Vescovi canadesi: No alla ridefinizione del matrimonio

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PRESENTAZIONE. «Il rischio che si corre a giocare con la definizione di matrimonio e di famiglia è alto». E’ la sintesi della posizione espressa lo scorso 18 maggio dalla Conferenza dei vescovi cattolici del Canada, nel corso dell’audizione ottenuta davanti alla Commissione della Camera dei comuni che stava esaminando il Progetto di legge C-38, con cui si definirebbe il matrimonio semplicemente «l’unione legale tra due persone». Approvato dal ramo basso del Parlamento canadese il 28 giugno e ora all’esame del Senato, se andrà in vigore aprirà la strada, nelle intenzioni dei proponenti, ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, in analogia con quanto ha recentemente deliberato il Parlamento spagnolo. Il documento presentato alla Commissione parlamentare dai vescovi s’inserisce in una lunga serie di interventi espressi a partire dall’autunno 2002 sia dalla Conferenza episcopale, sia da singoli vescovi (cf. Regno-att. 6,2005,168), concentrandosi soprattutto sul dovere dello stato di difendere e anzi di promuovere il matrimonio e la famiglia, in virtù della «potenzialità di trasmettere la vita», rispetto ad «altre forme di unione, che non hanno tale potenzialità» [originale: stampa (6.7.2005) da sito Internet www.ccch.ca, Traduzione dall’inglese a cura de “Il Regno Documenti, n. 13, luglio 2005].



 

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I ripetuti interventi della Conferenza dei vescovi cattolici del Canada (CCCB) nel dibattito sulla possibile ridefinizione del matrimonio nel nostro paese sono formulati a partire – ovviamente, ma non unicamente dalle nostre convinzioni di lede. Siamo altrettanto motivati dalla responsabilità che sentiamo, in quanto cittadini, di promuovere e difendere i diritti e le libertà fondamentali di ogni persona e insieme di rispettare l’ordine naturale.


Prima di essere un’istituzione religiosa, il matrimonio è un’istituzione naturale. Il riconoscimento che ha ottenuto nel corso della secolare storia dell’uomo, a livello culturale, sociale, giuridico e religioso, è la prova che esso rappresenta per la società un bene fondamentale. La sua definizione storica riflette chiaramente il fatto che gli uomini e le donne uniti in matrimonio hanno reso alla società un servizio unico e irripetibile.


Pertanto, assumendo questa prospettiva non c’è da sorprendersi che l’8 giugno 1999 il Parlamento del Canada abbia dichiarato la ferma intenzione di preservare l’unione coniugale come norma sociale. Il testo della mozione, che fu approvata con 216 voti a favore e 55 contrari, recita: «Secondo questa Camera è necessario, alla luce del dibattito pubblico sviluppatesi in riferimento a recenti decisioni delle Corti d’appello, dichiarare che il matrimonio è e deve rimanere l’unione di un solo uomo e di una sola donna esclusa ogni altra persona, e il Parlamento intraprenderà tutti i passi necessari, all’interno della giurisdizione del Parlamento del Canada, perché questa definizione del matrimonio in Canada venga preservata».


In termini analoghi, la Conferenza dei vescovi cattolici del Canada, che riunisce le guide spirituali di circa 13 milioni di cattolici canadesi, ha ripetutamente ribadito una convinzione che considera ovvia: «Il matrimonio è una vivificante comunità d’amore tra un uomo e una donna, ed è essenziale per la sopravvivenza della società. Il suo fine è il bene della coppia e la procreazione e l’educazione dei figli. Il matrimonio in quanto unione tra un uomo e una donna è un’istituzione unica e insostituibile, che merita tutela da parte del governo e riconoscimento da parte della società» (B.M. O’Brien, presidente della CCCB, Lettera al primo ministro Paul Martin, 15.2.2005).


La Chiesa cattolica insegna che il matrimonio e insieme una vocazione e un sacramento, celebrazione di quel sacro impegno e di quel sacro legame fra un uomo e una donna che si trova al cuore della vita familiare, poiché fornisce l’impronta di base che dà forma alla responsabilità globale della crescita e dell’educazione di ogni nuova generazione di cittadini per il bene comune della società.




Legge naturale e legge positiva


Sono passati sei anni da quando il Parlamento del Canada dichiarò ufficialmente l’intenzione di sostenere la definizione eterosessuale di matrimonio. Oggi ci dicono che la sensibilità si è evoluta e dunque, in riferimento ai diritti della minoranza omosessuale canadese, è necessario riconoscere a persone dello stesso sesso il diritto di sposarsi. A difesa di questo punto di vista, si citano la Carta canadese dei diritti e delle libertà, i pronunciamenti delle Corti d’appello di sette Province e di un Territorio, e la recente «raccomandazione» sul matrimonio che esprime il parere della Corte suprema del Canada (9.12.2004).


Intendiamo contestare questa interpretazione della Carta, e richiamare invece un principio fondamentale che sta alla base dello sviluppo della legislazione, se questa è chiamata a essere giusta e dunque a ottenere il sostegno e il rispetto di lutti i cittadini.


La funzione delle leggi e quella di far rispettare l’ordine sociale. Peraltro un determinato ordine sociale è valido se rispetta l’ordine inscritto nella natura. Allorché le leggi contraddicono questo ordine naturale, diventano ingiuste. Rischiano poi dì creare divisioni e dissensi, e di fomentare in tal modo il disordine sociale.


Il preambolo della Carta canadese dei diritti e delle libertà afferma che «Il Canada si fonda su principi che riconoscono la supremazia di Dio e il primato del diritto».


Si tratta del riconoscimento di una legge superiore, dopodiché la Carta prosegue specificando quali sono i diritti dovuti agli esseri umani e come tali diritti sono tutelati. In tal moto non si tratta di qualcosa che deriva dalla volontà dei singoli, dei giudici o dei governi. La sua fonte risiede nella natura degli esseri umani. Ecco perché facciamo riferimento alla legge naturale, una legge i cui elementi sono più universali e immutabili delle realtà sociali e culturali particolari, che col tempo possono cambiare. Il diritto al matrimonio, che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo riconosce, all’art. 16, come appartenente a un uomo e a una donna, è fondato sulla legge naturale e non cambia col cambiare della mentalità.


Incombe agli stati la responsabilità di legiferare al fine di promuovere l’esercizio dei diritti naturali dei loro cittadini; le leggi e le regole stabilite in questo modo formano la legge positiva. Ma l’evoluzione della legge positiva rappresenta un progresso per la civiltà nella misura in cui essa si conforma alla legge naturale. Allo stesso modo, una fondata interpretazione della Carta esige tale riferimento alla legge naturale, che invece la Corte suprema del Canada ha omesso nella «raccomandazione» sul matrimonio in cui ha espresso il suo parere.


E’ chiaro che «il primato del diritto cui si riferisce la Carta nel suo preambolo e il fatto che essa citi la supremazia di Dio vuole significare il primato della legge naturale sulla legge positiva. Come disse Cicerone, il grande filosofo e giurista che ha analizzalo i principi della nozione occidentale di diritto: “C’è una legge vera, la retta ragione, conforme alla natura” (“Est quidem vera lex recto ratio, naturae congruens”: De re publica, III, 22; ndt). Ma quando il primato della legge naturale è respinto in genere ci troviamo davanti a un regime arbitrario e spesso totalitario» (Gerard Lévesque, «Une erreur flagrante», manoscritto privato, tradotto dal francese dalla CCCB).




Amore e procreazione


Il cambiamento proposto dal Progetto di legge C-38 va a colpire le istituzioni fondamentali e alcuni dei valori che stanno alla base della società: il matrimonio e la famiglia. Si tratta di realtà presenti nella storia dell’umanità prima di qualsiasi forma di stato o di legge. Se il Progetto di legge C-38 verrà adottato, ne risulterà alterata la natura del matrimonio e della famiglia, contribuendo ulteriormente alla loro consunzione.


I promotori dei «matrimoni tra persone dello stesso sesso» sono riusciti a escludere dall’attuale dibattito tutta la questione della procreazione. Secondo loro, l’unica condizione per un matrimonio deve essere l’amore tra due persone. Invece, secondo la sua definizione storica – che riflette anche la realtà oggettiva – il matrimonio ha altrettanto a che fare con la sopravvivenza dell’umanità.


È questa la ragione per cui, in aggiunta al benessere degli sposi e al coronamento del loro amore, l’obiettivo del matrimonio comprende la procreazione e l’educazione dei figli. Rimuovere dalla definizione del matrimonio uno di questi elementi essenziali produce un’altra realtà che non è chiaramente più un matrimonio. La complementarità anatomica che rende possibile la generazione di nuove vite è fondamentale per la realtà del matrimonio, per non dire della complementarità psicologica e affettiva, nonché della naturale reciprocità di un uomo e di una donna.


Lo psicanalista francese Tony Anatrella, un’autorità in tema di coppia e di famiglia, ha affrontato la questione dell’ecologia di questa relazione procreativa in un’intervista in francese alla Zenit News Agency del 13 maggio 2004: «Realtà oggettive quali gli aspetti biologici, corporei e antropologici che caratterizzano la base del matrimonio sono assenti dalle “unioni” omosessuali, dunque non possono ragionevolmente dare fondamento al matrimonio. Queste relazioni non appartengono all’ordine della coniugalità e sono, per definizione, infeconde. Diversamente dalla coppia fondata in un uomo e una donna, non rappresentano il futuro della società. Il matrimonio sì basa sull’associazione delle due identità sessuali e non su una tendenza parziale; testimonia il senso dell’impegno verso la società della coppia formata da un uomo e una donna e della volontà della società di riconoscere a coloro che si impegnano in tal modo con un legame giuridico dei diritti privilegiati. Il matrimonio assicura inoltre il rinnovarsi delle generazioni e la riconoscibilità delle relazioni di figliolanza e di genitorialità, e crea sicurezza sia agli adulti, sia ai bambini generati dalla loro comunione sessuale».


Non si può chiamare discriminazione l’attribuire nomi diversi o diversi trattamenti a due realtà che sono tanto profondamente differenti: l’unione eterosessuale, che ha la potenzialità di trasmettere la vita, e altre forme di unione, che non hanno tale potenzialità.




Discriminazione contro le coppie eterosessuali

Voler identificare queste due realtà profondamente diverse con lo stesso termine e contrario alla giustizia e al senso comune sarebbe ingiusto e discriminatorio verso gli uomini e le donne che si uniscono in matrimonio per formare un’unione stabile e procreativa, perché significherebbe non sostenere il loro particolare status e non supportarli in modo specifico.


A proposito della necessità di preservare il matrimonio come istituzione eterosessuale, ecco gli interrogativi sollevati da una specialista dei settore: «Che cosa apporterà al matrimonio come istituzione sociale il matrimonio tra persone dello stesso sesso? Come può la grande, storica concezione del matrimonio come unione tra marito e moglie, culturalmente cruciale, essere radicata solo nell’animosità e nella discriminazione? Non esiste invece una reale esigenza umana, profondamente radicata, di un’istituzione sociale specificamente rivolta a quelle persone la cui attrazione e relazione sessuale produce una nuova vita? I bambini hanno bisogno di madri e di padri, e il matrimonio è il modo in cui, ovunque, le società garantiscono ai bambini questo importante bene. I matrimoni tra persone dello stesso sesso equivalgono ad affermare che il matrimonio in Canada è attualmente rivolto a qualcosa d’altro: ad altre priorità ed esigenze da parte degli adulti» (Maggie Gallagher, presidente dell’Istituto per il matrimonio e le politiche sociali, «Responses to the Supreme Court Opinion un the Reference Questions», Istituto per gli studi sul matrimonio, il diritto e la cultura).


Da questo punto di vista, vi è una bella differenza rispetto all’idea di riconoscere a persone dello stesso sesso il diritto al matrimonio apparentemente al fine di tutelare il diritto di una minoranza. Per dirlo chiaramente, una minoranza non ha diritti specifici per il solo fatto di essere una minoranza. Sono le persone che fanno parte di una minoranza ad avere dei diritti, e tali diritti possono essere tanto assoluti quanto condizionati.


Un esempio di diritto assoluto è il diritto alla vita; un esempio di diritto condizionalo è il diritto alla pratica medica, condizionato al possesso di una laurea in medicina. Anche il diritto al matrimonio è condizionato: è riservato a quelle persone che rispondono alte condizioni naturali che sono essenziali a tale diritto. La complementarità sessuale è una condizione intrinseca al matrimonio.


Partner dello stesso sesso, pertanto, non sono titolari di questo diritto. Ma ciò non nega l’esigenza di tutelare i loro reali diritti umani, cosa che in Canada è già efficace in virtù della tutela dei partner dello stesso sesso per mezzo di una quantità di carte e di leggi che garantiscono loro numerosi benefici sociali e familiari. Se c’è l’ulteriore esigenza di modificare determinati atteggiamenti verso le persone omosessuali al fine di eliminare ogni ingiusta discriminazione verso di loro, ciò non può essere perseguito tramite la ridefinizione di un’istituzione sociale che è essenzialmente eterosessuale.


Facendo rientrare nella definizione di matrimonio le unioni tra persone dello stesso sesso, il governo smetterebbe di riconoscere qualsiasi particolare utilità pubblica o sociale al matrimonio eterosessuale civile. Poiché il contratto matrimoniale non farebbe più differenza tra unioni eterosessuali e omosessuali, il messaggio sarebbe forte e chiaro: questi «matrimoni» sono sullo stesso piano e hanno lo stesso valore. Perché mai dei giovani adulti eterosessuali dovrebbero continuare a sposarsi e ad assumersi responsabilità verso la collettività se lo stato svaluta il loro impegno e non offre alcun particolare beneficio che riconosca il loro essenziale contributo alla sopravvivenza della società?




Diritti e bisogni dei bambini


L’esperienza dei paesi scandinavi negli ultimi dieci anni, in cui sono stati riconosciuti ai partner dello stesso sesso diritti equivalenti al matrimonio, dovrebbe dare ai canadesi elementi per una seria riflessione. Questi paesi hanno assistito a una significativa diminuzione del numero dei matrimoni e a una corrispondente crescita del numero dei figli nati da genitori non sposati.


Nel 1999 l’«Indagine nazionale trasversale sull’infanzia e la gioventù» realizzata da Statistics Canada e da Human Resources and Development Canada ha chiaramente dimostrato che il matrimonio è il tipo di unione più stabile e dunque quella più benefica per i figli. Solo il 13% dei bambini nati da genitori sposati non conviventi prima del matrimonio ha sperimentato la separazione dei loro genitori, mentre Ira i bambini nati da unioni di fatto il 63% ha sperimentato una crisi familiare. Tra i figli di genitori che si sono sposati dopo una convivenza il 25% ha sperimentato una crisi familiare.


Sono ben noti, oggi, gli enormi costi sociali del divorzio; i suoi effetti (instabilità emotiva, depressione, povertà, abbandono degli studi, delinquenza, suicidio ecc.) non vennero previsti al momento della sua legalizzazione. Anche la nuova avventura del «matrimonio omosessuale» potrebbe portarci a delle spiacevoli sorprese. E stupefacente che il governo si appresti a creare una nuova situazione che non favorisce il bene dei bambini. È altrettanto sbalorditivo, peraltro, che sia stato speso così tanto tempo a chiedersi quanto potesse essere discriminatorio il matrimonio, ma tenendo così poco in considerazione i diritti dei bambini.


In Canada i bambini, in quanto cittadini, hanno i loro diritti e i loro bisogni. Poiché, in genere, arrivano in questo mondo come risultato della speciale comunione d’amore tra un uomo e una donna, i bambini hanno il fondamentale diritto di conoscere i propri genitori biologici, dai quali essere cresciuti. Le difficoltà dei figli adottati o di quelli che provengono da famiglie in crisi sono fin troppo note.


«Lungo i millenni e nelle diverse società, il matrimonio ha istituzionalizzato e simboleggiato il rapporto intrinsecamente procreativo tra un uomo e una donna», ricorda Margaret Somerville, avvocato e docente alla McGill University. «Si è stabilita una norma sociale per cui, nel contrarre matrimonio, un uomo e una donna si assumono l’obbligo condiviso di proteggere e nutrire i figli che nasceranno. Il corollario di tale obbligo dell’adulto è il diritto del bambino a conoscere i suoi genitori biologici e a essere da questi allevato, a meno che il superiore interesse del bambino non giustifichi un’eccezione. I matrimoni tra persone dello stesso sesso cambierebbero in modo radicale questa norma» («What about the Children?», in Divorcing Marriage: Unveiling the Dangers in Canada’s New Social ExperimenT, a cura di Daniel Cere e Douglas Farrow, McGill-Queen’s University Press, Montreal-Kingston 2004, 63-64).


Le ricerche a livello psicologico e sociologico non fanno altro che confermare quanto avvertito dal senso comune: i bambini crescono molto meglio in compagnia del loro padre e della loro madre, che hanno ruoli differenti e complementari nella loro vita. Questa complementarità e interazione educativa è cruciale per il processo di crescita dei bambino e per lo sviluppo della sua personalità. Lo sviluppo affettivo del bambino, la sua autostima e fiducia in se stesso dipendono da questa complementarità e da questa interazione.


«Un bambino ha bisogno di un uomo e di una donna per strutturarsi sotto l’aspetto emotivo», conferma io psicanalista Tony Anatrella. «È ingiusto pretendere che gli basii sentirsi amato per maturare: è anche necessario sapere in quale struttura relazionale porre un bambino perché si sviluppi. (…) Ha bisogno della doppia figura dell’uomo e della donna, del padre e della madre, per svilupparsi coerentemente» (Zenit News Agency, 13.5.2004).


L’approvazione del Progetto di legge C-38 produrrebbe due categorie di bambini: quelli ai quali è garantito il diritto a essere allevati dai loro due genitori biologici, e quelli intenzionalmente privati di tale diritto. Una discriminazione di questo tipo non è ne buona ne auspicabile. Paul Nathanson, ricercatore della Facoltà di studi religiosi della McGill University, ritiene che questa legge «conferirebbe la sanzione ufficiale dello stato a una concezione secondo cui i diritti degli adulti hanno la meglio sui bisogni dei bambini, e quelli dei singoli sulle esigenze della società» («Responses to the Supreme Court Opinion on the Reference Questions», Istituto per gli studi sul matrimonio, il diritto e la cultura).




Diritti individuali o bene comune?


Se opterà per la ridefinizione del matrimonio, il governo andrà contro il pubblico interesse come è stato inteso per secoli, e cioè contro l’integrazione dei sessi in un’ideale unità sociale in cui i figli nascono e vengono cresciuti non a proprio beneficio ma nell’interesse dell’insieme della società. Il Progetto di legge C-38 non tiene conto di questa duratura preoccupazione e intende sostituirla con un interesse basato unicamente su un’intima relazione personale. Allorché è questo l’interesse che lo stato riconosce, il matrimonio in quanto istituzione sociale diventa senza significato, poiché tutte le forme di unione tra adulti consenzienti devono essere trattate alla pari.


Il rapporto coniugale tra un uomo e una donna costituisce chiaramente un bene insostituibile per la coppia e per la società, sia rispetto al loro reciproco amore, sia rispetto alla generazione dei figli. Il matrimonio fornisce un ambiente stabile e positivo per i bambini e di conseguenza per le future generazioni. Il diritto al matrimonio si estende ben oltre i diritti di due singoli; ha anche a che fare con il bene comune.


Lo stato deve conservare la possibilità di stimolare, proteggere e incoraggiare il tipo di relazione che gli arreca i maggiori benefici: la relazione coniugale tra un uomo e una donna – quell’unione il cui potenziale procreativo genera nuovi cittadini e in tal modo assicura il nostro futuro collettivo -. Questo cruciale riconoscimento sociale e a servizio del bene comune e non compromette la dignità dei partner dello stesso sesso. Di tatto, la dignità e la parità delle persone non sono dipendenti dalla razza, dalla religione, dal sesso, dall’orientamento sessuale o dallo status coniugale, ma sono fondate sulla realtà della persona umana.




Libertà di religione, di coscienza e di espressione


Il Progetto di legge C-38 (art. 3) pretende d’altra parte di tutelare la libertà religiosa. Esso afferma: «Si riconosce che le autorità religiose sono libere di rifiutarsi di procedere a matrimoni non conformi alle loro credenze religiose».


Insistendo sulla differenza tra matrimonio civile e matrimonio religioso, la realtà del matrimonio ne risulta distorta. Non ci sono due istituzioni parallele, ciascuna delle quali viene chiamata «matrimonio». Si tratta di due diverse porte per accedere alla stessa unica istituzione, radicata nella natura umana: la porta civile per quelle coppie che scelgono di sposarsi in comune, e la porta religiosa per quel le coppie che preferiscono sposarsi in una chiesa, una sinagoga, una moschea o in un tempio. In entrambi i casi, si tratta di una volontaria, legale, fedele, esclusiva unione d’amore tra un uomo e una donna: una relazione che ha per sua natura la potenzialità di creare una nuova vita.


D’altra parte, quale autorità possiede effettivamente il governo federale per proteggere la libertà religiosa di quanti sono chiamati a presiedere a dei matrimoni, dal momento che la celebrazione del matrimonio avviene sotto la giurisdizione provinciale? Che cosa intende fare il governo federale per proteggere la libertà di religione, la libertà di coscienza e la libertà di espressione di tutti i canadesi? Come pensa di assicurare:


1. che i canadesi non saranno costretti ad atti contrari alla loro coscienza e alle loro credente religiose?


2. che i leader e i membri dei gruppi di credenti in tutto il Canada saranno completamente liberi di insegnare e di predicare in merito a matrimonio e omosessualità secondo la loro coscienza e le loro credenze religiose?


3. che oltre ai luoghi sacri, tutte le strutture appartenenti a un’organizzazione associata a un gruppo di credenti o da questa affittate saranno tutelate rispetto a qualsiasi obbligo di utilizzo per cerimonie nuziali incompatibili con le convinzioni religiose di tale gruppo?


4. che tutti i pubblici ufficiali, sia civili sia religiosi, che presiedono matrimoni nelle province e nei territori del Canada saranno tutelati dall’obbligo di officiare quando vi fossero condizioni inconciliabili con la loro coscienza e le loro credenze religiose?


5. che le associazioni di credenti che non accettano la ridefinizione del matrimonio che viene proposta non verranno penalizzati in riferimento al loro statuto di «organizzazione caritativa»?


La libertà religiosa non si limita alla libertà di praticare o di rifiutarsi di praticare matrimoni tra partner dello stesso sesso. La libertà religiosa è intrinsecamente connessa con la libertà di coscienza e con la libertà di espressione. Non riguarda solo le autorità religiose, ma tutti i cittadini, che devono poter esprimere pubblicamente la loro libertà nella vita quotidiana.




Ecco alcune tra le diverse domande che sorgono:


1. che cosa accadrà a quei pubblici ufficiali civili che si rifiuteranno di presiedere un «matrimonio omosessuale»?


2. cosa accadrà a quei predicatori che manifesteranno l’insegnamento della loro religione su matrimonio e omosessualità se esso risulterà difforme dalla nuova norma sociale?


3. cosa accadrà a quei politici che proporranno delle leggi che riconoscano il carattere unico del contributo delle coppie clero-sessuali alla società e le sostengano nel loro ruolo procreativo?


4. cosa accadrà a quegli insegnanti che non potranno, in coscienza, presentare ai loro studenti il «matrimonio tra persone dello stesso sesso» come equivalente al matrimonio naturale?


5. cosa accadrà a quei genitori che non accetteranno che la scuola presenti ai loro figli una visione del matrimonio diversa da quella che essi sostengono?


6. cosa accadrà a quegli autori e a quegli editori che scriveranno e pubblicheranno testi che presentano una visione del matrimonio ispirata da convinzioni morali ma in disaccordo con la nuova norma sociale?




D’ora innanzi, quanti credono nella definizione storica del matrimonio saranno vittime di discriminazione? Dobbiamo aspettarci lunghe e costose azioni legati nei tribunali per difendere la libertà di insegnare, predicare ed educare secondo la propria fede e la propria coscienza?


Gli autori della Carta canadesi dei diritti e delle libertà certamente non prevedevano un confronto di questo tipo fra le differenti libertà fondamentali dei cittadini del Canada. Non intendevano che la Carta permettesse un così radicale ridisegno delle nostre istituzioni sociali fondamentali. Pertanto è ragionevole credere che la vera distorsione risieda nell’attuale interpretazione della Carta.




Si rischia una rottura irreparabile

Il problema non è che la Chiesa cattolica voglia imporre i suoi dogmi e i suoi precetti all’intera società. Le ragioni dell’opposizione alla ridefinizione del matrimonio proposta dal Progetto di legge C-38 e della difesa della definizione storica del matrimonio sono prima e innanzitutto naturali. Ciò che milioni di canadesi si rifiutano oggi di accettare è che la realtà del matrimonio – profondamente inscritta nella natura umana – debba essere ridefìnita fino a comprendere una realtà completamente differente.


Poiché la relazione tra un uomo e una donna nel matrimonio costituisce la base più stabile che una famiglia possa avere, e poiché la famiglia è un’unità vitale per la società, il rischio che si corre a giocare con la definizione di matrimonio e di famiglia è alto.


Il Progetto di legge C-38 rappresenta il puro e semplice rifiuto del significato coniugale del matrimonio, un fenomeno particolarmente evidente nel corso delle ultime due generazioni, che sta progressivamente erodendo l’istituzione matrimoniale. «Il modello di tale erosione è riflesso dall’andamento dei principati indicatori sociali relativi al matrimonio: in crescita il numero dei divorzi, in crescita le coabitazioni, in aumento le nascite fuori dal matrimonio, in calo il numero dei matrimoni, in declino le nascite, in declino la soddisfazione coniugale, in declino il benessere dei figli. Le leggi e le politiche delle istituzioni pubbliche hanno via via dirottato il matrimonio rispetto ai suoi caratteristici obiettivi coniugali: avvicinare i sessi, generare, prendersi cura, legare i figli alle madri e ai padri…


«L’attuale progetto che vuole strappare dal matrimonio il suo significato coniugale è perfettamente in sincronia con queste tendenze. Sull’onda dell’entusiasmo morale e ideologico, ne sottovaluta il reale costo umano. E lascia fin troppe domande senza risposta. Come farà la società canadese ad andare avanti quando non sarà più in grado di offrire alcun riconoscimento specifico, a livello legislativo e delle politiche pubbliche, a una forma di vita tanto centrale per l’esperienza umana e, senza dubbio, per la riproduzione umana? La trasformazione del matrimonio in un regime di relazione stretta non continuerà a eroderne il significato sociale presso le generazioni future? Il matrimonio non continuerà il suo declino come centro di gravità per quelle donne e quegli uomini che cercano di costituire una vita stabile insieme? Dove troveranno queste donne e questi uomini il sostegno sociale e culturale di cui avranno bisogno per poter mettere al mondo dei figli e tirare avanti la famiglia? Questa ristrutturazione del matrimonio non finirà per ratificare una rivoluzione riproduttiva che annienterà qualsiasi impegno pubblico rivolto al mantenimento delle relazioni tra i figli e i loro genitori naturali? Non metterà in moto sviluppi che apriranno la strada a ulteriori “liberalizzazioni” del matrimonio e della paternità e maternità?» (Daniel Cere, «Conclusion», in Divorcing Marriage, 176).


La presenza di così tante domande dovrebbe essere sufficiente a frenare l’impazienza del governo a procedere con questo esperimento sociale radicale di un «matrimonio» tra persone dello stesso sesso. L’istituzione fondamentale della società non può avere una flessibilità illimitata. Arriva il momento in cui, a fronte di un rivolgimento sociale, si verifica una rottura. Nella nostra evoluzione sociale e culturale ci troviamo a una soglia critica in riferimento al matrimonio; si deve riflettere seriamente prima di attraversare questa soglia.


La ridefinizione proposta non rafforza l’evoluzione del matrimonio, ma rompe in modo inappellabile con la storia umana nonché con la reale natura del matrimonio. L’approvazione del Progetto di legge C-38 provocherà un danno irreparabile all’edificio che sta alla base della coesistenza umana- la famiglia fondata sul matrimonio -, e ne deriverà una società profondamente menomata.


La famiglia non può essere ridotta a un’esperienza affettiva privata, né si possono confondere i diritti individuali con i diritti che si trovano al cuore della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Questa legge produrrebbe due gravi errori nella società canadese: l’eliminazione dell’interesse pubblico nella tutela e nella promozione dell’istituzione matrimoniale per il bene dello stato, e l’imposizione di un’ortodossia» che va in senso opposto alla libertà di coscienza e di religione.




Promuovere una cultura del matrimonio

Se deve difendere il bene comune, come può la legittima autorità del nostro paese prendere seriamente in considerazione la ridefinizione di un’istituzione umana che è assolutamente fondamentale e vitale per la stabilità delle famiglie e il futuro della società? Come può auspicare di imporre alla società canadese una norma contraria alla legge naturale?


Chiediamo al governo di abbandonare il suo progetto di ridefinizione del matrimonio e di impegnarsi a promuovere una cultura che incoraggi e rafforzi il matrimonio come istituzione fondamentale che sia d’esempio alla società.


«C’è qualcosa di sbagliato (…) nell’idea che una società possa resistere senza un sostegno pubblico ai legami eterosessuali. Ogni società ha conservato i meccanismi culturali che lo garantiscono. (…) La cultura del matrimonio deve incoraggiare almeno: a) quel legame tra un uomo e una donna che assicura la loro cooperazione al bene comune; b) la nascita e la crescila dei figli, per lo meno nella misura necessaria a perpetuare la società; c) quel legame tra gli uomini e i bambini tale che gli uomini abbiano la possibilità di diventare attivamente partecipi della vita familiare; d) una qualche sana forma di identità maschile; e) la trasformazione degli adolescenti in adulti sessualmente responsabili; cioè, in giovani uomini e donne pronti al matrimonio e a dare inizio a un nuovo ciclo» (Katherine Young e Paul Nathanson, «The Future of an Experiment», in Divorcing Marriage, 47-48).