Card. Urosa sul Sinodo Amazzonico: un dialogo senza conversione?

Chiesa

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Riporto il testo delle osservazioni fatte dal cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas, Venezuela, sull’Instrumentum Laboris per il prossimo Sinodo dell’Amazzonia. Sono osservazioni molto puntuali, espresse in maniera garbata ma ferme. Il testo delle osservazioni è stato pubblicato sul National Catholic Register. Eccolo nella traduzione di Sabino Paciolla. 

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Il cardinale denuncia il socialismo, in particolare quello venezuelano, come principali responsabili dei mali dell’Amazzonia.

I documenti preparatori del Sinodo
– cadono ancora nella trappola del dialogo fine a sé stesso
– tacciono sull’indispensabile conversione delle persone e delle nazioni
– finendo così per proporre come modello una Chiesa tribale, senza dogma né diritto.

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Tra pochi giorni inizierà un Sinodo speciale per l’Amazzonia, indetto da Papa Francesco per studiare “Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale”.

Si tratta di un sinodo dedicato in modo particolare allo studio dei problemi della Chiesa in una particolare regione, l’Amazzonia, che comprende buona parte del Sud America. Tuttavia, avrà un’importanza particolare per la Chiesa universale perché il Papa, come anche coloro che hanno lavorato alla sua preparazione, intende che questo Sinodo abbia un’applicazione universale. Pertanto, questa assemblea sinodale influenzerà tutta la Chiesa e non solo i Paesi amazzonici. Tra questi, naturalmente, c’è il nostro Paese, il Venezuela.

Lo instrumentum laboris (IL), o documento di lavoro, è in circolazione da giugno. E in vista della metodologia dei sinodi, che usano questi documenti di lavoro come base per le discussioni sinodali, questo documento è di eccezionale importanza.

In questo caso più del solito, perché senza dubbio si tratta di un documento complicato e innovativo, con un contenuto insolito, anche piuttosto polemico, e che ha suscitato grandi dibattiti. È per questo motivo che mi sono assunto il compito di studiarlo per aiutare i Padri sinodali – pur evidenziandone i punti di forza – a porre rimedio alle sue debolezze.

Contenuto del documento

Il testo si compone di tre parti; la prima, intitolata “La voce dell’Amazzonia”, discute gli aspetti fondamentali della realtà sociale e culturale amazzonica. Il secondo si occupa principalmente di problemi ecologici e socioeconomici ed è intitolato “Ecologia integrale: Il grido della terra e dei poveri”. Il terzo presenta proposte di azione pastorale: “La Chiesa profetica in Amazzonia: Sfide e speranze”. Tuttavia, i diversi temi delle tre parti si mescolano insieme, il che crea ripetizioni, allunga inutilmente il testo e diminuisce la chiarezza dei concetti.

Copiosi nel testo sono i temi culturali, ecologici e socio-economici. Meno numerose, ma estremamente più importanti, sono le proposte di evangelizzazione e di azione pastorale.

Una corretta difesa dell’Amazzonia e dei popoli amazzonici

E’ senza dubbio lodevole cercare di affrontare la drammatica situazione dell’Amazzonia, oggi minacciata da interessi economici voraci e irrazionali. Uno dei meriti del documento è che include le esperienze, i problemi e le aspirazioni di molte persone, raccolte dai membri del REPAM (Rete ecclesiale di Panamazonia), in preparazione di questo Sinodo.

Il documento di lavoro articola, quindi, la grave situazione, sia ecologica che socio-economica, che il territorio e i popoli dell’Amazzonia stanno soffrendo. Come vescovo venezuelano, sostengo la denuncia e il rifiuto che l’Instrumentum laboris esprime nei confronti di ogni violenza contro i popoli e la terra amazzonica.

L’Amazzonia venezuelana soffre ai nostri tempi questa grave situazione di sfruttamento. Concretamente, il nostro attuale governo [socialista, NdR] ha promosso un aggressivo e disordinato sfruttamento minerario nell’Arco Minero, o Mezzaluna Mineraria, nella nostra regione amazzonica venezuelana, a sud del fiume Orinoco. Grazie a Dio, questo documento sottolinea e denuncia, giustamente e correttamente, la gravità dei crimini commessi contro i popoli amazzonici, in particolare contro i popoli indigeni, che il testo identifica come “popoli originari”.

La violenza dell’ambizione umana ha trasformato l’Amazzonia in un’area di “allontanamento e sterminio di popoli, culture e generazioni” (23). Questa aggressione richiede, e in tutta giustizia esige, la difesa della vita, della terra e delle risorse naturali, come pure della cultura e dell’organizzazione sociale dei popoli (17). In questa opera la Chiesa in Amazzonia ha agito con energia e – come afferma giustamente il documento – deve certamente continuare a farlo.

Sosteniamo pienamente, quindi, questa accusa e condanniamo ogni ingiustizia. Dobbiamo essere d’accordo con la difesa dei popoli amazzonici, dell’ambiente naturale e nella sua affermazione dell’obbligo della Chiesa di accompagnare e proteggere i popoli oppressi.

La bellezza dell’Amazzonia e un’antropologia idealista

Un’osservazione speciale: L’Instrumentum laboris sembra pensare che tutta la popolazione amazzonica sia indigena, indiana o “originaria”. In Venezuela questo è vero solo nei vicariati apostolici, non nelle diocesi istituite nella nostra regione amazzonica, dove la maggioranza della popolazione è criollos, cioè bianchi o meticci venezuelani, o afro-venezuelani, e non indigeni.

Un aspetto piuttosto impressionante del testo è la descrizione ottimistica e laudativa, quasi utopica, dell’Amazzonia e dei suoi popoli indigeni. Il territorio si presenta essenzialmente come una sorta di paradiso terrestre di bellezza illimitata (IL, 22) “pieno di vita e di saggezza” (5), dove il popolo amazzonico – specialmente gli indigeni – cerca “la vita buona”, che è quella di vivere in armonia con se stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’”essere supremo” (11).

Il testo parla anche della natura come “Madre Terra” (con lettere maiuscole ….) quasi come se fosse una persona (44). Il documento loda la sapienza ancestrale dei popoli amazzonici, che si manifesta nella cura della Terra, dell’acqua e della foresta…. e propone di sviluppare con loro mezzi di evangelizzazione in dialogo, in cui si manifestino i semi del Verbo (29). Anche: “La diversità originale che la regione amazzonica offre – biologicamente, religiosamente e culturalmente – evoca una nuova Pentecoste” (30).

Ora: Perché una diversità originale dovrebbe favorire questa “nuova Pentecoste”? Dobbiamo studiare a fondo il significato di queste frasi che, in prima lettura, sembrano confuse ed esagerate.

Abbastanza romantica è anche la descrizione dei nativi amazzonici come esseri eccezionali, che vivono in armonia con la natura e l’”essere supremo”, e che sarebbero la personificazione dell’utopico “Nobile Selvaggio”: virtuoso, gentile, innocente e confidente. Avrebbe una saggezza in cui troveremmo i semi della Parola.

Questa è una visione antropologica molto ottimistica, ma, tuttavia, è lontana dall’antropologia cattolica molto realistica, con la sua visione biblica e cristiana dell’uomo, sicuramente immagine e somiglianza di Dio, ma ferita dal peccato e bisognosa di redenzione.

Sarebbe per questo che si dice così poco sul bisogno di salvezza e di redenzione? Né sull’esigenza di compiere un intenso sforzo per rafforzare l’azione pastorale e chiaramente evangelica della Chiesa in Amazzonia, come se Cristo non fosse necessario e fosse sufficiente l’armonia con la natura? Questa è una debolezza che il Sinodo deve correggere.

Una nuova rivelazione?

Il testo parla anche del grido di giustizia della terra amazzonica e presenta questa regione, ancora una volta quasi personalizzata, come “luogo teologico, dove si vive la fede e che sarebbe una fonte particolare della rivelazione di Dio” (18 e 19).
Qui troviamo un altro punto problematico dell’IL, uno per una discussione seria, perché assegna ad un particolare territorio e alla lotta per la giustizia la categoria di “una particolare fonte di rivelazione”. O sono la fonte di una nuova rivelazione?

Dobbiamo tenere presente che la parola “rivelazione” nel magistero della Chiesa e nella teologia in generale è molto concreta e specifica. Significa la comunicazione, rivelazione e manifestazione che Dio ha fatto di se stesso all’umanità attraverso Gesù Cristo. Questo è molto chiaro nel documento Dei Verbum, riguardante la rivelazione divina, del Concilio Vaticano II (DV, 2). Sappiamo che la rivelazione completa è già avvenuta in Gesù Cristo, e nessun documento ufficiale può usare un linguaggio ambiguo che possa oscurare quella realtà teologica e dottrinale.

Il minimo che possiamo dire è che si tratta di un linguaggio inadeguato e impreciso, che dovrebbe essere sempre evitato in un testo ufficiale.
Potremmo parlare semplicemente di una sorta di “manifestazione di Dio”. Una delle debolezze del testo è proprio il suo linguaggio astruso, equivoco e vago. Sarà necessario usare maggiore chiarezza concettuale e rigore e precisione teologica e dottrinale durante il Sinodo attuale.

Dialogo e evangelizzazione

I paragrafi finali della prima parte dello instrumentum laboris affrontano il tema del dialogo e dell’evangelizzazione. Certamente l’affermazione della necessità del dialogo per evangelizzare è del tutto corretta. Nostro Signore Gesù Cristo ha parlato con la donna samaritana. E così dovremmo fare oggi (37).

Ma il documento fa affermazioni che sembrano romantiche o forse eccessive. Presenta l’Amazzonia come “paradigma” del patto sociale del dialogo (37); afferma che i popoli dell’Amazzonia, specialmente i poveri, gli originari e i culturalmente diversi, sono il soggetto e i protagonisti del dialogo. Questo potrebbe essere accettabile, ma solo se non è considerato esclusivo. È necessaria una migliore espressione.

Ma: un dialogo senza proposta di conversione? Un dialogo senza invito ad accettare Gesù come solo e unico Salvatore, come Redentore dell’uomo, ferito dal peccato? Perché questo messaggio non è espresso chiaramente?
Apparentemente manca nel documento l’entusiasmo, o una maggiore consapevolezza, della necessità che la Chiesa fornisca un’azione evangelica più intensa, proprio qualcosa di assolutamente vitale per la Chiesa ovunque. Questo dovrebbe essere il fulcro, il cuore del testo, e poi del Sinodo: la rivitalizzazione della Chiesa in Amazzonia. Ciò che sembra mancare, o molto debolmente espresso, è l’urgenza di attuare la missione evangelizzatrice della Chiesa. Per contro, per quanto riguarda l’evangelizzazione, dobbiamo adottare le parole di papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 14 anni:

“L’evangelizzazione è fondamentalmente legata all’annuncio del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. …. Ogni persona ha il diritto di ascoltare il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo, non escludendo nessuno, non come imposizione di un nuovo obbligo, ma come condivisione di una grande gioia…..”.

Certamente il documento parla di nuove vie, ma queste vie nell’Instrumentum laboris sembrerebbero consistere in un dialogo con “sapienza ancestrale” (26) e in una ferma difesa dell’ambiente e delle popolazioni originarie. Va bene così. Ma nessuna o poche proposte di fede? Non insiste sull’esplicita proclamazione del kerygma, né su un’azione evangelizzatrice più evidente. Questo squilibrio nel testo è una debolezza che speriamo e chiediamo ai Padri sinodali di correggere durante le loro deliberazioni.

 

fonte: https://www.sabinopaciolla.com/card-savino-un-dialogo-senza-conversione-senza-invito-ad-accettare-gesu-come-redentore-delluomo/

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