(ZENIT) Medaglia d’oro al prete assassinato dai partigiani

Notizie

Medaglia d’oro al valor civile per un sacerdote ucciso nel 1946

ROMA, lunedì, 10 aprile 2006 (ZENIT.org).- Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha concesso la medaglia d’oro al merito civile a don Francesco Venturelli, sacerdote ucciso da un commando comunista il 15 gennaio 1946. Ma chi era don Venturelli, e perché fu ucciso? ZENIT lo ha chiesto a Roberto Beretta, giornalista di “Avvenire”, autore di un’inchiesta sui sacerdoti uccisi nell’immediato dopoguerra che è diventata un libro: “Storia dei preti uccisi dai Partigiani” (edizioni Piemme, 319 pagg., Euro 14,90)

“Il caso di don Venturelli è tra quelli dei 129 preti uccisi dai partigiani tra il 1943 e il 1948, ed è esemplare per parecchi motivi. 58 anni, arciprete a Fossoli dal 1935, il sacerdote si trovò a fare da cappellano di uno dei più grandi campi di concentramento italiani, aperto nel 1943 per ospitare gli inglesi presi prigionieri nel Nordafrica, poi dopo l’8 settembre passato a raccogliere i deportati politici e razziali in transito verso la Germania, infine adibito nel 1945 a casa provvisoria per epurati e profughi vari”, ha spiegato Beretta.

“Dunque don Venturelli aveva avuto occasione per fare il bene a 360° gradi, a tutti gli schieramenti. Risulta infatti che il sacerdote, pur essendo un deciso anticomunista (ma pure antifascista: fu allontanato da Mirandola nel 1935 perché sgradito ai gerarchi della zona), avesse buoni rapporti con i vertici locali della resistenza, ai cui membri spesso aveva prestato aiuto”.

“Eppure la sera del 15 gennaio 1946 fu attirato fuori dalla canonica col solito trucco del moribondo da assistere e venne ucciso a colpi di pistola. Perché? Le ipotesi sono diverse: una è che avesse introdotto stampa non gradita nel campo di Fossoli (il giornale dell’Anpi di Modena, solo due giorni prima dell’assassinio, lo additava per questo ai suoi lettori); un’altra è che avesse ricevuto le confidenze compromettenti di qualche personalità chiusa nel campo. Di certo il sacerdote sapeva di essere minacciato”.

“Ma don Venturelli è esemplare anche per la sua sorte post mortem – ha proseguito Beretta –: di recente, infatti, grazie al meritorio impegno della parrocchia e della diocesi, la sua storia è stata rilanciata con l’onore che merita: la salma è stata traslata nella nuova chiesa e posta sotto una lapide accanto all’altare; il Vescovo intende avviare un processo di beatificazione. E’ quello che ci si augura accada anche per altre splendide figure di questi preti uccisi dai partigiani”.

Che significato assume la medaglia d’oro concessa dal Presidente della Repubblica? E’ l’inizio di un riconoscimento dei tanti sacerdoti martiri, uccisi dai partigiani comunisti nel dopoguerra?

Beretta: Due anni or sono su “Avvenire” e poi l’anno scorso nel mio libro, ho avanzato una “proposta provocatoria: 9 sacerdoti italiani uccisi dai nazisti e 5 dai fascisti sono stati insigniti di medaglie della Repubblica italiana, ma nulla è andato a nessuno dei 130 loro confratelli massacrati dai partigiani comunisti. Nulla! Il 60° della Liberazione potrebbe essere l’occasione per dare una medaglia anche ai preti morti nelle foibe e nel triangolo rosso”. Il sessantesimo del 25 aprile è passato senza che nulla avvenisse, però constato con soddisfazione che la piccola proposta ha fatto qualche passo in avanti, anche grazie a Bruno Vespa che l’ha ripresa nel suo libro “Vincitori e vinti”, raccogliendo l’adesione di alcuni uomini della sinistra. Ora arriva la medaglia del presidente Ciampi per don Venturelli, anche se la motivazione della Gazzetta Ufficiale non si riferisce all’assassinio ma all’attività caritativa di cappellano: “Sacerdote di elevate qualità umane e civili, si prodigò con eroico coraggio e preclara virtù civica in favore dei cittadini ebrei, dei prigionieri politici e degli internati civili nel Campo di Fossoli, procurando loro medicine, cibo e capi di vestiario. Dopo la Liberazione continuava la sua opera di assistenza in aiuto di appartenenti alla Repubblica di Salò e all’esercito tedesco sbandati, fino alla barbara uccisione da parte di uno sconosciuto”. In pratica, si riconosce che il sacerdote fu sì un eroe ma per un’attività “politicamente corretta” come l’assistenza agli ebrei e agli antifascisti, inoltre si evita di pronunciarsi sulle responsabilità dell’assassinio. Però in una materia come questa non bisogna fare gli schizzinosi né aver fretta: anche se per vie traverse e non proprio esplicite, è la prima volta dopo 61 anni che la repubblica democratica riconosce il valore del sacrificio innocente di un martire dei partigiani. Non ci basta, ma è già qualcosa.

Sono maturi i tempi per poter rivelare la verità storica in merito ai crimini commessi da una parte dei partigiani comunisti?

Beretta: No, non sono maturi purtroppo. E per una serie di motivi: perché ancora troppa emotività e ideologia si agitano intorno al fascismo e alla resistenza, perché nei luoghi delle stragi regna tuttora (sembra incredibile dirlo) la paura, perché la ricerca storica su questi fatti è appena avviata. Però finalmente il clima dell’opinione pubblica sta cambiando, grazie anche a best seller come quelli di Giampaolo Pansa (“Il sangue dei vinti” e “Sconosciuto 1945”, ndr): e questa è una condizione fondamentale affinché si sviluppi la voglia di sapere la verità sui fatti del dopoguerra. Certo, sono trascorsi 60 anni e si può presumere che molte testimonianze e forse documenti siano andati perduti per sempre; ma sono certo che molti altri salteranno fuori non appena la pregiudiziale ideologica sarà caduta del tutto. Il Quirinale ha mosso un passo importante, ora non si può che andare avanti.
ZI06041006