SOCCI, Uno strano cristiano

In libreria

ANTONIO SOCCI, Uno strano cristiano, Rizzoli 2002, pp. 90, ISBN: 8817872873, Euro 12.00

Il dibattito sui media a partire da un editoriale di Ezio Mauro su la Repubblica. Che cosa c’entra la fede con la realtà e che cosa significa essere cristiani oggi. Brani dalla rassegna stampa

Dopo appena due puntate del nuovo programma di Rai2 condotto da Antonio Socci, Excalibur, Ezio Mauro, direttore di Repubblica, ha scritto un lungo editoriale («A destra s’avanza uno strano cristiano», 16 novembre 2002) per lanciare una sorta di laico e democratico altolà: «S’avanza una nuova figura di cattolico… una sorta di cristiano originario – in questo senso primitivo – nella sua pretesa di essere insieme fonte e testimonianza di un modello italiano di fede e di vita… Come molti altri cattolici ritengono di aver “incontrato” Dio. Ma non tramite l’adesione ad una dottrina o ad una filosofia religiosa, bensì attraverso quell’“avvenimento” che è la concreta fisica nascita del cristianesimo duemila anni fa». E dopo queste parole che ci fanno onore, la mette in politica: «Naturalmente una testimonianza integrale dei valori potrebbe essere feconda per tutti, cattolici e no. Ma come i “camelots du roi” dell’Action Française i cattolici tradizionalisti piegano la loro verità a strumento di lotta politica, tradendola e ideologizzandola. Faticano a riconoscere nello Stato quel moderno “tutto” in cui le parti si ricompongono, oltre le maggioranze e le minoranze… Rispetto a questa visione del Paese, che pretende di utilizzare il cattolicesimo come elemento di forza dell’idea di nazione, c’è, io credo, la possibilità di testimoniare una diversa idea dell’Italia, non importa se di maggioranza o di minoranza. Ricordando e scegliendo, ancora una volta, tre parole del Papa: “Non abbiate paura”».

Il giorno dopo su Avvenire compare una colonna («Questi cattolici dai mille profili», 17 novembre) di Pino Vicentini: «Ma il mondo cattolico è molto, molto più vasto… Dal Concilio sono scaturiti infiniti profili, così numerosi da non poter essere contati», minimizzando così i termini del problema sollevato da Mauro: «Ci sono innumerevoli soggetti cattolici che pensano e operano, elaborando idee e fatti, contribuendo a dare al Paese coesione e speranza pur senza occupare ministeri e direzioni. Ma i riflettori laici sono disposti a vederli?». Che cosa c’entra con le osservazioni di Mauro?

Più diretto è Giuliano Ferrara su Il Foglio («L’avanzata dello strano cristiano che fa paura a Mauro», 18 novembre), che legge Mauro e va al sodo, senza giri di parole: «Mauro, che è intelligente e svelto in ogni sua mossa, li ha capiti e ne ha timore, per questo invita l’esercito a non averne paura. E li rispetta, comportamento da persona seria e sicura di sé, anche se tenta un po’ di contaminarli. Ci prova con una sola frasetta interpolabile dal suo articolo: dice il direttore che questi strani soldati cristiani s’avanzano con i loro tradizionalismi estetizzanti o con il loro credo letterali o simbolici, ma peccano perché lo fanno accanto all’indifferentismo etico di Berlusconi… Mauro li vorrebbe con sé… Potrebbe anche riuscirci, un domani. A patto di dimostrare che la sua armata laica e di sinistra spara la sua ideologia quotidiana in un clima di responsabilizzazione etica, di coinvolgimento morale privo di relativismo, lontana nel suo perbenismo dal cattivo mondo degli affari e della politica. Vaste programme»

Ed è L’Espresso a riaccendere la polemica con un pezzo di Edmondo Berselli («S’avanza il cattolico da combattimento», 28 novembre) che, visto Excalibur, scrive: «Nella seconda puntata è apparsa formidabile la conclusione dettata da Socci, che praticamente ha chiesto agli ospiti in studio quale fosse il loro rapporto con la fede. Vale a dire se credevano in Dio. Il cortocircuito fra trash televisivo e fede individuale è una novità assoluta, almeno al livello del talk shaw politico. Ma questo aspetto che tenta di spettacolarizzare la dimensione più intima della relazione fra immanente e trascendente è forse secondario rispetto alla rivendicazione continua del cattolicesimo come metro di giudizio mondano». Ecco, dunque, la cosa imperdonabile: la pretesa che la fede c’entri con la vita.

Nella sua rubrica “Parolaio” su La Stampa («Grazia», 25 novembre), s’incarica Pierluigi Battista di rispondere a Berselli: «Chiedere a qualcuno se crede in Dio, che male c’è? E che c’entra il trash? Basta rispondere sì o no, se lo si desidera e senza risvegliare i furori di Berselli. Per il resto, amen».

Passano un po’ di giorni e il Corriere della Sera pubblica un lungo editoriale di Ernesto Galli della Loggia («Il pregiudizio sui cattolici», 25 novembre), che risponde a Mauro: «Il suo è il discorso di una sinistra impegnata allo spasimo nella lotta contro la destra, e che per far fuoco adopera tutte le munizioni, compreso un certo laicismo duro a morire… Ecco spiegata l’insistita definizione di “tradizionalisti” per i cattolici politicamente sgraditi al direttore di Repubblica. Dei quali ciò che a lui non piace sono sì gli orientamenti politici, ma più ancora qualcos’altro, credo: il fatto cioè che questi cattolici, nonostante non appartengano a quella specie cosiddetta “democratica” che la sinistra invece predilige, questi cattolici abbiano però letto dei libri e all’occasione sappiano anche scriverne, sappiano organizzare giornali, case editrici, dibattiti, insomma cultura, e magari partecipare a qualche trasmissione televisiva. Vale a dire che siano antropologicamente spregiudicati e moderni (in questo senso proprio l’opposto del “tradizionalismo” comunemente inteso), e che però, al tempo stesso, questi “strani cristiani” si mostrino capaci di aggregare e creare opere in nome della fedeltà a un retaggio religioso e di una lettura di tale retaggio sui quali i laici forse farebbero meglio ad evitare di esprimere giudizi improvvisati».

Noi, come riconosce lo stesso Mauro – non sappiamo quanto involontariamente o perché ci conosce fin troppo bene – siamo interessati a una egemonia cattolica sulla società e non siamo definiti dalla ricerca del potere – anche se ne riconosciamo l’utilità -; siamo invece amanti della vita; e della verità che può dare la felicità all’uomo. Questa è la nostra stranezza: siamo cresciuti nella Repubblica, rispettando scrupolosamente lo Stato (anche se non è tutto, come riconoscono i riformisti di sinistra), resistendo a un continuo tentativo di ostracismo intellettuale (non riuscito), secondo il quale l’altro è irrimediabilmente il nemico cui contrapporsi.

Tracce N.1, Gennaio 2003, S’avanza uno strano cristiano?, di Alberto Savorana