(Tempi) L’Apocalisse come apparecchio alla morte

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Tempi 18/11/2009

2012 (e una domanda)

di Marco Respinti

Solito film hollywoodiano, catastrofista, politicamente corretto, prevedibile. Insolito, però, il quesito che pone: a chi ci rivolgeremo il giorno in cui tutto finirà?

Ricordate Monthy Phyton? La loro pellicola Il senso della vita, del 1983? Come a dire che ogni tanto anche i cretini provano a porsi qualche domanda seria sul significato delle cose (non che i “Phytons” siano dei cretini, per carità, escono tutti da Oxford e da Cambridge…). Ecco, la prima idea che viene guardando 2012, il nuovissimo film di Roland Emmerich (Stargate, Independence Day, Il patriota) è questa.
Secondo il calendario maya, nel 2012, manca un attimo, il mondo finirà, per la precisione il 21 dicembre, solstizio d’inverno che furoreggia fra i wicca e i new age (o in ciò che di quel movimento con il futuro tutto dietro le spalle resta oggi…). Per un rarissimo allineamento degli astri, il sole dà di matto, scioglie il core della Terra e le tettoniche prendono ad andarsene in crociera sugli oceani tutto spaccando, tutto inondando, tutti ammazzando. Ecco, la trama di 2012 è tutta qui, anche se il film dura 160 minuti. Alla fine torna il sereno; ovvio, dopo avere terrorizzato il pubblico, vorrai mica che si suicidino tutti sulla via di casa?
Di suo la pellicola è uno spettacolone pirotecnico tutto effetti speciali e citazioni. Zero pretese. E occorre pure farci la tara, Emmerich è Emmerich, ci ha dato un remake di Godzilla, The Day After Tomorrow e 10,000 A.C., non è che si può pretendere troppo. La moda è il presidente degli Stati Uniti coloured e lui dietro; i capitalisti viziati calpestano gli “ultimi”; i russi postcomunisti sono intrallazzoni mafiosi e i loro governanti, così come quelli cinesi, amano la “gente”; un geologo nero e sfigato fa l’eroe che si fidanza con la figlia del defunto presidente Usa; il governo complotta contro il popolo; il radioamatore svalvolato dice la verità come l’asina di Balaam; e il mondo rinascerà in Africa, alla fine più svettante del Pamir. Crollano certezze e religioni, ma a pezzi si vede solo San Pietro, l’islam no, dice Emmerich, perché poi quelli vengono a trovarmi fuori dal cinema…

Ma, appunto, pagato il pegno imposto da questi nostri tempi fatti così, il film diverte, la fotografia è grande, gli scenari mozzafiato, le avventure rocambolesche, lo splatter nullo e costante ritorna invece una domanda, scusate, serissima, ancorché formulata alla Capitan Fracassa. Quale? Quella sul senso delle cose, del tempo, della vita, dell’universo. Nientemeno. Emmerich, infatti, sarà pure Emmerich, tedesco, ma lavora in mezzo agli americani, popolo di frizzi e lazzi che però, nonostante tutto, continua a farsi le domande giuste. Anzi, esageriamo, 2012 è persino pervaso di un senso religioso oggettivo, magari solo nella forma di una rudimentale esperienza elementare, ma c’è altro che al mondo conta in pendenza di fine del mondo?
Fateci caso. Gente con vite sfatte o presa nella banalità delle proprie esistenze comincia a stupirsi di fronte al reale; il reale non sa che farsene delle piccole opinioni dell’uomo; esiste un «rendezvous with Destiny», per dirla con Ronald Reagan (dico io, non Emmerich), che non è un appuntamento al buio ma soprattutto un, letterale, “arrendersi”, un affidarsi, pur sempre lottando come Giobbe, a un disegno più grande; e alla fine la gente dalle vite sfatte ricuce qualche strappo.
Nel film i governi del mondo costruiscono sei barconi per salvare il salvabile. Le chiamano arche. Ci mettono animali e vegetali, trasportandoli in imbracature aeree. Il figlio del protagonista (uno di quelli sfatti che alla fine muta) si chiama Noah, ed Emmerich ne fa un incrocio fra figliol prodigo e vignaiolo pigro. Dio è sempre presente, anche quando è assente. Sì, la Kaba non crolla, si sbriciola solo il Cupolone. Epperò non si vedono sparire nel nulla nemmeno templi buddisti, scintoisti o indù. Forse che quando dici fede dici San Pietro? Nella Roma cattolica inghiottita dal disastro, una crepa killer fende il “disegno intelligente” della Cappella Sistina. La scena è telefonata, ne prevedi il climax appena inizia: ma quella rottura che separa il dito di Dio dal dito dell’uomo ricorda T.S. Eliot, «è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?». E il premier italiano (nel film sembra vagamente l’ex ministro Giovanni Battista Conso) è l’unico che, come l’inquilino della Casa Bianca, sceglie d’incontrare il destino senza l’arca, finendo in preghiera con il Pontefice in Vaticano.

Ma quello è Berlusconi?
La gente in sala si dà di gomito pensando al Berlusca, e perde una buona occasione. Il mondo, si vede nel film, finisce quando lo decide un Altro; noi viviamo solo le fini e gli inizi del tempo che ci è dato. Viene in mente J.R.R. Tolkien e la sua idea di eucatastrofe, una buona notizia che le agenzie ci vivrebbero per l’eternità. Non abbiate paura. C’è qualcuno altro che ci mette le pezze.