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L’UNICEF premia una dottoressa africana contraria a contraccezione e aborto

Intervista con la premiata, fondatrice in Congo di un Centro per le vittime della guerra civile
ROMA, martedì, 7 marzo 2006 (ZENIT.org).- Il 3 marzo è stato assegnato il premio UNICEF alla dottoressa Colette Kitoga Habanawema, medico laureato e specializzato alla Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma-Policlinico Agostino Gemelli, fondatrice in Congo del Centro Mater Misericordiae per le vittime della guerra.

Dopo aver seguito vari corsi di specializzazione in Europa, nel 1987 la dottoressa Colette Kitoga Habanawema è andata a lavorare come medico in Africa, dove ha inaugurato una psico-terapia ed un metodo di riabilitazione psico-sociale adattata alle realtà delle popolazioni traumatizzate dalla guerra nelle province congolesi del Sud Kivu e del Nord Katanga, tormentate dalla guerra civile.

Nel 1999 ha fondato e tuttora coordina il “Centre Mater Misericordiae” per le vittime della guerra, a Bukavu e in due sedi periferiche, a Kamituga e a Uvira. I Centri si occupano di accoglienza e sostegno alle vittime della guerra, della loro riabilitazione psico-fisica e dell’inserimento sociale, soprattutto di bambini soldato e ragazzi e ragazze rimasti orfani.

L’UNICEF l’ha premiata per “il suo instancabile impegno umanitario in favore dei bambini e delle bambine della Repubblica Democratica del Congo. In particolare per l’intensa opera finalizzata al recupero dei bambini soldato che hanno vissuto dolorose esperienze nelle guerre sanguinose di quella terra africana”.

Per capire il significato ed il senso di questa iniziativa ZENIT ha intervistato la dottoressa Colette Kitoga.

Come e quando ha incontrato Cristo?

Kitoga: Io non so se l’ho già incontrato. So soltanto che da qualche anno sto incontrando i miei fratelli e che loro, per me, rappresentano Gesù. Non avendo avuto quella grazia speciale di vedere Cristo crocifisso, nella realtà, lo sto vedendo sulle facce sofferenti delle vittime di guerra di cui ci occupiamo. Ognuno di loro mi sembra essere Cristo sul Golgota oppure quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico che si imbatté nei briganti e fu soccorso da un samaritano. Queste persone aspettano qualche fratello samaritano che riesca a soccorrerli. Le ferite della guerra sono tantissime e, purtroppo, difficili e lente a sanare.

Ci racconti la sua storia…

Kitoga: Mi chiamo Colette Kitoga Habanawema. Sono nata 48 anni fa nella provincia del sud Kivu (Repubblica Democratica del Congo). All’età di quasi 14 anni arrivai in Italia con una suora missionaria colla speranza di farmi suora. Col passare degli anni, mi accorsi che la vita del convento non era per me e che dovevo servire il Signore in un altro modo ma senza sapere come. Ho frequentato il liceo classico in Calabria (l’ultimo anno a Roma per motivi di salute) e l’Università a Roma alla Facoltà di medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore dove mi sono laureata nel 1983. Non avendo avuto la possibilità di fare la specializzazione, mi recai in Francia nel 1984 dove trascorsi un anno lavorando e ristudiando la lingua che avevo quasi dimenticato. Dal 1985 al 1987 ho seguito gli studi di “sanità pubblica e sviluppo” presso l’Università di Ginevra. Alla fine di quello stesso anno decisi di rientrare nella mia patria per poter lavorare e vivere con la mia gente. La vita non fu per niente facile per me che ero congolese o zairese solo di nascita.

Volevo scappare ma non vedevo dove andare! Solo adesso mi rendo conto che è stato Dio a chiudermi tutte le strade perché voleva che rimanessi lì. Dal 1988 al 1995 ho lavorato come medico responsabile del reparto di ginecologia ed ostetricia in un piccolo ospedale statale. Dal 1995 al 1997 con le stesse responsabilità in un piccolo ospedale dei missionari Protestanti. In tutti questi anni sono rimasta colpita dalla situazione dei neonati orfani. Costoro, per mancanza del latte, morivano qualche mese dopo la morte della mamma. Purtroppo, la situazione delle donne incinte, specialmente nelle zone rurali dove non possono ricevere cure adeguate, è ancora oggi disastrosa.

Nel 1995 nacque in me, l’idea di fondare il Centro Mater Misericordiae che doveva occuparsi dei bambini da 0-3 anni. Prima che il progetto si concretizzasse, la guerra scoppiò nel 1996 e il nostro centro cominciò ad occuparsi delle vittime di guerra di cui l’85% è composto dai bambini. Dal 1996 ci sono stati dei massacri, stragi, sepolture delle persone vive, violenze sessuali esercitate sulla popolazione civile. Ci occupiamo dei bambini e degli adulti, superstiti di tanta cattiveria. La vita non ci è per niente facile anche perché tra i nostri protetti ci sono i testimoni scomodi che i responsabili vorrebbero eliminare.

Di cosa si occupa il vostro Centro?

Kitoga: Il nostro Centro ha un ambulatorio di medicina generale e uno di psicoterapia ed ospita più di 400 bambini e quasi un centinaio di adulti. Si trova a Bukavu, capoluogo della provincia del sud Kivu, ai confini col Rwanda. All’inizio di quest’anno abbiamo aperto 2 piccoli Centri: uno a Uvira, alla frontiera col Burundi (200 bambini) ed un altro a Kamituga (zona rurale a 185 km da Bukavu). A Kamituga il centro si occupa di 166 bambini che erano usati nelle miniere di oro e di coltan. Tra i nostri bambini ci sono degli orfani che hanno assistito all’uccisione dei loro cari (alcuni sono stati fucilati, altri tagliati a pezzi, bruciati, altri ancora, sepolti vivi; inoltre ci sono anche i bambini soldato che ogni anno fuggono dall’esercito). Non possiamo tenere tutti questi bambini al Centro sia perché non riusciremmo a mantenerli, sia perché sarebbe molto pericoloso: potrebbero essere eliminati facilmente perché molti di essi sono testimoni oculari di vicende negate da quelli che hanno il potere in mano e quindi testimoni scomodi.

Come pensate di aiutare le vittime della guerra civile?

Kitoga: Prima di tutto cerchiamo di instaurare dei legami familiari, quasi parentali tra di noi e queste persone. Così facendo, cerchiamo insieme a loro di risolvere tutti i loro problemi che riguardino la salute, i viveri, i vestiti, l’educazione, l’alloggio. Per molti siamo noi la loro famiglia. Poi cerchiamo per loro delle famiglie affidatarie. Queste famiglie volontarie che di solito hanno molti figli, riescono a prendere uno o due bambini. Noi poi, seguiamo i bambini nelle famiglie in cui si trovano. Per le cure mediche, ci occupiamo anche dei figli delle famiglie volontarie.

Il nostro augurio è quello di vedere tutti i bambini a scuola. Con l’aiuto di un’associazione americana che ho conosciuto ad un Convegno a Parma nel 1999, riusciamo a pagare la scuola per soli 207 bambini orfani, 42 bambini soldato, la locazione della casa che ospita il centro (300$ al mese), i medicinali, i viveri – quando possiamo permettercelo – e 850$ mensili per 13 persone che si occupano del Centro (1 medico, 4 infermieri, 6 educatori, 2 per la maintenance). Con l’apertura dei 2 ultimi Centri, gli 850$ sono divisi tra il vecchio ed il nuovo personale ossia in tutto 19 persone perché in ogni nuovo Centro ci sono 2 educatori ed 1 infermiere. Al Centro lavoriamo in un’équipe ecumenica, perché il personale è composto da cattolici e protestanti come pure le persone di cui ci occupiamo.


Qual è la sua posizione in merito alle politiche di contraccezione e aborto che alcune Istituzioni internazionali hanno promosso e praticato negli ultimi decenni nei Paesi in via di sviluppo?

Kitoga: Sia per la mia posizione di medico che per la mia cultura originaria africana e per la mia cultura cristiana, sono contraria alle politiche di contraccezione e di aborto. Sono cresciuta in una società africana dove aborto e contraccezione non hanno posto. Lo so che alcuni ci considerano “primitivi perchè facciamo bambini come conigli” così dicono, però noi rispettiamo e amiamo la vita. Sono cresciuta in una famiglia cristiana ho studiato in una Università Cattolica, io stessa ho le mie convinzioni e per questo io sono contro l’aborto. La contraccezione e l’aborto non hanno posto nella mia vita e nel mio lavoro.

Quali sono le sue speranze?

Kitoga: Spero con tutto il cuore che un giorno tutti i bambini possano andare a scuola, mangiare ed avere una casa come tutti i bambini del mondo o almeno un loro Centro che possa accoglierli. Fino ad ora abbiamo lavorato sempre come dei volontari. Non so se tutti potranno continuare con questo spirito di sacrificio anche quando le cose cambieranno, forse rischierò di trovarmi sola con tante ferite da sanare! Ma voglio far sentire la mia voce che è la stessa delle vittime della guerra, di coloro che “non hanno voce”: “Siamo stanchi della guerra.Vogliamo la Pace”. La mia speranza è quella di vedere le facce dei miei bambini risplendere di serenità, di pace.
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