La prima denuncia degli errori progressisti

Lascia un commentoIn libreria

Intervista a Juan Gonzalo Larraín Campbell

Nel 75° anniversario di
«In difesa dell’Azione Cattolica»

La prima denuncia degli errori progressisti fu l’opera di Plinio Corrêa de Oliveira «In difesa dell’Azione Cattolica», pubblicata nel 1943.
Alle soglie del 75° anniversario, un suo discepolo lancia un libro che ne riassume dottrina ed efficacia strategica: Juan Gonzalo Larraín Campbell, «Plinio Corrêa de Oliveira denuncia sul nascere la rivoluzione progressista, nel libro “In difesa dell’Azione Cattolica”. Attualità, efficacia e influenza nella storia della Chiesa» (Artpress, San Paolo 2017, 525 pp.).
Membro della TFP cilena dagli anni Sessanta, Larraín Campbell risiede adesso a San Paolo del Brasile, dove lo abbiamo intervistato. (altro…)

Per non dimenticare: i saraceni in Italia

In libreria

 Sulle coste, soprattutto tirreniche e poi, nel centro-sud, il paesaggio italiano presenta tuttora alcune caratteristiche alle quali in genere non si fa caso ma che invece costituiscono un’indelebile testimonianza di un lungo e sanguinoso passato del quale si è persa la memoria. Si tratta delle torri a mare che costellano il litorale e dei numerosi paesi arroccati, in modo apparentemente incomprensibile, su ripidi pendii, ai quali si accede spesso solo attraverso una, ed una sola strada, incassata tra pareti altrettanto scoscese.

Non è però difficile, riflettendo un momento, ricordare che tutto questo, al pari, ad esempio, dei cognomi e delle varie alture che portano ancora il nome Saraceno, deriva dai quasi mille anni a partire dall’800, in cui l’Italia centro-meridionale e le isole furono oggetto delle razzie dei pirati musulmani ed, in qualche caso, come la Sicilia e certe zone della Puglia, caddero addirittura sotto la dominazione islamica.

Se, fino ad alcuni decenni orsono, ricordare tali vicende storiche poteva anche aver perso interesse stante il declino della civiltà musulmana, oggi, che il prepotente risveglio dell’islam suggerirebbe magari una loro rivisitazione, è il political correct che provvede a mantenere l’oblio tacciando di islamofobia ogni ingombrante ricordo di certi fatti.

*****

Rinaldo Panetta – I SARACENI IN ITALIA – Ugo Mursia Editore – Milano – 2016 – pag. 302 – €.17,00.

 

È dunque non poco merito di Rinaldo Panetta, già ufficiale durante la 2° guerra mondiale poi, dedito a studi di storia militare, l’essersi dato cura di reperire in archivi, storie locali e testi antichi, tutti pressoché introvabili, le tracce di un vistosissimo fenomeno che ha terrorizzato per secoli le popolazioni rivierasche – e non solo- della nostra nazione. Un fenomeno che le ha costrette ad erigere strumenti di avvistamento e difesa (le torri a mare) e spesso, ad abbandonare le coste per ricostruire gli abitati in luoghi alti ed inaccessibili, più facili però a difendersi.

Partendo dalle coste delle attuali Algeria e Tunisia e, fintantoché fu loro soggetta, anche dalla Sicilia, le navi saracene si spinsero per secoli, con metodica continuità, lungo la penisola attratte dalle ricchezze del paese e dalla possibilità di far razzia di schiavi destinati ad una sorte ancor più terribile di quella di coloro che invece, per essere vecchi o malati o infanti, erano di regola uccisi.

Nelle sue fitte pagine – peraltro ben leggibili- il libro di Panetta presenta così una serie pressoché infinita di episodi che sono poi solo una minima parte di quelli realmente accaduti; tutti, sempre apparentemente uguali: assedi, eccidi, razzie di beni e persone destinate ai mercati nord-africani per soddisfare (le donne ed i giovinetti) anche le voglie più libidinose dei ricchi ‘credenti’.

Mentre dunque si costruivano cattedrali o scrivevano Dante e Petrarca, un po’ tutta l’Italia peninsulare e costiera visse invece nel terrore degli sbarchi improvvisi, sempre pronta a chiudersi in lunghi assedi nella speranza di aiuti che spesso non arrivavano o arrivavano tardi o in modo insufficiente.
Non è neanche un caso, ad esempio, che in larghe zone del sud manchino abitazioni in campagna; le famiglie preferivano infatti, compiere ogni giorno lunghi tratti a piedi per recarsi alle terre (a costo di evidenti diseconomie) pur di non rischiare di divenire preda delle temutissime incursioni notturne dei saraceni che si spingevano anche nell’entroterra.

*****

Ma i meriti dell’autore del libro non si fermano qui. Da buon militare che, ogni tanto, non disdegna qualche avvincente descrizione di battaglie, Panetta non omette neanche, in pur veloci passaggi, di ricordare i motivi di fondo che ispiravano i comportamenti degli aggressori riuscendo così anche a dare un contributo di non poco conto per smontare molti luoghi comuni.
Eccone alcuni.

Primo e principale, non si trattò solo di imprese banditesche. Infatti, i proventi delle razzie costituivano regolari fonti di entrata degli emiri cioè – diremmo oggi- degli stati musulmani che facevano da copertura alle imprese piratesche, riservandosi regolarmente una parte del bottino.
Ma, il movente fondamentale forse non era neanche questo bensì la volontà di colpire gli infedeli (cioè i cristiani) e, non a caso, proprio nella penisola sede di Roma e dunque della città del Pontefice.
Non si deve dimenticare che lo stesso Profeta diede inizio all’espansione della nuova religione con razzie di carovane e successiva sottomissione delle vittime pena la loro eliminazione fisica.

Non meno interessante è poi il confronto che emerge tra le popolazioni cristiane: laboriose, capaci di coltivare le terre e di operare artigianalmente insomma, di produrre ricchezza e le genti dell’islam invece, prevalentemente dedite a vivere delle ricchezze prodotte da altri (la storia dei nostri giorni non mostra, in fin dei conti, nulla di diverso).
Fu del resto nei secoli della dominazione musulmana che il nord-africa passò dal costituire il granaio e il fiore all’occhiello dell’impero romano allo stato attuale.

Spicca quindi il ben diverso trattamento che era riservato al nemico. ai cristiani catturati era riservata una vita da schiavi dediti ai lavori forzati o, se si trattava di giovani donne, a riempire gli harem per essere poi lasciati, se vecchi o malati, a marcire nei cosiddetti “bagni di Barberia”: stanzoni fetidi pieni di ogni sporcizia con totale e voluto disprezzo di ogni pur minimo diritto umanitario.

Infine nell’ultima parte finale del libro, dedicata agli eventi dei secoli dopo il 1000, risplende la schiera dei religiosi (Trinitari e Mercedari) dediti in Europa alla raccolta di elemosine per il riscatto degli schiavi, spesso a rischio della vita; pronti anche, all’occorrenza, ad offrire se stessi come ostaggi per ottenere la liberazione di questi poveretti.

È dunque tutto un mondo dimenticato quello che emerge dalla lettura del libro; un mondo che fu pieno di enormi sofferenze ma anche di radiosi esempi di virtù e che ben ricorda come le persecuzioni non finirono con l’Editto di Milano dell’imperatore Costantino per riprendere nel XX secolo con la strage degli Armeni ed i milioni di vittime dell’ideologia comunista ma hanno accompagnato l’intera storia del cristianesimo anche in secoli e luoghi ai quali poco, in genere, si pone mente.

Andrea Gasperini

(altro…)

Vita di Simeone il nuovo teologo

In libreria

 Niceta Stetato – Vita di Simeone il nuovo teologo – Un grande mistico bizantino (Ed. Kolbe – Seriate (Bg) –2015 pp. 161 – s.i.p. corso Roma, 142 – 035.295029 –  info@centrograficostampa.it)

 La recensione del libro è l’occasione per presentare la collana nella quale esso si inserisce e, prima ancora, l’ambiente dove essa è nata, davvero inconsueto: l’Eremo della beata vergine del soccorso di Minucciano (Lu).

La provincia di Lucca infatti, oltre le assai note spiagge della Versilia ha un entroterra meno noto turisticamente ma paesaggisticamente assai più interessante. Si tratta della Garfagnana cioè dell’alta valle del fiume Serchio che scende fino a Lucca pressoché in parallelo alla costa tirrenica, incassato tra le Alpi Apuane e l’Appennino tosco-emiliano.

La valle, tuttora assai popolata e, fino ad anni recenti, molto attaccata alla fede, è stata per secoli cosparsa di Eremi alcuni dei quali spettacolari come quello rupestre di Calomini, sopra il paese di Gallicano nella media valle.

Risalendola in direzione nord, l’ultimo comune che si incontra, è appunto Minucciano dove, vicino al paese, fin dal 1500, si tramanda la devozione alla Madonna del soccorso della quale poco distante dal paese esiste una graziosa edicola la cui custodia è stata affidata ad eremiti, originari dei paesi vicini, succedutisi ininterrottamente, l’uno dopo l’altro, per oltre tre secoli; l’ultimo dei quali è morto nel 1982.

Al pari di quasi tutti gli altri della valle, l’Eremo sarebbe forse rimasto abbandonato se, subito dopo, non vi fossero stati indirizzati dall’allora vescovo di Massa, mons. Aldo Forzoni, due, allora giovani, lombardi (uno dei quali ordinato sacerdote pochi anni dopo). Essi adottarono la regola di san Romualdo, il fondatore del Monastero di Camaldoli sopra Arezzo e, a poco a poco, costituirono una fornitissima biblioteca di testi ascetici e diedero nuova vita alla Confraternita laicale che pure vi era stata eretta fin dal 1500 ma che si era nel tempo dissolta. Negli anni successivi l’Eremo di Minucciano è diventato un centro di spiritualità per l’intera zona e poi anche per molte persone di altre parti d’Italia. Anche il numero degli eremiti è nel tempo cresciuto ed oggi sono più di 6 ad affollare la piccola struttura. Molti altri vi si sono fermati per qualche tempo alla ricerca della propria vocazione passando per poi magari abbracciare in seguito altre esperienze di vita religiosa.

Intorno all’Eremo, si è anche raccolta una serie sempre più numerosa di amici che partecipano a vario titolo della sua spiritualità. Alcuni di essi, da pochi anni, hanno anche aperto a Castelnuovo di Garfagnana, il maggior centro della valle, un negozio di libri e di altri oggetti religiosi. Inoltre, grazie alle offerte ed alla disponibilità di alcuni volontari, è anche iniziata all’insegna Edizioni Kolbe, la ristampa di testi classici di spiritualità o, come si sarebbe detto fino a qualche decennio fa, di ascetica e mistica: un settore che certamente, da anni, non pare essere tra i più curati né dall’editoria cattolica né nell’ambito della formazione ecclesiale.

Finora, le Edizioni Kolbe hanno dato vita a tre collane denominate rispettivamente: Laboratorio della fede, La sapienza cristiana ed Oriente cristiano, nella quale si inserisce il testo che presentiamo. Priva di soverchie preoccupazioni commerciali, la picca casa editrice ha potuto infatti pubblicare testi che sarebbero stati scarsamente appetibili per una normale impresa del settore ed inoltre, data la non comune cultura in materia di spiritualità di alcuni degli eremiti, ha meritoriamente affiancato a classici magari già noti in campo cattolico anche  testi di spiritualità orientale appartenenti al mondo dell’Ortodossia perché, come ricordava Giovanni Paolo II, il cristianesimo respira con due polmoni: l’Occidente e l’Oriente.

****

In tale contesto, si inserisce anche la vita di Simone il Nuovo teologo (949-1022), senz’altro uno dei più significativi esponenti della spiritualità orientale tanto che Benedetto XVI, il 16.9.2009, ebbe a dedicargli interamente una delle sue catechesi sulla storia della Chiesa così ricordandolo: “ancora giovane, si trasferì a Costantinopoli per intraprendere gli studi ed entrare al servizio dell’imperatore. Ma si sentì poco attratto dalla carriera civile che gli si prospettava e, sotto l’influsso delle illuminazioni interiori che andava sperimentando, si mise alla ricerca di una persona che lo orientasse nel momento pieno di dubbi e di perplessità che stava vivendo, e che lo aiutasse a progredire nel cammino dell’unione con Dio. Trovò questa guida spirituale in Simeone il Pio (Eulabes), un semplice monaco del monastero di Studios, a Costantinopoli, che gli diede da leggere il trattato La legge spirituale di Marco il Monaco. In questo testo Simeone il Nuovo Teologo trovò un insegnamento che lo impressionò molto: “Se cerchi la guarigione spirituale – vi lesse – sii attento alla tua coscienza. Tutto ciò che essa ti dice fallo e troverai ciò che ti è utile”. Da quel momento – riferisce egli stesso – mai si coricò senza chiedersi se la coscienza non avesse qualche cosa da rimproverargli.

Simeone entrò nel monastero degli Studiti, dove, però, le sue esperienze mistiche e la sua straordinaria devozione verso il Padre spirituale gli causarono difficoltà. Si trasferì nel piccolo convento di San Mamas, sempre a Costantinopoli, del quale, dopo tre anni, divenne il capo, l’igumeno. Lì condusse un’intensa ricerca di unione spirituale con Cristo, che gli conferì grande autorità. E’ interessante notare che gli fu dato l’appellativo di “Nuovo Teologo”, nonostante la tradizione riservasse il titolo di “Teologo” a due personalità: all’evangelista Giovanni e a Gregorio di Nazianzo. Soffrì incomprensioni e l’esilio, ma fu riabilitato dal Patriarca di Costantinopoli, Sergio II. Simeone il Nuovo Teologo passò l’ultima fase della sua esistenza nel monastero di Santa Marina, dove scrisse gran parte delle sue opere, divenendo sempre più celebre per i suoi insegnamenti e per i suoi miracoli

Al suo discepolo, Niceta Stetato, si deve la raccolta dei suoi scritti ed anche questa biografia nella quale inutilmente si cercherebbero rigore cronachistico ed una puntuale identificazione degli ambienti in cui egli visse e dei contenuti delle sue opere.

Ma proprio perché la biografia presenta Simeone il Nuovo Teologo senza questi precisi riferimenti cui oggi siamo del tutto assuefatti, la sua figura finisce per elevarsi –un po’ come le immagini delle icone della tradizione orientale- in una sorta di dimensione senza tempo. Questo fa sì che il libro finisca per costituire ancor più che una lettura erudita, un valido sussidio per la formazione spirituale. La sua vicenda ne esce infatti, per così dire, universalizzata e l’attenzione del lettore cade così sulla sua singolare esperienza ascetica, il che aiuta non poco a comprendere il senso di quella dimensione contemplativa della religione cristiana che nell’Oriente si è forse conservata più intatta che non da noi.

È certamente grazie a questa moltitudine di monaci che hanno riempito per oltre 1500 anni centinaia di monasteri dai Balcani fino alla Mesopotamia ed agli Urali, spesso pagando con la vita la loro testimonianza, se, nel turbinio di guerre, invasioni islamiche e capovolgimenti politici che vi si sono succeduti fino ad oggi, il cristianesimo si è conservato in tutto il mondo orientale. Apparentemente isolati nelle loro meditazioni, nelle lunghissime ed accurate cerimonie liturgiche ed interminabili preghiere, essi hanno infatti costituito un incrollabile faro di luce per la fede delle popolazioni. Del resto, è grazie al monachesimo che anche in Occidente, nel crollo del mondo antico, si conservarono le basi per una rinascita civile e culturale. 

Leggendo con attenzione la vita di Simeone il Nuovo teologo, apparirà anche evidente come la sua esperienza ascetica non fosse affatto avulsa dal mondo che lo circondava ed invece vi si inserisse a pieno titolo sia quando egli partecipava alle controversie ecclesiali del suo tempo soffrendone le persecuzioni sia nell’ultima fase della sua vita, nel sostegno portato alla popolazione circostanti al momento della fondazione del monastero di Santa Marina sulle coste del Mar di Marmara.

 

Andrea Gasperini

(altro…)

La libertà dell’ordine

In libreria

 Gustave Thibon – La libertà dell’ordine – Un sentiero aperto per il ritorno – Fede & Cultura – Verona – 2015 pp. 127 – €. 12,00

di Andrea Gasperini

 

Nel 1972, un gruppo di giovani pisani, tra i quali il futuro docente di storia medievale Marco Tangheroni, spinse Giovanni Volpe, figlio dello storico Gioacchino Volpe e proprietario a Roma di una piccola casa editrice, a pubblicare una raccolta di brevi saggi, poco più che aforismi, del francese Gustave Thibon (1903-2001) dal titolo “Ritorno al reale-Nuove diagnosi”. Ad essa, l’anno, dopo seguì la pubblicazione dell’altra raccolta del medesimo autore dal titolo “Diagnosi-Saggio di fisiologia sociale[1].

In quegli anni di forte tensione politica, i due libri di Thibon poterono essere diffusi pressoché esclusivamente in ambienti che oggi diremmo ‘di nicchia’. In questo caso, si trattava di quella piccola -ma assai attenta culturalmente- parte del mondo cattolico che si opponeva alla deriva progressista postconciliare della Chiesa ed insieme, alla diffusione del marxismo nella società.

Dei due libri che l’autore aveva scritto negli anni ‘40, quei giovani ed altri in Italia, si servirono principalmente come testi di lettura nei loro incontri formativi. I brevi saggi di Thibon ben si prestavano infatti sia ad essere esauriti nello spazio di una riunione che a fornire argomento di riflessione e di discussione di gruppo.

Per comprendere il motivo di tale particolare interesse, servirà soffermarsi anzitutto sulla figura dell’autore. Thibon, nato da famiglia contadina del sud della Francia, aveva presto abbandonato le scuole (preferendo ad esse la terra: come ricorderà più volte in seguito) ma aveva ugualmente proseguito gli studi da autodidatta con molteplici letture impadronendosi delle lingue classiche e del pensiero di autori anche distanti tra loro; ad esempio, San Tommaso d’Aquino e Friedrich Nietzsche.

Intorno ai 25 anni, dopo l’esperienza della guerra ed il rientro definitivo a casa (dove, nel 1941, avrebbe ospitato anche la nota scrittrice ebrea Simone Weil), Thibon recuperò la fede cattolica e si dedicò allo scrivere coniugandolo però sempre con l’amore alla terra così da divenire il ‘filosofo contadino’.

La sua riflessione, affidata a numerosi saggi di vario argomento più d’uno dei quali (oltre a quelli indicati) tradotti nel tempo anche in italiano, non è però costituita da argomentazioni logico-deduttive da citazioni o dal diretto confronto con gli autori. Essa nasce piuttosto da un incessante chinarsi sulla realtà per coglierne il ritmo vitale e comprendere il senso delle singole cose senza pregiudizi ideologici. Né più né meno di come il contadino osserva instancabilmente il lento evolversi della natura sapendo che in essa non vi sono schemi geometrici da applicare o rigide soluzioni valide una volta per tutte ma che vi è invece un organismo vitale da accompagnare nella crescita riequilibrandone di volta in volta, ma sempre con estrema delicatezza, le immancabili deviazioni che incessantemente si presentano.

Questo vero e proprio ‘realismo della terra’ si traduce per Thibon in un modo di vedere l’uomo e la realtà sociale che, pur senza citarli ad ogni momento, fa sua la lezione politica dei classici: a cominciare dai greci (Aristotele) e dai romani (Cicerone e Seneca) sempre però filtrati attraverso San Tommaso d’Aquino. La società che Thibon analizza non è dunque una meccanica unione di individui tutti uguali cui imporre ricette ideologiche e dunque, leggi, cibi, vestiti, gusti identici in ogni luogo ed in ogni tempo. Come la terra, essa costituisce invece un insieme organico di persone (uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, sani e malati, bianchi e neri, fisicamente ed intellettualmente dotati ed altri che lo sono meno), ciascuno con la propria individualità e la propria dignità. Spetta dunque all’autorità politica aiutare ognuno (ed i più deboli certamente per primi) ad incarnare il proprio ruolo sapendo che la salute –non solo fisica- di ogni membro del corpo sociale è fondamentale per il benessere del’intero organismo. Ad ogni passaggio, Thibon ricorda che per la società non esistono soluzioni pre-confezionate, che i problemi non potranno mai essere risolti né le ingiustizie eliminate una volta per tutte; al pari di quanto avviene nell’individuo i cui mali non sempre possono essere eliminati del tutto e comunque, anche dopo esservi riusciti, è inevitabile che altri si presenteranno fino alla fine sempre nuovi. Da qui la diffidenza per le ideologie e per le grandi costruzioni burocratiche ed invece l’attenzione per tutte le concrete realtà sociali soprattutto quelle piccole (familiari, professionali, locali), ciascuna delle quali dev’essere preservata, amata, e quindi aiutata nella crescita perché è solo in esse che l’uomo, ogni uomo, può realizzare sé stesso.

Gli aforismi/brevi saggi di Thibon si occupano così di problemi quali il concetto di ordine, di libertà, del retto uso della proprietà, sempre evitando di volare nel regno delle utopie o auspicare piaceri a buon mercato o fare facile propaganda di diritti senza doveri. I rimedi che Thibon propone non sono così  le riforme, costose ed inutili, tanto care ai politici in cerca di voti quanto il recupero del senso comune delle cose, dell’equilibrio delle persone, dello spirito di sacrificio e del senso di responsabilità  di ciascuno: nulla dunque di più distante dai miti della modernità.

Il suo periodare è sempre leggero e facile e molti sono gli esempi ed i riferimenti al concreto vissuto che rendono per chiunque agevole la lettura.

È pertanto merito della casa editrice “Fede & cultura” e del Curatore l’avere, a distanza di oltre 40 anni da quelle vecchie edizioni “Volpe”, raccolto circa 30 brevi saggi di Thibon comparsi negli anni ’70 su varie riviste, per lo più di area francese. Essi hanno il non piccolo pregio di affrontare, con il particolare stile dell’autore, la società uscita dalla progressiva dissoluzione dei legami sociali prodotta dai sommovimenti del ’68 che ancora stiamo vivendo. Si tratta di questioni che certamente non potevano costituivano materia delle vecchie raccolte delle quali però costituiscono l’ideale prosecuzione, stimolando ancora un volta la riflessione non ideologica del lettore.

Andrea Gasperini 

    

 


[1] Sarebbero poi stati entrambi ristampati nel 2007, dall’editore milanese Effedieffe, in unico volume, con il titolo ‘Ritorno al reale

(altro…)

La Stampa.it – Un libro per riflettere sulla situazione della Chiesa

In libreria

La Stampa.it – 25-1-2013

E Satana si fece trino

Dedichiamo il blog di oggi a un libro difficile “E Satana si fece trino”, di un sacerdote, don Ariel Stefano Levi di Gualdo, in cui si parla impietosamente delle difficoltà della Chiesa cattolica. La brochure di presentazione, molto sentita, afferma che “In questo libro si parla al presente guardando al futuro. Le verità soppesate, spesso in toni di profezia, altre stuzzicando con l’ironia l’ irritabilità di chi “verità udir non vuole”, forse porteranno l’ Autore a mietere indifferenze nel presente, se tutto gli andrà bene […] la sua attualità l’avrà domani, secondo il destino dei profeti antichi e moderni, degli uomini che amano mossi da forti passioni, pronti a pagare qualsiasi prezzo per quella che, per questo prete inconsueto che ha sposato le grandi inconsuetudini della grazia di Dio, non è una vaga idea teologica, ma uno stile di vita nato dal suo grande miracolo della fede”.

MARCO TOSATTI

(altro…)

Il prezzo da pagare (per la conversione)

In libreria

Fadelle Joseph, Il prezzo da pagare, San Paolo 2011, pp. 216 – 18,00 euro

 

Sconto su: http://www.theseuslibri.it

 

(di Fabrizio Cannone) E’ difficile recensire, senza pathos, un libro che ha toccato nel profondo e altresì profondamente commosso centinaia di migliaia di lettori (Joseph Fadelle, Il prezzo da pagare, San Paolo, Cinisello Balsamo 2011, pp. 220, euro 18). Joseph Fadelle, nasce nel 1964 in Iraq, da una famiglia dell’alta aristocrazia sciita, notoriamente perseguitata dai sunniti, il gruppo maggioritario nell’Islam, e dal governo autocratico di Saddam Hussein. Il suo vero nome è Mohammed al-Sayyd al-Moussaoui e la sua famiglia “discende direttamente da quella del Profeta” (p. 14).

La storia della sua conversione al cattolicesimo, narrata nel libro, nasce da un incontro fortuito fatto in caserma dove lui svolgeva il servizio militare. Infatti fu mandato nella camerata con un cristiano di 44 anni, di nome Massoud. Ben presto una profonda amicizia nasce tra i due commilitoni. La cosa che più stupisce Mohammed è «la capacità di ascoltare» così «empatica e benevola» (p. 22) di Massoud. Tra letture, conversazioni, approfondimenti, piano piano Mohammed si rende conto di non accettare più tante cose dell’Islam.

Ma la conversione piena avverrà per Mohammed, come per certi Patriarchi del Vecchio Testamento, attraverso un sogno. Si trovava nel sogno misterioso presso un ruscello e aveva di fronte un uomo di straordinaria bellezza, che lo attraeva con il suo sguardo «di una dolcezza infinita» (p. 35). Quest’uomo, evidentemente Gesù di Nazareth, gli dice una sola frase che sarà per lui l’incipit dell’adesione definitiva alla fede cristiana: «Per attraversare il ruscello, hai bisogno del pane della vita» (p. 35). Quando il Nostro scoprirà, nel Vangelo di Giovanni, prestatogli dall’amico Massoud, che Gesù stesso usò quell’espressione, a lui ignota, avrà una certezza spirituale di essere sulla strada giusta.

Ma da qui iniziano i suoi dolori e si manifesta, con una crudeltà senza pari, il suo «prezzo da pagare» per abbandonare l’Islam e farsi cristiano-cattolico. Le prime croci arrivano dalla Chiesa locale la quale farà di tutto per dissuaderlo dal divenire cristiano! Queste pagine, sono forse le più dolorose del libro, e vanno ben meditate per capire fino a che punto, la “crisi della fede” di cui parla così spesso Benedetto XVI, sia diventata oramai qualcosa di profondamente radicato e di universale.

Un prelato, alla sua richiesta di battesimo, gli risponde, ribaltando l’esempio di Cristo che corre per una sola pecora da salvare (cfr. Mt. 18, 12-14), che: «Non si può sacrificare tutto il gregge per salvare una sola pecora…» ! (p. 52). Dopo che la famiglia lo persuade/obbliga a sposare una giovane mussulmana, da cui ha presto un figlio, inizia la carcerazione, per farlo tornare nell’Islam (cfr. pp. 94-110).

Passa oltre un anno in un penitenziario come sorvegliato speciale tra i criminali comuni. Dei dolori indicibili della prigionia, dovuta si badi bene, non al governo o ai “fondamentalisti”, ma alla propria famiglia, scrive così: «Se non avessi sperimentato la vita in cella non avrei mai potuto sprofondarmi in questo cuore-a-cuore con Gesù e il suo Spirito» (p. 105).

Quando esce dal penitenziario pesa soltanto 50 kg e la stessa moglie fa fatica a riconoscerlo. Nel 2000, dopo mille peripezie, fugge con la famiglia dall’Iraq e si rifugia in Giordania. Da lì, con l’aiuto di una suora coraggiosa, la definitiva fuga verso l’Europa. Il 15 agosto del 2000, festa dell’Assunzione di Maria, nell’Anno giubilare, arriva a Parigi dove si trasferisce con la moglie e i due figli, che nel frattempo hanno ricevuto il battesimo. Il racconto della sua storia, uscito in Francia nel 2010, è divenuto un best seller, e pare, ha prodotto nuove conversioni di islamici al cristianesimo.

 

(Fabrizio Cannone, per Corrispondenza Romana)

(altro…)

Case di Dio e Ospedali degli uomini

In libreria

Francesco Agnoli, Case di Dio e ospedali degli uomini, Edizioni Fede & Cultura , 2011, pp. 144, € 13,50

 

Sconto su: http://www.theseuslibri.it

 

 

PREFAZIONE. Faccio volentieri la prefazione a questo libro di Francesco Agnoli perché ha il merito di richiamare un fatto dimenticato gravemente dagli addetti ai lavori, dai pazienti attuali e da quelli futuri (cioè le persone sane), insomma da tutti: gli ospedali sono nati in epoca cristiana.

C’è un perché profondo in questo, che vale anche oggi. Prima di Cristo dominava la morte: la vita era breve, durissima e, quando veniva attaccata dalla malattia, senza speranza. C’era la medicina, ma la sua arte fondamentale, che la distingueva dalla ciarlataneria, era la prognosi. La competenza dei medici si vedeva soprattutto dalla loro esperienza su come la malattia e i pazienti andavano a finire.

L’impotenza era massima, le cure praticamente inesistenti e l’assistenza trascurabile. I malati cronici e contagiosi – come i lebbrosi – venivano allontanati dalle città e abbandonati a morire soli in luoghi isolati. I romani avevano costruito i valetudinari, ma questi erano soprattutto per i soldati, abbastanza forti da sopravvivere validamente alle ferite.

Ippocrate, già cinque secoli prima di Cristo, aveva strappato la medicina ai maghi e ai sacerdoti, facendola diventare da conoscenza occulta a osservazione razionale di processi naturali. Da uomo religioso quale era, aveva introdotto un giuramento, attraverso il quale i medici si facevano responsabili delle loro azioni davanti agli déi, rispettavano la vita come valore fondamentale, si impegnavano innanzitutto a non nuocere e a non fare quello di cui non erano capaci, a rispettare il segreto professionale e a essere solidali fra loro.

Tuttavia, la novità di Ippocrate e dei suoi discepoli – alcuni mettono in discussione addirittura che costui sia veramente esistito, ipotizzando che siano esistiti solo i suoi discepoli – lungo cinque secoli, non fu in grado di dare vita a veri e propri ospedali e, nemmeno, fu molto popolare in epoca classica… fino all’insorgere del Cristianesimo, che adottò il giuramento di Ippocrate e lo fece proprio!

La Resurrezione di Cristo introdusse un’attesa e una definitiva speranza. La morte non era più l’ultima parola sulla vita.

Quest’ultima era più forte, indomabile ed eterna, in ogni caso amata da Dio. Egli stesso, infatti, aveva mandato il suo Figlio a condividere il destino dell’uomo, la sua sofferenza, la sua domanda di salvezza, cui aveva trionfalmente risposto. Così la morte e la malattia potevano essere vissute, affrontate e rischiate per lo stesso amore con cui Cristo aveva amato noi. Era possibile la carità, l’amore gratuito per l’altro, non secondo la propria convenienza, ma per il suo destino. Assistere gli ammalati poteva significare morire per aver contratto un’infezione, che era la causa più frequente dell’invalidità. Però si incominciò a fare. Come evidenzia bene questo libro, furono i monaci a cominciare ad ospitare gli sfortunati – malati e poveri rappresentavano la stessa sofferenza e ingiustizia – lungo i secoli, soprattutto gli ammalati. La carità religiosa coinvolse la società civile, i laici, i politici e i ricchi che, donando quello che possedevano, cercavano di salvarsi l’anima. Prima i conventi e poi le città furono animate dalla carità cristiana. Gli ospedali divennero maggiori e specialistici, avviandosi ad essere le realtà che conosciamo oggi. Ma sempre la carità fu la molla della dedizione dei medici, degli infermieri, dei parenti e dei volontari. Gli ospedali non sono nati perché si sapesse curare, ma per assistere, per essere presenti vicino a chi soffre e chi muore.

L’assistenza, la pura e caritatevole assistenza, è stata per secoli l’incubatrice di un progresso medico che si è sviluppato, soprattutto recentemente, con la diagnostica, la chirurgia e la farmacologia.

Adesso sembra che non ci sia bisogno della carità, ma della scienza e del diritto di operatori e di ammalati. Non è così. La stragrande maggioranza degli abitanti del mondo sono poveri, si ammalano facilmente e vivono poco.

Senza la carità dei missionari starebbero ancora peggio. Solo quest’ultima fa da argine e scuote l’indifferenza dei ricchi. Questi vivono a lungo, ma gli ultimi anni della loro vita sono tormentati dalla malattia e dall’invalidità. Hanno bisogno di qualcuno che li assista oltre l’impotenza delle medicine. Altrimenti, senza amore e senza speranza, meglio morire. Le aspirazioni all’eutanasia attiva sono una pietra tombale per i rapporti umani. La stessa medicina, salvando le vite, conserva invalidità gravi che hanno bisogno di un’assistenza diuturna e che solo in un’assistenza così possono trovare la speranza di valutazioni e rimedi più efficaci. Infine, non si può curare e assistere guardando l’orologio, tutti abbiamo bisogno di un minuto in più; un minuto nel quale il rapporto tra malato, medico e infermiere acquista significato, diventa fattore di speranza per sé e per tutti.

In fondo gli ospedali di oggi, per essere veramente tali, cioè corrispondenti al bisogno di chi vi cerca ricovero, necessitano dello stesso impeto degli ospedali di una volta. La medicina moderna guarisce ma, curando meglio, produce essa stessa ammalati e invalidi cronici. Malattia e morte possono venire nascoste sotto lo scintillio delle apparecchiature e delle tecniche più sofisticate, ma non per questo sono meno gravi e drammatiche. Tutti ci siamo passati, o magari indirettamente e sicuramente ci passeremo in modo diretto.

Malattia e morte sono il segno della radicale inadeguatezza dell’uomo a salvarsi. L’ospedale, rispondendo al bisogno di salute, deve rispondere a un bisogno che è di tutta la persona e non solo dei suoi meccanismi biologici. Altrimenti a che vale curare? "Lunga agonia è la vita", diceva Shakespeare.

 

Giancarlo Cesana

 

clicca su "Leggi tutto" per visionare il 1° capitolo…

(altro…)

Il Kattolico 3

In libreria

Rino Cammilleri, Il Kattolico 3, Gilgamesh ed. 2012, ISBN 978-88-97469-08-7, pp. 224, Euro 15,00

«Il Kattolico 3» è la terza raccolta degli articoli che Rino Cammilleri fa uscire da anni sull'omonima rubrica del mensile di apologetica «Il Timone».

 

Sconto su: http://www.theseuslibri.it

 

Quando inventai la sigla goliardica «il kattolico» ero giovane ed avevo ancora negli occhi le scritte, sui muri, dei rivoluzionari con la mutua e le ferie pagate: Craxi con la croce uncinata al posto della «x», Kossiga con la kappa e le «esse» tracciate a mo’ di SS.
L’uso della kappa in luogo della «c» dura faceva molto lingua tedesca, il tedesco faceva molto nazista e nazista (o fascista, era lo stesso) era chiunque si opponesse alla Rivoluzione.
Da qui la decisione di provocare mettendomela da solo, la kappa. Anche perché dava, come tutti i simboli, un’idea immediata e sintetica.
Il messaggio era: qui parla un cattolico tosto, di quelli che non porgono l’altra guancia (di Cristo, non la propria) e non hanno peli sulla lingua.
Del resto, la polemica è un genere letterario tra gli altri.

Per questo, cari lettori, eccovi la raccolta Il Kattolico 3, dopo Il Kattolico 1 (Piemme) e Il Kattolico 2 (Sugarco).
Per le ulteriori puntate dovrete abbonarvi al mensile «Il Timone».
A meno che non intendiate aspettare un Kattolico 4.
Buona lettura.

Rino Cammilleri

 

Rino Cammilleri, 60 anni, agrigentino. Ha al suo attivo una trentina di volumi pubblicati coi maggiori editori nazionali. Tra le opere più recenti, Il crocifisso del samurai (Rizzoli) e Dio è cattolico? (Lindau). Tiene rubriche su «Il Timone», «Il Giornale»

 

(altro…)

La destra e la sinistra

In libreria

Jean Madiran, La destra e la sinistra, Fede e Cultura 2012, pp. 96, Euro 10,50

 

Sconto su: http://www.theseuslibri.it

 

 

Prefazione di Francesco Agnoli

Quante volte, alla fine di una discussione sulla famiglia, l’aborto, l’attualità o altro, mi sono sentito dire, con tono inquisitorio, da un interlocutore accigliato e inorridito: «Ma tu, allora, sei di destra?».

Ogni volta mi sono trovato disarmato, incapace di comprendere l’importanza di una simile etichetta appiccicata, con rabbia e con un non velato senso di superiorità, all’avversario. Ogni volta ho risposto: «Non sono certamente di sinistra».

Una risposta breve, chiara che però appariva, anche a me, cresciuto come tutti nel dualismo categorico destra-sinistra, in qualche modo incompleta.

Dopo la lettura di questo saggio di Madiran, invece, mi sento sollevato. Come nota il grande scrittore francese, infatti, la destra altro non è che una invenzione, una prigione, un lazzaretto per lebbrosi, creato dalla sinistra per rinchiudervi tutti coloro che non sono omogenei al suo pensiero unico e dogmatico. Chi è di destra, lo decide la sinistra. La destra è un ghetto in cui la sinistra rinchiude, etichettandoli, gli avversari. Che saranno sempre "conservatori", "antidemocratici", "reazionari" eccetera, mentre a sinistra vi è il bene, sempre e comunque.

Non si chiamava "democratica", sino a pochi anni fa, la parte della Germania in cui vigeva una dittatura comunista? Così come si chiama ancora oggi "popolare" la Cina dittatoriale e comunista. Il Partito Comunista Italiano non è prontamente diventato PDS (Partito dei Democratici di Sinistra), appena caduto il muro di Berlino e si è vista quale fosse la "democrazia" di Germania dell’Est, Romania, Albania, URSS, eccetera? E non si chiama oggi PD, cioè "Partito Democratico", nonostante sia guidato ancora da chi è cresciuto inneggiando alla Russia "patria dei lavoratori", con la bandiera rossa in mano?

Loro, quelli che stanno a sinistra, sono la democrazia, il popolo, il progresso. Contro ogni verità rivelata e trascendente, possiedono ogni verità umana e immanente, conoscono ciò che è bene e ciò che è male, sebbene siano relativisti; condannano al paradiso o all’inferno, senza credere in Dio.

È un fatto storico. Inizia con la Rivoluzione Francese, madre di tutte le rivoluzioni: quella comunista, quella fascista, quella nazional-socialista.

Madiran, che è francese, lo sa molto bene. I maestri di tutto – esaltati da Lenin e dai rivoluzionari russi che cantavano la Marsigliese ed esaltavano la ghigliottina, ma anche da Mussolini, da Mao e da Pol Pot – sono i membri della sinistra rivoluzionaria francese: i "democratici" giacobini. Coloro che scriveranno, nella Costituzione del 1793, che tutti hanno diritto di voto e che il potere appartiene al popolo. Gli stessi che erano andati al potere, eliminando con la galera e la ghigliottina i loro vecchi compagni, i girondini, sino a poco prima seduti anch’essi a sinistra. Quelli che una volta ottenuto il potere e confezionata la Costituzione democratica, non la applicheranno mai, e perderanno il loro potere solo dopo aver ghigliottinato migliaia e migliaia di persone e dopo essersi uccisi tra di loro.

Robespierre è il padre di tutte le sinistre: lui, l’"incorruttibile", il "virtuoso", il moralista, che agisce per il bene del popolo, ma non attraverso il popolo; che forse neppure ha mai visto, come racconta qualche storico, quella ghigliottina che ha fatto funzionare senza tregua per mesi. Robespierre: colui che vuole portare la democrazia, passando per la dittatura. Sempre in nome della libertà, della eguaglianza, della fraternità. Lui che impone il prezzo massimo delle merci, distrugge l’economia francese e spinge un intero popolo a cercare nell’esercito e nella guerra l’unico modo per sopravvivere. Lui che consegna a Napoleone, giovane ufficiale giacobino, un popolo disperato, destinato a oltre vent’anni di guerra ininterrotta per esportare la "libertà" con le baionette.

È l’amico di Robespierre, il giacobino Danton, che, prima di essere mandato a morte dallo stesso Robespierre, gli fornisce gli strumenti: il tribunale rivoluzionario, cioè l’antenato dei tribunali del popolo sovietici, nazisti, cubani… e la "legge dei sospetti", quella per cui ogni cittadino è un potenziale nemico, un "controrivoluzionario di destra", anche se non lo sa o se, per paura, non lo ha mai detto neppure a sua moglie.

Chi studia la storia di questi ultimi due secoli e mezzo, si accorge, dunque, molto chiaramente di cosa intenda Madiran, quando allude alla capacità della sinistra di guidare il gioco "destra-sinistra", stabilendo lei dove piazzare personaggi e pedine. Decidendo spesso di mettere a destra persone che sino a qualche tempo prima accoglieva, nutriva, coccolava e scaldava nel suo seno.

"Stalin" ricorda Madiran "trovava ancora uomini di destra da fucilare anche all’interno del Partito Comunista", dopo più di vent’anni di comunismo. Le purghe staliniste, grandi e piccole, colpirono rivoluzionari della prima ora, da Troskij a Bucharin, passando per milioni di iscritti al Partito Comunista. Come aveva fatto Robespierre, eliminando Danton, Desmoulins, Hébert… e come avrebbero fatto Mao e i suoi successori in Cina, in una notte dei lunghi coltelli durata decenni.

E Mussolini, l’inventore del fascismo? Non era forse il brillante anarchico-socialista romagnolo, che Lenin aveva elogiato come l’unico vero rivoluzionario italiano, leader dei socialisti massimalisti italiani e direttore del quotidiano socialista l’"Avanti!"? Non era forse cresciuto leggendo e declamando Marx, Sorel e tutta la saggistica e la letteratura di sinistra? Non era forse l’amico del socialista irredentista trentino Cesare Battisti, che lo avrebbe introdotto all’interventismo nazionalista?

In verità, si potrebbe notare quanta somiglianza vi sia tra la statolatria comunista e quella fascista! Tra il Mussolini antidemocratico socialista, che predicava la chiusura del Parlamento, in nome della dittatura del proletariato, e il Mussolini fascista, circondato di ex socialisti come lui, da Farinacci a Bianchi, che delegittimò il Parlamento in nome della dittatura propria!

È un fatto storico innegabile che il fascismo e il nazionalsocialismo siano debitori, per molti versi, del socialismo; che la rivoluzione comunista venga prima di quella fascista e di quella nazista, non solo in ordine di tempo; che le guardie rosse vengano prima delle squadracce fasciste; che i gulag siano sorti prima dei lager e che i lager siano stati costruiti prendendo esempio dai gulag. Sono fatti storici la somiglianza tra il materialismo comunista e il materialismo biologico nazionalsocialista, come pure il patto von Ribbentrop-Molotov tra la Germania di Hitler e l’URSS di Stalin, che aprì la porta alla seconda guerra mondiale!

Anche la destra moderna, nazionalista e statalista, insomma, è un’invenzione, in buona parte, della sinistra: sia perché la sinistra spesso le ha fornito i capisaldi, sia perché sempre la sinistra ha poi stabilito dove piazzare chi. Per stare all’attualità italiana: non erano ardenti fascisti, prima di passare a sinistra, i Malaparte, gli Scalfari, i Bocca, i Fo?

Se la destra è allora un’invenzione della sinistra, in molti sensi, non rimane che riconoscere, con Madiran, che fuori della sinistra non vi è che il Cristianesimo. Fuori dal mondo salvato dall’Uomo, dall’Utopia, dal messianismo politico comunista o nazionalsocialista, dalla statolatria, dallo scientismo, dall’ecologismo eccetera, non vi è che l’uomo creato da Dio e salvato da Cristo.

Oltre la giustizia e l’eguaglianza imposte dall’alto, dallo Stato che prende il posto di Dio, non vi è che la rivoluzione "interiore e personale", la conversione dei cuori, la libertà cercata da Dante nel suo cammino spirituale. Fuori dalle religioni atee della politica, che ci hanno regalato campi di concentramento e guerre mondiali, non c’è un altro partito, un’altra rivoluzione, un altro Potere mondano, perché "la porta stretta del Cristianesimo è, sicuramente, di cercare dapprima il regno di Dio e la sua giustizia e il resto sarà donato in sovrappiù".

Buona lettura.

Francesco Agnoli

(altro…)