Rudolf Allers, Psicologia e cattolicesimo

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Rudolf Allers, Psicologia e cattolicesimo, con un saggio introduttivo di Roberto Marchesini, D\’Ettoris Editori, Crotone 2009, Pagine: 160, Prezzo: €14.90, isbn: 978-88-89341-17-9
 
 
 
Dalla prefazione di Roberto Marchesini
 
Per chi, come il sottoscritto, è psicologo e psicoterapeuta cattolico, un rischio è sempre incombente. Il rischio è quello di scindersi, ossia di essere cattolico nella preghiera quotidiana, nella frequenza ai sacramenti, nel tentativo di attuare la dottrina sociale della Chiesa dove ve ne sia la possibilità; ma di chiudere tutto questo fuori dalla stanza di terapia.
E questo perché una sintonia tra il pensiero cattolico e quello offerto dalle varie scuole psicologiche sembra impossibile, o addirittura inutile.
Eppure, quello tra il pensiero cattolico e la psicologia appare, più che un rapporto teso e conflittuale – e non si può, né si vuole, negare che sia stato anche questo -, la storia di un vuoto. Le varie psicologie differiscono, in ultima analisi, per le differenti antropologie sulle quali esse sono costruite.
A mio parere, ciò che manca è una psicologia costruita su un’antropologia essenzialmente cattolica.
Ho ritenuto che questo vuoto possa essere colmato dalla psicologia di Rudolf Allers, che era spinto, nella sua ricerca, dalla percezione della stessa carenza. Lo scopo di questo lavoro è quello di proporre, a chi si interessa di psicologia e dei rapporti di questa con il pensiero cattolico, una possibilità in più. Nella mia introduzione alla psicologia allersiana ho cercato di mettere a fuoco il rapporto tra il pensiero cattolico e la psicologia. Emergono, è vero, tutte le contrapposizioni di un rapporto complesso e a volte difficile; ma questo non è certo un lavoro “contro” la psicologia. Del resto: come potrebbe esserlo un libro scritto da uno psicologo che propone esplicitamente una psicologia?
Questo volume è corredato da due appendici: una accurata bibliografia che riguarda Rudolf Allers, curata dall’amico Jorge Olaechea; e un’antologia dei principali testi del Magistero che si sono occupati di psicologia. Lo scopo di questa seconda appendice è quello di offrire una testimonianza di come, nel tempo, la Chiesa si sia interrogata sulla questione, e abbia cercato di fornire indicazioni (e ammonimenti) a chi si è occupato e si occupa di simili argomenti.

Dal saggio introduttivo di Roberto Marchesini
 
La ricerca della propria salvezza e della Gloria di Dio attraverso il lavoro è sempre stato un caposaldo della Dottrina cattolica.
Nonostante questo fosse uno dei fondamenti dell’apostolato di san Josemaría Escrivá de Balaguer, uno dei più popolari santi dell’età contemporanea, questo concetto appare particolarmente ostico all’uomo moderno, da un lato rassegnato a vivere la fede come “fatto privato”, che nulla ha a che fare con la vita sociale e tanto meno con il proprio lavoro; dall’altro, smarrito in una visione della società nella quale il suo ruolo, il suo posto, non è di per sè né unico, né utile al bene comune.
E’ chiaro come, in una visione tale, sia più difficile riuscire a intendere il proprio lavoro come un’opera di carità, utile e giovevole per il prossimo e per l’intera società; in questo modo, infatti, solo le professioni che abbiano come diretto utente un membro svantaggiato della società vengono identificate come “sociali”, come un modo per “fare qualcosa per gli altri”.
 
Anche nell’ambito delle cosiddette “professioni d’aiuto”, tuttavia, le cose non sono così facili, per lo meno per chi voglia «recapitulare omnia in Cristo». Esiste una psicologia cattolica? Esistono autori di riferimento? Se Cristo è tutto, che cosa c’entra con la psicologia?
Queste sono alcune delle domande che lecitamente si pongono parecchi psicologi e psicoterapeuti cattolici, siano essi neo-laureati o con una lunga esperienza.
E’ sufficiente, per lo psicologo cattolico, emettere regolarmente la fattura, essere sempre estremamente professionale, pregare prima di un colloquio e ricordarsi dei propri pazienti nel rosario serale, sforzarsi di vedere il volto di Cristo nel paziente che si ha di fronte? Il cristianesimo, in psicologia, si riduce ad una «psicoetica», ad un modo di relazionarsi con il paziente che presuppone dei valori, una morale ed una visione del mondo cristiana? Questi presupposti si riversano “automaticamente” nella pratica clinica? Cristo (il Magistero, l’antropologia cattolica, il pensiero cattolico…) non ha niente a che vedere con la scienza psicologica, con l’antropologia che ad essa soggiace, con la tecnica utilizzata?
Se così fosse si potrebbe tranquillamente archiviare la questione dicendo che non esiste una “psicologia cristiana”, ma solo “psicologi cristiani”. Tanto più che esistono psicologi cattolici i quali utilizzano con professionalità e serietà approcci diversi, e il tentativo di individuare un approccio “più cattolico di altri” potrebbe sembrare una goffa, antipatica e politicamente scorretta manovra per attribuire patenti di cattolicità o scomuniche. Ogni psicologia, dunque, sarebbe conforme alla legge naturale e divina, purché utilizzata in una relazione terapeutica condotta secondo le indicazioni della “psicoetica” di cui sopra.
La questione non sembra tuttavia così semplice.
 
[…]
 
Chi, dunque, cerca una psicologia che sia fondata sull’antropologia cattolica deve rassegnarsi, accontentarsi di mezze misure, ripiegare su l’esercizio di una “psicoetica” senza troppo curarsi delle implicazioni filosofiche ed antropologiche del suo approccio? Oppure, se pervicacemente crede che sia possibile una “psicologia cattolica” può solo rimboccarsi le maniche e tentare di fondarne una dal nulla?
Fortunatamente, qualcuno si è già cimentato con l’impresa e, se non ha concluso l’opera titanica, ha per lo meno lasciato un metodo e solide basi dalle quali partire.
Questo qualcuno si chiama Rudolf Allers.
 
[…]
 
Allers è considerato uno dei più lucidi ed efficaci critici del sistema psicoanalitico freudiano – Louis Jugnet l’ha definito «l’anti-Freud»-; egli ne ha criticato sia il metodo che l’antropologia. All’idea di uomo scisso sia al suo interno che dal mondo, Allers contrappone quella di uomo come un “intero”, ossia una interrelazione di parti non separabili l’una dalle altre e strettamente interconnesse tra loro, tanto che non è possibile una modifica in una di queste parti senza che ci sia una influenza anche sulle altre. Inoltre l’uomo è intimamente legato al mondo che lo circonda, poiché non è possibile conoscere l’uomo senza indagare sulla sua “totalità storica”, ossia sulle sue relazioni presenti e passate non solo con oggetti e persone, ma con tutto ciò che è “non-Io”. Ogni fenomeno mentale, secondo Allers, è in qualche modo relazionato ad un “oggetto”; sulla scia di san Tommaso Allers afferma: «Cogito aliquid, ergo sum». La psicologia di Allers è quindi una psicologia del “realismo”, fondata non esclusivamente sui contenuti mentali, ma sulla storia dell’individuo, sulle sue relazioni, sulla sua corporeità.
Questo realismo è la base per la teoria di Allers sulle nevrosi. Anche per lui, come per Freud, la nevrosi è la conseguenza di un conflitto; solo che non si tratta semplicemente dello scontro tra diversi istinti, o tra la pulsione e l’impossibilità di realizzarla. Il conflitto è, per Allers, inevitabile e, anzi, necessario per lo sviluppo della persona; ciò che causa la nevrosi è l’atteggiamento della persona di fronte a questo conflitto. La nevrosi è «la forma di malattia e aberrazione derivante dalla conseguenza della rivolta della creatura contro la sua naturale mortalità e impotenza»; il nevrotico colui che non accetta la realtà e le rimprovera di non essere come lui la vorrebbe. E’ evidente che il conflitto psichico nasconde un conflitto ontologico che riguarda il compito di una persona nel mondo e il senso della vita; per questo Allers afferma (e ritroviamo un eco di questa posizione nella logoterapia di Frankl): «Non mi sono fino ad ora mai imbattuto in un caso di nevrosi, che non rivelasse in fondo, un problema metafisico non risolto, come conflitto e problema finale; per così designare il problema che tratta della posizione delluomo in generale, non importa se la persona in questione sia religiosa o no, cattolica o non cattolica».
La nevrosi ha, secondo questo autore, due caratteristiche principali: l’artificiosità e l’egocentrismo. La nevrosi è artificiosa in quanto si rifiuta di accettare la realtà, la verità sull’uomo e la condizione concreta nella quale l’uomo vive. L’egocentrismo è una reazione alla finitezza e alla pochezza dell’uomo, anche queste oggettive ma inaccettabili per la superbia e l’orgoglio del nevrotico.
 
[…]
 
Il grande progetto di Allers era quello di costruire solide fondamenta antropologiche, in accordo con la Philosophia perennis, per una psicologia cattolica: «Non sono ancora riuscito a scrivere quello che desidererei – cioè, una filosofia comprensiva (integrale) della natura umana […]»; «Sto diventando vecchio […]; tuttavia non ho lasciato la speranza di poter scrivere un giorno una \’filosofia della natura umana\’».
Il suo progetto è rimasto incompiuto, ma ha lasciato abbastanza tracce per sperare che, un giorno, possa nascere una psicologia cattolica.
Questo libro [Le nuove psicologie], pubblicato a Londra nel 1932, costituisce – insieme a The Successful Error del 1940 – la pars destruens del lavoro di Allers. In quest’opera l’intellettuale cattolico prende in esame le basi teoriche di quelle che all’inizio del secolo scorso venivano chiamate le “nuove psicologie” – la psicoanalisi freudiana e la psicologia individuale di Adler – in contrapposizione alla psicologia sperimentale della fine del diciannovesimo secolo.
Qui Allers si merita appieno l’epiteto di anti-Freud: prende infatti in considerazione i fondamenti della teoria mettendone in evidenza il materialismo di base e l’autoreferenzialità dell’impianto. Più clemente si mostra con la proposta adleriana; apprezza l’antropologia della psicologia individuale, basata sulla relazione tra l’uomo e la società. Allers, tuttavia, rimprovera ad Adler di non aver dotato il suo sistema di basi filosofiche più solide, che avrebbero permesso al suo sistema di includere anche il rapporto dell’uomo con la realtà.
Conclude il lavoro un capitolo dedicato al confronto tra i concetti delle “nuove psicologie” e l’antropologia cristiana; qui Allers pone alcuni concetti che riprenderà approfonditamente altrove e che costituiscono le basi della sua psicologia. Sembra degno di nota che questa serrata critica alla psicoanalisi sia stata pubblicata quando Freud era acclamato in tutt’Europa, e le sue teorie raggiungevano la loro massima diffusione.