(ZENIT) Perseguitati due volte: la vicenda delle spie comuniste

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Un eminente storico svela le bugie sui sacerdoti collaboratori con il regime comunista in Polonia

Intervista a Peter Raina VARSAVIA, lunedì, 12 giugno 2006 (ZENIT.org).- In una lunga intervista concessa a ZENIT, lo storico Peter Raina chiarisce le condizioni in cui viveva il clero polacco sotto il regime comunista e spiega in che modo sia stata orchestrata la campagna di calunnie scatenata contro di esso dopo la morte del Pontefice Giovanni Paolo II.

Il professor Peter Raina ha studiato ad Oxford, ha conseguito il dottorato all’Università di Varsavia ed ha insegnato Storia Contemporanea all’Università di Berlino. E’ autore di numerosissimi volumi sulla Storia Moderna della Chiesa ed ha pubblicato 13 volumi sulla storia del Primate polacco, il Cardinale Stefan Wyszyński.

Si è occupato, inoltre, con saggi ed articoli anche della vicenda del padre Jerzy Popieluszko, ucciso dal regime comunista, e di padre Corrado Hejmo, accusato dalla stampa di essere una spia russa in Vaticano.

L’intervista è stata condotta e redatta da Włodzimierz Redzioch.

Qualche settimana dopo la morte del Servo di Dio Giovanni Paolo II è cominciata una grande campagna di denigrazione del clero polacco, accusato di aver collaborato con i Servizi di Sicurezza del regime comunista. Il primo sacerdote ad essere fatto oggetto di tale accuse è stato padre Konrad Hejmo, persona conosciutissima in Polonia ed in Vaticano perché per 20 anni ha diretto il centro per i pellegrini polacchi a Roma ed ha accompagnato i gruppi dei pellegrini dal Papa. I titoli dei giornali di tutto il mondo sono stati tremendi (“La spia comunista nella corte di Giovanni Paolo II” – tanto per citare uno dei più diffusi). Lei, professore, ha chiamato l’affare Hejmo “un linciaggio del sacerdote”. Potrebbe spiegarci i retroscena di questo linciaggio?

Raina: Ho descritto dettagliatamente “l’affare Hejmo” nel mio libro pubblicato in polacco intitolato “l’Anatomia del linciaggio” (Editrice “Von Borowiecky”), ma posso brevemente ricordare questa triste storia. Nemmeno due settimane dopo la morte di Giovanni Paolo II il dott. Kieres, direttore dell’Istituto della Memoria Nazionale (IPN), ha dato la notizia, che uno dei sacerdoti vicini al Santo Padre forniva delle informazioni ai Servizi di Sicurezza. Siccome il direttore non ha rivelato il nome della presunta spia, in primo momento tutti pensavano che si trattasse di un vecchio amico del Cardinale Wojtyła, padre Mieczysław Maliński. Nei giorni successivi Maliński doveva ripetere ai media che non si trattava di lui.

Qualche giorno dopo, inoltre, Kieres ha rivelato in modo spettacolare davanti ai giornalisti il nome di padre Hejmo. Ma purtroppo, dall’inizio le notizie fornite dal direttore dell’Istituto erano dubbie o false. Prima di tutto, ha informato i giornalisti che ha ricevuto il dossier di padre Hejmo dal Ministero degli Interni soltanto il 14 aprile del 2005 (dopo si è scoperto che era in possesso del materiale già dal 2 dicembre del 2004). Nascono allora tante domande: perché il Ministero degli Interni ha mandato il materiale riguardante padre Hejmo nel dicembre 2004? Chi ha richiesto questo materiale? Secondo le norme stabilite dal Parlamento polacco circa il funzionamento dell’Istituto della Memoria Nazionale, gli organi di Stato possono richiede all’Istituto di controllare se una persona che deve occupare un posto nell’amministrazione di Stato collaborava con i Servizi comunisti. Ma padre Hejmo non pretendeva di occupare nessun posto nell’apparato dello Stato!

Perché allora hanno deciso di occuparsi del suo caso? Per di più, il direttore Kieres non poteva rivelare pubblicamente, lo dice lo statuto dell’Istituto, il nome della persona verificata. Perché allora ha deciso di farlo, attirando su di sé anche le critiche del Garante dei Diritti di Cittadini? Il “caso Hejmo” è soltanto uno dei tanti. Dopo è toccato a padre Drozdek, rettore del famosissimo santuario mariano a Zakopane, e agli altri.

Come era organizzato in Polonia l’apparato della repressione del clero?

Raina: Uno degli scopi principali del totalitarismo comunista era la distruzione psicologica o l’eliminazione fisica degli oppositori. La persecuzione fisica consisteva nell’uso della violenza, compreso l’assassinio. Il terrore psicologico serviva a distruggere la personalità dell’uomo. A questo serviva la reclusione per lunghi anni nelle prigioni, spesso in completo isolamento. Ogni cittadino poteva trovarsi nella situazione “senza uscita”. Tutti dovevano essere coscienti che la loro vita privata, la carriera professionale e il futuro dipendevano dai Servizi di Sicurezza (in polacco Służby Bezpieczeństwa o SB). L’apparato di sicurezza faceva parte della struttura del Ministero degli Interni (MSW), dove esisteva un dipartimento speciale, il cosiddetto Dipartimento IV, che si occupava specificamente della lotta contro la Chiesa (allora si parlava della lotta contro il “clero reazionario“). Esisteva anche uno speciale ufficio investigativo (biuro“C”), che raccoglieva tutte le informazioni riguardanti le persone “sospette”.

Bisogna dire che malgrado le persecuzioni che si protraevano per lunghi anni, le autorità comuniste non sono riuscite né a distruggere la Chiesa cattolica, né a rompere i suoi legami con il popolo, come hanno fatto con tante altre organizzazioni non comuniste. La ragione di questo fallimento era il radicamento profondo della Chiesa nella società polacca. I comunisti hanno fallito anche perché a capo della Chiesa in Polonia in questi anni difficili c’era un grande pastore e statista – il Primate della Polonia, il Cardinale Stefan Wyszyński. Il suo atteggiamento verso il totalitarismo è diventato il simbolo della lotta contro il comunismo.

In che modo i funzionari dei Servizi di Sicurezza riuscivano a costringere i sacerdoti a collaborare e in che cosa consisteva questa collaborazione?

Raina: I Servizi di Sicurezza usavano due metodi. Il primo metodo era la politica antiecclesiale delle autorità, per esempio: l’abolizione delle lezioni di religione nelle scuole, i divieti di organizzare delle cerimonie religiose, l’ostacolare l’uso dei mass media da parte della Chiesa. Il secondo metodo, il terrorismo psicologico, era molto più perfido. I modi di terrorizzare i sacerdoti erano molteplici e vale la pene elencarne alcuni: I sacerdoti più zelanti venivano accusati di attività contro lo Stato e di servizio al nemico imperialista. Essi venivano processati in spettacolari processi-farsa che finivano con la pena capitale o le lunghe pene di detenzione. Certi sacerdoti, come per esempio il rev. Kaczyński, sono morti di stenti nelle prigioni. Si cercava di compromettere il sacerdote per poterlo ricattare. Era una prassi comune raccogliere tutte le informazioni possibili circa le abitudini di ogni sacerdote: se gli piacevano gli alcolici o le donne, se era frustrato del lavoro. Spesso, si impiegavano gli agenti-donne per creare qualche situazione compromettente per il sacerdote; di nascosto venivano fatte le fotografie o l’agente-donna informava di essere incinta. Allora, potendo ricattare il sacerdote, gli si faceva una proposta di collaborazione con i Servizi. La collaborazione con il SB consisteva nel fornire le informazioni circa la situazione in parrocchia, l’attività del parroco, il comportamento e le convinzioni del vescovo ecc.

In ogni provincia funzionavano gli Uffici per le Confessioni Religiose (Urzad ds. Wyznań) legati ai Servizi Segreti, che controllavano le attività delle organizzazioni ecclesiastiche. Ogni qual volta l’Episcopato Polacco pubblicava una lettera pastorale contenente una critica del sistema comunista, ogni Vescovo locale veniva chiamato dal presidente della provincia per un incontro durante il quale doveva dare spiegazioni e chiarimenti circa tale Lettera. In quelle occasioni i funzionari statali usavano il metodo del “bastone e carota”: passavano dalle minacce alle offerte di aiuto (per esempio nella costruzione di una nuova chiesa), se il Vescovo avesse promesso di prendere le distanze dal Primate. Di solito i Vescovi rifiutavano qualsiasi collaborazione e per questo motivo le chiese non venivano costruite, la guardia di finanza controllava con cattiveria i conti e le tasse delle parrocchie, i seminaristi venivano maltrattati durante il servizio militare obbligatorio.

La censura di Stato di solito limitava la tiratura delle riviste ecclesiastiche. L’aumento della tiratura dipendeva dalla decisione dell’impiegato dell’Ufficio per le Confessioni Religiose, che collaborava con i Servizi Segreti. Con i preti direttori o segretari delle riviste si usava il metodo che chiamerei: “Qualche cosa in cambio di qualcosa”. Si prometteva di dare il permesso per aumentare la tiratura o di fornire più carta (allora la distribuzione della carta era completamente nelle mani dello Stato), se i responsabili delle riviste si impegnavano a fornire le informazioni riguardanti i membri della redazione. Certi responsabili, con il permesso verbale dei superiori, accettavano tali ricatti perché la possibilità di aumentare la tiratura della stampa religiosa veniva percepita come prioritaria.

Una delle armi di ricatto più usate dai Servizi Segreti era la concessione di un passaporto per poter viaggiare all’estero. Ogni cittadino che faceva richiesta di passaporto veniva invitato per un incontro presso gli uffici del SB. Anche in questi casi valeva la regola “Qualche cosa in cambio di qualcosa”: al cittadino veniva dato il passaporto se prometteva di fornire delle informazioni, e i Servizi volevano sapere tutto sulla gente. Ovviamente questa regola valeva anche per i sacerdoti che per poter andare a studiare all’estero (tanti sacerdoti sognavano di visitare Roma e di continuare gli studi nelle Università pontificie) o per fare i missionari dovevano richiedere il passaporto. Di solito i sacerdoti raccontavano fatti senza nessun significato tanto per soddisfare in qualche modo l’ufficiale dei Servizi, che prendeva nota di tutto.

Dopo la caduta del comunismo, i membri del vecchio apparato di repressione sono stati giudicati per i loro crimini?

Raina: Purtroppo no. E’ stato condannato qualche criminale del periodo staliniano (anni ‘50), ma quasi nessuno del periodo successivo (dagli anni ‘60 agli anni ‘80). Questa impunità è la colpa dei governi che si sono succeduti nel periodo postcomunista.

Che cosa è successo agli enormi archivi dei Servizi di Sicurezza comunisti?

Raina: Tutto quello che succedeva e succede nei vecchi archivi dei Servizi comunisti è una cosa strana e fuori di ogni regola. Le do un esempio, cominciando dal primo governo postcomunista di Tadeusz Mazowiecki. Il Primo ministro ha nominato ministro degli interni il suo collega sig. Kozłowski, sostituto del redattore-capo del settimanale Tygodnik Powszechny di Cracovia. Con il permesso del ministro Kozłowski quattro persone, tra cui due attivisti della vecchia opposizione politica, uno storico e un giornalista, frugarono negli archivi per 6 settimane. Il solo fatto che Kozłowski permise agli estranei di avere accesso agli archivi con i segreti di Stato è un gesto illegale, che nello Stato di Diritto sarebbe punito. Ufficialmente queste persone “facevano ordine” negli archivi del Ministero degli Interni, ma un ufficiale dello stesso Ministero privatamente ha detto che “certe persone” hanno distrutto i suoi dossier. Per di più lo stesso storico ha ammesso recentemente d’aver collaborato con i Servizi Segreti negli anni ‘70, durante il suo soggiorno-studio nella Germania Federale.

Non si sa invece niente su che cosa abbia fatto negli archivi il giornalista. Fatto sta, che nel frattempo si è scoperto che delle persone della redazione di Tygodnik Powszechny collaboravano con i Servizi. La cosa è tanto più disgustosa se si pensa che riguarda l’ambiente che oggi spesso si erge a “voce libera” della nazione. La gente ha il diritto di sapere la verità su questi personaggi. Secondo la decisione del Parlamento polacco (Sejm) gli archivi dei Servizi Segreti dovrebbero già da tempo stare nei magazzini del cosiddetto Istituto della Memoria Nazionale (in polacco Instytut Pamięci Narodowej – IPN), ma non è così. Una parte degli archivi è stata trattenuta nel Ministero e, paradossalmente, per mettere ordine negli archivi vengono impiegati gli ex dipendenti dei Servizi. Possiamo solo immaginare quali siano i risultati di tale lavoro.

Quali forze e quali ragioni stanno dietro questo linciaggio mediatico del clero in Polonia?

Raina: Non ho nessun dubbio: dietro questo linciaggio ci sono certi ambienti ex-comunisti insieme ai cosmopolitici ambienti liberali che vogliono compromettere la Chiesa agli occhi dei cittadini. Non a caso hanno scelto le persone che hanno un certo prestigio morale nella società. Il momento ovviamente non è casuale: i sopraccitati ambienti hanno aspettato la morte del Papa che temevano, per scatenare un attacco frontale contro la Chiesa cattolica.

Le accuse contro i sacerdoti si basano sui rapporti scritti dai membri dei Servizi di Sicurezza. Che valore hanno questi documenti?

Raina: I documenti dei Servizi che potevo consultare personalmente sono credibili ma ogni documento va letto attentamente e bisogna saperlo valutare. Non dobbiamo dimenticare come furono redatti questi rapporti. Spesso i funzionari nei loro rapporti aggiungevano sempre qualche cosa per far vedere che lavoravano bene. Succedeva che i funzionari dichiaravano d’aver pagato un agente, ma non era vero perché i soldi finivano nelle loro tasche. Bisogna sottolineare che avere degli incontri con i funzionari dei Servizi non vuol dire esserne il collaboratore; allora prima di accusare qualcuno, bisogna essere sicuri che aveva firmato il documento di collaborazione o che riceveva i soldi. Non si può dichiarare pubblicamente che qualcuno era un agente, una spia solo perché incontrava i funzionari dei Servizi. Questo vuol dire denigrare la persona.

Da quando il Cardinale Stanisław Dziwisz è diventato Arcivescovo di Cracovia, anche in questa città hanno cominciato ad accusare i sacerdoti di essere collaboratori dei Servizi Segreti comunisti. Queste accuse sono state mosse anche da un sacerdote, padre Isakowski-Zalewski, il quale, senza il permesso dell’Arcivescovo e senza nessuna preparazione scientifica, ha cominciato a frugare tra i documenti dei Servizi. Questo sacerdote ha successivamente convocato una conferenza stampa per distribuire l’elenco delle presunte “spie”. Così il Cardinale Dziwisz si è opposto per evitare di denigrare dei sacerdoti. La decisione del porporato è stata aspramente criticata da certi media, compresi i media italiani. Come valuta lei la decisione del Cardinale Dziwisz?

Raina: La decisione del Cardinale Dziwisz è giustissima, perché padre Isakowski-Zalewski non si è comportato correttamente e secondo la legge. Se è riuscito ad ottenere il suo dossier dall’Istituto della Memoria Nazionale, è libero di diffondere il suo contenuto. Ma perché minaccia di pubblicare i nomi degli altri sacerdoti? E come mai l’Istituto gli ha dato i dossier riguardanti altre persone? Secondo la legge, l’Istituto può dare tali dossier solo agli storici per la loro ricerca, ma padre Zalewski non fa ricerche storiche, cerca piuttosto di suscitare clamore intorno al suo caso. Il controllo dei cittadini per verificare se collaboravano con il regime comunista deve essere fatto molto responsabilmente. Perciò l’iniziativa del Cardinale Dziwisz di creare una speciale commissione diocesana per studiare il fenomeno di collaborazionismo tra i sacerdoti è importante e lodevole.

La maggioranza dei Polacchi è delusa perché nella Polonia democratica non si è riusciti a processare i criminali del passato regime comunista, gli organizzatori e gli esecutori del sistema del terrore. Per di più, si sottopongono le vittime, cioè i sacerdoti, alla pubblica condanna dei mezzi di comunicazione, rendendoli vittime per la seconda volta. E fatto ancora più strano, non si è riusciti a processare i giornalisti e i giudici che fedelmente servivano lo Stato dittatoriale comunista. Perché tutto questo?

Raina: E’ vero che in Polonia funzionano le istituzioni democratiche, ma la Polonia non ha ancora raggiunto la condizione dove vige un vero Stato di Diritto. Purtroppo, la lotta politica riguarda le poltrone e gli interessi privati e non l’interesse e il bene della nazione. E’ prevalso l’opportunismo. I media si caratterizzano per il loro estremismo e non per la loro imparzialità. Direi che questa è una nuova forma di totalitarismo e in questo clima vengono linciate per la seconda volta le vittime del totalitarismo comunista.
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