(ZENIT) Armeni, il genocidio rimosso

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 L’“Auschwitz degli armeni” cristiani del 1915
La ricostruzione storica nel volume “Mussa Dagh, gli eroi traditi”
ROMA, giovedì, 1° settembre 2005 (ZENIT.org).- Il 24 aprile del 1915 si è consumata in Turchia quella che è stata chiamata “l’Auschwitz degli armeni”. I Giovani Turchi, un movimento ultranazionalista laico, per motivi etnici e religiosi sterminarono gli armeni cristiani. Le vittime sono calcolate tra le ottocentomila e un milione e duecentomila. Con lo slogan la Turchia ai turchi i Greci vennero espulsi, gli Assiri cancellati e i Curdi perseguitati.

Per ricostruire la memoria di quello che fu il primo genocidio del XX secolo è stato pubblicato recentemente un volume dal titolo: “Mussa Dagh, gli eroi traditi” ( Guerini e Associati , Milano, 2005, pp.154, euro 14,00).

Gli autori di questo libro, il vaticanista del quotidiano “La Stampa” Marco Tosatti, e la scrittrice Flavia Amabile, ricostruiscono la storia dei cinquemila armeni che nei villaggi del Mussa Dagh si ribellarono all’ordine di deportazione turco nel deserto siriano di Deir-es-Zor, dove sarebbero andati incontro a morte certa.

Questi armeni decisero infatti di sostenere un assedio su quella montagna, a nord del Libano, vicino Antiochia, resistendo per quarantacinque giorni, finché la nave francese Guichen non avvistò la loro bandiera, bianca e con una grande croce rossa al centro, e li pose in salvo. Furono circa quattromila le persone scampate allo sterminio.

La loro vicenda venne immortalata nelle pagine del romanzo dell’ebreo austriaco Franz Werfel, dal titolo “I quaranta giorni del Mussa Dagh”. I due autori sono quindi partiti da lì ed hanno tentato, attraverso ricerche condotte in Francia, negli Stati Uniti ed in Libano, e attraverso testimonianze personali e documenti, di raccontare la storia di questi “eroi traditi” che mai fecero ritorno nella loro terra.

Nell’introduzione al libro Marco Tosatti e Flavia Amabile, ricordano che Giovanni Paolo II per due volte nel 2000 e 2001 ha parlato del “genocidio” degli armeni in documenti ufficiali. Nell’ottobre del 2001, lo stesso Pontefice beatificò l’Arcivescovo armeno cattolico di Mardin, Ignazio Maloyan, in quanto martire in “odium fidei”.

Nelle memorie dei testimoni si narra che un certo Mamdouh chiese una volta all’Arcivescovo: “Non vuoi proclamarti musulmano?”, al che Maloyan rispose: “E’ strano che tu ripeta la domanda. Ti ho risposto più di una volta che io vivo e che io muoio per la mia religione, che è la vera e che mi glorifico nella Croce del mio dolce Salvatore”.

Il turco Mamdouh sfoderò allora la pistola e sparò al martire che morì dicendo: “Mio Dio abbi pietà di me. Nelle tue mani rimetto il mio spirito”. In quella stessa occasione vennero uccisi altri 417 prigionieri, tra cui sacerdoti, armeni, siriani, caldei e protestanti.

Secondo la rivista della Compagnia di Gesù “La Civiltà Cattolica” (quaderno 3712, 19 febbraio 2005), i Giovani Turchi trucidarono 1.200.000 armeni. Tra i tanti cristiani che non rinnegarono la fede oltre al beato Maloyan, vi fu anche Mikael Khatchadourian, Vescovo di Malatya, il quale venne strangolato con la catena della sua croce pettorale.

Marco Tosatti ha detto a ZENIT che il genocidio armeno è “un orrore volutamente nascosto per molti anni” e il governo di Ankara è protagonista di “una sistematica campagna negazionista, nel Paese e all’estero”.

Per il vaticanista de “La Stampa”, nonostante le diverse radici politiche e sociali, “la componente anti-cristiana del genocidio ha giocato un ruolo determinante, fino a coinvolgere nella
morte anche chi armeno non era, ma ne condivideva la fede in Cristo: siriaci, greci e altre minoranze religiose”.

Tosatti sostiene che il genocidio armeno è di grande attualità, perché adesso è in gioco la libertà di stampa e la libertà religiosa di quanti vivono in Turchia.

Per dare un’idea di quanto la libertà di espressione e di parola siano diritti non ancora acquisiti in Turchia, Tosatti ha raccontato la storia di Ragip Zarakolu, un editore turco che non ha potuto partecipare a un convegno, tenutosi nel giugno scorso a Milano, perché, per aver pubblicato nel suo Paese traduzioni di libri normalmente in commercio altrove, su di lui ci sono adesso quattro processi in corso.

Per aver osato raccontare quanto accaduto agli armeni – fatti ormai riconosciuti dagli stessi storici turchi –, Ragi Zarakolu, ha subito censura, boicottaggio, mentre una autrice Ayse Nur è stata condannata a due anni di prigione. La sua casa editrice è stata sottoposta a forme di pressione giuridica ed economica. Le società di distribuzione sono riluttanti e nessuno recensisce libri sugli armeni. Diverse Conferenze di presentazione dei libri sono state cancellate dalle Università.

Tosatti ha riportato le dichiarazioni del Nunzio apostolico ad Istanbul, monsignor Edmond Farhat, il quale ha detto: “In Turchia, Paese che si definisce una democrazia laica, la libertà religiosa esiste solo sulla carta. Viene sancita dalla Costituzione, ma nei fatti non viene applicata”.

“Mancanze nell’applicazione delle leggi a tutela dell’esercizio delle altre religioni, processi che durano decenni, strani ritardi e rinvii a ripetizione, reticenze e resistenze fanno pensare ad una strategia per non consentire ai cristiani la stessa libertà di cui le religioni non cristiane godono in Europa”, ha continuato monsignor Farhat.

“In Turchia c’è una cristianofobia istituzionale non molto dissimile da quella esistente in altri Paesi musulmani”, ha affermato il Nunzio apostolico ad Istanbul, spiegando che: “Dal 1967 non riusciamo a farci riconoscere il diritto di passaggio per accedere ad una chiesa ad Adana dopo che la stessa chiesa è stata operante, grazie a quel passaggio, per più di 150 anni. Il diritto c’è ma non viene riconosciuto”.

“La stessa cosa ci accade per quella che per 130 anni è stata la sede della rappresentanza diplomatica del Vaticano a Istanbul, e dove due Papi, Paolo VI e Giovanni Paolo II, hanno alloggiato – ha aggiunto –. Nonostante diritti maturati in 150 anni, non riusciamo a fare riconoscere lo status diplomatico di quell’ edificio. Non si dà risposta. È questa la prassi turca”.

Stessi problemi per il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e delle sue istituzioni in Turchia, richiesto già dal 1970: nel 2003 tutte le chiese cristiane hanno chiesto unitariamente allo Stato turco questo riconoscimento; nel 2004 lo ha fatto anche la Conferenza episcopale dei Vescovi cattolici. Monsignor Farhat si è incontrato con il Premier Erdogan. Successivamente, nel febbraio scorso, gli ha scritto anche una lettera ufficiale, senza ottenere finora alcuna risposta.

Le fonti storiche sono concordi nel sostenere che la Cilicia, l’Anatolia, erano zone dove fino a novant’anni fa la presenza cristiana era altissima. Nel 1927, secondo il censimento di quell’anno, in Turchia vivevano 900 mila cristiani su una popolazione di circa 13 milioni. Mentre, secondo il censimento del 2001 i cristiani erano scesi a 150 mila su una popolazione di 71 milioni.

Per Marco Tosatti “il genocidio del 1915 è stato il primo, gigantesco passo nell’erosione della presenza cristiana a oriente di Costantinopoli. Un’erosione che purtroppo continua; anzi sembra accelerare il suo ritmo”.
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