Nuovo e-Book gratis: Il socialismo, patologia millenaria dell’umanità

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Nel sito dal quale si possono scaricare gratuitamente buoni libri http://www.totustuus.es è disponibile un nuovo volume:

Il socialismo
patologia millenaria dell’umanità

È una raccolta di quattro saggi: del matematico russo I. Safarevic, del Beato prof. Giuseppe Toniolo, dell’apologista francese Auguste Nicolas, del contro-rivoluzionario G. Cantoni.

Si tratta rispettivamente di testi di epoche diverse:

  1. Passato e avvenire del socialismo (1981)
  2. Il socialismo nella storia della civiltà (1903)
  3. Del protestantesimo e di tutte le eresie in rapporto al socialismo (1859)
  4. La socialdemocrazia fabiana, new look dell’”opzione socialista” (1990)

Questi scritti sono oggi necessari più che mai, poiché ormai con il termine “socialismo” si designano spesso fenomeni completamente differenti: a) la teoria; b) un regime sociale esistente.

Tuttavia, gli elementi che rientrano nell’ideale socialista (abolizione della proprietà privata, della famiglia, della gerarchia, avversione per la religione) sono rimasti gli stessi per millenni e possono essere intesi come manifestazioni di un unico principio fondamentale: la repressione dell’individuo.

Si può pertanto interpretare il socialismo come una manifestazione dell’istinto d’autodistruzione dell’uomo – frutto dell’ostilità verso l’individualità – e della conseguente volontà di distruggere le forze che sostengono e rafforzano questa individualità: la religione, la cultura, la famiglia, la proprietà individuale.

Bologna: un parroco paterno, un educatore fermo

7 CommentiFede e ragione

Grazie al prete
che dice la verità ai nostri figli

di Alessandro Sallusti, Direttore de Il Giornale, del 10/11/2017

Don Lorenzo Guidotti è parroco in un quartiere di Bologna e da ieri al centro di un linciaggio politico e mediatico per avere scritto su Facebook parole dure sulla ragazzina che ha raccontato ai carabinieri di essersi svegliata seminuda, ancora ubriaca e derubata dopo essere stata violentata da un immigrato che aveva incontrato poco prima.

Quella del parroco («te la sei cercata») è un’omelia scorretta, ma è la stessa che ogni genitore dovrebbe fare ogni giorno ai propri figli.
E siccome ciò non avviene, o almeno non quanto dovrebbe, grazie a Dio un saggio prete vecchio stile ci riporta alla dura realtà.

Cosa avrebbe detto di così sconveniente don Lorenzo, attaccato al punto che ha dovuto scusarsi?
Vediamo. (altro…)

Avvenire: sempre più lontano dalla fede

1 CommentoFede e ragione

Dimenticati 1.500 anni di attacchi dell’islam all’Occidente
Spot allo “Ius Soli e “dimenticanza” dell’aborto

Già da diversi anni i dati Istat certificano il drammatico calo delle nascite nel nostro paese, tanto che il numero dei morti ha ormai superato quello dei nati.
Eppure, Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, sembra focalizzare l’attenzione sul problema demografico proprio ora, guarda caso nel bel mezzo del dibattito politico circa l’approvazione dello “Ius soli”.
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L’Opzione Benedetto spiegata dal suo autore

Fede e ragione

 L’Opzione Benedetto spiegata dal suo autore.
Intervista a Rod Dreher

«Noi cristiani dobbiamo essere il sale della terra, ma questo sale è diventato insipido.
Inutile sperare che siano i preti o i politici a salvarci.
Adesso tocca a noi muoverci»

Tutto cominciò nel 1969, quando il teologo Joseph Ratzinger così parlò:
«Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto.
Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi.
Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica.
A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili.
La sua vera crisi è appena incominciata.
Si deve fare i conti con grandi sommovimenti.
Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, ma la Chiesa della fede
».

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Protestantizzazione attraverso la corrosione…

Fede e ragione

MARTIN LUTERO – di A. Pellicciari: “Corrosione della Chiesa Cattolica mediante la protestantizzazione” (ed. Cantagalli)

http://www.edizionicantagalli.com/cgi-bin/catalogo/index_catalogue.pl Grazie al blog di Father Z  riportiamo un articolo di Andrea Gagliarducci, uscito su Vatican Monday del 04.01.2016 quale commento al nuovo libro di Angela Pellicciari, MARTIN LUTERO, sul pericoloso ed avanzato processo di corrosione della Chiesa Cattolica mediante una lenta e sorda protestantizzazione che sta mirando, ora come non mai, a destabilizzare il Ministero petrino e a deleggittimare il Magistero della Chiesa. 

Quall’articolo anti-americano de la Civiltà cattolica

Fede e ragione

 Quell’articolo strano, inquietante e antiamericano di La Civiltà Cattolica

 di Samuel Gregg

 L’antiamericanismo è vecchio quanto la Rivoluzione americana stessa (se non di più).
Gli Stati Uniti, come tutte le nazioni, hanno i loro difetti, ma sono loro ad attirare un’attenzione spropositata da parte del resto del mondo.
Questo dipende anche dall’importanza dei mass-media americani, dal fatto che le loro notizie arrivano in tutto il mondo e dallo status di superpotenza degli Stati Uniti.
Su scala globale, le scelte fatte dall’Argentina o dall’Italia, ad esempio, non sono importanti per gli affari internazionali quanto quelle degli Stati Uniti.

Alcune delle analisi più acute sugli Stati Uniti non sono state scritte da americani. Un’analisi esemplare è La democrazia in America (1835/1840) di Alexis de Tocqueville.
Eppure, nonostante la grande e intensa attenzione dedicata agli Stati Uniti, non è difficile trovare articoli scritti da non americani intelligenti che però riflettono gravi incomprensioni e a volte una palese ignoranza sulle correnti politiche, economiche e culturali che definiscono l’America.

Questo mi porta a pensare ad un articolo strano pubblicato recentemente in La Civiltà Cattolica: la rivista quindicinale gesuita italiana che gode di uno status quasi ufficiale, in quanto il Segretariato di Stato della Santa Sede esercita la supervisione sugli articoli pubblicati.
L’articolo a cui mi riferisco è: “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo”.
I suoi autori, Padre Antonio Spadaro, SJ (direttore di La Civiltà Cattolica)e il Pastore presbiteriano Marcelo Figueroa (direttore dell’edizione argentina dell’Osservatore Romano) esprimono diverse affermazioni su tendenze politiche e religiose specifiche degli Stati Uniti: affermazioni che, nella migliore delle ipotesi, sono inconsistenti e inesatte.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, l’analogia tra le prospettive teologiche di particolari filoni dell’evangelismo americano e l’ISIS.
Per quanto ne so, quelli che si definiscono fondamentalisti americani non distruggono 2000 anni di tesori architettonici, non decapitano i musulmani, non crocifiggono i cristiani mediorientali, non supportano una vile letteratura antisemita ne massacrano sacerdoti francesi ottantenni.
Un’altra tesi discutibile dell’articolo è che il Sacro Romano Impero sia stato costituito con l’intento di realizzare il Regno di Dio sulla terra.
Questa particolare analisi sarà vista come una novità dagli storici esperti di quella complicata entità politica che divenne, come dice il proverbio inglese, Sacra, romana e un impero.

Ci sono anche diversi legami tra lo scetticismo sul cambiamento climatico, la fede dei cristiani bianchi del sud degli Stati Uniti (commenti che se rivolti ad altri gruppi razziali sarebbero stati denunciati perché sconfina nel fanatismo) e i pensieri apocalittici di alcuni americani evangelici. In sostanza, si afferma che queste cose riflettono e aiutano ad alimentare una vista manichea del mondo da parte degli Stati Uniti.
Poi c’è la particolare associazione dell’articolo con l’eresia del "vangelo della prosperità" legata agli sforzi recenti per proteggere la libertà religiosa in America.

Senza dubbio, gli studiosi evangelici e altri esperti metteranno in evidenza i numerosi problemi riguardanti la comprensione della storia del cristianesimo evangelico e del fondamentalismo negli Stati Uniti.
Un mio amico agnostico, che è uno storico eminente dell’evangelismo americano in una prestigiosa università laica, mi ha detto che l’articolo mostra un’“ignoranza ridicola”.
Sospetto anche che il Pastore Figueroa e Padre Spadaro siano ignari, per esempio, dell’adesione di molti evangelici al diritto naturale negli ultimi decenni: qualcosa che, per definizione, immunizza ogni serio cristiano dalle tendenze fideiste.

Ma due particolari affermazioni degli autori richiedono una risposta più dettagliata.

Chi è un manicheo?
Come leggiamo nell’articolo, gli autori affermano che il fondamentalismo evangelicale ha fatto sì che l’America adottasse una comprensione manichea degli affari internazionali.
Essi sostengono, tuttavia, che Papa Francesco rifiuta ogni immagine di un mondo in cui si contrappongono il bene e il male assoluti.
Invece, dicono, il papa saggiamente riconosce che “alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere”.

Senza dubbio, il desiderio di potere motiva alcuni attori internazionali.
È altrettanto importante riconoscere che alcune idee – come marxismo, leninismo, jihadismo islamico o nazionalsocialismo – hanno spinto i movimenti transnazionali e gli stati-nazione ad agire in modo malvagio perché le idee stesse sono malvage.
Per gli americani (e per chiunque altro) riconoscere questo e chiamare queste cose con il loro nome non significa credere nel manicheismo.
Si tratta semplicemente di riconoscere che alcune idee sono veramente malvage e portano molte persone, persino nazioni, a compiere atti gravemente cattivi.

Non si può comprendere, per esempio, il regime populista che sta ora distruggendo il Venezuela, a meno che non ci rendiamo conto che la sua leadership e molti dei suoi sostenitori sono in parte motivati ​​da una visione profondamente conflittuale del mondo.
Questa visione deriva soprattutto e direttamente da Marx e Lenin (cosa che potrà dichiarare chiunque abbia ascoltato una delle brevi sfuriate televisive di tre ore di Hugo Chávez).
Vale la pena ricordare che quando il presidente Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero malvagio” nel 1983, milioni di persone al di là dalla Cortina di Ferro hanno immediatamente compreso quello di cui parlava.
Sapevano che i sistemi in cui vivevano erano basati su idee malvage sulla natura dell’uomo e della società.

Inoltre, il fatto che alcuni americani descrivano (spesso accuratamente) regimi particolari come malvagi non significa che considerino gli Stati Uniti un Regno di Dio embrionale sulla terra.
Oggi, molti americani evangelici sono profondamente angosciati, per esempio, dallo status dell’élite e della cultura popolare negli Stati Uniti. E sottolineano subito questi fallimenti, anche quando tali debolezze si manifestano nei loro ranghi.
Ciò dovrebbe far riflettere molti europei e latinoamericani prima di dire che milioni di cristiani negli Stati Uniti hanno una visione manichea del mondo. 

Ecumenismo, evangelici e cattolici
Una seconda tesi problematica che caratterizza l’articolo di Spadaro-Figueroa che richiede maggiore attenzione è la sua definizione del rapporto tra molti cattolici ed evangelici negli Stati Uniti: un rapporto su cui il sacerdote e il pastore hanno chiaramente delle riserve.

Padre Spadaro e il Pastore Figueroa osservano correttamente che molti cattolici e evangelici hanno riconosciuto di aver avuto, negli ultimi decenni, obbiettivi comuni per quanto riguarda “aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’educazione religiosa nelle scuole e altre questioni considerate genericamente morali o legate ai valori”.
Aggiungono che “sia gli evangelicali sia i cattolici integralisti condannano l’ecumenismo tradizionale, e tuttavia promuovono un ecumenismo del conflitto che li unisce nel sogno nostalgico di uno Stato dai tratti teocratici”.

Da “Integralisti cattolici” possiamo sicuramente presumere che gli autori si riferiscano ai tanti cattolici americani (normalmente etichettati come “conservatori”) che hanno scelto di allearsi con gli evangelici per difendere cose come la cultura della vita e la libertà religiosa da quella forma di secolarismo dottrinare dilagante sotto l’amministrazione Obama.
Ma la stragrande maggioranza di questi cattolici non sono “integralisti” per non parlare dei teocratici in attesa. Piuttosto il contrario. Né la maggioranza degli evangelici negli Stati Uniti spinge i programmi teocratici.

Se si esaminano, ad esempio, le dichiarazioni di vari studiosi e intellettuali coinvolti in movimenti come “Evangelicals and Catholics Together”, vediamo che non contengono nessuna aspirazione teocratica.
La discussione ecumenica tra coloro che si impegnano in questi sforzi ha portato nel tempo a risultati positivi con chiarimenti dei punti comuni, rimozione di idee sbagliate, individuazione di blocchi dottrinali reali e individuazione di aree in cui possono essere fatti insieme lavori pratici per promuovere il bene comune.
Ciò è in netto contrasto con i luoghi comuni e le assurdità che hanno da sempre caratterizzato la discussione ecumenica insieme al rapido declino delle confessioni protestanti che da tempo si sono allontanate dalle verità basilari cristiane sulla fede e la morale che la maggioranza degli evangelici continua ad affermare rigorosamente.

Inoltre, quando negli Stati Uniti i cristiani evangelici e i cattolici affermano che, ad esempio, gli esseri umani non ancora nati hanno diritto alle stesse protezioni dall’uso ingiusto della forza letale come qualsiasi altro essere umano o che la libertà religiosa è qualcosa in più di una semplice libertà di culto, o che i genitori hanno il diritto di insistere affinché i loro figli non debbano sorbirsi la sciocchezza della “teoria del gender” a scuola, tali argomenti sono sempre più trattati in termini appartenenti alla sfera pubblica.
I cattolici hanno una lunga tradizione su tali questioni. Eppure è anche un approccio che molti evangelici hanno iniziato ad adottare solo negli ultimi anni.

Questo non aggiunge nulla al discorso dell’imposizione della teocrazia o alla pretesa di privilegi speciali, per non parlare dei tentativi di facilitare accordi tra Stato e Chiesa o qualche tipo di nazionalismo americano evangelico/cattolico.
Contrariamente alle affermazioni di Padre Spadaro e del Pastore Figueroa, questa non è “una diretta sfida virtuale alla laicità dello Stato”.
Si tratta di affermare che le verità che tutte le persone possono conoscere attraverso la ragione naturale possono anche essere legittimamente riconosciute in società pluralistiche come gli Stati Uniti.
Inoltre, affermare così tali verità aiuta anche a facilitare la libertà e l’autentico pluralismo negli Stati Uniti (contrariamente all’ideologia della “diversità”).
Queste verità aiutano anche a proteggere i non cristiani e i non credenti, così come un qualsiasi altro americano, dalla coercizione ingiusta.

Un problema di attendibilità
Se l’articolo di La Civiltà Cattolica riflettesse semplicemente le opinioni di un qualsiasi prete cattolico occidentale e di un ministro argentino presbiteriano, pochi sarebbero preoccupati per il suo contenuto.
Ma gli articoli di La Civiltà Cattolica sono controllati dal Segretariato di Stato della Santa Sede.
Quindi, è curioso che chiunque abbia approvato l’articolo (supponendo che fosse stato correttamente verificato) presso la Segreteria di Stato non abbia preso in considerazione la mescolanza fatta dagli autori su questioni indirettamente collegate, o sollevato questioni sul tono emotivista dell’articolo, o notato che Padre Spadaro e il Pastore Figueroa hanno una conoscenza amatoriale della storia religiosa degli Stati Uniti e dei punti più importanti della politica americana.
Se è vero che la bandierina rossa non è stata alzata – o è stata ignorata – allora tutti i cattolici, americani e non, hanno ragione di preoccuparsi.
Non è semplicemente nell’interesse della Chiesa universale sviluppare o incoraggiare visioni generalmente false sugli Stati Uniti o sull’Anglosfera.

Tutte le persone, tra cui il papa e i suoi consiglieri, sono libere di avere le proprie opinioni sulle diverse nazioni e comportamenti internazionali.
Nessuno si aspetta che il vescovo di Roma sia acritico verso gli Stati Uniti o qualunque altro Paese.
C’è molto da criticare sugli Stati Uniti, proprio come sull’Argentina (fallimenti in materia economica, invidia sempre presente e idolatria della persona, incoraggiate dal veleno del peronismo) o sull’Italia (corruzione e clientelismo dilagante nella sua cultura politica ed economica a cui i funzionari vaticani e gli ecclesiastici italiani non hanno, purtroppo, dimostrato di essere immuni).

Tuttavia, lo sviluppo di tali opinioni dovrebbe essere accompagnato da un’attenta riflessione, informazioni dettagliate e una comprensione accurata della storia e dello sviluppo di un paese.
Purtroppo, tutto questo manca nell’articolo Spadaro-Figueroa ed è evidente.
Ma il danno maggiore lo subisce l’attendibilità della Santa Sede nel suo contributo sulla sfera internazionale. E nessuno trae beneficio da questo, meno di tutti Papa Francesco.

 

NOTE: L’articolo originale On that strange, disturbing, and anti-American “Civiltà Cattolica” article è stato pubblicato su The Catholic World Report il 14 luglio 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.

Samuel Gregg

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Messori: (islam) dialoganti sognatori

Fede e ragione

 Vittorio Messori, da: Il Timone (http://www.iltimone.org/it_IT/home/t-shop/abbonati), agosto 2017.

 ___

 Quando la finiremo di illuderci, ripetendo  ossessivamente il mantra del “dialogo”, sempre e comunque, per affrontare ogni problema, persino l’aggressività mortifera dell’islamismo?

Il dialogo, tra l’altro, presuppone che ciascuno dei dialoganti metta sul tavolo, con chiarezza, le sue ragioni.
Cosa impraticabile se si ha di fronte un musulmano: uno dei capisaldi del Corano stesso non solo della tradizione maomettana, è che ebrei e cristiani hanno manipolato le Sacre Scritture.

Soprattutto, per quanto riguarda i cristiani, eliminando le parole di Gesù, quando avrebbe annunciato la venuta dopo di Lui del “Sigillo dei profeti”, Muhammad.
Dunque, dicono, inutile perdere tempo con dei falsari.

Così, all’islamico, è addirittura proibito leggere la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento (difatti non sono tradotti in arabo), perché si rischierebbe di prestar fede alle menzogne dei devoti di Jahvé e di quelli di Gesù Cristo.
Ma allora: che dialogo ci si può aspettare da un interlocutore che ti considera a priori uno spacciatore di menzogne?

Eppure, qualche dialogante ad ogni costo (anche nelle alte gerarchie ecclesiali) non si rassegna a ricorda il rispetto con il quale il Corano parla di Isa, Gesù, e di sua madre Maryam.
Stanco di queste argomentazioni, un docente della Sorbona di Parigi, Roger Arnaldez, considerato il maggiore islamologo francese, ha deciso di esaminare ciò che dicono di Gesù non soltanto il Corano ma anche le migliaia di hadit, cioè di detti attribuiti a Muhammad dalla tradizione islamica.

Vediamo le sue conclusioni, dopo la lunga ricerca: «I cristiani rischiano di emozionarsi, venendo a conoscere i molti versetti coranici su Gesù e Maria. Ma non si lascino ingannare: tutti i commenti islamici, dagli inizi ad oggi, convergono nell’indicare Gesù, senza esitazione, come il penultimo profeta. E’ un Gesù che non ha nulla a che fare con il Personaggio dei Vangeli: è interamente musulmano e condanna duramente i cristiani che lo hanno scambiato per Figlio di Dio, ricordando che Allah è l’unico Dio e non ha di certo prole. Ogni dialogo, poi, è interdetto anche perché, per il credente musulmano, sul mondo deve regnare soltanto la legge di Allah, rivelata a Muhammad, e l’islam non riconosce, anzi giudica blasfeme, le parole liberatorie di Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”».

Cose, queste, che dovrebbero essere ben note ma che non fermano né fermeranno i dialoganti a ogni costo.
Liberi di sognare, ma la realtà non ha compassione per le intenzioni buone ma irrealistiche.

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Nuovo E-Book gratis: Dio accessibile a tutti

Fede e ragione

 P. Reginald Garrigou-Lagrange O.P.
  Dio accessibile a tutti  

 scaricabile gratuitamente da:
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=41

 Rigoroso discepolo degli insegnamenti di san Tommaso d’Aquino e per questo definito «tomista di stretta osservanza», ma anche un metafisico e allo stesso tempo un contemplativo come san Giovanni della Croce.
È Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964), il teologo domenicano conosciuto come il capostipite del tomismo romano e ricordato ancora oggi come uno dei grandi avversari della Nouvelle théologie impersonata da pensatori come Yves-Marie Congar, Henri de Lubac o Jean Daniélou.

Oggi, del “maestro dell’Angelicum”, (l’ateneo pontificio di Roma dove insegnò per più di mezzo secolo), rimane intatta e attuale la forza del suo pensiero, a cominciare da capolavori come Dieu, son existence et sa nature, De Revelatione, Le tre età della vita interiore, Perfezione cristiana e contemplazione, o di un testo giovanile del 1909, spesso citato e molto amato da Paolo VI, come Le sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques.
Réginald Garrigou-Lagrange incise così profondamente sulla teologia della prima metà del Novecento da essere definito da François Mauriac «il mostro sacro del tomismo».

Al secolo Gontran Marie, nasce in Guascogna il 21 febbraio del 1877 e nel 1897 deciderà di entrare nell’ordine dei frati predicatori (dopo aver abbandonato gli studi in medicina e una fidanzata). Studia filosofia alla Sorbona di Parigi e poi teologia alla famosa scuola belga Le Saulchoir: Garrigou-Lagrange si trova in perfetta sintonia con il magistero cattolico a cominciare dall’enciclica sulla riscoperta del tomismo di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) o quella di san Pio X che condanna il modernismo (Pascendi, 1907).

Diventa – direbbe uno dei suoi futuri più grandi estimatori, il cardinale Pietro Parente – un vero «campione della teologia»; i suoi modelli di riferimento sono i commentatori classici del tomismo: da Gaetano a Báñez, da Giovanni da san Tommaso a Billurat.

Ma è con l’approdo all’Angelicum di Roma (1909) e con la fondazione della cattedra di Ascetica e mistica (nel 1917, assieme al confratello Juan Arintero) che emerge il Garrigou-Lagrange più originale e innovativo, innamorato della spiritualità di san Tommaso e della mistica di Giovanni della Croce.
Nel 1926 tocca proprio a lui, in veste di consultore, dare il parere definitivo al titolo di Dottore delle Chiesa per il santo riformatore del Carmelo.
Garrigou-Lagrange sarà in grado di infondere la passione per la mistica e la contemplazione in un suo promettente allievo di dottorato: Karol Wojtyla (1948). Il futuro Giovanni Paolo II si laurea con il teologo discutendo una tesi sulla fede nelle opere di Giovanni della Croce; a padre Garrigou-Lagrange Wojtyla rimarrà sempre legato, ricordandolo pubblicamente, nel ventennale della morte, nel 1984, come un «compianto e amato maestro».

Gli anni che anticipano il Vaticano II vedono Garrigou-Lagrange simpatizzare per le tesi dell’Action française (poi sconfessata da Pio XI, a cui prontamente obbedirà), aderire al cattolicesimo di stampo franchista e allontanarsi da Maritain dopo la pubblicazione di Umanesimo integrale; sarà questo il periodo degli scontri teologici con Blondel, De Lubac (feroce sarà la sua critica a Surnaturel del 1946) o Chenu.
Amaro il suo commento a un articolo di Daniélou apparso su “Études” nel dopoguerra, in cui sosteneva «un ritorno alle dottrine patristiche come assai più vicine alla mentalità moderna» rispetto a san Tommaso.

Di fronte a tante critiche la sua replica (raccolta in via confidenziale dal suo discepolo Innocenzo Colosio) è ferma: «Io sono l’ultimo tomista; dopo di me il tomismo muore!».
Se per gli avversari è soltanto il «piccolo fonografo di san Tommaso», sono questi però gli anni dei grandi riconoscimenti: sarà uno degli estensori dell’enciclica di Pio XII Humani generis (1950) e papa Giovanni XXIII lo nomina perito della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II (1960), incarico che Garrigou-Lagrange, già dal 1955 consultore del Sant’Uffizio di Alfredo Ottaviani, non potrà accettare, per l’aggravarsi della sua salute: ma resterà sempre grato a papa Roncalli per quel «gesto di stima».

Rimangono fisse nella memoria di chi lo ha conosciuto le sue lezioni del sabato sera all’Angelicum, a cui accorrevano masse di studenti provenienti dagli altri atenei pontifici solo per ascoltarlo; o l’impronta lasciata su molti suoi allievi divenuti teologi di fama proprio durante il Vaticano II, come Michael Browne, Mario Luigi Ciappi (entrambi futuri cardinali) o Rosaire Gagnebet.
O ancora il suo proverbiale distacco dai beni materiali: per tutta la vita ha destinato l’intero stipendio da professore e i proventi dei diritti d’autore ai poveri e ai mendicanti che venivano a bussare alla porta della sua cella; proverbiale è anche la sua devozione per i bambini morti in concetto di santità, ai quali dedica parecchi saggi).
Ridotto da una malattia incurabile alla progressiva perdita della lucidità, dopo un soggiorno nel convento di Santa Sabina a Roma viene ricoverato alla clinica San Domenico in piazza Sassari; lì trova la forza per le sue estreme preghiere e per sperimentare, prima della morte il 15 febbraio 1964, la sua ultima «notte oscura» – come rivelò il domenicano Innocenzo Venchi – alla stregua del suo amato Giovanni della Croce.
(Filippo Rizzi, per Avvenire 2014)

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 P. Reginald Garrigou-Lagrange O.P.
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 Rigoroso discepolo degli insegnamenti di san Tommaso d’Aquino e per questo definito «tomista di stretta osservanza», ma anche un metafisico e allo stesso tempo un contemplativo come san Giovanni della Croce.
È Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964), il teologo domenicano conosciuto come il capostipite del tomismo romano e ricordato ancora oggi come uno dei grandi avversari della Nouvelle théologie impersonata da pensatori come Yves-Marie Congar, Henri de Lubac o Jean Daniélou.

Oggi, del “maestro dell’Angelicum”, (l’ateneo pontificio di Roma dove insegnò per più di mezzo secolo), rimane intatta e attuale la forza del suo pensiero, a cominciare da capolavori come Dieu, son existence et sa nature, De Revelatione, Le tre età della vita interiore, Perfezione cristiana e contemplazione, o di un testo giovanile del 1909, spesso citato e molto amato da Paolo VI, come Le sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques.
Réginald Garrigou-Lagrange incise così profondamente sulla teologia della prima metà del Novecento da essere definito da François Mauriac «il mostro sacro del tomismo».

Al secolo Gontran Marie, nasce in Guascogna il 21 febbraio del 1877 e nel 1897 deciderà di entrare nell’ordine dei frati predicatori (dopo aver abbandonato gli studi in medicina e una fidanzata). Studia filosofia alla Sorbona di Parigi e poi teologia alla famosa scuola belga Le Saulchoir: Garrigou-Lagrange si trova in perfetta sintonia con il magistero cattolico a cominciare dall’enciclica sulla riscoperta del tomismo di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) o quella di san Pio X che condanna il modernismo (Pascendi, 1907).

Diventa – direbbe uno dei suoi futuri più grandi estimatori, il cardinale Pietro Parente – un vero «campione della teologia»; i suoi modelli di riferimento sono i commentatori classici del tomismo: da Gaetano a Báñez, da Giovanni da san Tommaso a Billurat.

Ma è con l’approdo all’Angelicum di Roma (1909) e con la fondazione della cattedra di Ascetica e mistica (nel 1917, assieme al confratello Juan Arintero) che emerge il Garrigou-Lagrange più originale e innovativo, innamorato della spiritualità di san Tommaso e della mistica di Giovanni della Croce.
Nel 1926 tocca proprio a lui, in veste di consultore, dare il parere definitivo al titolo di Dottore delle Chiesa per il santo riformatore del Carmelo.
Garrigou-Lagrange sarà in grado di infondere la passione per la mistica e la contemplazione in un suo promettente allievo di dottorato: Karol Wojtyla (1948). Il futuro Giovanni Paolo II si laurea con il teologo discutendo una tesi sulla fede nelle opere di Giovanni della Croce; a padre Garrigou-Lagrange Wojtyla rimarrà sempre legato, ricordandolo pubblicamente, nel ventennale della morte, nel 1984, come un «compianto e amato maestro».

Gli anni che anticipano il Vaticano II vedono Garrigou-Lagrange simpatizzare per le tesi dell’Action française (poi sconfessata da Pio XI, a cui prontamente obbedirà), aderire al cattolicesimo di stampo franchista e allontanarsi da Maritain dopo la pubblicazione di Umanesimo integrale; sarà questo il periodo degli scontri teologici con Blondel, De Lubac (feroce sarà la sua critica a Surnaturel del 1946) o Chenu.
Amaro il suo commento a un articolo di Daniélou apparso su “Études” nel dopoguerra, in cui sosteneva «un ritorno alle dottrine patristiche come assai più vicine alla mentalità moderna» rispetto a san Tommaso.

Di fronte a tante critiche la sua replica (raccolta in via confidenziale dal suo discepolo Innocenzo Colosio) è ferma: «Io sono l’ultimo tomista; dopo di me il tomismo muore!».
Se per gli avversari è soltanto il «piccolo fonografo di san Tommaso», sono questi però gli anni dei grandi riconoscimenti: sarà uno degli estensori dell’enciclica di Pio XII Humani generis (1950) e papa Giovanni XXIII lo nomina perito della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II (1960), incarico che Garrigou-Lagrange, già dal 1955 consultore del Sant’Uffizio di Alfredo Ottaviani, non potrà accettare, per l’aggravarsi della sua salute: ma resterà sempre grato a papa Roncalli per quel «gesto di stima».

Rimangono fisse nella memoria di chi lo ha conosciuto le sue lezioni del sabato sera all’Angelicum, a cui accorrevano masse di studenti provenienti dagli altri atenei pontifici solo per ascoltarlo; o l’impronta lasciata su molti suoi allievi divenuti teologi di fama proprio durante il Vaticano II, come Michael Browne, Mario Luigi Ciappi (entrambi futuri cardinali) o Rosaire Gagnebet.
O ancora il suo proverbiale distacco dai beni materiali: per tutta la vita ha destinato l’intero stipendio da professore e i proventi dei diritti d’autore ai poveri e ai mendicanti che venivano a bussare alla porta della sua cella; proverbiale è anche la sua devozione per i bambini morti in concetto di santità, ai quali dedica parecchi saggi).
Ridotto da una malattia incurabile alla progressiva perdita della lucidità, dopo un soggiorno nel convento di Santa Sabina a Roma viene ricoverato alla clinica San Domenico in piazza Sassari; lì trova la forza per le sue estreme preghiere e per sperimentare, prima della morte il 15 febbraio 1964, la sua ultima «notte oscura» – come rivelò il domenicano Innocenzo Venchi – alla stregua del suo amato Giovanni della Croce.
(Filippo Rizzi, per Avvenire 2014)

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Uomini: cavalieri del terzo millennio?

Fede e ragione

 Roberto Marchesini –  Codice cavalleresco per l’uomo del terzo millennio  (Sugarco edizioni – Mi) – 2017 – pp. 115 – €.12,50)

Leggendo questo libro, viene spontaneo affiancare Roberto Marchesini che ne è l’autore a Costanza Miriano, entrambi tra i principali protagonisti del mondo family italiano.
Infatti, mentre quest’ultima, con le sue gags ampiamente diffuse nel web, nei libri ed in miriadi di incontri pubblici, va cercando di recuperare un’immagine della donna fuori dagli schemi che decenni di dominante femminismo le hanno cucito intorno, Marchesini svolge analoga funzione nei confronti della figura maschile.

Non meno della donna, anche l’uomo è stato mortalmente ferito da tale ideologia che si è venuta costruendo (quantomeno a partire dal saggio della Simone di Beauvoir – la compagna di una vita di Jean Paul Sartre – Il secondo sesso, scritto nel 1949) applicando i principi della dialettica marxista al rapporto tra i due sessi.
Il moderno femminismo ha infatti diffuso nell’opinione corrente l’idea che la diversità di ruoli tra i due sessi significhi sfruttamento della donna: né più né meno di come, secondo Marx, nella società capitalista, lo è la diversa posizione dell’imprenditore e del lavoratore subordinato.

Da qui, la necessaria affinità tra movimenti comunisti e femministi soprattutto dopo il ’68. Con estrema facilità, gli slogan e le rivendicazioni femministe hanno pertanto trovato, nei media e nei parlamenti il sostegno delle forze di sinistra ed insieme, l’acquiescenza, per conformismo o ignoranza, degli ambienti politici e religiosi che pure avrebbero dovuto opporsi.
Basti, a titolo di esempio, ricordare la superficiale esaltazione da parte dell’intero mondo cattolico italiano della c.d. riforma del diritto di famiglia del 1975 che sancì la scomparsa della potestà maritale della quale fu promotrice e relatrice di maggioranza la deputata democristiana, Maria Eletta Martini.
Questo avvenne nonostante il perfino inusualmente chiaro versetto di San Paolo (Efesini, 5,22), letto in tutte le messe nuziali: “le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, …”, versetto che si fece … finta non esistesse.

Ma non sono stati solo la D.C. o i media a far dilagare le tesi femministe. Si farebbe infatti torto alla Magistratura, non ricordandone il metodico lavoro di cui si deve, ad esempio, la massima secondo cui la donna che, invaghitasi di altro uomo, chiede la separazione, ha comunque diritto a rimanere ed esser mantenuta con i figli nella casa coniugale del  portandovi pure il nuovo compagno (spesso, alla fine, pur indirettamente, mantenuto anch’esso) e -si badi bene- potendo, di fatto almeno, impedire ogni contatto della prole con i suoceri se non anche con l’ex-marito. Né parziali rimedi degli ultimi anni hanno modificato granché il diritto vivente.

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Era necessario ricordare tutto questo per comprendere come, in fin dei conti, più che di affermazione della donna, l’affermazione del femminismo ha comportato la distruzione di quella cellula fondamentale della società che è la famiglia ed, insieme, anche della figura del padre e, con esso, della stessa immagine maschile.

Se poi si ricorda che l’altrettanto dilagante ideologia pacifista ha messo al bando qualsiasi modello conflittuale ed anzi, la stessa idea di sfida, di contrasto ecc. tanto che perfino l’uso di aggettivi come virile, maschile ha assunto connotati negativi, non è davvero difficile tirare le somme.

Esecrati i modelli maschili tradizionali, detronizzato l’uomo dalla funzione di capo della famiglia e ridotto in minoranza perfino in professioni che ne erano state per secoli appannaggio, costretto dalle quote rosa a doversi accontentare tutt’al più della parità numerica, esautorato da ogni potere perfino sulla decisione della donna di abortire un figlio che è anche suo, subissato da leggi a senso unico (ultimo: il femminicidio) e da un inusitato bombardamento mediatico, non è davvero un caso che il maschio abbia finito per perdere la propria identità.

Ci sarebbe semmai da chiedersi se tutto questo non ha influito su quello che sembra essere il visto aumento dei comportamenti omosessuali maschili.

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È in questo contesto di autentica débacle della figura maschile che, nel libro che presentiamo, Marchesini propone agli uomini il ritorno ad un Codice cavalleresco ove, per cavalleria, non intende certo la mera galanteria.

Quel che l’autore propone, con una forma semplice e scorrevole schiva da ogni pur minimo political correct, è infatti il recupero di quei valori di coraggio, sincerità, onore, lealtà, cortesia, franchezza ecc. che, per secoli, hanno contraddistinto l’uomo occidentale ed europeo e quindi, di fatto almeno, cristiano e che si possono riassumere con la parola cavalleria che compare nel titolo. Il cavaliere è infatti il personaggio “senza macchia e senza paura” che, messo da parte il proprio personale interesse, opera per il bene solo perché è giusto compierlo e non per l’utilità che può derivargliene.

Il cavaliere è anche colui che rimane fedele alla parola data e che si china sul debole anche a rischio di sé stesso e che, per tutto questo, non ha timore di affrontare conseguenze anche sgradevoli.
Di questo tipo di uomo, che nessun programma scolastico ministeriale più ricorda, Marchesini fornisce anche esempi a noi più vicini nel tempo pur se, in fin dei conti, il cavaliere medievale rimane sempre il tipo per eccellenza tramandato, nei secoli, dalla tradizione letteraria, artistica ed anche spirituale.

La cavalleria costituì infatti una componente religiosa di rilievo della società cristiana: basti pensare agli ordini militari religioso-cavallereschi di cui Templari e Cavalieri di Malta sono gli esempi più famosi e, per finire, a quella singolare fucina di santità che sono stati per secoli gli Esercizi spirituali secondo il metodo di sant’Ignazio di Loyola, dettati dai gesuiti a legioni di persone a partire dal 1500.
Su di essi, si è costruita, almeno fino alla metà del ‘900, l’élite, cioè la classe dirigente, laica e religiosa, del mondo cattolico. Ed è proprio il modello del cavaliere quello che il santo propone nelle meditazioni chiave (La chiamata del re temporale ed I due stendardi) che debbono spronare il cristiano a darsi tutto a Dio.

Attraverso di essi come pure attraverso l’arte, anche quando il Medioevo cristiano era finito da un pezzo, è dunque sul modello del vero cavaliere che si è costruito il modello del cristiano e pertanto anche la spiritualità dominante in gran parte della Chiesa cattolica. 

Poiché, da un lato, non è detto che questo non possa ripetersi e comunque perché le giovani generazioni non possono essere educate a lungo a forza di musica rap, tatuaggi e face-book, che gli spunti che si traggono dalla lettura del libro di Roberto Marchesini meritano di essere diffusi.

Andrea Gasperini

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