(VeP) La fine della libertà religiosa in Quebec

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Dove va il Québec? A proposito di fede e laicità

di Card. Marc Ouellet

da Vita e Pensiero 4/2008 Da subito dichiaro la mia convinzione che la crisi dei valori e la ricerca di significati sono così profonde e urgenti in Québec da avere delle ripercussioni gravi anche sulla salute pubblica, e questo genera costi enormi per il sistema sanitario. La società del Québec si poggia da quattrocento anni su due pilastri, la cultura francese e la religione cattolica, che formano l’armatura di base che ha permesso di integrare le altre componenti della sua attuale identità pluralista. Tuttavia, questa armatura è resa fragile dall’indebolimento dell’identità religiosa della maggioranza francofona.

Il dibattito attuale tocca direttamente la religione e le relazioni tra le comunità culturali, ma il vero problema non riguarda l’integrazione degli immigrati, resa più difficile dalle loro richieste di carattere religioso. Le statistiche rivelano che le richieste di accoglienza per motivi religiosi sono minime, il che significa che la ragione delle tensioni attuali è da ricercarsi altrove. Che non si addossi dunque la responsabilità della crisi profonda della società del Québec a coloro che vi sono arrivati alla ricerca di un rifugio o alla loro religione giudicata invasiva. I rifugiati e gli immigrati ci portano spesso la ricchezza della loro testimonianza e dei loro valori culturali, che si aggiungono ai valori propri della società del Québec. L’accoglienza, la condivisione e la solidarietà devono dunque rimanere atteggiamenti di base nei confronti degli immigrati e dei loro bisogni umani e religiosi.

Il vero problema, per riprendere l’espressione piuttosto vaga che incoraggia la diffusione dello slogan di moda "La religione nel privato o in chiesa ma non in pubblico", non è più quello del "posto che la religione occupa nello spazio pubblico". Che cos’è poi lo spazio pubblico? La strada, il parco, i media, la scuola, il comune, il parlamento nazionale? Bisogna forse far sparire dallo spazio pubblico il monumento dedicato a monsignor François de Laval e quello dedicato al cardinale Taschereau? Occorre bandire l’augurio "Buon Natale" dai seggi parlamentari e sostituirlo con "Buone Feste", per essere più corretti? I simboli religiosi caratteristici della nostra storia e quindi costitutivi della nostra identità collettiva sono diventati dei fastidi e dei brutti ricordi da mettere in un cassetto? Bisogna eliminarli dallo spazio comune per soddisfare una minoranza laicista radicale che è la sola a lamentarsene, in nome dell’uguaglianza assoluta dei cittadini e delle cittadine?

I credenti e i non credenti portano con sé il loro credo o il loro non credo in tutti gli spazi che frequentano. Sono chiamati a vivere insieme, ad accettarsi e a rispettarsi a vicenda, a non imporre il loro credo o non credo, né in privato né in pubblico. Togliere ogni segno religioso da un luogo pubblico identificato culturalmente secondo una tradizione ben definita con la sua dimensione religiosa non equivale forse a promuovere l’assenza di credo come unico valore avente diritto di affermazione? La presenza del crocifisso nel parlamento nazionale, al municipio e all’incrocio delle strade non è il segno di una qualsiasi religione di Stato. È un segno identificativo e culturale legato alla storia concreta di una popolazione che ha diritto alla continuità delle sue istituzioni e dei suoi simboli. Questo simbolo non è in primo luogo un segno confessionale, ma la testimonianza dell’eredità culturale di tutta una società marcata dalla sua vocazione storica di culla dell’evangelizzazione nell’America del Nord. Il governo della provincia canadese del Québec ha proprio di recente respinto una proposta per rimuovere il crocifisso dall’aula del parlamento.

Il vero problema del Québec non è dunque la presenza di segni religiosi o l’apparizione di nuovi segni religiosi invasivi dello spazio pubblico. Il vero problema del Québec è il vuoto spirituale creato da una rottura religiosa e culturale, dalla perdita sostanziale di memoria, che conduce alla crisi della famiglia e dell’educazione, che lascia le cittadine e i cittadini disorientati, demotivati, soggetti all’instabilità e attirati da valori passeggeri e superficiali. Questo vuoto spirituale e simbolico mina dall’interno la cultura del Québec, disperde le sue energie vitali e genera l’insicurezza e la mancanza di radicamento e di continuità con i valori evangelici e sacramentali che l’hanno nutrita sin dalle sue origini.

Un popolo la cui identità si è fortemente configurata durante i secoli sulla fede cattolica non può dall’oggi al domani svuotarsi della sua essenza, senza che vi siano degli esiti gravi a tutti i livelli. Da qui lo smarrimento dei giovani, la caduta vertiginosa dei matrimoni, l’infimo tasso di natalità e il numero spaventoso di aborti e suicidi, per non parlare che di alcune delle conseguenze che si aggiungono alle condizioni precarie degli anziani e della salute pubblica. Per finire, questo vuoto spirituale e culturale è mantenuto da una retorica anticattolica infarcita di cliché, che sfortunatamente si ritrova troppo spesso nei media.

Ciò favorisce una vera cultura del disprezzo e della vergogna nei riguardi della nostra eredità religiosa e distrugge l’anima del Québec. È giunta l’ora di domandarsi: "Québec, che ne hai fatto del tuo battesimo?". E giunta l’ora di frenare il fondamentalismo laicista imposto per mezzo dei fondi pubblici e ritrovare un equilibrio migliore fra tradizione e innovazione creatrice al servizio del bene comune. Si deve imparare di nuovo il rispetto della religione che ha forgiato l’identità della popolazione e il rispetto di tutte le religioni, senza cedere alla pressione degli integralisti laici che reclamano l’esclusione della religione dallo spazio pubblico.

Il Québec è maturo per una nuova evangelizzazione profonda, che si disegna in certi ambiti attraverso iniziative catechistiche importanti, come anche attraverso sforzi comunitari di ritorno alle fonti della nostra storia. Un rinnovamento spirituale e culturale è possibile se il dialogo tra Stato, società e Chiesa riprende il suo corso, costruttivo e rispettoso della nostra identità collettiva ormai pluralista.



Nel quadro di un dibattito sui "compromessi ragionevoli", non si può ignorare il cambiamento radicale che lo Stato del Québec ha appena introdotto a riguardo del posto della religione nelle scuole.

Questo cambiamento provoca lo smarrimento e la collera di molti genitori che si vedono privati, nel nome di un’ultima riforma e della modernizzazione del sistema scolastico del Québec, di un loro diritto acquisito. Senza tener conto del primato del diritto dei genitori e della loro volontà chiaramente espressa di mantenere la libertà di scelta tra un insegnamento confessionale e uno morale, lo Stato sopprime l’insegnamento confessionale e impone un corso obbligatorio di etica e di cultura religiosa nelle scuole sia pubbliche sia private.

Nessuna nazione europea ha mai adottato un orientamento così radicale che rivoluziona le convinzioni e la libertà religiosa dei cittadini. Da qui deriva il malessere profondo e il sentimento d’impotenza che molte famiglie provano nei confronti di uno Stato onnipotente che sembra non temere l’influenza della Chiesa e che può dunque imporre la sua legge senza condizionamenti superiori. La sorte più scandalosa è quella riservata alle scuole cattoliche private che si vedono costrette dal gioco delle sovvenzioni governative a marginalizzare il proprio insegnamento confessionale a vantaggio del corso imposto dallo Stato dovunque e a tutti i livelli.

L’operazione di rifocalizzazione della formazione etica e religiosa del cittadino per mezzo di questo corso obbligatorio riuscirà a salvare un minimo di punti di riferimento per assicurare una vita comune armoniosa? Ne dubito e sono anzi convinto del contrario, poiché quest’operazione si fa a spese della libertà religiosa del cittadino, soprattutto di quella della maggioranza cattolica. Inoltre essa si fonda esclusivamente su una "conoscenza" delle credenze e dei riti di sei o sette religioni. Dubito che degli insegnanti veramente poco preparati a raccogliere questa sfida possano insegnare con completa neutralità e in modo critico delle nozioni che sono per loro ancor meno comprensibili della loro stessa religione. Occorre molta ingenuità per credere che questo miracolo di insegnamento culturale delle religioni fabbricherà un nuovo piccolo abitante del Québec, un pluralista, un esperto in relazioni interreligiose e un critico verso tutte le fedi. Il meno che si possa dire è che la sete di valori spirituali sarà ben lungi dall’essere appagata e che una dittatura del relativismo rischia di rendere ancor più difficile la trasmissione della nostra eredità religiosa.

La cultura rurale del Québec espone una croce un po’ dovunque all’incrocio delle strade. Questa "croce del cammino" invita a pregare e a riflettere sul senso della vita. Quale scelta s’impone ora alla nostra società perché lo Stato prenda delle decisioni illuminate e veramente rispettose della coscienza religiosa degli individui, dei gruppi e delle Chiese? Malgrado certe devianze dovute agli stimoli ricorrenti ma limitati del fanatismo, la religione rimane una fonte d’ispirazione e una forza di pace nel mondo e nella nostra società, a patto che non sia manipolata da interessi politici o perseguitata nelle sue aspirazioni legittime.

La riforma impone che la legge sottometta le religioni al controllo e agli interessi dello Stato, mettendo fine alle libertà religiose acquisite da generazioni. Questa legge non serve il bene comune e non potrà essere imposta senza che sia percepita come una violazione della libertà religiosa dei cittadini e delle cittadine. Non sarebbe ragionevole mantenerla com’è stata emanata, poiché instaurerebbe un legalismo laicista ristretto che esclude la religione dallo spazio pubblico. I due pilastri della nostra identità culturale nazionale, la lingua e la religione, sono chiamati storicamente e sociologicamente a spalleggiarsi o a crollare insieme. Non è giunto il momento in cui una nuova alleanza tra la fede cattolica e la cultura emergente ridia alla società del Québec più sicurezza e fiducia nell’avvenire?

Il Québec vive da sempre dell’eredità di una tradizione religiosa forte e positiva, esente da grandi conflitti e caratterizzata dalla condivisione, dall’accoglienza dello straniero e dalla compassione verso i più bisognosi. Bisogna proteggere e coltivare questa eredità religiosa fondata sull’amore, che è una forza di integrazione sociale molto più efficace della conoscenza astratta di qualche nozione superficiale di sei o sette religioni. È importante soprattutto, in questo momento, che la maggioranza cattolica si svegli, che riconosca i suoi veri bisogni spirituali e si riallacci alle sue pratiche tradizionali per essere all’altezza della missione che le è propria sin dalle sue origini.