Un anno fa lo Stato Moderno ha cominciato ad uccidere Eluana

In libreria

Un anno fa, il 9 luglio 2008, la prima sezione civile della Corte d’Appello di Milano firmava un decreto, ahimè, storico: introduceva in qualche modo in Italia il principio dell’eutanasia. Quel decreto ha consentito di staccare il sondino che dava da mangiare e da bere ad Eluana Englaro (una gravissima disabile, non una malata terminale: aveva bisogno di cibo e acqua, non di medicine).

 

Massimo Pandolfi, La vita in gioco – Eluana e noi, pp. 224, ISBN: 978-88-8155-466-9, Euro 13.00

 

Dalla Corte d’Appello _ che prese poi spunto da una pittoresca interpretazione datata 16 ottobre 2007 della Corte di Cassazione _ è iniziato il lungo iter, pieno di polemiche e veleni, che ha portato alla morte di Eluana a Udine, il 9 febbraio scorso.

Sul blog ho scritto un’infinità di volte sulla vicenda (e fra l’altro ho anche mandato alle stampe un libro: La vita in gioco, Eluana e noi) e per questo triste anniversario voglio puntare i riflettori su un altro aspetto.
Il seguente: qualcuno, nei mesi terribili che sono passati da giugno a febbraio, ci aveva compiuto un vero e proprio lavaggio del cervello, facendoci credere che l’Italia era piena di gente che viveva in condizioni pietose e che era costretta a restare in vita per colpo di uno stato sadico, clericale e accanito.
E allora mi domando: come mai, se la realtà era quella, in questi dodici mesi nessuno si è messo in fila?
Come mai non c’è uno (uno!) delle migliaia e migliaia di pazienti che sono costretti a nutrirsi e idratarsi in modo artificiale (coscienti e non coscienti) che abbia detto: ‘Staccate anche a me il sondino, vale la sentenza della Corte d’Appello di Milano!’?
Come mai?

Io una una risposta ce l’ho: in realtà le esigenze delle persone disabili sono ben altre e non quelle che insistentemente rivendicono radicali e Ignazi Marino vari.
Queste persone disabili hanno bisogno di incontrare amici che li aiutino a dare un senso alla loro esistenza.
Anche i familiari dei disabili hanno bisogno di incontrare amici che li aiutino a dare un senso alla loro esistenza.

Non servono notai che appongono un timbro di morte a un urlo disperato di sofferenza e di dolore, moderna via d’uscita a magoni e paure.
No, si può trovare un senso anche dalla sofferenza e dal dolore.

Rispondo a una possibile obiezione: se 9999 disabili vogliono continuare a vivere, bisogna aiutarli, ma allo stesso modo serve rispettare la volontà dell’uno su 10mila che non ce la fa più.
Ok, io rispetto quest’uno sui diecimila: se non ce la fa più, non ce la fa più.
Beppino Englaro non ce la faceva più (non ce la faceva più da subito dopo l’incidente).
Siamo noi che dobbiamo aiutare i Beppini Englaro a dare un senso, un significato, a una realtà che può sembrare assurda, inutile, paradossale.

E’ disumano spingere queste persone verso il baratro anzichè lanciar loro una corda.
Dobbiamo provare a salvarli.
Provare a portare con loro una misteriosissima croce.

(C) http://club.quotidianonet.ilsole24ore.com/pandolfi/un_anno_fa_lo_stato_moderno_ha_cominciato_ad_uccidere_eluana