i musulmani di Francia sono trattati male…”, ha detto il presidente, “domani, una nuova struttura renderà possibile il rilancio della religione musulmana in Francia: saranno costruiti e migliorati i luoghi di culto islamici”.
Quando Macron ha vinto, i Fratelli Musulmani francesi si sono congratulati con lui e hanno festeggiato con un comunicato ufficiale: “i musulmani pensano che il nuovo presidente gli permetterà di andare più lontano, insieme”.
Edouard Philippe, il premier indicato da Macron, ha stretti legami con la Fratellanza Musulmana e ne ha favorito l’insediamento nella città di cui era sindaco, Le Havre. 

Richard Ferrand – deputato socialista e il segretario generale di En Marche!, ora ministro per la coesione dei territori – ha finanziato i movimenti per il boicottaggio dello Stato ebraico e altre organizzazioni "pro-palestinesi".
Gerard Collomb, il sindaco socialista di Lione, attuale ministro dell'Interno, ha finanziato l'Istituto francese della civiltà musulmana che aprirà i battenti a dicembre 2017.
Eccolo il prodotto confezionato dall'élite: un giovane presuntuoso, che in politica economica non va molto oltre il tradizionale statalismo francese, che sulla immigrazione non cambierà una virgola rispetto al passato, anzi, è convinto che gli immigrati musulmani aumenteranno, unica risorsa in grado di alimentare il granaio dei voti sempre più vuoto dei socialisti e della sinistra.
Fa niente se per vincere servono anche i Fratelli Musulmani, organizzazione ritenuta terrorista dagli Stati Uniti e dall'Egitto, che in passato anche l'Europa aveva inserito nelle sue black list.

E forse, come nell’ultimo e distopico romanzo di Houllebecq, arriverà il giorno in cui non ci sarà più neanche bisogno di candidare un presidente creato in laboratorio.
Per garantire la "continuità" del sistema politico, che vuol dire anche quella delle elite e dei poteri forti, sarà sufficiente candidare direttamente un Fratello Musulmano all'Eliseo. Chissà però cosa accadrà in caso vincesse. 

 

di Lorenza Formicola | 28 Maggio 2017, per l'Occidentale

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Viaggio nell’Occidente islamizzato

Islam
 "No go zones"

Birmingham come Molenbeek,
viaggio nell'Occidente islamizzato

 

"Ci sono un sacco di scuole musulmane private e madrasse (istituti educativi per l'apprendimento dei fondamenti dell'Islam, ndr) in questa città. Fanno tutti finta di predicare tolleranza, amore e pace, ma non è vero. Dietro quelle mura, ci costringono a ripetere i versi del Corano, a proposito di odio e intolleranza". E poi la disciplina violenta usata contro chi si rifiuta di imparare il Corano a memoria senza capirne una parola, o per aver mentito sulla propria fidanzata, evidentemente occidentale.
Sono queste le denunce fatte da Alì, un diciottenne di origini francesi il cui padre si è radicalizzato in Inghilterra, intervistato da Rachida Samouri. La giornalista che sulle pagine di Le Figaro ha pubblicato un dettagliato reportage su Birmingham.

Birmingham: la seconda città più popolosa del Regno Unito, e l'ottava d'Europa, è oggi la città quintessenza del multiculturalismo, con ben un 42% di abitanti non europei. In certi quartieri di Birmingham, i musulmani rappresentano il 95% della popolazione, le bambine camminano nascoste dal velo, gli uomini hanno le barbe lunghe e le donne indossano jihab e niqab per coprire corpi e volti.
Qui i negozi chiudono per le ore di preghiera, le vetrine promuovono abiti islamici e le librerie sono viatico per la religione di Allah.

Le donne intervistate sono orgogliose di vivere in Inghilterra perché, dicono, "contro il velo integrale nessuno ha da ridire". E Mobin, un adolescente di origine francese, spiega perché il padre ha preferito l'inghilterra alla Francia: "Birmingham è proprio un paese musulmano. Noi siamo tra di noi, non ci mescoliamo con gli altri. E' difficile". 

E' così. Uno stato all'interno dello stato.
Forse peggio che a Molenbeek considerata la culla del jihadismo dell'Europa centrale. 
Dalla Francia, al Belgio, all'Inghilterra, ecco documentata l'islamizzazione d'Europa.
Dal 2006 al 2015, in Francia, il paese che in questo momento è in bilico nella sfida tra Le Pen e Macron, sono state calcolate ben 751 no go zone. Luoghi in cui polizia, militari, vigili del fuoco preferiscono non entrare perché questo potrebbe essere la miccia che innesca la violenza. E loro stessi rischierebbero di finire oggetto di queste violenze.

Nel Regno Unito, negli ultimi cinque anni, le condanne per terrorismo sono raddoppiate e il coinvolgimento delle donne in attentati è triplicato. 
Quando era ancora primo ministro, David Cameron fece redigere un documento battezzato The Casey Review: una rassegna in direzione dell'opportunità e dell'integrazione". Il rapporto indica come le comunità musulmane (principalmente quelle composte da immigrati pakistani e del Bangladesh) siano le più restie all'integrazione all'interno della società britannica. Si tratta di comunità che incoraggiano i loro figli a non partecipare ad eventi, attività o momenti di formazione-non musulmani; luoghi dove le donne non parlano una parola d'inglese e domina la sharia, la legge islamica. 

Chi ha mandato in stampa quel reportage ha dedicato tantissime pagine proprio a Birmingham perché è là che nel 2014 scoppiò il famoso scandalo del "Trojan Horse plot". 
Si scoprì che le dottrine islamiche erano state inserite nei programmi delle scuole pubbliche, per assicurarsi che tutti i ragazzi potessero essere istruiti sui "rigorosi principi dell'islam".
Mentre gli altoparlanti cercavano di radunare gli studenti per la preghiera, gli insegnati utilizzavano messaggi anti-occidentali. 
Se lo scandalo nel frattempo è stato archiviato, mentre non sono scarse le probabilità che possa ripetersi o che sia ancora in essere il pericolo di un cavallo di troia islamico tra i banchi di scuola, resta evidente che il paragone con Molenbeek non è fuori luogo: a Birmingham sono state contate 161 moschee

Per molti anni il governo britannico si è compiaciuto della integrazione della popolazione musulmana, certo che a tempo debito il miracolo sarebbe avvenuto. Che un giorno i musulmani avrebbero organizzato un bella marcia insieme ai cristiani per celebrare il successo del multiculturalismo, o che, almeno, prima o poi, i musulmani sarebbero diventati pienamente britannici, come tutti gli immigrati.
Ma è un giorno che tutti, anche i più nostalgici cantori della società "multikulti", hanno smesso di sognare: sono le continue statistiche che vengono compilate a ritrascinarli nella realtà.
Come una delle ultime, che dimostra quanto le generazioni più giovani di islamici, quelle nate in Europa, siano ancora più integraliste dei loro genitori e nonni. Il sonno della ragione genera multiculturalismo. Il "multikulti" avrebbe dovuto diffondere nell'universo pace, amore e tolleranza.
Ma tutto si è vaporizzato tra le parole magiche "dialogo" e "accoglienza", mentre il Vecchio Continente è mortificato dalla islamizzazione dilagante.

di Lorenza Formicola | 27 Aprile 2017 da https://www.loccidentale.it/articoli/145250/birmingham-come-molenbeek-viaggio-nelloccidente-islamizzato
 

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L’avanzata dei partiti islamici

Islam

 L’avanzata politica dell’Islam in Italia e in Europa

 

 Lo scorso 1 febbraio il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha presentato soddisfatto la firma del Patto nazionale per un Islam italiano, siglato con i rappresentanti delle associazioni e della comunità islamiche del nostro Paese, definendolo «un atto particolarmente importante, un documento che riguarda il presente e il futuro dell’Italia attraverso il dialogo interreligioso».

Un patto che, secondo le parole dello stesso ministro, rappresenta un «passaggio cruciale» che predispone le parti «ad un percorso per arrivare all’intesa con lo Stato». Presupposto dell’accordo, spiega infatti Minniti, «è quello di dire con grande chiarezza che tutti i firmatari si impegnano a ripudiare qualunque forma di violenza e terrorismo».

Il ministro dell’Interno ha quindi illustrato i principali punti del Patto, che impegnano rispettivamente le associazioni islamiche e le nostre istituzioni, mettendo in guardia dal non commettere il “marchiano” errore di assimilare immigrazione e terrorismo: «è un grave errore l’equazione tra immigrazione e terrorismo, l’ho ripetuto più volte (…) è un grave errore dire che non c’è nessun rapporto tra integrazione e terrorismo, come dimostrato in maniera evidente da Charlie Hebdo in poi».

La «questione Islam» – afferma il ministro – si potrebbe semplicemente risolvere cambiando il modello di integrazione fino ad oggi adottato: «Livelli di integrazione insufficienti producono un brodo di cottura dentro il quale cresce il terrorismo (…) l’idea di integrazione è fondamentale: riguarda principi, diritti ma anche sicurezza (…) una società bene integrata, è una società più sicura».

Sono passati solo due mesi dalla firma di tale accordo ed ecco che l’Islam politico, forte dell’ancora fresca investitura e legittimazione istituzionale, comincia coll’avanzare le sue prime pretese: se da una parte la vasta galassia di organizzazioni islamiche presenti sul territorio italiano hanno presentato alcune loro prime proposte di intesa politica, dall’altra, invece, per la prima volta in Italia, si è sentito parlare di una realtà inedita che inizia a chiedere sempre più prepotentemente spazio: la «Costituente islamica».

Come ha scritto, in proposito, la giornalista marocchina Karima Moual sul quotidiano La Stampa, la comunità musulmana vede infatti nell’iniziativa voluta dal ministro Minniti, una ghiotta ed irripetibile occasione da massimizzare a tutti i costi: «L’accelerazione voluta dal Viminale sulla firma del Patto con le organizzazioni islamiche in Italia, si porta dietro molte aspettative da parte dei musulmani italiani, che vedono nel pragmatismo del nuovo Ministro un’opportunità da non perdere. Obiettivo: portare a casa qualcosa, dopo 40 anni di tavoli e consultazioni, che di fatto hanno prodotto più dossier e relazioni che cambiamenti reali sulla vita dei fedeli musulmani, a partire dalla questione dei luoghi di culto, ancora irrisolta».

In questa prospettiva, i principali esponenti dell’Islam italiano stanno freneticamente dandosi da fare per redigere una proposta “irrifiutabile” da portare sul tavolo di discussione della Presidenza del Consiglio. Tra questi, il soggetto capofila è la Grande Moschea di Roma, l’unico ente islamico riconosciuto giuridicamente, sede del Centro Islamico Culturale d’Italia, a sua volta in rapporti strettissimi con la comunità marocchina, la più grande rappresentanza musulmana presente sul nostro territorio, organizzata nella Confederazione dell’Islam italiano, a cui fanno capo ben 300 moschee.

A fianco della Grande Moschea di Roma e della Confederazione dell’Islam italiano, vi è infine la “Comunità religiosa islamica” (CO.RE.IS.). Sull’altro fronte, vi sono i rivali dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (UCOII) che costituiscono, in realtà, la più diffusa e radicata organizzazione islamica in Italia attraverso una ampia e capillare rete di oltre cento associazioni e la gestione di circa 80 moschee oltre a 300 luoghi di culto non ufficiali. Sono proprio loro che ora stanno cercando di rompere le cosiddette “uova nel paniere” agli accordi in ballo con la proposta di una “Assemblea Costituente islamica” come strumento finalizzato a «dare ai musulmani una rappresentanza eletta».

Obiettivo non dichiarato ma evidente della Costituente, che si richiama espressamente al progetto di nascita dello Stato democratico italiano all’indomani della seconda guerra mondiale, è quello arrivare alla costituzione di un partito politico islamico che possa un domani rappresentare le istanze dell’Islam all’interno del nostro Parlamento.

Come si legge infatti sul “Manifesto dell’Assemblea Costituente Islamica d’Italia“: «A 25 anni dalla presentazione della prima Proposta di Bozza d’Intesa da parte dell’UCOII, e poi da altri soggetti, siamo al punto fermo per quanto riguarda la realizzazione di questo importante strumento di diritto civile. Crediamo sia giusto che noi cittadini musulmani italiani e musulmani residenti ci si acclari attraverso un processo che dia vita ad un’assemblea elettiva di, tendenzialmente, 100 uomini e donne che condividano fede, pratica e senso comunitario islamici. Questa Assemblea, che si rinnoverà entro tre anni, vorrà essere rappresentanza dei diritti e delle istanze di coloro che parteciperanno ad eleggerla e di tutti i credenti che riconosceranno nei suoi principi e nella sua prassi la ricerca del bene, nella pace e nel dialogo costante con l’insieme della società italiana, di cui si sente parte. L’Assemblea Costituente Islamica in Italia, farà formale richiesta d’Intesa alla Presidenza del Consiglio e in concorso fraterno con le altre rappresentanze dei musulmani, variamente costituitesi, opererà politicamente per iniziare il percorso di legge».

La lenta ma progressiva avanzata politica dell’Islam italiano all’interno delle nostre istituzioni avviene gli stessi giorni in cui in Olanda il partito definito «antirazzista» Denk è entrato in Parlamento con tre deputati e il 2,1% dei consensi. Giampaolo Rossi sul Il Giornale ha delineato un interessante e allarmante quadro dell’attuale penetrazione all’interno delle istituzioni democratiche europee di forze politiche di matrice islamica che grazie al progressivo mutamento demografico in atto e al pianificato incessante processo di immigrazione stanno inesorabilmente cambiando il volto delle città europee ed acquisendo ogni giorno di più consensi e rappresentanza.

A questo proposito, Denk, fondato nel 2015 da Tunahan Kuzu e Selçuk Özturk, due deputati turco-olandesi, fuoriusciti dal Partito Laburista, dietro ad un programma politico all’apparenza innocuo, fedele ai dettami politically correct dell’odierno paradigma multiculturale, cela obiettivi politici di ben altro tenore che mettono a nudo il nocciolo duro che si nasconde all’interno di questi partiti, veri e propri “cavalli di troia” del progetto di penetrazione islamica in Europa.

Come si legge nell’articolo Rossi infatti: «Denk vuole la parificazione delle scuole islamiche con quelle pubbliche olandesi, mantenendo alcune prerogative come la separazione dei sessi e l’insegnamento del Corano in arabo». «Denk vuole l’istituzione di un corpo di “Polizia del Razzismo” il cui compito è la repressione di qualsiasi frase o idea ritenuta offensiva per i musulmani, attraverso la creazione di un “Registro del razzismo” per monitorare i discorsi dei personaggi pubblici e affibbiare multe e percorsi rieducativi a chi non è conforme al pensiero unico». «Denk vuole la riduzione dei vincoli di riconoscimento dello status di rifugiato; l’aumento delle quote di accoglienza e maggiori risorse economiche per l’emergenza profughi; obblighi alle aziende di assumere quote fisse di immigrati (almeno un 10%) e la loro sistemazione logistica anche utilizzando le case vuote degli olandesi».

Giampaolo Rossi denuncia infine lo scellerato patto stretto dalla sinistra europea con l’Islam in cambio di un pugno di voti, riportando quanto scritto dall’Economist a riguardo qualche tempo fa: «In tutta Europa i musulmani ed in genere gli immigrati, tendono a votare per i partiti di sinistra; in alcuni casi con punte elevatissime come in Austria (68%) o in Francia dove il 93% dei musulmani alle ultime elezioni, ha votato il socialista Hollande».

Una pragmatica alleanza politica che oggi si scioglie, unilateralmente, di fronte al mutato contesto socio-politico. L’Islam non ha più bisogno dell’“utile idiota”, rappresentato dalla sinistra internazionale, ed inizia ad organizzarsi per conto suo, potendo finalmente fare affidamento sulle proprie forze, rappresentate dai milioni di musulmani oggi presenti, in quella che, ogni giorno di più, possiamo, a ragione, chiamare «Eurabia» secondo la profetica espressione coniata dalla scrittrice Bat Ye’or.

(Lupo Glori per http://www.corrispondenzaromana.it/lavanzata-politica-dellislam-in-italia-e-in-europa/ del 05 aprile 2017)

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