Unità senza identità. Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli

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\"\"GIUSEPPE BRIENZA, Unità senza identità. Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italiani, ISBN-978-88-89756-86-7, pp. 72, euro 7,00.
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Il Risorgimento, ovvero «la Rivoluzione italiana, […] versione nostrana ottocentesca della sovversione dellancien régime, avvenuta in conformità ai principi del 1789’» (pag. 5) rappresenta, da un secolo e mezzo, una vera e propria ‘chiave di lettura’ della nostra storia politica unitaria, con pesanti ricadute in termini d’identità civica e culturale. Il saggio, sinteticamente ma efficacemente (vedi comunque la rassegna bibliografica selezionata “sul Risorgimentoo Rivoluzione italiana1999-2008” che riporta alle pagg. 63-65) presenta in tal senso l’ambizioso obiettivo di contribuire all’edificazione di una memoria comune, muovendo dall’affermazione del fenomeno storico-sociale spesso misconosciuto dell’’Insorgenza’, come manifestazione ‘vulcanica’ della pre-esistenza di una nazione italiana al processo della sua ‘Unità politica’. L’Insorgenza, che rappresenta la risposta degli Italiani alla crisi prodotta dal cambiamento portato dalla prima esperienza di «modernità politica» fatta dai popoli della Penisola fra il 1796 e il 1815 segna infatti secondo l’Autore «la prima manifestazione di un idem sentire degli italiani» (pag. 7). E’ senz’altro questo il punto da cui (ri)partire per una valutazione serena del processo unitario: il fatto che già nel ‘triennio giacobino’ del 1796-1799 gli italiani reagissero in armi, in modo naturale e concorde, contro l’attacco alla loro bimillenaria identità religiosa e a sostegno del Papa, «non vuol dire che fossero meno italiani dei successivi artefici dei vari moti e spedizioni patriottiche che, non fondandosi sulla nazionalità spontanea’, non potevano certo fondare naturalmente una unità fra gli italiani» (pag. 8). Leggendo tanta pubblicistica di questi anni sembrerebbe invece il contrario e questa squalifica a oltranza intellettuale, oltre che morale e civile, dei vinti pare davvero fuori luogo. Contro la leggenda rosa negli anni recenti hanno già scritto pagine importanti Autori come Ernesto Galli della Loggia o Emilio Gentile, a cui infatti Brienza si ricollega aggiungendo un’analisi delle criticità istituzionali e amministrative palesate dal neo Stato unitario del 1861 che, non di rado, mutatis mutandis, giungono fino al presente seguendo un filo rosso senza soluzione di continuità.           

Oggetto di studio vero nomine è quindi la realtà amministrativa osservata da un punto di vista storico-giuridico e illuminata dalla lezione autorevole di studiosi quali Gianfranco Miglio (1918-2001) e Roberto Ruffilli (1937-1988). Sei sono le ‘ombre’ che l’Autore rintraccia nell’attuazione dell’unità d’Italia: il centralismo oppressivo, l’annessionismo ideologico e pseudo-plebiscitario, i ripetuti interventi stranieri portatori di tendenze protestanti e massoniche (vedi Inghilterra), a loro volta causa del mancato riconoscimento da parte di altri Paesi europei, la guerra alla Chiesa e all’identità religiosa del popolo italiano e la ‘piemontesizzazione’ autoritaria dello Stato sabaudo. Di particolare interesse in questo ambito è naturalmente l’aspetto marcatamente anti-cattolico della rivoluzione ovvero il tentativo, auspicato e appoggiato da «protestanti e massoni di tutto il mondo» (pag. 12) di imporre anche in Italia le conseguenze della Riforma protestante «che si ebbero in centro e nord Europa, innanzitutto la soppressione degli ordini religiosi e delle organizzazioni assistenziali cattoliche (le benemerite Opere Pie’)» (pag. 13). Opportunamente l’Autore ricorda, sulla scorta degli studi di Vittorio Messori, come «dietro ai bersaglieri entrati dalla breccia di Porta Pia a Roma il 20 settembre 1870, seguirono decine di col-portori’, cioè venditori ambulanti di bibbie protestanti. Il primo ad entrare in questo agguerrito drappello fu addirittura un portatore di carretto tirato da un cane spregiativamente chiamato ‘Pio nono’» (pag. 39). Sono d’altronde ormai noti i legami, in parte col protestantesimo e in parte con le logge massoniche internazionali, che attraversano le varie biografie degli ‘eroi’ dell’unità d’Italia: se Giuseppe Garibaldi diventerà Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia a unificazione realizzata, Giuseppe Mazzini fonderà a Londra l’associazione Friends of Italy proprio in reazione alla restaurazione della gerarchia cattolica in Inghilterra operata da parte di Pio IX nel 1850. Non è quindi un caso che la stessa Gran Bretagna sarà la prima grande potenza a riconoscere il neonato Regno d’Italia e che proprio da lì arriveranno i finanziamenti più cospicui per le spedizioni risorgimentali dei garibaldini e le loro marce su Roma.
Per molti aspetti il cd. Risorgimento si rivelò infatti una vera e propria «guerra d’aggressione contro la Chiesa» (pag. 43), capeggiata da un’élite laicista che sposando la storica accusa di Niccolò Machiavelli (1469-1527) imputava all’influenza del cattolicesimo papista la mancata unificazione italiana: «tale accusa fu ripresa dalla leadership […] del Risorgimento ed estremizzata fino alla negazione di quelluniversalità che faceva della Chiesa lerede di Roma e della sua concezione della civitas capace di tenere insieme l’unità e le diversità» (pag. 43). La politica del Regno di Sardegna nell’Ottocento si caratterizzerà infatti più volte per i suoi tratti manifestamente ostili al sentire religioso delle popolazioni italiane scatenando la reazione autorevole de La Civiltà Cattolica che fin dalla metà del secolo metteva in guardia i fedeli «sullimpossibilità di diventare seguaci delle nuove idee» (pag. 46). L’Autore osserva inoltre che già nel 1854 il governo Cavour-Rattazzi aveva presentato un aggressivo progetto di legge contro gli ordini mendicanti e contemplativi accusati di essere «inutili quindi dannosi» (cit. a pag. 46). Se da una parte questa proposta serviva a rassicurare i governi europei liberal-massonici sulle mire anti-cattoliche del primo ministro piemontese, dall’altra la legge finì col togliere concretamente personalità giuridica a ben 34 ordini religiosi «sopprimendo 331 case religiose con circa 4.500 religiosi, più della metà di quelli esistenti in Piemonte. Centinaia di edifici e opere d’arte di inestimabile valore, più di 2 milioni e mezzo di ettari di terra, vennero espropriati» (pag. 46). Compiuta l’unificazione nel 1861, la politica di secolarizzazione verrà successivamente riproposta su scala nazionale «prima con le leggi del 1867 di soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose di vita contemplativa, con incameramento dei loro patrimoni, poi con la sistemazione unilaterale della questione romana con la legge delle guarentigie del 1870» (pag. 47). E, ancora, tra le ‘ombre’ del Risorgimento andrebbero ricordate anche le ‘gesta’ delle camice rosse garibaldine passate alla storia come eroici ‘liberatori’ (?) dell’Italia, ma non altrettanto per la loro depredazione di conventi e la cacciata di religiosi e religiose dai loro Istituti.
Se questi tristi fatti sono ormai a tutti gli effetti storia passata su cui ben poco si può fare (se non divulgarli il più possibile nelle sedi opportune per favorire una più corretta e critica memoria degli eventi in oggetto), significativa è però la conclusione che l’Autore trae sulle ricadute ben più attuali dello spirito risorgimentale, soprattutto se si considera la nascente Cristofobia che invade con sempre più ostilità gli spazi pubblici del nostro Paese: «se il Risorgimento fosse stato solo contrario allestensione della sovranità territoriale dello Stato pontificio, un compromesso si sarebbe trovato. In realtà esso […] fin dal 1848 fu decisamente anticlericale ed anticattolico, rifiutando in toto la tradizione religiosa dell’Italia, per costruire la terza Roma del positivismo e dello scientismo, idealmente ricollegata all’antica Roma pagana. Lobiettivo era quello di sovvertire la Chiesa, indicata da alcuni come vecchio cancro, e sradicare il Cattolicesimo dall’Italia, progetto che ha una continuità nelle forze laiciste che, dal secondo dopoguerra, si sono di volta in volta passate il testimone. Anche il ritorno nel dibattito politico nazionale di questi ultimi tempi ad atteggiamenti radicalmente anticlericali (lanticlericalismo è sempre il preludio di ogni forma di anticristianesimo) con un inquietante crescendo di toni e anche di azioni contro la Chiesa e la sua dottrina, pone la domanda su dove trovare nella nostra storia la sorgente di questo veleno. La risposta è ovvia: proprio in quello spirito anticattolico di cui era intessuta lideologia e la prassi politica delle élites liberal-giacobine che hanno realizzato la cosiddetta unità italiana» (pag. 49).         
Omar Ebrahime