(ZENIT) Il vero matrimonio omosessuale non esiste.

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La Spagna dei matrimoni omosessuali: una minaccia anti-sociale


ROMA, lunedì, 25 aprile 2004 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

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Tolleranza, diritti, civiltà, libertà, uguaglianza. Sono parole ricorrenti negli interventi (numerosi sui mass media in questi giorni) che parlano della legge spagnola in via di approvazione, volta a legalizzare i “matrimoni” fra omosessuali. Il progetto di legge, infatti, è stato approvato il 21 aprile dalla Camera bassa del Parlamento spagnolo, e spera di passare anche il vaglio del Senato. E poi, probabilmente, sarà solo questione di tempo. Poco tempo ancora, e le coppie gay potranno vedere realizzato il loro sogno di unirsi in “matrimonio”, di avere gli stessi privilegi degli “altri” sposi, di adottare regolarmente dei figli.

E potranno anche disfarsi facilmente di questo “matrimonio”, così strenuamente inseguito, dato che verrà anche snellito e affrettato il percorso di divorzio. Per consentire la legittimità della nuova unione chiamata “famiglia”, la Spagna deve modificare molto del suo ordinamento: ben sedici articoli del Codice Civile.

A supporto del progetto, peraltro annunciato dal premier socialista Zapatero fin dall’inizio del suo mandato, le associazioni omosessuali di tutto il mondo portano dati e statistiche: si dice che il 66% degli spagnoli è favorevole alle unioni gay, che ci sono milioni di coppie gay in attesa di riconoscimento, che sono sempre di più i Paesi che vedono nei movimenti gay un imprescindibile “segno dei tempi”, un’indicazione chiara di un mondo che “ha cambiato idea” riguardo alla famiglia e alla convivenza civile.

Per questa ragione, le modifiche al Codice Civile dovrebbero rivedere anche termini fra i più noti e intuitivi: marito e moglie, padre e madre. Le associazioni per i “diritti omosessuali”, che hanno altre volte affermato il carattere “intrinsecamente discriminatorio” di tali espressioni, ne assaporerebbero soddisfatte la sostituzione con coniugi e genitori, che non implicherebbero la differenza sessuale.

Ma è proprio così? A ben vedere genitori deriva da generare, in riferimento a coloro che generano. C’è in questo termine un rimando alla condizione biologica dell’uomo e della donna, che sono indispensabili per generare un figlio. Anche il termine coniugi non è poi così neutro: viene da congiungere, unire insieme ( cum iungere), in relazione non soltanto alla condivisione delle gioie e dei dolori della vita comune, ma all’atto sessuale, che è chiamato infatti rapporto coniugale e che in quanto tale è precluso per natura alle coppie gay. Le correzioni linguistiche, dunque, non annullano l’esigenza intrinseca della polarità sessuale caratteristica dell’amore degli sposi, che proprio per la loro complementarietà possono divenire pienamente e definitivamente dono l’uno per l’altra.

L’impossibilità fisica delle coppie omosessuali di unirsi verso la procreazione ha una puntuale corrispondenza nella dimensione psicologica e spirituale, dal momento che l’essere umano è corpore et anima unus: queste pseudo-unioni sono inesorabilmente condannante ad una fragilità estrema, che le rende – al di là di eventuali intenzioni sincere da parte di qualcuno – strutturalmente inadatte ad accogliere e prendersi cura di un’altra fragilità, quella del bambino da educare (cfr. C. Navarini, Gay marriage: le nuove sfide alla famiglia , ZENIT, 4 aprile 2004).

Il filosofo Giacomo Samek Lodovici, in un articolo apparso sulla rivista “Il Timone”, riporta stime eloquenti: “un ampio studio (Bell & Weinberg 1978) svolto su un campione americano, mostrava che su 574 uomini omosessuali soltanto tre avevano avuto un unico partner, l’1% ne aveva avuti 3-4, il 2% 5-9, il 3% 10-14, l’8% 25-49, il 9% 50-99, il 15% 100-249, il 28% 1000 mille e più” (G. Samek Lodovici, Solo il matrimonio può essere riconosciuto giuridicamente, “Il Timone”, n. 37, novembre 2004, pp. 6-7, reperibile in formato elettronico in http://www.totustuus.it/modules.php?name=News&file=print&sid=846).

Ciò conferma il fatto che la famiglia fondata sul matrimonio, inteso come unione indissolubile di un uomo e una donna in un vincolo di amore, è l’unica realtà capace di garantire la stabilità di cui i figli, e gli sposi stessi, hanno bisogno. Non fa stupore che all’interno del mondo omosessuale si registrino percentuali molto alte di depressione e di invincibile solitudine: la persona con tendenze omosessuali che cerca la sua realizzazione attraverso il rapporto fisico con persone dello stesso sesso non la troverà, e facilmente si rivolgerà a sempre nuove avventure omosessuali, alla ricerca di quella felicità che la proprio lo snaturamento dell’amore umano non gli consente. Così, i rischi di abbandono alla disperazione e di suicidio fra le persone omosessuali sono alti (cfr. J. Bradford et al., National Lesbian Health Care Survey: Implications for Mental Health Care, in Journal of Consulting and Clinical Psychology. 1994; 62:239; D. Fergusson et al., Is Sexual Orientation Related to Mental Health Problems and Suicidality in Young People? , in Archives of General Psychiatry. October 1999; 56).

E poi ci sono i figli. Si cerca affannosamente di esibire studi “scientifici” che confermano la totale innocuità di una struttura pseudo-familiare come quella formata da una coppia omosessuale con eventuali figli adottivi o concepiti artificialmente mediante fecondazione artificiale eterologa. Soprattutto, si cita un pronunciamento dell’Accademia Americana di Pediatria, del 2002, che mostrerebbe come i figli cresciuti da genitori dello stesso sesso non presentino “alcuna alterazione” rispetto a chi viene educato nelle famiglie “tradizionali” (cfr. American Academy of Pediatrics, Committee on Psychosocial Aspects of Child and Family Health, Coparent or second-parent adoption by same-sex parents, in Pediatrics. 2002; 109: 339-340).

In realtà, vari membri dell’Accademia, nei mesi successivi la pubblicazione, hanno espresso il loro dissenso, dissociandosi pubblicamente dalle conclusioni a cui il testo perviene. Altri pediatri, non membri, si sono indignati presentando dettagliate e pesanti critiche.

Ironia della sorte, la contestazione più argomentata viene da una pediatra spagnola, Ana Martin-Ancel, del Dipartimento di Pediatria e Neonatologia di un ospedale di Madrid, che sulle pagine della medesima rivista scientifica, Pediatrics, ribadisce come i dati disponibili sullo sviluppo psico-emotivo dei bambini allevati da coppie omosessuali siano scarsi e poco attendibili (A. Martin-Ancel, Adoption by Same-Sex Parents, in Pediatrics. 2002; 110: 419-420).

Ad esempio, molti studi sono stati compiuti su gruppi ristretti di volontari, reperiti attraverso la pubblicità apparsa sulle riviste per omosessuali, e quindi preventivamente selezionati per indurre una valutazione positiva del fenomeno. Oppure, hanno perso in considerazione madri lesbiche che al momento del concepimento vivevano nell’ambito di relazioni eterosessuali, poi abbandonate, e i cui figli hanno dunque vissuto i primi anni di vita con il padre.

Inoltre, i gruppi di controllo utilizzati per valutare il comportamento dei figli era spesso formato da donne sole o divorziate e non da “un ambiente familiare in cui padre e madre collaborano armoniosamente all’educazione dei figli” ( ibid. , p. 419). Infine, i risultati raccolti riguardavano spesso bambini molto piccoli, in cui i disturbi legati alla formazione di una personalità equilibrata verosimilmente non si sono ancora manifestati, pur essendo magari già latenti.

Al contrario, gli studi condotti più seriamente sembrano mostrare differenze significative nell’orientamento sessuale dei figli cresciuti da “genitori” omosessuali rispetto a quelli cresciuti da eterosessuali. La studiosa ne riporta due: uno, del 1996, è stato compiuto su 46 bambini allevati da madri lesbiche, che, seguiti fino all’età adulta, hanno mostrato comportamenti omosessuali nel 24 % dei casi, di contro allo 0% dei soggetti allevati da madri single eterosessuali. Quasi un quarto dei figli cresciuti da donne omosessuali, dunque, ha avuto a sua volta relazioni – non solo tendenze – dello stesso tipo (cfr. S. Golombok, F. Tasker, Do parents influence the sexual orientation of teir children? Findings from a longitudinal study of lesbian families, in Dev Psychol. 1996; 32:3-11).

Un altro studio, del 1995, condotto su 75 “figli” di “padri” omosessuali o bisessuali, ha mostrato il 9% di comportamenti non eterosessuali in età adulta, che rappresenta una percentuale sensibilmente più alta dell’1% normalmente individuato nelle indagini sulla popolazione (cfr. J.M. Bailey et al., Sexual orientation of adult sons of gay fathers, in Dev Psychol. 1995; 31:124-129).

Negli ultimi anni gli studi sul tema si stanno moltiplicano, offrendo dati e risultati sempre più chiari.
Nel gennaio 2004 l’American College of Pediatricians denunciava – appoggiandosi ad una nutrita bibliografia – gli squilibri psico-evolutivi legati all’assenza di riferimento alla bipolarità sessuale, soprattutto relativamente alla formazione dell’identità, che nasce da una sana identificazione con “il” genitore dello stesso sesso (cfr. American College of Pediatricians, Homosexual Parenting: Is It Time For Change? , 22 gennaio 2004). Anche in assenza di manifestazioni apertamente omosessuali, dunque, permane il maggior rischio di patologie e disagi nei “figli” delle unioni omosessuali, comunque vengano definite e formalizzate: “matrimoni”, unioni legali, Patti Civili di Solidarietà (Pacs) o altro.

Il Family Research Council (USA) riporta una quantità ingente di studi e ricerche sui bambini cresciuti con coppie omosessuali e più in generale sulle distorsioni della famiglia e della società che il movimento gay incessantemente ingenera. In un commento del 2001, ad esempio, afferma che le unioni omosessuali non possono sostituire la famiglia. Anzi, paradossalmente, la esigono, o esigono comunque l’unione fra maschio e femmina. Fra i diritti più fermamente rivendicati, infatti c’è appunto quello al figlio, un figlio che per forza di cose verrà da unioni fra persone o fra gameti di sesso diverso (cfr. T.J. Dailey, Homosexual Parenting: Placing Children at Risk, in Insight of Family Research Council. , 2001; 238).

Come è possibile allora che la pretesa di diritti inesistenti come quello al “matrimonio gay” venga presa seriamente in considerazione, al punto da divenire parte di un programma di governo? Solo una tragica miopia etica, politica e sociale può spiegare come una nazione possa giungere ad annichilire se stessa sgretolando la roccia della convivenza civile, la famiglia, in nome di un’uguaglianza assurda, che per abbracciare tutti non valorizza, e non tutela, nessuno.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org . La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]
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