(ZENIT) Claudel poeta biblico

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In Paul Claudel tutto si illumina e compendia nell’incontro con la Croce


Un saggista analizza la figura del poeta e drammaturgo francese a 50 anni dalla sua morte

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 2 marzo 2005 (ZENIT.org).- In Paul Claudel tutto si compendia e si illumina nell’incontro con la Croce, “dov’è tutta la sofferenza ma anche tutta la speranza del mondo”, “la Croce, dove Cristo è vittima ma dove anche è re”, afferma Giuliano Vigini.

Così Vigini, saggista ed editore di “Edizione Bibliografica”, ha definito l’opera del poeta e drammaturgo francese Paul Claudel (1868-1955), nel corso della Sesta Giornata di riflessione sul tema “Cattolicesimo e Letteratura nel ‘900”, organizzata il 23 febbraio a Roma dal Pontificio Consiglio della Cultura, in collaborazione con l’Ente Teatrale Italiano e la Fondazione Primoli.

Vigini ha spiegato con rammarico che, a 50 anni di distanza dalla morte di questo letterato, soprattutto in Italia, “l’opera esegetica di Claudel sul piano della lettura, resta ancora pressoché sconosciuta”.

“Potremmo anzi dire che se non fosse per L’annonce faite à Marie – la più celebre e la più rappresentata delle opere teatrali di Claudel, il cui successo è sempre stato largo e continuo, anche in Italia –, Claudel rischierebbe oggi di passare quasi inosservato”.

Forse, però, ha spiegato il saggista, la ragione di fondo di questo disinteresse sta in quello che diceva il romanziere e autore di teatro, François Mauriac, nel 1947, rispondendo a Claudel in occasione della sua elezione all’Académie française:

“Per molti Lei è incomprensibile, nella misura in cui la sua opera esprime una visione cattolica del mondo: una visione che, con un neologismo, oserei chiamare totalitaria. Lei è un poeta, un drammaturgo cattolico in mezzo a una cristianità in decomposizione, che non si riconosce più nello specchio che Lei le mette davanti”.

“Del resto – proseguiva François Mauriac –, come potrebbe esser capito dal mondo moderno uno come Lei che non ha imitato nessun libro se non il Libro dei libri, la Bibbia, da Lei così amorosamente saccheggiata, diventata oggi l’unico argomento che la stimoli, come se la sua unica missione quaggiù fosse quella di essere il poeta che guarda la Croce – da cui tanti altri occhi distolgono lo sguardo – e di interpretare le immagini dell’Antico Testamento, che annunciano e prefigurano questa Croce”.

Il temperamento artistico di Claudel lo rende, in particolare, un “testimone esemplare” del “desiderio insaziato d’infinito” e del “bisogno incontenibile d’amore che accompagnano ogni uomo in questa terra d’esilio”.

Pur non essendo un biblista o un teologo di professione Claudel ha cercato nella Bibbia la rivelazione, la presenza, l’“attualità” di Dio.

Paul Claudel, ha precisato Vigini, “ha interrogato la Bibbia con umiltà, trovandovi risposta alle sue domande di fede; l’ha studiata con passione cercando di scoprirvi ogni possibile tesoro; l’ha infine commentata con intelligenza d’amore per comunicare i suoi profondi segreti”.

La Bibbia, insomma, ha assunto ben presto nella sua vita e nei suoi scritti il ruolo di una “seconda natura”, che gli ha permesso, non solo di continuare a rigenerarsi spiritualmente, ma anche di trasfigurarsi poeticamente.

Al punto di far dire, ad uno dei suoi commentatori, padre Hamman che, “paradossalmente, non è nell’opera esegetica, ma nell’opera poetica, dove Claudel è più biblico”.

“Del resto, la Bibbia non è per Claudel una semplice fonte ispiratrice come lo sono stati i classici”, ha rilevato Vigini. “Da quella celebre notte di Natale del 1886 in cui inizia per Claudel una nuova esistenza in Cristo, la Bibbia diventa per lui il riferimento naturale di tutto: della vita come dell’arte”.

“Di fronte al mistero della vita e all’angoscia che sopraggiunge quando ci si trova incapaci di coglierne il senso, l’annuncio pasquale che Cristo è risorto squarcia le tenebre e spalanca un orizzonte nuovo. Ecco perché la via della Croce non è un cammino che finisce, ma un diverso destino che comincia”, ha poi commentato il saggista.

“Il miracolo della grazia è prima di tutto per Claudel l’epifania di questo amore”, ha concluso Vigini. “Ciò che Claudel sente prepotentemente e vuol comunicare è proprio quest’onda lunga dell’amore di Cristo che lo avvolge, di cui vive e che si prolunga nei secoli come salvezza dell’uomo e redenzione del tempo”.
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