Un musulmano scrive su l’Osservatore Romano ed il Papa risponde

Fede e ragione

Le religioni e il destino del mondo

di Khaled Fouad Allam

(Osservatore Romano 30-11-2008)

Stiamo da tempo vivendo una crisi globale e proprio per questo la riflessione sul dialogo tra islam e cristianesimo merita di essere riproposta sotto una nuova angolazione. Le relazioni tra queste due grandi religioni sono ovviamente antiche, non solo per la prossimità geografica ma per la storia delle due tradizioni spirituali. Da decenni – per molti aspetti, dal concilio Vaticano II – i rapporti tra musulmani e cristiani coinvolgono diverse dimensioni, tra le quali il confronto sul piano religioso, anche se spesso non si riesce ad approfondirlo e a evidenziarne luci e ombre, con il risultato che non di rado emerge la nostra incapacità a pensare oltre.

Proprio per questa crisi generalizzata bisogna pensare il dialogo tra cristianesimo e islam nella sua dimensione filosofica, vale a dire nella ricerca e nell’analisi di ciò che potrebbe aiutarci a individuare i pericoli di questa crisi e come superarla. È sempre nell’esperienza del dolore, del male e della sofferenza che gli esseri umani sono chiamati alle proprie responsabilità dinanzi alla storia e all’eternità. Le catastrofi degli ultimi vent’anni, la radicalizzazione delle coscienze, l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, il ritorno dell’intolleranza nei confronti di alcune fedi, sono il segnale di un male che la nostra umanità sta vivendo.

Ma è proprio l’esperienza della sofferenza, individuale o collettiva, che rende possibile l’incontro con l’altro, anche se la sofferenza permane comunque intatta, e ineludibile. Non è dunque un caso che, di nuovo, nella ricerca di un nuovo ordine internazionale e di una convivenza pacifica fra popoli e culture, la nozione stessa di dialogo investa, com’è ovvio, terreni non inclusi in quelli delle tradizionali questioni religiose.

Abbiamo difficoltà a entrare nel XXI secolo perché il XX secolo pesa ancora troppo; e se alcuni lo definiscono come il “secolo della storia”, è semplicemente perché ha occultato il rapporto complesso fra storia ed eternità. Un inedito conflitto fra il desiderio di eternità e il vivere nella storia ha prodotto l’odierno oblio della sostanza delle cose; l’uso della parola “modernità” è significativo di tutto ciò, perché la modernità ci ha permesso di scordare che tutto è provvisorio su questa terra, e che qui siamo ospiti.

Viviamo ancor oggi nell’ambiguità di questo rapporto: i nostri comportamenti ne sono impregnati, al punto che spesso nelle religioni – ad esempio nel caso dell’islam – la storia si impadronisce dell’eternità, ad opera degli uomini meno adatti al dialogo. È ciò che avviene nel radicalismo islamico, che in alcune situazioni cerca di imporre il tragico ordine della tirannia.

L’affrontare grandi questioni come la libertà di religione – un problema importante nel mondo islamico – rivisitando il rapporto fra storia ed eternità finirà per incidere sul dialogo tra musulmani e cristiani e tra islam e mondo. Il divorzio fra storia ed eternità si è tradotto nel senso di oblio – oblio dell’eternità, della continuità, della nostra provvisorietà – ed è in tale oblio che si sono fatte le guerre e le rivoluzioni, è in esso che sono nati i totalitarismi. Ma l’oblio ha intaccato anche le grandi questioni relative al destino dell’uomo, alle manipolazioni genetiche e alla bioetica, questioni angoscianti perché interrogano non solo l’individuo ma l’umanità intera.

Come ristabilire questo rapporto, come definire una reale complementarità fra il nostro vivere nella storia e il nostro desiderio di eternità? Ogni rivelazione si definisce come una redenzione, ma ognuna è anche un modello da riformulare volta per volta, perché una reale temporalità, un vero attraversamento del Mar Rosso come fece Mosè con il popolo ebraico, ha senso solo se si congiungono i due punti cardinali, storia ed eternità.

È anche così che si può vedere l’odierna questione del dialogo delle civiltà: un ipotetico nuovo ordine internazionale non può che passare attraverso due paradigmi, che andranno definiti nei contenuti: il primo è la democrazia, il secondo è il dialogo fra popoli, culture e religioni. Le due questioni sono intimamente legate, e il loro sviluppo sarà di primaria importanza per uscire dalle turbolenza di questo nuovo secolo.

Mi preme aggiungere che il dialogo non solo è necessario, ha una urgenza sociale e una valenza etica e morale. L’islam non è una categoria astratta, è fatto di persone che hanno speranze e sofferenze, che vivono anche nel cuore delle città d’Europa, che desiderano integrarsi, anch’esse protagoniste di un’Europa che ritorni alle sue radici, aperte agli altri continenti. In un mondo attraversato da frontiere simboliche e culturali, è forse giunto il tempo che l’universalismo rappresenti l’antidoto all’odierna visione pessimistica del mondo, pessimismo che rende l’uomo muto di fronte all’umanità.

Ma la geometria variabile del dialogo può assolvere anche un’altra funzione: liberare l’islam dal monopolio della teologia neofondamentalista, che occulta la simmetria del rapporto fra storia ed eternità, che tende a considerare la storia come eternità e l’eternità come storia, con l’effetto che l’islam si svuota della sua dimensione spirituale e impoverisce la sua stessa cultura. Di ciò i musulmani si devono rendere conto. Il dialogo è in qualche modo legato a quella "salvezza", anche nella sua versione profana, che dovrà illuminare il buio dei nostri giorni.

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AL PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTER-RELIGIOSO E AL PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DI STUDIO SUL TEMA: CULTURE E RELIGIONI IN DIALOGO" , 09.12.2008

Al Signor Card. Jean-Louis Tauran

Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso

e

all’Arcivescovo Gianfranco Ravasi

Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Desidero innanzitutto esprimere viva soddisfazione per l’iniziativa congiunta del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e del Pontificio Consiglio della Cultura, che hanno voluto organizzare una Giornata di Studio dedicata al tema: Culture e Religioni in dialogo, quale partecipazione della Santa Sede all’iniziativa dell’Unione Europea, approvata nel dicembre 2006, di dichiarare l’anno 2008 "Anno europeo del dialogo interculturale". Saluto cordialmente, insieme con i Presidenti dei Pontifici Consigli menzionati, i Signori Cardinali, i venerati Fratelli nell’Episcopato, gli Eccellentissimi Membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede, nonché i Rappresentanti delle varie Religioni e tutti i partecipanti a questa significativo incontro.

Già da molti anni l’Europa ha preso coscienza della sua sostanziale unità culturale, nonostante la costellazione di culture nazionali che ne hanno modellato il volto. E’ bene sottolinearlo: l’Europa contemporanea, che si affaccia sul Terzo Millennio, è frutto di due millenni di civiltà. Essa affonda le sue radici sia nell’ingente e antico patrimonio di Atene e di Roma sia, e soprattutto, nel fecondo terreno del Cristianesimo, che si è rivelato capace di creare nuovi patrimoni culturali pur recependo il contributo originale di ogni civiltà. Il nuovo umanesimo, sorto dalla diffusione del messaggio evangelico, esalta tutti gli elementi degni della persona umana e della sua vocazione trascendente, purificandoli dalle scorie che offuscano l’autentico volto dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Così, l’Europa ci appare oggi come un prezioso tessuto, la cui trama è formata dai principi e dai valori scaturiti dal Vangelo, mentre le culture nazionali hanno saputo ricamare una immensa varietà di prospettive che manifestano le capacità religiose, intellettuali, tecniche, scientifiche e artistiche dell’Homo europeus. In questo senso possiamo affermare che l’Europa ha avuto e ha tuttora un influsso culturale sull’insieme del genere umano, e non può fare a meno di sentirsi particolarmente responsabile non solo del suo futuro ma anche di quello dell’umanità intera.

Nel contesto odierno, in cui sempre più spesso i nostri contemporanei si pongono le domande essenziali sul senso della vita e sul suo valore, appare più che mai importante riflettere sulle antiche radici dalle quali è fluita linfa abbondante nel corso dei secoli. Il tema del dialogo interculturale e interreligioso, perciò, emerge come una priorità per l’Unione Europea e interessa in modo trasversale i settori della cultura e della comunicazione, dell’educazione e della scienza, delle migrazioni e delle minoranze, fino a raggiungere i settori della gioventù e del lavoro.

Una volta accolta la diversità come dato positivo, occorre fare in modo che le persone accettino non soltanto l’esistenza della cultura dell’altro, ma desiderino anche riceverne un arricchimento. Il mio Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, indirizzandosi ai cattolici, enunciava in questi termini la sua profonda convinzione: "La Chiesa deve entrare in dialogo con il mondo in cui essa vive. La Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa conversazione" (Enc. Ecclesiam suam, n. 67). Viviamo in quello che si suole chiamare un "mondo pluralistico", caratterizzato dalla rapidità delle comunicazioni, dalla mobilità dei popoli e dalla loro interdipendenza economica, politica e culturale. Proprio in quest’ora, talvolta drammatica, anche se purtroppo molti Europei sembrano ignorare le radici cristiane dell’Europa, esse sono vive, e dovrebbero tracciare il cammino e alimentare la speranza di milioni di cittadini che condividono i medesimi valori.

I credenti, dunque, siano sempre pronti a promuovere iniziative di dialogo interculturale e interreligioso, al fine di stimolare la collaborazione su temi di interesse reciproco, come la dignità della persona umana, la ricerca del bene comune, la costruzione della pace, lo sviluppo. A tale proposito, la Santa Sede ha voluto dare un rilievo particolare alla propria partecipazione al dialogo ad alto livello sulla comprensione fra le religioni e le culture e sulla cooperazione per la pace, nel quadro della 62a Assemblea Generale delle Nazioni Unite (4-5 ottobre 2007). Per essere autentico, un tale dialogo deve evitare cedimenti al relativismo e al sincretismo ed essere animato da sincero rispetto per gli altri e da generoso spirito di riconciliazione e di fraternità.

Incoraggio quanti si dedicano alla costruzione di un’Europa accogliente, solidale e sempre più fedele alle sue radici e, in particolare, esorto i credenti affinché contribuiscano non solo a custodire gelosamente l’eredità culturale e spirituale che li contraddistingue e che fa parte integrante della loro storia, ma siano ancor più impegnati a ricercare vie nuove per affrontare in modo adeguato le grandi sfide che contrassegnano l’epoca post-moderna. Tra queste, mi limito a citare la difesa della vita dell’uomo in ogni sua fase, la tutela di tutti i diritti della persona e della famiglia, la costruzione di un mondo giusto e solidale, il rispetto del creato, il dialogo interculturale e interreligioso. In questa prospettiva, faccio voti per la buona riuscita della Giornata di Studio in programma ed invoco su tutti i partecipanti l’abbondanza delle benedizioni di Dio.

Dal Vaticano, 3 dicembre 2008