(Tracce) Identità e tolleranza

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“Tracce Litterae Communionis”, n. 7 (luglio-agosto) 2002 —
http://www.tracce.it/

La nuova Costituzione europea. L’Europa e la sua tradizione. L’Est e l’
Ovest. Le condizioni di una convivenza tra popoli. Il compito dei cristiani
e la rilevanza della presenza della Chiesa. Nessuna fuga nostalgica nel
passato. Parla il professore Lobkowicz

A cura di MONICA SCHOLZ
Già rettore dell’Università di Monaco, Nikolaus Lobkowicz nell’84 assunse
quella carica presso l’Università Cattolica di Eichstätt. Ora ne è
presidente. Negli ultimi anni ha intensificato il suo impegno negli scambi
culturali con l’Europa dell’Est dirigendo l’Istituto centrale di studi per l
’Europa centro-orientale (Zimos).

Professore, identità e tolleranza sembrano essere oggi concetti
inconciliabili. Proclamare la propria identità implicherebbe intolleranza
verso altri. Cosa ne pensa?

La tolleranza è una virtù. E non è in conflitto con la mia identità. Essa
significa accettare l’altro e per questo si fa valere, in particolare,
quando ci sono dei conflitti, quando ci sono delle difficoltà. C’è poi una
forma piatta di tolleranza e questa è l’indifferenza. Il vero problema è la
tolleranza di fronte agli intolleranti. E questa è una domanda di carattere
politico. Una buona società deve essere in grado di poter sopportare una
certa porzione di intolleranza, ma fino a che punto?

L’islam, per esempio, ha una comprensione del diritto diversa da quella
europea. In Europa, soprattutto nell’Ovest, siamo riusciti a “secolarizzare”
il politico: attraverso un processo difficile e non sempre coerente siamo
arrivati a una distinzione fra politica e religione. In questo modo si è
creata la base per una convivenza fra diverse opinioni e convinzioni.

La tolleranza è diventata perciò prima di tutto una dimensione dell’
individuo e, in una certa misura, della società. Del resto, il rimprovero d’
intolleranza mosso alla Chiesa cattolica non solo non è fondato, ma è
interessante notare che spesso esso nasca dalle proprie fila. La Chiesa
stessa ha contribuito a discernere fra le due potestas.

Al di là degli accordi strategico-militari, cosa è cambiato in Europa,
secondo lei, dalla caduta del muro di Berlino a oggi?
Prima di tutto bisogna dire che abbiamo assistito a un miracolo. Nessuno
poteva immaginarsi la caduta del comunismo e ciò senza spargimento di
sangue.

All’inizio c’è stato il trasferimento dall’ovest all’est di una certa
“ricchezza a buon mercato”, fatta di jeans e pop, una specie di
“macdonaldizzazione”. Ma in molte regioni è andato all’inizio peggio che
sotto il comunismo. Grandi firme hanno aperto negozi in città in cui nessuno
poteva comprare le loro offerte, ma forse è meglio non poter comprare certi
articoli che non poter comprare del tutto. Ci sono stati anche tanti
imbrogli, per esempio da parte di assicurazioni. Lentamente sta iniziando un
processo di comprensione. Noi nell’Ovest, dopo il 1945, abbiamo avuto uno
sviluppo spirituale, per esempio una riflessione sui diritti umani, sulla
tolleranza, sul rapporto fra Stato e società. I Paesi dell’Est non hanno
ancora fatto questo cammino e si trovano nella situazione di dover
recuperare i concetti democratici.

Gli stessi giornalisti dell’Est si trovano impacciati oggi nello scrivere un
semplice reportage o un commento, tanto che la Rfe (Radio Europa Libera) ha
organizzato a Praga un convegno per 150 giornalisti con lo scopo di
trasmettere loro un nuovo metodo di lavoro.

Per quanto riguarda la vita religiosa, la situazione è comunque molto
differente da Paese a Paese. Ci si trova a dover riprendere sulle rovine di
una cultura distrutta dal comunismo. In Boemia, per esempio, solo il 30% è
rimasto cattolico e il 15% è praticante. Ma in generale i giovani dimostrano
un interesse per il fatto religioso, per una proposta che riesca a
rispondere alle loro domande e alle loro esigenze.

Inoltre va osservato che tanti dei cristiani che hanno tenuto duro sotto il
regime comunista sono quelli che oggi ricoprono le nuove funzioni pubbliche.

Nei documenti preparatori della Costituzione europea il cristianesimo è
relegato a un “eccetera”. Come giudica questa situazione e come pensa debba
essere posto il problema?
È una questione molto difficile. Da una parte, noi cristiani siamo chiamati
a prendere posizione e a renderla pubblica. Dall’altra, non è solo un
richiamo politico, ma prima di tutto un richiamo cristiano proprio quello di
rispettare la libertà di coloro che non sono o non sono più cristiani.
Personalmente ritengo fondamentale la vecchia formula con la quale
tradizionalmente incominciavano le costituzioni, come per esempio la
Costituzione tedesca, che esordisce con la «responsabilità davanti a Dio».
Attraverso queste formule si comunica una concezione dell’uomo che favorisce
la libertà e la responsabilità anche a livello politico. Nello stesso tempo
devo rispettare coloro che non condividono una posizione religiosa o
cristiana. C’è un tentativo di trovare una strada che soddisfi entrambe le
parti, come per esempio la Costituzione polacca, che parla del
riconoscimento dei valori principali «tanto da parte di coloro che credono
in Dio come fonte di verità, giustizia e bellezza, quanto da parte di coloro
che non condividono tale fede, ma rispettano quei valori, provenienti da
altre fonti, come universali». Ciò è stata l’opera di Mazowiecki, il primo
capo cattolico di un governo non comunista.

Nel rapporto tra Stato e Chiesa penso che qualsiasi restrizione all’azione
della Chiesa andrebbe contro i diritti umani come tali. Per questo le frasi
che si riferiscono alla libertà delle Chiese, delle religioni sono quelle
decisive delle costituzioni moderne. Questa libertà non è un privilegio, ma
un’esigenza fondamentale di qualsiasi diritto moderno. Alla Chiesa,
peraltro, non fa bene stare troppo vicino alla Stato. La Chiesa deve poter
avere la possibilità di annunciare, indipendentemente dallo Stato, ciò che
le sta a cuore.

A questo punto occorre considerare che anche i musulmani o aderenti ad altre
religioni esigono questi stessi diritti. Credo quindi che la Chiesa debba
buttarsi nella battaglia aperta delle opinioni, senza violentare nessuno, ma
cercando di conquistare la comprensione della società sui punti fondamentali
della dignità umana. Bisogna ritornare a una posizione originaria che
riaffermi i valori umani. È di primaria importanza che venga riaffermata la
dignità dell’uomo, la garanzia della sua libertà e dei suoi diritti
fondamentali, che non provengono dallo Stato, ma lo precedono. Questo sarà
la parte decisiva della Costituzione.

La Chiesa dovrà salvaguardare quei valori umani che lei stessa ha portato e
inoltre chiarire un fraintendimento presente nella maggior parte degli
europei e purtroppo anche fra tanti dei suoi fedeli: che ciò che lo Stato
non proibisce o permette sia per questa ragione di per sé morale. Nel ’90 il
cardinale Tomasek, vedendo la tragica situazione della Chiesa, disse che
forse ora per i cattolici era venuto il momento di prendere una decisione
cosciente e personale, perché un’appartenenza semplicemente basata sulla
tradizione potrebbe venire meno di fronte a certi conflitti o
contraddizioni.

La positività di questa situazione è che chi è cristiano oggi lo è perché lo
ha deciso lui, non solo perché è nato in una famiglia o tradizione
cristiana. Forse ci ritroveremo come i primi cristiani a Roma. E gia è un po
’ così. Quanti cristiani sono cristiani da dare la vita, da rischiare
pubblicamente una posizione?

Una certa riduzione del concetto di ragione ha favorito l’emergere di forme
irrazionalistiche… Di fronte a quale fenomeno ci troviamo?
Il cristianesimo ha “ucciso” gli dei pagani e ora ritornano. Certe forme d’
irrazionalità coincidono con la crisi della scienza, soprattutto a causa
delle sue conseguenze ecologiche. Fatta l’equazione ragione=scienza, la
crisi di essa ha trascinato con sé l’intero impianto razionale. Occorre
riprendere il concetto di ratio come si evolve nella tradizione cristiana.
Il cardinale Ratzinger dice che il cristianesimo è stato addirittura una
forma di Illuminismo. La Fides et Ratio ha ricordato l’importanza della
ratio aperta davanti alla fede. Se con i cristiani si dialoga col Nuovo
Testamento, con gli ebrei col Vecchio Testamento, con i pagani si dialoga
con la ragione.

A cosa sono chiamati, allora oggi, i cristiani?
C’è una sola risposta: che il cristiano vada dentro il mondo e lo plasmi.
Dopo il Concilio Vaticano II c’è stato un equivoco. Il Concilio ha parlato
della vocazione del laico e ciò è stato erroneamente inteso nel senso che i
cristiani dovevano incominciare a ballare intorno all’altare e dire ai preti
quello che dovevano fare. Mentre il senso era: «Tu sei dentista, tu sei
cameriere, tu sei professore, va’ nel mondo e agisci da cristiano». Noi
testimoniamo molto di più per come viviamo che non per come predichiamo.

Mi sembra che il modo più significativo per una cristianizzazione o
ricristianizzazione dell’Europa sia quello che uno possa incontrare sul
posto di lavoro un collega così diverso, così affascinante da doversi
chiedere: «Perché è così, qual è il suo segreto?». Non dobbiamo cedere alla
tentazione di una nostalgia del passato: dobbiamo attraversare questo tempo,
attraversare i problemi che ci pone testimoniando il nostro “segreto”.