(SC) La discriminazione culturale dei cattolici

In libreria

15/02/2010
Aldo Maria Valli – da Studi cattolici n. 587 – «Padre Pio, un caso da manuale. Le vicissitudini per presentare in tv un libro Ares»

«Padre Pio, un caso da manuale»

Le vicissitudini per presentare in televisione
la biografia di Padre Pio edita dall’Ares

da Aldo Maria Valli, Studi cattolici n. 587

Era la fine dell’estate 2007 quando l’allora direttore del Tg1 Gianni Riotta mi fece avere le bozze di un libro su Padre Pio che sarebbe uscito nell’ottobre successivo.
Il libro era Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, edito da Einaudi e scritto dallo storico Sergio Luzzatto. Riotta mi chiese di studiarlo in vista di un servizio di presentazione per il telegiornale e, cosa molto più impegnativa, di uno Speciale Tg1 di un’ora nel quale, prendendo spunto dall’uscita del libro, si tornasse sopra l’intera vicenda umana e spirituale di Padre Pio, compresi i contrasti e le incomprensioni con il Vaticano.
Lessi il libro con grande interesse e anche, direi, con soddisfazione, dal punto di vista dello stile letterario, perché Luzzatto scrive molto bene. Mi colpì soprattutto l’intreccio fra la storia del frate con le stigmate e la storia dell’Italia in quegli anni, in particolare durante il ventennio fascista. Era infatti la prima volta che il rapporto veniva studiato in profondità, mettendo anche in luce l’utilizzo della figura di Padre Pio, da parte di diverse forze politiche, nel corso dei decenni.

Andai a trovare Luzzatto a casa sua. Conobbi così uno studioso giovane, appassionato, grande conversatore, molto simpatico. Mi spiegò di essere di religione ebraica, non praticante, ma desideroso di riscoprire le proprie radici, e ci sentimmo subito in sintonia.
Quando gli chiesi come mai avesse deciso di dedicarsi a Padre Pio, mi disse che lo aveva colpito un fatto: il numero impressionante di persone, non solo in Italia, che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con il santo frate. C’è chi lo vede in sogno; chi lo considerava lontano dalla propria spiritualità e poi invece, tramite vie misteriose, lo ha riscoperto e ne è diventato devoto; chi ha sentito improvvisamente il bisogno di rivolgersi a lui in un momento difficile della propria vita; chi ne è venuto a conoscenza tramite amici o parenti e ha ricevuto da lui moltissime grazie.
Durante l’incontro non avvertii nessuna ostilità da parte di Luzzatto nei confronti di Padre Pio. Al momento del commiato gli chiesi: «Ma alla fine, professore, chi è per lei Padre Pio?», e lui disse: «È un uomo che ha fatto tanto bene a tante persone». Risposta che mi sembrò carica di verità, perché in effetti quando, ancora oggi, si va a San Giovanni Rotondo, al di là di tutti gli aspetti che possono convincere di meno, come un certo commercio che ruota attorno alla figura del santo, ciò che colpisce è proprio il bene che i pellegrini ricevono dall’accostarsi a lui e dal pregare sulla sua tomba.
Confesso che durante l’incontro con Luzzatto non ci soffermammo più di tanto sulla questione delle stigmate. Io, come detto, ero interessato a ciò che mi sembrava il contributo più originale del libro, ovvero le connessioni fra la vita del frate e la storia d’Italia, e lui non mostrò nessuna intenzione di puntare, in modo scandalistico o pruriginoso, sulle controversie legate alle ferite di Padre Pio.
Per realizzare lo Speciale Tg1, mi recai a San Giovanni Rotondo per la prima volta in vita mia. Ci arrivai in una giornata di tormenta, con un gran freddo, vento a raffiche, pioggia a secchiate, il cielo nero, un’atmosfera terrificante. Proprio a causa delle condizioni del tempo, fui costretto a stare sempre all’interno del convento, e questa circostanza favorì una particolare intimità con i frati. Parlammo molto, con grande libertà, anche degli aspetti più controversi della vita di Padre Pio. Riuscii così a farmi un quadro abbastanza preciso, ma soprattutto ebbi la possibilità di calarmi a fondo nella realtà in cui visse il frate, spogliandomi di tutti i miei eventuali pregiudizi.

Immagine distorta

Mentre lavoravo allo Speciale, il Corriere della sera uscì con un articolo dello stesso Luzzatto intitolato «Padre Pio, il giallo delle stigmate». Era un’anticipazione del libro, ma ne offriva un’immagine distorta. Infatti, ignorando tutto il resto, puntava soltanto sul presunto uso, da parte di Padre Pio, di acido fenico per procurarsi le abrasioni sulle mani, questione che Luzzatto effettivamente affronta in alcune pagine, ma che non costituisce il cuore dell’opera.
La circostanza, lo ricordo, è basata sulla testimonianza di una devota del frate, Maria De Vito, cugina di un farmacista di Foggia, il dottor Valentini Vista, la quale riferì che nel 1919, al rientro da una visita a Padre Pio, chiese al cugino farmacista una bottiglietta da cento grammi di acido fenico puro dicendo che era stato lo stesso frate ad avanzare la richiesta, raccomandandole di mantenere il segreto.
Dopo l’uscita dell’articolo, Gianni Riotta mi convocò e mi chiese: «Tu hai parlato con Luzzatto della storia dell’acido fenico, vero?». Al che dovetti confessargli che sì, avevamo affrontato le polemiche sulle stigmate, ma che, non essendomi sembrato quello il cuore del libro, ci eravamo soffermati di più sulle questioni storiche e sullo sfondo politico dell’Italia di quegli anni.
Riotta mi replicò con uno sguardo che era un misto di commiserazione e irritazione, come fanno a volte i maestri con gli alunni buoni ma un po’ duri di comprendonio. Mi disse più o meno: «Lo so che sei un idealista e un’anima candida, ma noi siamo il telegiornale, e il telegiornale per vivere ha bisogno di fare ascolti. Solo gli ascolti sono la nostra forza, nient’altro. E gli ascolti si fanno con gli argomenti forti. La storia dell’acido fenico è un argomento forte, capisci? Non pensare che io sia un mostro. Piacerebbe anche a me approfondire i rapporti tra la vita di Padre Pio e la storia sociale e politica della sua epoca, ma considera che noi ci rivolgiamo a un pubblico vastissimo, che non è di specialisti, e questo pubblico lo dobbiamo catturare. Chiama Luzzatto, fallo venire qui e integra l’intervista con la faccenda dell’acido fenico».

Fu così che Luzzatto mi raggiunse alla Rai di Saxa Rubra a Roma e realizzammo il supplemento di intervista. Puntai sulla questione dell’acido, ma lui in realtà mi sembrò quasi desideroso di ridimensionare la portata di quelle pagine.
I miei problemi comunque non erano ancora finiti, perché, il giorno dopo, il Corriere se ne uscì con un altro articolo, sempre nella pagina della cultura e sempre con grande evidenza, intitolato «Padre Pio, un immenso inganno», e lì capii subito che tutta la storia stava prendendo una brutta piega e che saremmo finiti pari pari in quel sensazionalismo e in quel giornalismo «urlato» che io in genere cerco di evitare, perché credo che non spieghi niente e serva solo ad alzare cortine fumogene.
Nell’articolo si citava il contenuto di «quattro foglietti rimasti inediti fino a oggi e rivelati da Sergio Luzzatto», quattro foglietti sui quali il 25 giugno 1960 Giovanni XXIII aveva definito Padre Pio un «fenomeno preoccupante» e la devozione nei suoi confronti una «dolorosa infatuazione». Tutto a partire dalla scoperta di «filmine» (così le chiamava il Papa) che avrebbero mostrato Padre Pio in «rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana», e il tutto «a discredito della santa Chiesa».
Bisogna dire che quell’appunto del 1960, in realtà, era già noto e che in esso il Papa, dopo aver definito Padre Pio «un idolo di stoppa», aggiungeva in latino «si vera sunt quae referentur», cioè «se è vero quel che si dice»; ma voi capite che questa annotazione, di fondamentale importanza, dal punto di vista del giornalismo sensazionalistico passa del tutto in secondo piano rispetto a un titolo che parla di Padre Pio come di un «immenso inganno» e tira in ballo l’argomento pruriginoso dei rapporti con «le femmine».
A onor del vero, l’articolo diceva anche che, al di là delle rivelazioni sui bigliettini di papa Giovanni, il libro di Luzzatto dava un giudizio di Padre Pio che non era per nulla liquidatorio e che l’interesse dell’opera stava non tanto nei presunti retroscena sulle stigmate quanto nella ricostruzione del sorprendente intreccio fra la vita di un povero frate del Gargano e quella della Chiesa, della politica e della finanza dell’epoca. Tuttavia la macchina dell’informazione, unita a quella dell’editoria, si era messa in moto secondo le logiche del sensazionalismo, e in questi casi non c’è niente da fare: opporsi è come pretendere di fermare con le mani un treno in corsa.

Di fronte ai titoli del Corriere, non fu facile convincere i miei superiori che non era il caso di realizzare uno «Speciale Tg1» in senso scandalistico, ma alla fine furono comprensivi e mi lasciarono carta bianca. Intitolai lo Speciale Il mistero Padre Pio, andammo in onda negli ultimi giorni dell’ottobre 2007 e, nonostante il mio stile, da libro di storia più che da rotocalco, gli ascolti furono ottimi, il che dimostra che il pubblico è più maturo di quanto pensiamo in genere noi giornalisti. Ovviamente ci misi la faccenda dell’acido fenico e degli appunti di Giovanni XXIII, ma cercai di contestualizzare queste circostanze, ascoltando molte altre testimonianze e soprattutto facendo notare che papa Roncalli per i suoi duri commenti si basò sempre su giudizi riferiti da altri: «si vera sunt quae referentur», appunto. Nel complesso fui abbastanza soddisfatto del mio lavoro, che infatti venne giudicato favorevolmente per l’equilibrio.

Uno scrupolo di coscienza

Poco meno di un anno dopo questa vicenda, mi chiamò l’Ares proponendomi la lettura del libro di don Francesco Castelli Padre Pio sotto inchiesta. L’autobiografia segreta (Edizioni Ares, Milano 2008, pp. 328, euro 14), un’opera che mi apparve subito caratterizzata da un rigore storico eccezionale e che mi colpì per il racconto, fatto dallo stesso Padre Pio, di come il frate ricevette le stimmate. Un racconto (molto più dettagliato di quello già noto, contenuto in una lettera inviata da Padre Pio al suo direttore spirituale) dal quale si viene a sapere, soprattutto, che il frate conosceva bene l’identità della persona che gli apparve e che fu proprio Gesù a chiedergli di aiutarlo a portare il peso dei peccati del mondo.
Il libro di don Francesco inoltre contiene un altro documento inedito: l’esame delle stimmate fatto dal vescovo inviato dal Vaticano. Un esame approfondito e accurato, l’unica vera indagine realizzata per conto del Sant’Uffizio, al termine della quale monsignor Rossi, ammettendo di essere partito con un atteggiamento di prevenzione, arriva a dire che le stimmate sul frate si spiegano solo con un’origine divina.
Il lavoro di don Francesco, mi dissi, meritava di essere conosciuto almeno quanto quello di Luzzatto. E fu così che, nonostante la mia congenita timidezza, fui molto insistente con Gianni Riotta. Gli dissi che dovevamo assolutamente parlare del libro di Castelli, e dovevamo farlo nella nostra edizione principale, il Tg1 delle 20, anche con una breve intervista all’autore.
Non è per niente usuale che in un Tg, specie nell’edizione principale, si presenti un libro. In genere lo si fa nella rubrica settimanale dedicata alle novità librarie, oppure in qualche edizione minore, ma nel caso del lavoro di don Francesco presi il coraggio a due mani e mi rivolsi al direttore perché avvertii uno scrupolo di coscienza. Dopo tutto lo spazio dedicato alle pagine più sensazionalistiche del libro di Luzzatto, sentivo il bisogno di riequilibrare la situazione. Mi sembrava un dovere verso i nostri ascoltatori oltre che nei confronti di Padre Pio.
Devo dire che il direttore accettò di buon grado la mia proposta. Avrebbe potuto rifiutarla, invece avvertì anche lui un obbligo morale oltre che professionale. Quindi andammo in onda.

Nel servizio, sia pure nei pochi secondi concessi dal telegiornale, cercai di spiegare che il libro di don Francesco, proponendo gli atti della prima inchiesta del Sant’Uffizio su Padre Pio, condotta da monsignor Raffaello Carlo Rossi nel 1921 su incarico del Vaticano, non solo ci mette a conoscenza di quella che può essere considerata l’autobiografia del frate (per via delle sei preziose deposizioni di Padre Pio raccolte dall’inquisitore), ma ci offre una documentazione di prima mano che permette di aggiornare in modo decisivo la storiografia sul suo conto e di scrivere un nuovo capitolo sulla storia del Sant’Uffizio, la cui immagine, come dice l’autore, «esce rinnovata e ripulita da luoghi comuni».
Feci anche capire, o almeno ci provai, che pur essendosi abbeverati alla stessa fonte, cioè gli archivi vaticani relativi al periodo dal 1921 al 1939, aperti su concessione di papa Benedetto XVI, Luzzatto e Castelli ne avevano tratto indicazioni e conclusioni diverse. Per via del poco spazio a disposizione, non mi fu possibile dirlo esplicitamente, ma lasciai intuire che il lavoro dello storico cattolico si era dimostrato, nel complesso, più convincente di quello dello storico laico, e questo in virtù di una preparazione in campo religioso che, lungi dal costituire un velo o un impedimento per la ricerca, si era invece rivelata uno strumento al servizio di una migliore comprensione.

Giornalismo «culturale»

Ora, quello che mi preme far notare è che l’intera vicenda rappresenta un caso da manuale per chi volesse studiare il giornalismo italiano, e in particolare il giornalismo culturale. Se la macchina dell’informazione e quella dell’editoria decidono di imporre un argomento, e di imporlo sotto una certa luce, lo possono fare, e i modi per opporre resistenza sono davvero limitati.
Inoltre c’è ancora un forte pregiudizio verso la cultura che possiede il marchio cattolico. Al Tg1, quando spiegai che l’autore di Padre Pio sotto inchiesta era un prete e che la casa editrice era cattolica, la prima reazione fu di rifiuto: «Non ci occupiamo di santini», disse un vicedirettore. Come se l’editoria cattolica non potesse produrre altro. Solo la fiducia che il direttore aveva in me ci permise di andare in onda con la recensione del libro pubblicato dall’Ares, e devo dargliene atto.

Raccontare la verità è molto più difficile che fare del sensazionalismo. Perché la verità molto spesso è complessa, ha bisogno di attenzione per essere esposta in tutti i suoi aspetti e non si presta a essere riassunta in titoli «gridati». Se poi la verità è raccontata da chi non nasconde la propria fede cattolica, le possibilità di essere presi in considerazione all’interno del mondo culturale si riducono di molto. Bisogna intraprendere una vera e propria battaglia, il che costa fatica e richiede tanta tenacia, oltre che la forza necessaria per far fronte allo scoramento che ti prende quando non riesci a far valere le tue ragioni.
Siamo dunque in presenza di una discriminazione. E se lo dico non è per fare del vittimismo, ma solo perché così in effetti stanno le cose. In ogni caso, che le battaglie siano vinte o perse, a chi le conduce in nome della verità resta sempre la soddisfazione e la gioia di averle combattute. E, per quanto mi riguarda, molto spesso resta il rapporto di stima e di amicizia con le persone che la Provvidenza mette sul mio cammino.
Sono contento di aver conosciuto Sergio Luzzatto, uomo sincero e storico appassionato, con il quale ho potuto confrontarmi apertamente. Sono contento di aver lavorato con un direttore come Gianni Riotta, sempre disponibile al dialogo e sensibile alle questioni riguardanti la fede e la religione. E sono contento dell’amicizia nata con don Francesco Castelli, un grande storico, un grande uomo e un gran bravo sacerdote. Che sia stato proprio Padre Pio il regista di questa storia?

Aldo Maria Valli