Ven. Prof. G. Toniolo: L’Enciclica Vigesimo Quinto Anno

Santi, padri e dottori

Ven. prof. Giuseppe Toniolo
La recente lettera apostolica e la sua importanza sociale
da: Rivista internazionale di scienze sociali e disciplne affini, 1902, v. XXVIII, pp. 517-523

Il riferimento è all’Enciclica Vigesimo Quinto Anno di Leone XIII, comunemente indicata come il bilancio del Pontificato
 

I

Come un papa muore fu il titolo espressivo di uno scritto che nel prossimo passato luglio corse per le mani di tutti, col quale un nostro illustre letterato1, durante la protratta e solenne agonia del santo vegliardo del Vaticano, additava a tutto il mondo civile, quasi soggiogato d'un tratto dalla evidenza della verità e dalla commozione dell'amore, che lassù Leone XIII venia spegnendosi, come si addice al padre dei credenti, anzi come doveva morire questo tipo di romano, di cristiano, di pontefice.

Trascorsi alcuni giorni nelle angosce, e le trepide previsioni divenute realtà, noi tutti come credenti, come cittadini, come uomini dell'età nostra, meditando sul recente passato, siamo tratti a chiederei mutuamente, con eguale sollecitudine amorosa, ma con significato ancor più alto ed istruttivo, «come Leone XIII morì».

Dissi con significato ancor più elevato ed istruttivo, perocchè non trattasi già di ricordare come le meste preoccupazioni del domani sieno divenute l'irrevocabile e doloroso avvenimento di oggi, ma di ricordare a quanti ebbe figli credenti o ammiratori o critici Leone XIII, come questo papa sia disparito, in faccia alla sua Chiesa, dinanzi ai suoi popoli, di fronte ai problemi, alle lotte, alle vocazioni dell'età che fu sua; o, in altre parole, «che cosa abbia egli lasciato di duraturo e fecondo intorno a se e dietro di se».

Allora la risposta, che sgorga spontanea quanto vera, è che Gioacchino Pecci morì come pochi uomini che la posterità chiamò grandi, anzi come pochi pontefici, anche dei massimi della storia. Gregorio Magno moriva vecchio e malaticcio, quando la Chiesa e la società, in cui pure egli avea deposto i germi della risurrezione, giacevano al fondo di ogni desolazione. Papa Ildebrando, colui che avrebbe plasmato fra lotte titaniche la civiltà medioevale, scompariva nell'esilio di Salerno, quando credeva di aver tutto perduto, fuorché la fede nella giustizia di Dio. Innocenzo III, per cui la grandezza del papato e della cultura cristiana italica toccò l'apogeo, spirava vedendo crescere al suo fianco l'astro corrusco di Federico II, il maggiore uomo che avesse mai rivestito la corona imperiale germanica, il quale avea giurato di stritolare, con la sua forza materiale, con la sua paganità, col suo ingegno superiore, la potenza papale, il sapere cristiano latino, la libertà comunale italica. E a tempi più vicini Pio VI, dinanzi al genio di Napoleone, che si apprestava ad imporre al mondo intero le cruente conquiste della rivoluzione di Francia, esalava l'anima a Valenza, mentre l'orgoglio beffardo di tardivi enciclopedisti additava su quel letto derelitto «l'ultimo papa».

Nulla di somigliante oggidì. Leone XIII, con la sua meravigliosa longevità, visse sì a lungo e così sapientemente operoso, da poter non solo tracciare un ciclo compiuto di criteri riformatori della Chiesa e della società, ma da scorgerne in buona parte i risultati o almeno i germogli vegeti e promettenti; e ancor più (privilegio rarissimo) di raccogliere egli stesso prima di scendere nel sepolcro sopra l’opera propria il giudizio e l'elogio da' suoi contemporanei. E il giudizio compendioso ma concorde fu che l'azione sua di pontefice aperse un solco profondo e duraturo nella storia della Chiesa e dell'incivilimento.

1. Già da qualche tempo, per riflesso di pubblica opinione, chiunque discorresse di Leone XIII era tratto a confessare di trovarsi in presenza di alcunché di straordinario; e fra gli uomini di Stato, che più larga ala distesero sulla civiltà del sec. XIX, divenne uso comune di accostare il nome di lui a quelli di Napoleone, di Bismarck, di Gladstone. Ma davanti ai credenti, cui il sensus fidei (passi l'espressione) predispone ad intuire le ragioni superiori delle umane vicende ed ai pensatori indipendenti pronti a cogliere l'aspetto originale di uomini e di cose, doveva apparire eccezionale questo pontefice, non solo per le doti della sua persona e per le qualità della sua azione, ma ancora per il procedimento storico, che si svolse intorno a lui, in modo diverso dalla economia ordinaria della Provvidenza (che è tutt'uno con quella della storia) in confronto d'altri pontefici; per cui ben pochi ebbero il conforto di scorgere il prodotto riconosciuto ed encomiato delle opere loro; e Leone XIII sì.

 

2. Ciò acuisce il desiderio di ricercare le cagioni di questo fatto singolare; e si può ammettere fin d'ora che tale indagine offre carattere di critica scientifica, quale in particolare si addice al giudizio che si vuole istituire intorno ad uomini veramente superiori.

Questi invero sembrano contrassegnarsi da questa triplice impronta della loro personalità: – la virtù della sintesi nel concepire e prefiggersi un programma armonico e compiuto; – il senso storico di trarlo dal fondo delle esigenze dell'età loro, di cui si fanno interpreti e ministri; – la coscienza, nell'attuarlo, di far opera duratura per l'avvenire. Sono questi i caratteri mentali degli uomini di genio, sieno Giulio Cesare, Carlo Magno, Gregorio VII, che in sé stamparono più vasta orma dello spirito creatore, in cui è la suprema idea sintetica dell'universo, la ragione della storica successione e il termine perenne di esso.

Nessun dubbio che Leone XIII possedesse in alto grado quella virtù della sintesi, propria di tutte le menti superiori, le quali avendo una più elevata visione della realtà, comprendono l'unità delle molteplici facce del vero e la solidarietà dei vari aspetti della vita. E già gli studiosi raggruppando i diversi e numerosi scritti ed atti del pontefice, che ne rivelano il pensiero, nel programma suo, volto alla riforma della Chiesa e della civiltà, distinsero la parte religiosa, quella scientifica e quella sociale, civile e politica 2. Tutti del pari, fautori e contraddittori di papa Leone XIII, sono concordi in ciò, che egli possedesse in grado eminente il senso storico dei tempi; ed anzi la intelligenza sicura e felice delle esigenze dell'ora presente parve talora una divinazione; e così fu quella della democrazia rifatta cristiana. Queste due doti personali del pontefice concorsero senza dubbio potentemente al successo rapido ed applaudito dell'opera sua. Rimane a vedere se l'azione di lui rivelasse anco il carattere della perennità.

Questa invero è la qualità che forse meglio di ogni altra scolpisce la fisionomia degli uomini di genio; la virtù cioè d'imprimere all'azione loro, con la universalità, il germe dell'immortalità. Per essa, infatti, tali uomini divengono e si dimostrano autori diretti dell'incivilimento, che è quel perfezionamento dell'umana convivenza che si perpetua nei secoli. Per essa noi abbiamo il criterio scientifico più sicuro per estimare le grandi individualità che presiedono alla vita sociale, giudicando cioè il valore della causa dagli effetti, non effimeri ma durevoli nella civiltà, ex fructibus eorum cognoscetis eos. È questo finalmente il giudizio a posteriori e sperimentale, che principalmente richiede l'età nostra.

Se la figura di Leone XIII, che pur grandeggiò cotanto ai nostri dì, se l'azione sua che s'intrecciò possente alla multiforme operosità dell'ultimo quarto del sec. XIX, fosse trascorsa come meteora luminosa, che poi si spegne senza traccia di sé; se i semi di una rigenerazione religiosa e sociale, da lui sparsi con tanta sapiente profusione, fossero rimasti frattanto sepolti e torpidi, attendendo una remota primavera ed una più lontana messe autunnale, può ritenersi che il mirabile e inaspettato tributo di omaggio e di venerazione che da tutti i punti del mondo civile circondarono il letto di questo pontefice morente e ora defunto, sarebbero stati così unanimi ed aperti? No; delle individualità per quanto eminenti che passano, e le cui opere non si trasfondono nella esistenza collettiva che rimane, non siamo oggidì facili adoratori; e fra tante delusioni quotidiane non facilmente ci inebriamo di riformatori per quanto autorevoli, i quali promettano sociali rinnovamenti a scadenza remota e indefinita. È noto esser questa anzi la ragione segreta dell'odierna crisi del socialismo dottrinale. Scettica e positiva l'età, nostra, ad estimare uomini e cose richiede stabili prove di fatto, le quali mentre sono visibili e concrete al presente, offrano garanzia di continuità nel futuro. E invero, fra tanti concordi encomi alla memoria di Leone XIII, non mancò il dubbio lanciato da qualche superficiale o meno equanime critico, 3 se i propositi di questo papa sieno stati fruttuosi e abbiano lasciato qualche risultato duraturo.

Nulla del resto d'irriverente per nostra parte d'istituire questa ricerca anche a proposito di un pontefice; perocchè se si deve dire di un uomo che tanto più si aderge nella storia, quanto più egli lavorò per l'avvenire, o come si esprimerebbe Beniamino Kidd, quanto più segnò una proiezione nel futuro, a più ragione possiamo giovarci di questo criterio estimativo, quando l'opera di lui s'intreccia all'azione del sovrannaturale, che s'immedesima coi fini eterni.

Il quesito, dunque, s'impone; e la risposta mentre servirà a lumeggiare nell'aspetto suo più decisivo la figura di questo grande pontefice e a chiarire viemmeglio la venerazione di cui fu segno, è destinata ad assodare una legge provvidenziale dell'incivilimento; il quale, fra le incessanti mutazioni e i progressivi svolgimenti, lascia e trasmette ognora alcunché d'immutabile e permanente ad accrescere il patrimonio sopra di cui si erige il lavorio delle generazioni venture.

 

3. Solamente conviene qui affrettarsi a dire come questa virtù di un papa, che con la sua operosità presente si infutura, non era certamente scissa dal passato. 4 Senza inframettersi qui in una celebre controversia di filosofia della storia, noi ammettiamo che vi sieno talora oltrepotenti personalità, che suscitando germi latenti, determinino da sé un nuovo indirizzo di operosità sociale. Ma d'ordinario queste individualità grandeggiano ed acquistano il sommo di efficienza e fulgore quando si appoggino alla maggior somma di forze sociali venute ad accumularsi con lunga preparazione prima di loro, e, stringendole ad unità, ne incarnino le tendenze attuali per convergerle a più eccelso termine avvenire.

Questo fu il caso di Leone XIII; il quale salì alla tiara quando i germi di un rinnovamento religioso, che si sarebbe ripercosso nelle varie sfere della vita sociale e civile, erano stati di gran lunga disseminati, fomentati, sperimentati prima di lui; né solo per l'azione misteriosa della Provvidenza che operava nel seno delle popolazioni, ma ancora per quella visibile, diretta e solenne dei pontefici che lo precedettero, in specie di Pio IX. La critica storica più squisita oggi chiarisce ed assoda, come negli ultimi anni del pontificato di Mastai Ferretti, lo zelo di lui per la definizione di taluna verità dogmatica (l'Immacolata Concezione) e la diffusione della gerarchia ecclesiastica (in Inghilterra, India e America); la cura gelosa di sceverare le teorie riprovevoli del dottrinarismo liberale dall'integrità delle cattoliche dottrine (Sillabo), la riunione del Concilio Vaticano (1869), le lotte di pensiero intorno a principi religiosi e scientifici che ne conseguirono, le persecuzioni politico-ecclesiastiche in patria, cominciando dalle leggi Siccardi in Piemonte, la insidiosa politica in Francia sotto Napoleone III, soprattutto il «Kulturkampf» in Germania, sotto il Bismarck, sostenuto con cristiana e giovanile fortezza, le iniziative patriottiche e le delusioni stesse della sua politica interna avventurosa, le sventure antiche e recenti che amareggiarono quell'anima generosa, avevano esercitato gl'ingegni nei giornali, nei libri, nei congressi alla pubblica difesa della fede e della scienza cristiana; avevano suscitato e stretto i primi drappelli militanti in mezzo alle nazioni e dentro ai parlamenti, per la causa dell'ordine civile cristiano.

E così, quale risultato complessivo s'ebbe impensatamente una riviviscenza ed elevazione d'attenzione e d'interesse pubblico, presso i popoli ed i governi, a favore del pontificato; la cui realtà ed importanza fu segnata dal contrasto fra la depressione degli animi e del prestigio papale dopo il 1850 sotto la pressura dei rancori settari e della reazione austriaca in Italia, e le unanimi dimostrazioni reverenti e festose dell'orbe cattolico e dei governi all'occasione del giubileo in Roma di Pio IX. Questi dopo le sue disfatte politiche s'era raccolto ad intensificare viepiù l'opera sua di religione; ma frattanto il mondo si accorse che per legge di concomitanza egli aveva ridestato e posto innanzi in embrione tutti insieme i problemi della cristiana civiltà.

In questa relativa pienezza di tempi (come fu detto) comparve al sommo della gerarchia cattolica, nel 1878, Leone XIII. Il quale non rifiutò il suo compito provvidenziale, che era manifestamente questo: – di derivare da quello stesso tronco sempre virente della religione tutte le soluzioni cristiane dei problemi della società presente in servigio di un rinnovamento di civiltà avvenire.

Compito immenso, arduo, degno della sua mente, il quale essendo pure una deduzione della preparazione storica dei suoi predecessori, tuttavia se ne distingueva riguardo alle modalità e agl'intendimenti, per un atteggiamento diverso della Chiesa davanti al secolo. Con Pio IX essa si propose un grande ufficio di affermazione, mantenimento e difesa dei grandi principi dell'ordine cristiano di fronte all'incredula società moderna. Con Leone XIII la Chiesa procedendo innanzi da se, comincia un'opera d'iniziativa e quasi di conquista della società moderna stessa, per renderla nel sec. XX novellamente cristiana. Così ancora il programma di questo papa guardava in modo speciale e caratteristico all'avvenire.

Come egli l'abbia adempiuto, l'unanime sentimento pubblico l'attesta. Ma rimane sempre il quesito già prima annunciato e che ora, defunto, appare urgente. Scomparso Leone XIII, che cosa rimane dell'opera sua che formi veramente l'eredità duratura e feconda delle generazioni del sec. XX? 5

 

II

Sia lecito cominciare dalle riforme economico-sociali­politiche. Quanto facesse questo papa, che non a caso fu detto sociologo, con le sue iniziative e poi con l'opera sua promotrice e moderatrice dinanzi alla gerarchia ecclesiastica che volle ministra dei propri disegni sociali; dinanzi al laicato studioso ed operoso che ebbe fervido collaboratore; dinanzi a tutte le classi, che egli tutte riconobbe e riavvicinò; dinanzi al popolo che rivendicò e insieme contenne ed educò; dinanzi ai pubblici poteri, da cui reclamò un'azione legale ristoratrice dei sociali disordini e conflitti, è oggetto ormai di storia. Per riassumerne le benemerenze sul fondamento delle fonti e della critica illuminata, basti ricordare i libri di G. Goyau e di Turmann.

Ma di questo lavoro sapiente, che appartiene ormai al passato, che cosa trapassò nel patrimonio della società presente? Che cosa ne forma il tesoro, che né il ladro, né la tignola potranno sottrarre e corrompere nel futuro?

Rispondiamo subito e senza tema di audaci affermazioni.

I. Egli in primo luogo lasciò dietro di se un corpo di dottrine sociali cristiane. La storia della scienza moderna ne rinviene l'origine alquanto remota ai primi decenni del sec. XIX, progredendo dappoi. Ma per lungo tempo furono per lo più indagini monografiche, studi frammentari, temi di applicazione, lampi di luce di menti isolate e sagaci. Oggi, dopo le encicliche di Leone XIII, le quali dietro lo stesso raggio unificatore delle dottrine evangeliche, della filosofia e delle tradizioni cristiane penetrarono a illuminare con armonica coerenza logica tutti i domini del sapere sociale, civile e politico; noi possediamo un complesso armonico di veri sociologici ridotti a sistema, che coordinandosi al sovrannaturale, ottemperandosi ai problemi dell'età nostra, e assimilandosi quanto vi ha di vero e di sperimentato nella scienza contemporanea, sta ormai a fronteggiare la sociologia positivistica, materializzata ed anticristiana. È una ricostruzione nuova, che dichiarata prima impossibile o avuta in non cale, acquistò poi diritto di cittadinanza; sicché non v'ha storico della scienza contemporanea, Wagner, Philippovich, Schonberg, Laveleye, Stein, che accanto alle altre non annoveri una scuola sociale cristiana. Anzi, confessando questo carattere sistematico di essa, taluno scrisse che le dottrine del cristianesimo sono una intera sociologia.

Questo sistema ammette più analitiche definizioni, un più denso tessuto, più pieghevoli atteggiamenti; ma frattanto si avvalora ormai di una letteratura scientifica, connessa ai nomi di Périn, Brants, Antoine, Pesch, Cathrein, Ratzinger, Devas ed altri; la quale non può scomparire più dalla cultura contemporanea; e che anzi incrementandosi ogni giorno più, starà a scorgere con le sue linee sicure il cammino dell'azione pratica sociale.

Più specialmente in quest'ordine di veri sociali, torreggia e sta tutto un programma dottrinale e pratico a redenzione delle classi laboriose, che Leone XIII delineò ed intitolò «cristiana democrazia».

Chi abbia seguito la genesi storica della questione sociale, sulle tracce (pur sempre attendibili) di C. Marx, di Loria, di W. Sombart, di Jannet, di R. Mayer, di Janssen, di Hyndman, di Hobson, questione sociale che s'incentra e s'acuisce nel proletariato, vergogna, piaga, mina dell'età nostra; chi al lume d'innumerevoli indagini e di paurosi sperimenti, del movimento di rivendicazione operaia conosca la profondità, le tendenze irresistibili, i pericoli, e ancora per alcuni rispetti la intrinseca legittimità; chi misuri il corrispondente dilagare di un socialismo scientifico e militante, che presunse di apportarvi rimedio mercé violente catastrofi e radicali trasformazioni della società, mentre esso solo lungamente si presentò come vindice del ceto operaio sofferente ed oppresso; chi ponderi la inanità o almeno la sproporzione dei correttivi a tanto malore, messi innanzi da iniziative sociali e di Stato, comprenderà la grandezza, la novità, la santa audacia di Leone XIII, di contrapporvi un programma e sollevare un vessillo di democrazia cristiana. La quale nella mente di Leone si propone di francare le moltitudini da ingiustizie secolari, quasi da novella servitù, di cui furono vittime secolari; di rivendicarne la dignità ed i diritti, rinsaldati dalla coscienza del dovere e dalla cooperazione di tutta la gerarchia superiore; e infine di assicurare ad esse esistenza, decoro, prosperità di classe operaia autonoma, giuridicamente riconosciuta e moralmente informata a virtù cristiane e civili, per cui esse grandeggiarono nella età medioevale e per cui anche oggi possano meglio attendere ai fini morali e religiosi in cui è l'essenza di civiltà.

Orbene, questo programma di dottrine e di analoghi propositi di riforme democratiche, rimarrà come una delle maggiori innovazioni storiche dell'età moderna.

È vero che di concetti, di aspirazioni, di sperimenti democratici è satura la storia contemporanea da oltre un secolo. Però i celebri principi della rivoluzione francese e quelli figliati da essa (nel seno del dottrinarismo liberale). erano negativi per eccellenza, insinuarono il virus dell'anarchia sociale, mentre rinsaldarono sotto nuove forme la servitù del popolo. La democrazia socialistica più recente si logorò in lotte sistematiche di classe e nell'aspettativa di catastrofi rumorose, pascendo frattanto di illusioni e di odi le moltitudini e differendo la concreta loro rigenerazione. La stessa democrazia di recenti governi panteistici, sorretta da potenti iniziative private e sociali, moltiplicò bensì provvedimenti legali a reale sollievo e a miglioramento del proletariato, ma, seguendo il concetto vago e periglioso e antidemocratico della onnipotenza dello Stato, o cedendo empiricamente alla pressura del comune pericolo, o infine appoggiandosi a esteriori sanzioni di un diritto che assidera, senza lo spirito interiore che vivifica.

Per contrario, la democrazia cristiana, mentre nel suo disegno coincide coi bisogni imperiosi dell'ora presente, Leone XIII giustificò, legittimò, consacrò con gli eterni principi di ragione e del giure, con le tradizioni delle età cristiane più gloriose per le rivendicazioni e per le libertà popolari. Egli soprattutto la vivificò, spiritualizzò e rese feconda riconducendola alle divine dottrine dell'evangelo; da cui sgorgò una civiltà diffusiva poggiata sugli umili. Questa democrazia (osservisi bene) egli fece valere contro tutti gli ostacoli, contro i governi sospettosi e maligni, contro i pregiudizi del liberalismo, contro le resistenze delle classi superiori interessate, e anche contro le riluttanze e le diffidenze di alcuni cattolici. E questa democrazia egli propugnò con tenacità ammiranda non già per calcolo e per empirismo, ma come un dovere di religione imposto al clero ed al laicato, come un atto di giustizia e di carità sociale, come un provvedimento di salvezza e di progresso civile.

Tutta questa propaganda di cristiana democrazia che partiva dall'alto del Vaticano, ha già una storia con le sue svariate vicende, e, quel che è più, ebbe già i suoi frutti; sicché di mezzo al moto universale che quasi fatalmente sospinge in alto le classi inferiori in Europa come in America, dovunque si insinuarono e si moltiplicarono le cellule sane e vitali e fervono i germi della democrazia cristiana. Ciò posto chi oserebbe affermare che tutta questa effervescenza di virtù rigeneratrici del popolo, rimarrà isterilita all'indomani della morte di questa papa?

Fuor di ogni dubbio l'elevazione democratica non si arresterà. Tutti oggi ne convengono. Ma l'età ventura, volgendo addietro lo sguardo a contemplare quei materiali incomposti, che oggi preparano la base granitica del popolo ricostituito in classe, sopra della quale nel sec. XX si insedierà la piramide della società, confesserà che fu Leone XIII che pronunciò sovra di essi la parola di Ezechiele: Ossa arida audite verbum Dei. Pensando allo spiritus qui intus alit, essa dirà che il popolo non era, ed egli lo creò.

 

2. Ma se l'idea si converte nel fatto, un sì vasto programma di rigenerazione sociale richiedeva adeguati mezzi di attuazione. Trascorsero i tempi delle potenti individualità nell'azione sociale cattolica, quali Gorres, Phillips, Walter sul Reno e in Baviera, O' Connel in Inghilterra, Lacordaire in Francia, fino a Ketteler a Magonza e a Newman a Londra; sacerdoti, vescovi, cattedratici, deputati che alzavano la voce di pensatori e il braccio di agitatori dai pulpiti, nelle università, nelle assemblee e nelle piazze, per la rivendicazione e per la propaganda degl'istituti cristiani della società. L'età più recente, che tutto tende a socializzare, anche l'amministrazione e gli eserciti, e in mezzo a cui il pericolo stesso socialistico deriva da immensi fasci di proletari coalizzati fra le varie nazioni, reclama un raggruppamento collettivo, esteso e robusto dei cattolici; e più lo reclama lo spirito del cristianesimo che è solidarietà nel sacrifizio, anzi il cattolicesimo che vanta nella Chiesa la più vasta organizzazione sociale che sia nel mondo.

Questa organizzazione sociale di forze cattoliche Leone XIII volle e fortemente volle; e realmente lasciò dietro di sé. Tra l'apatia, le resistenze, le defezioni dei buoni stessi, egli non desistette mai dal suscitare le virtù sopite, dal raccogliere gli elementi dispersi, dal sospingerli ad opere vastamente collettive, ardimentose e concordi di salvezza e di progresso cristiano. E invero, se oggi la sua mano tremula benedicente e incitatrice, come un dì quella dei papi delle crociate, sopra di noi più non si leva, noi scorgiamo però dietro al capitano scomparso un esercito ordinato, numeroso quasi in ogni nazione, sempre pronto a conquistare la società presente per la riforma sociale cristiana.

Fra gli assalti rinnovati dell'indomani non si spezzeranno facilmente quei vigorosi fasci di forze strategiche, quali nel Belgio la federazione delle opere sociali e la «Boerenbond», le «Gesellenvereine» di Kolping in Germania, la «Volksverein» di Decurtins in Isvizzera, le associazioni dei cristiani sociali del Lueger a Vienna, le molteplici forme di società cattoliche presso le nazioni latine. Questa pure è per ogni nazione eredità non caduca di forze vive e militanti. E così, di contro all'esercito del socialismo internazionale, il mondo ammira schierato un solo esercito, quello dei cattolici; e alla democrazia socialistica contendere ad ogni passo il campo le giovani schiere dei democratici cristiani, cui apersero la via uomini le cui tracce non scompaiono, quali Pottier, Doutreloux, Helleputte in Belgio, Schaepman in Olanda, De Mun, Harmel, Sangnier, Bazire in Francia, Manning in Inghilterra, Gibbons in America. E avvertasi bene trattarsi di schiere militanti non a scopo di resistenza soltanto alla novella invasione di barbari, rappresentata dal socialismo rivoluzionario, ma a scopo di ricostruzione, cioè mirante a rialzare e trasformare la società ed il popolo. Vere forze riedificatrici, che nel loro programma riformatore hanno preceduto quello più recente e contrastato dei riformisti del socialismo, Bernstein, Vollmar, Turati, e incomparabilmente superato nell'efficacia pratica, attingendo esse la virtù di pazienti e solide migliorie non al calcolo o a finalità illusorie ed inique, bensì agl'impulsi della scienza, della religione e dell'amore; vero lavoro ricostruttivo che prepara insieme col popolo la ricostituzione di tutto l'ordine sociale cristiano. E questa pure non è speranza vaporosa d'incerto domani, ma confortevole realtà di un presente duraturo.

 

3. Fra il turbinio, infatti, e il fragore dell'immane lotta sociale, la società presente va diventando sempre più cristiana. Anche questo è un risultato silenzioso e lento, ma certo e solido, che rianno dandosi all'opera di Leone XIII, promette di sfidare il più lontano avvenire.

La proposizione, che oggi nei suoi concreti ordinamenti la società vada diventando sempre più cristiana, può sembrare paradossale soltanto per chi non abbia vissuto l'ora sua nel presente o per gli uomini superficiali, che non sanno leggere al di sotto della esteriore evoluzione morfologica.

Negli ultimi decenni del sec. XIX una immensa trasformazione di fatto hanno subito e vanno proseguendo ogni dì più gli ordinamenti ed istituti economico-civili in tutto il mondo civile, dalla vecchia Europa alle giovani America ed Australia.

La proprietà in sé e nelle sue relazioni con le classi lavoratrici accetta discipline e forme che sono l'opposto di quelle prevalse generalmente col codice di Napoleone; divisione e riscatto, coattivo di latifondi, beni collettivi e diritti civici, enfiteusi e mezzadrie, enfiteusi obbligatorie, colonizzazione interna; l'«Anerberecht» e l'«Homestead» per eccepire al comune diritto di successione e di sequestro; leghe per l'acquisto di parcelle fondiarie, per sorreggere la piccola proprietà, per diffondere la mezzadria. Freni agli abusi più flagranti di un individualismo liberale, che parea trionfato per sempre, repressioni delle usure, delle speculazioni di borsa, dei «trusts»; contratti collettivi di lavoro, consigli di officine e associazioni cooperative di ogni specie per sorreggere i piccoli in concorrenza coi potenti; e una revisione dei codici civili per far prevalere in essi gl'interessi sociali da quelli privati. E tutta intera una legislazione sociale operaia che sembrava violatrice della moderna libertà, oggi penetrata in ogni Stato, con i suoi capisaldi: il regolamento del lavoro, le assicurazioni dei lavoratori, gli accordi internazionali, ecc., per la tutela e sollievo dei deboli contro i forti. E soprattutto il ripristino delle corporazioni o rappresentanze di classe, le quali, or sono trent'anni, dicevansi impossibili ed assurde nella civiltà avanzata, mentre nell'Inghilterra soltanto esse oggi annoverano un milione di lavoratori illuminati e prosperosi, e altri quattro milioni nelle altre nazioni.

Certamente gran parte di queste riforme graduali, ma profonde, dell'ora presente non furono suggerite e guidate da un concetto cristiano. Per lo più fu una semplice reazione contro principi ed istituti sociali imperanti, dalla dura esperienza dimostrati nocivi, la quale trasse popoli e governi a cercare rimedio ai malori o appagamento di urgenti migliorie in opposte provvidenze sociali più conformi ad esigenze naturali e storiche. Ma frattanto queste provvidenze novatrici insensibilmente si sono accostate alle istituzioni sociali propugnate oggi dai cattolici, appunto perché consone ai caratteri della giustizia, della carità e della protezione dei deboli, propri della civiltà cristiana.

Sospinto dalle sofferenze del male, o dal bisogno del bene, questo grandioso lavorio di recenti riforme sociali è frattanto un omaggio che i popoli nuovi, inconsciamente, forse lor malgrado, oggi rendono al cristianesimo. Anzi in qualche parte questo omaggio divenne esplicito e cosciente, quando i cattolici coi loro studi e con la loro operosità pratica, guidati dall'autorità della Chiesa, che affrontò sapientemente la questione sociale, poterono per bocca di Leone XIII proclamare che quelle efficaci provvidenze sociali oggi accettate, derivano direttamente dal grembo delle dottrine e delle tradizioni del cristianesimo. E così questa voce e questi esempi, ripercuotendosi largamente, affrettano ogni dì più l'atteggiarsi della società presente, almeno nelle forme, al tipo dell'ordine sociale cristiano. Senza dubbio è un mondo nuovo che sotto i nostri occhi si prepara e si matura. Ma chi affermerebbe che questa corrente maestra di riforme economiche, civili, legislative, che per diversi confluenti in tutto il mondo si accosta ogni dì più a quell'ordine cristiano che Leone XIII segnalò siccome unica salvezza della società moderna, domani andrà dispersa o procederà a ritroso? Chi sosterrebbe che quella serie di novelle istituzioni salvatrici, figlie del crescente ravvicinamento fra le dottrine della Chiesa e le esigenze storiche dell'età nostra, raffigurino una produzione spuria e malaticcia, che domani sarà avvizzita e morrà? La risposta è ben altrimenti rassicurante.

È vero che la superficie del mare su cui naviga sobbalzata la società moderna è tempestosa e che taluni cataclismi, sconvolgendo tutto l'ordine cosmico, sembrano talora ricondurlo al caos. Ciò non toglie che pochi metri al di sotto di quelle onde furiose continuino tranquillamente attive le forze geognostiche normali, per cui dal lavorio millenario di miliardi d'infusori emergono i banchi corallini e si compongono i novelli continenti.

Questa fu sempre la storia dell'opera rinnovatrice della Chiesa attraverso i secoli; e di queste latenti forze ricostruttive dell'ordine sociale cristiano (che il liberalismo crede a di aver ammortito per sempre) Leone XIII arrivò a tempo per riprodurre e additare al mondo intero le cellule vitali ed operose, anzi non poche felici concrezioni, esse stesse non vacillanti e caduche, ma salde, tali da sorreggere domani l'edificio rinnovellato della società cristiana. Che se pure il ciclone di un socialismo violento trapassasse sui mari, emergerebbero egualmente fra poco i nuovi promontori ed i lidi dell'incivilimento cristiano. Tutto questo sta come un patrimonio reale lasciato in eredità da Leone XIII; il mondo lo vede e perciò applaude a questa palingenesi.

 

4. Eppure vi ha una eredità ancora più preziosa che la Chiesa ha consegnato al sec. XX in questo stesso dominio della vita sociale; ed è quella che essa ha deposto nel fondo del pensiero moderno. Nell'ultimo trentennio, per merito di Leone soprattutto e delle sue encicliche, è avvenuto un vero rivolgimento nella pubblica opinione in ordine ai concetti dell'ordine sociale. Mirabile cosa!

Nelle moderne generazioni ove erano trapassati in succo e in sangue i pregiudizi di un dottrinarismo spesso crudele, quali la lotta per l'esistenza, il gioco dinamico della domanda ed offerta; il predominio fatale dei forti, la libertà che assorbe la società e annichila lo Stato, ora è una maniera tutta diversa di giudicare e sentire. La giustizia nei salari, i doveri delle classi superiori, la funzione etico-civile dello Stato, la prevalenza degl'interessi sociali, la difesa dei deboli, la elevazione degli umili, la solidarietà universale nella morale e nel diritto, l'avvento di una legittima democrazia, rigeneratrice del corpo sociale, tutto questo si insinuò, penetrò a fondo, e quasi si è conglutinato con le nostre coscienze, e noi siamo divenuti ormai insofferenti e dispettosi dei vieti dogmi e degli egoistici costumi di una società che reputiamo condannata per sempre.

Questo rivolgimento psicologico non retrocederà mai più; ed è ancor più decisivo di quello che vedemmo effettuarsi simultaneamente negli ordinamenti reali della società presente. Seppure quel ciclone (che dicemmo testé) sradicasse un dì le migliori e più recenti istituzioni sociali, economiche, civili, queste ripullulerebbero dalle radici più vegete di prima; perché rimarrebbe sempre nelle menti e nei cuori questa somma di idee e di convinzioni sociali più corrette e cristiane; e sovr'esse domani, ancor più di oggi, aleggerebbe il concetto sentito e sperimentato che tutte le comprende e assicura, che cioè la Chiesa è fattore necessario dell'ordine sociale di civiltà.

 

5. A consimili conclusioni dobbiamo arrivare, nel tema corrente dei rapporti più strettamente politici. Più palese, più cospicuo, più passionalmente discusso questo fatto delle relazioni politiche del Vaticano, sotto il lungo governo di papa Leone XIII, esso trovò anticipati critici ed estimatori. I quali in breve si trovarono consenzienti nel notare che Leone XIII nell'assumere la tiara trovò allentate, o inasprite, o rotte quasi tutte le relazioni diplomatiche con gli Stati; e che egli le lasciò a distanza di venticinque anni, pressoché universalmente riallacciate, avvalorate da simpatie, da mutue accondiscendenze, da sacre parole di governi e di re. Si adducono facilmente in prova: la cessazione (già avviata da Pio IX) del «Kulturkampf» in Germania; la vittoria dei cristiani sociali nella politica interna dell'Austria; la conferenza dell'Aja promossa (singolare avvicinamento) dai comuni ideali di pace del giovane zar e del vecchio pontefice; i concordi omaggi e doviziosissimi doni di Stati e sovrani al pontefice in ricorrenze solenni della sua vita; la visita di Edoardo, del primo re inglese dopo Arrigo VIII che ascese le scale del Vaticano; e quelle ripetute di Guglielmo II di Germania, che quasi dimentico di essere erede di Lutero, dell'elettore fedifrago di Brandeburgo e capo del protestantesimo evangelico, quasi continuatore del sacro romano impero, tratta personalmente col papa degl'interessi della cristianità; i recenti ukasi dello zar, che per la prima volta nella storia del cesaro-papismo russo agevola l'esercizio del culto cattolico nei suoi domini; la libertà dei cattolici accomunata alle colonie mondiali dal neoimperialismo inglese; tramutata in atti pubblici di riverenza e di favore da Mac Kinley e da Roosevelt, nella repubblica anglosassone del nord; e la pontificia autorità invocata e accettata nei conflitti internazionali con l'arbitrato delle Caroline.

Né detrae al valore di questi successi qualche apparente eccezione per la politica papale. La nobile resistenza del papato verso l'Italia (e di un papa italiano, quant'altri mai) convalida che trattasi di un atto di quel dramma eterno della libertà dello spirito, sopra, gl'interessi materiali e transeunti, che essa sola, la Chiesa cattolica, fra tanti culti asserviti, con tanto onore dell'umanità, sostenne nei secoli della storia. Sicché anche oggi non piegare, ma attendere di piè fermo e amorosamente che un più equo giudizio accolga questa elevata concezione dei diritti di Dio, e con essa del bene universale e della grandezza della patria, non è fallire ai propositi, ma è preparare le benefiche vittorie dell'avvenire. E in certo senso è vittoria attuale, quella stessa della diplomazia di Leone verso la Francia; se questa, per contraddirla, è costretta a rinnegare tutte le libertà moderne, a violentare la coscienza dei cittadini e sacrificare gl'interessi e il prestigio della gran patria francese in tutto il mondo. Sono codeste nel complesso le vittorie men rumorose ma sicure della diplomazia di Leone, che strapparono spesso ai pubblicisti profonde osservazioni ed encomi, e alle popolazioni entusiasmi verso questo re pacifico, più sinceri e legittimi che per il ritorno a Londra dei sacrificatori del Transvaal, e per l'ingresso nel porto di New York dei facili distruttori dell'«armada» spagnola a Cuba.

 

6. Ma nulla di più mobile e ingannevole che le combinazioni diplomatiche, né sono questi gli acquisti politici di cui un papa morendo potesse guarentire la durata. Ben altra eredità, che di nuovo si può dire psicologica, lasciò Leone XIII in questo campo; quella che, al di sotto dei labili intrecci di gabinetto, insinuò nella coscienza pubblica; recando una vera conversione d'idee e di sentimenti, così nelle alte sfere degli uomini di Stato, come nell'educazione politica delle nazioni. In questi ultimi venticinque anni infatti di politica pontificia, trapassò nella persuasione universale (tutti lo sentiamo) «che il papato è, o può divenire, un centro forse necessario della politica internazionale, anche nella novissima civiltà». È questa, come direbbero i giuristi, una novazione nel campo del diritto e maggiore ancora in quello della storia. Prima di lui sembrava vinto e assicurato di lunga mano, nella pratica degli Stati, quel canone proclamato fondamentale che la politica esterna debba essere (ancor più dell'interna) affatto emancipata da ogni autorità ecclesiastica di qualunque grado, compreso il pontificato. Il secondo impero, che intorno a Napoleone III vide aggirarsi sfolgoratamente i rapporti internazionali, il laicismo dei governi di recente viepiù inasprito specie fra gli Stati latini, lo stesso isolamento in cui si era chiuso da ultimo diplomaticamente Pio IX, sembravano convalidare col fatto questo cardine del diritto internazionale moderno.

Orbene; in venticinque anni di sua politica Leone XIII smentì questo canone, rovesciò queste longeve consuetudini degli Stati. Egli chiuse il ciclo storico del trattato di Westfalia, che avea escluso ufficialmente l'autorità internazionale della Chiesa; e ridonò al pontificato un posto non dissimile almeno virtualmente da quello che esso teneva giuridicamente in mezzo alla repubblica dei popoli cristiani fra gli splendori del medio evo.

Non ebbe torto pertanto Leone XIII di disporre che la sua tomba sorgesse di fronte al monumento, che certamente, con pensiero riflettuto e degno, egli stesso avea eretto ad Innocenzo III in San Giovanni in Laterano. Egli eternava così questa idea della funzione politico-internazionale del papato, e questa idea da lui ridesta poi, riprodotta nel fatto e trasfusa con la consuetudine di un quarto di secolo, come un tesoro accumulato nella coscienza delle nazioni e nella pratica degli Stati, rimarrà, anche se il suo autore è scomparso dal concerto politico europeo. Per concepire l'inverso converrebbe supporre nell'immediato suo successore (sia lecita la ipotesi) un papa dissipatore. Ma poiché ciò è assurdo e offensivo, conviene concludere che forse quell'idea potrà fra alterne vicende per poco offuscarsi; ma anco nelle mani di un papa meno perito di Leone nei diplomatici maneggi, starà ad adombrare il sistema normale delle future dottrinali relazioni internazionali.

 

 

III

E nell'ordine dottrinale, scientifico, questo papa che ebbe nome di dotto, quale impulso impresse alla scienza che possa dirsi originale, che non si scolori e dissolva nel comune corso della cultura?

Custode di sovrannaturali verità, che abbracciano ed informano anche la ragione, prima ancora di affrontare gli esperimenti sociali-politici, volse l'ingegno superiore ai problemi della scienza nell'età nostra. Ciò è risaputo. Tutti rammentano volentieri la ristorazione della filosofia scolastica, l'apertura agli studiosi di storia degli archivi pontifici di Stato, il riordinamento e ampliazione della biblioteca vaticana e dei musei archeologici, le linee maestre segnate (come si disse) dalle sue encicliche ad una sociologia cristiana, la fondazione della specola vaticana per la carta fotografica del cielo, i sussidi e il favore dato a riviste scientifiche e a dotti congressi, lo zelo per gli studi del clero e del laicato, l'amore della letteratura classica, rappresentata da lui stesso, tipo di umanista cristiano, il culto della sana e multiforme critica, recata fino alla soglia della rivelazione, con la commissione per gli studi biblici. Anzi conviene riconoscere che questa parte d'iniziatore, promotore, mecenate degli studi, nell'attività del grande pontefice, fu quella, che per la unanime lode degli scienziati di professione, attrasse prima l'attenzione sopra di lui, e gli aperse l'adito alle più generali simpatie del pubblico.

Ma non è questo il nerbo delle benemerenze di Leone XIII verso il sapere. Ciò che si vede, è ben superato da ciò che non si vede, e che perciò da pochi è degnamente apprezzato, perché si cela nelle più elevate concezione degl'intelletti. Siamo ancora qui dinanzi ad una evoluzione mentale, da lui provocata e lasciata come eredità; e che si risolve (avvertasi bene, perché ciò è decisivo) in un nuovo e largo indirizzo dato al pensiero scientifico dei cattolici e per esso dei contemporanei.

Se si raccolgono armonicamente ad unità i vari criteri, consigli e provvedimenti scientifici, posti da questo pontefice pensatore, e s'interpreti così la mente di lui, in relazione al rinnovamento del sapere, si rivela, come egli intendesse alla ricostruzione della enciclopedia scientifica cristiana. La quale, giusta il suo disegno, è chiamata primamente «ad erigersi sopra l'asse centrale ed eccelso della filosofia neo­scolastica, perché apporti le ragioni prime ed ultime, l'obbiettivo, l'assoluto, l'universale nella scienza; ma che poi deve integrarsi delle indagini critico-storiche che dispiegano l'immenso volume dei veri contingenti e delle leggi relative della vita; e che infine è destinata ad assidersi in certo senso sull'atlante delle discipline fisico-naturali del cosmo, che sostenta il mondo stesso dello spirito; tutto ciò, non confuso, ma coordinato al vero sovrannaturale».

Ardito proposito di mente comprensiva e degno del magistero della Chiesa, in cui coincidono i due ordini del vero razionale e sovrarrazionale; col quale Leone XIII mentre mirava ad appagare l'imperioso bisogno della sintesi scientifica, invitava al lavoro poderoso di ricostruire l'unità del sapere cristiano, rotta dal tempo della riforma, ed in cui invano si erano provate menti sovrane, da Leibniz a Schleiermacher in Germania, da Bossuet ad Ampère fino a La Mennais in Francia, Newman in Inghilterra, Rosmini e Ventura fra noi; e di assimilare a quella potente unità quanto di meglio hanno asso dato le discipline moderne.

Il compito scientifico di Leone XIII si risolve dunque massimamente in un grande invito, riguardante il disegno, il dominio, i metodi della scienza cristiana; e prolude ad un vasto rinnovamento del sapere nell'avvenire. E perciò le benemerenze di lui verso la scienza, tutt'altro che accidentali e passeggere, si perpetueranno in un lontano avvenire, più che non si possano misurare oggidì. Certo che la risposta a quell'invito richiederà la dotta collaborazione di più generazioni, e pazienti analisi, e sforzi di pensiero, e pertinaci sperimenti, e sangue dell'anima. Ma noi possiamo fin d'ora prevederne i risultati. Che cosa sarà fra qualche tempo di questa filosofia cristiana, che oggi scorgiamo scandagliare i segreti della fisiopsicologia moderna? A quali soluzioni perverrà la novella sociologia cristiana, che già penetra così felicemente nelle odierne questioni sociali? Chi può prevedere a quali rivendicazioni dell'incivilimento cristiano perverrà il cammino glorioso della critica storica? Chi potrà estimare fin d'ora il tesoro di argomenti scientifici che la commissione pontificia per gli studi biblici apporterà alla illustrazione ed interpretazione dei dogmi della fede? Singolare eredità codesta, che non si assottiglierà, bensì si moltiplicherà in futuro. Ma domani, speriamo, fra tanta luce di scienza, non si dimenticherà il foco da cui essa oggi s'irradiò.

Vi ha però fin d'ora un prodotto reale di queste ardite innovazioni scientifiche. Esso è compreso in una sola proposizione. Fin d'oggi nei sinceri studiosi e nei forti scienziati è penetrato il dubbio salutare che vi possa essere una grande scienza amica della fede, e che un giorno tutto il sapere moderno ridivenga cristiano. Ecco la spoglia opima di una prima vittoria sopra la scienza incredula dell'età nostra, che Leone trasmette all'età ventura!

 

 

IV

I. Ma sociologo, politico, scienziato, questo papa fu sempre e principalmente un papa, in cui la religione s'incontra ognora in cima alla sua mente e al termine della multiforme sua operosità. Appare da tutti i suoi scritti, anco anteriori al suo pontificato, che cominciò egli stesso ad avere una altissima idea del papato, quale divina istituzione da lui cristianamente intesa, romanamente sentita; e dalla prima sua ascensione alla tiara in cui reclamò la indipendenza della Chiesa fino all'ultimo vale, trasparì sempre la coscienza della missione sovrannaturale affidatagli e della sua responsabilità davanti a Dio, alla Chiesa, all'umanità.

Ma di nuovo qui domanderemo: di questa semente divina da lui sparsa senza intermissione nella sua protratta esistenza di pastore universale, qual è la messe da lui deposta, la quale rimarrà, non dirò nei granai della vita eterna, che Dio solo serba e misura, ma nella storia della vita religiosa dei popoli?

Questo aspetto è pur materia di osservazione e di scienza, e le vicende della religione nella vita dei popoli, già oggidì scrittori quali il Tarde, L. Stein, M. Muller e il Kidd, considerano come parte integrante della sociologia.

Vi ha una prima estimazione del fatto religioso nella storia dei tempi nostri, che può dirsi diretta; per la quale conviene ancora una volta richiamarsi a quel risveglio, anzi a quel moto di espansione del cattolicesimo, già avviato nell'ultimo ventennio del pontificato di Pio IX. Ma come maturasse tal messe sotto la mano coltivatrice di Leone XIII, come la dinamica espansiva si accelerasse al suo termine, è noto. Ne sono testimonianza i pellegrinaggi di popoli e re al soglio del pontefice romano; la gerarchia ecclesiastica penetrata, ristorata nell'impero britannico, nell'Africa francese, belga, italiana, in Tunisia, nel Congo, nell'Eritrea fra i capti; il lavorio per l'unione della Chiesa greca orientale a quella latina; il precipitare del ritualismo verso la cattolicità in tutta Inghilterra; il concilio dei vescovi dell'America centrale e meridionale in Roma; il crescere di venerazione verso la Chiesa cattolica, la sua dottrina, le sue influenze sociali e civili da parte delle autorità e delle popolazioni della grande repubblica anglosassone del nord; l'unità mirabile di sentimenti e di obbedienza dell'episcopato e dei popoli cattolici al pontificato romano in tutto il mondo.

A ciascuna di codeste manifestazioni esteriori del progresso del cattolicesimo è manifesto quanto contribuisse direttamente come maestro universale Leone XIII; dalle sue encicliche, in cui si fa custode geloso dell'integrità della fede e della sua propagazione, fino alle lettere ed atti solenni con cui inneggia a Maria e consacra la Chiesa al sacro Cuore di Gesù.

 

2. Ma non è questo soltanto il criterio esclusivo per misurare i risultati della missione religiosa della Chiesa, sotto il pontificato di Leone XIII. Vi hanno altri sintomi, bene accertati da altri studi recenti, del Goyau sulla Germania religiosa e sull'Austria contemporanea, a proposito del «Kulturkampf», del «Los von Rom»; e dei pubblicisti inglesi il Bremont e il Ward, sulla crisi spirituale nella Gran Bretagna; di Jannet, Bryce, Dorchester, Bargy, del nostro Mosso, sulla riviviscenza religiosa negli Stati Uniti; studi che, dietro la guida di una sana psicologia, arrivano fino a rivelare il fondo dell'anima dei popoli, non solo cattolici, ma eterodossi e scredenti. Sotto questa visuale noi possiamo scorgere un profondo rivolgimento nel pensiero e nella coscienza pubblica, in ordine alla religione; rivolgimento che si effettuò proprio in questi ultimi anni, ed a cui possentemente partecipò la sapiente condotta del pontefice Leone. E sono tre (sé non andiamo errati) questi sintomi, che ci sia lecito ancora di chiamare psicologici, che si rivelano a chiunque stringa fra le dita il polso morale delle nazioni contemporanee; – il problema della religione, il quale appuntandosi massimamente pro o contro il cattolicesimo, noi troviamo risorto dovunque poderoso; – il riconoscimento del valore sociale-civile del cristianesimo, che riflette si nel pubblico rispetto verso le sue dottrine e il suo spirito; – le simpatie di popoli e governi, in specie dei più giovani e progredienti, che gravitano verso Roma e il pontificato! Di ciò appena un cenno.

L'indifferentismo religioso, se non nelle private coscienze almeno nell'ordine sociale-politico, parve tenesse ancora il campo, quasi una conquista dei principi moderni fino a Napoleone III ed il secondo impero. Dopo il 1870, e meglio negli ultimi anni di Leone XIII, non è più così. Oggi si discute di religione, e per essa o contro di essa si combatte pubblicamente sulle cattedre universitarie, specialmente di Germania e d'Inghilterra, nei parlamenti d'Austria­Ungheria, di Svizzera, del Belgio, di Francia, o nelle piazze dal socialismo militante, o nei congressi dai cristiani sociali e democratici, o nelle pubbliche amministrazioni, divise fra credenti e anticlericali, sia che contro la religione si rinnovellino le persecuzioni giacobine o comunarde in Francia, sia che per essa si schierino trionfatori i cattolici nel Belgio, o che, infine, per un papa morente, nei municipi si contrastino parole d'insulto o voti di condoglianza. Grande progresso codesto; appena si rifletta che anche per la religione meglio è la battaglia che la gora morta.

Ma più addentro ancora nell'anima dei popoli, spesso si cela oggi dì (fra lo stesso bollore superficiale delle passioni) un senso d'intimo rispetto verso la credenza, il sentimento e l'azione religiosa. Nei libri seri, sulle cattedre o nelle accademie scientifiche, da qualche tempo non trovano facile accoglienza le leggende grossolane e fosche intorno all'origine e funzione del sentimento e della fede religiosa; il ghigno beffardo si arresta sul labbro delle novelle classi arricchite, meno asservite ai pregiudizi volteriani, e sovente, fra le bestemmie rumorose di una propaganda socialistica immonda, noi intendiamo chiedere sommessamente da conservatori sgomenti, non meno che dal popolino, avido non di parole, ma di miglioramenti effettivi, se i credenti, più che gli atei, non siano forse argine alla ruina sociale; se i cattolici non siano almeno altrettanto buoni cittadini che i protestanti, e migliori dei razionalisti; se benefattori del popolo siano davvero i socialisti atei e corruttori, o non piuttosto i credenti operosi per la giustizia e carità di Cristo. Il pericolo sociale, che anco testé nelle elezioni politiche di Germania faceva avvertiti che contro il socialismo non restarono in piedi che i cattolici soltanto, fu una grande lezione, negli ultimi anni, di rispetto e di stima della religione.

Ma v'ha di più; e tale rispetto religioso si tramuta talora in simpatia che per felice impulso psicologico sospinge alcune nazioni eterodosse quasi a centro di gravità verso la Chiesa ed il pontificato. Ciò maggiormente nelle libere democrazie, nelle razze giovani, nei popoli che più viva sentono la coscienza del progresso e dei grandi loro destini avvenire. Inattesa, ma singolarissima evoluzione d'idee e di coscienze, ripetiamo, che si rende manifesta, soprattutto nella repubblica del Nord America, e che merita di essere meditata come uno dei fatti più istruttivi nella storia del razionalismo di fronte alla fede nella cultura moderna. Colà, fra quei figli di Washington, di Franklin e di Channing, l'individualismo sospinto dalla febbre di una operosità conquistatrice, dinanzi agli orizzonti di una sconfinata natura e di una sfacciata libertà, giganteggiò con tutta la sua potenza che emancipa, ma ancora con tutta la sua prepotenza che scinde ed asservisce. Di qui, per reazione, il bisogno irresistibile d'introdurre con eguale febbrile operosità, fra quell'amalgama di razze, di classi, di culti, la solidarietà sociale, per mezzo di una superiore energia morale unificatrice, la quale acqueti e ravvicini quegli elementi eterogenei e lottanti, poi li cementi nella omogeneità e dignità di una futura grande nazione, e infine li sospinga viepiù sul cammino ardimentoso di quella civiltà americana che ha per motto: excelsius. Invano ricercata finora tale forza unificatrice e propulsiva contro l'individualismo dissolvente nella coscienza di nazione, che colà ancora è informe, o nelle frazionate credenze protestanti, che non assimilano ma disperdono; e caduto ancora il miraggio di unitarismo morale, che, prescindendo dalle varietà delle dottrine dogmatiche, potesse almeno coinvolgerlo nel comune spirito dell'etica cristiana, quei popoli si volsero a guardare, attraverso l'Atlantico, a Roma, con la fiducia che ivi l'unità del dogma riesca a ridonare e guarentire loro la unità della morale, dei costumi, degl'ideali; e con essa educarli alla virtù di solidarietà sociale.

E ora infatti questo dogma cattolico que' popoli del Nord America invocano, accettano, afferrano, perché esso fornisce loro un foco superiore di luce e di calore, in cui la futura nazione può aggirarsi, fondersi e temprarsi; e perché l'unità del dogma stesso cattolico, e della morale che ne promana, e del governo della Chiesa che ne è ministra – disimplicandoli dai cavilli teologici di setta e dalle logomachie bizantine repugnanti al genio positivo anglo­sassone – concede loro di procedere più liberi, compatti, rapidissimi sulla via di quella operosità sociale, per cui la giovane America spera co' suoi progressi meravigliosi di sopraffare la vecchia Europa.

Cosicché oggi quel popolo di titani volgesi al pontificato, appunto perché in esso rinviene una forza non già di vieto conservatorismo, ma di progresso, non tanto un rappresentante del passato, quanto un simbolo ed un pegno dell'avvenire. – A questa sorprendente mutazione della coscienza religiosa Leone XIII assistette e contribuì. Ma chi oserebbe giudicare che essa sia un sentimento patologico e passeggero di gente moritura, se quella svolgesi vigorosa dal fondo di un popolo, che domani presume di salire al primato della civiltà?

 

V

1. Abbracciando ora di un guardo l'opera sociale politica, scientifica e infine religiosa di Leone XIII, nei suoi prodotti esterni concreti e nelle sue influenze interiori psicologiche, si può forse compendiare in un unico risultamento l'eredità, che questo grande pontefice lasciò alla sua morte?

Sì: possiamo rispondere con tutta asseveranza, guarentita dalle stesse unanimi dimostrazioni di questi dì: egli lasciò dietro di sé riaccostata la società moderna al cattolicesimo ed al pontificato.

Ciò appunto