Roma dolce casa. Rome sweet home. Il nostro viaggio verso il cattolicesimo

In libreria

SCOTT & KIMBERLY HAHN, Roma dolce casa. Rome sweet home. Il nostro viaggio verso il cattolicesimo, Milano, Ares, 2003, pp. 249, € 14

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Il titolo del libro non è un semplice gioco di parole sull’espressione «home sweet home», bensì la chiave di lettura dell’intero libro, tutto pervaso da un’aria di casa e da un senso di famiglia. Protagonisti sono gli stessi autori, i coniugi Scott e Kimberly Hahn, le cui voci alternate sembrano portarci all’interno della loro vita familiare, alla ricerca della famiglia fondata da Dio, conosciuta attraverso la Sacra Scrittura e trovata, infine, dove non pensavano e non volevano che fosse, nella Chiesa cattolica, la «dolce casa» cui spesso chi già vi abita guarda con indifferenza o con diffidenza; a tale proposito il cardinale Dionigi Tettamanzi nella presentazione si chiede: «non sarà che noi cattolici, figli “romani” da sempre, abbiamo perso un po’ il senso grato e gioioso dell’appartenenza? Non ci farà forse bene riscoprire la bellezza di abitare nella “dolce casa”?» (p. 7). 
I due, studenti al Grove City College, si conoscono facendo apostolato nella Young Life, un’organizzazione giovanile protestante, in cui Scott, dopo una vita un po’ sbandata, diventa talmente affamato di Bibbia da sentire come propria missione quella di «correggere» i cattolici. Non a caso i suoi autori preferiti sono Lutero e Calvino. La Chiesa cattolica non appare come una chiesa cristiana tra le altre, che possono sbagliare su un punto o sull’altro della Sacra Scrittura, bensì o ha ragione nella sua pretesa di verità infallibile – cosa che escludono – oppure proprio per questo è diabolica.
L’alleanza emerge sempre più come centro della Sacra Scrittura; alla luce dell’alleanza tra Dio e gli uomini, presente in tutta la Bibbia, rinnovata ed ampliata da Abramo a Cristo, si muoveranno le loro ricerche. Tuttavia i nostri due protagonisti ignorano dove li porterà questa strada, pur trovando sin dall’inizio «inquietanti», ma ancora trascurabili, elementi cattolici…
Dapprima Scott si interroga sulla questione del battesimo infantile scoprendo che tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento, Dio non ha inteso affatto escludere dalla sua alleanza – sancita prima mediante la circoncisione, poi con il Battesimo – i bambini. «Non c’era da meravigliarsi che – come scopersi poi studiando – la Chiesa cattolica avesse praticato fin dall’inizio il Battesimo dei bambini» (p. 35). Poi Kimberly si trova ad affrontare la contraccezione, un «non-problema» per i protestanti, che tuttavia diventa chiaro proprio alla luce del concetto di alleanza «rubato» a Scott dal cattolico Kippley, autore de Il controllo delle nascite e l’alleanza matrimoniale. La famiglia umana riflette infatti la famiglia divina della Trinità. «Perciò quando “i due diventano uno” nell’alleanza del matrimonio, l’uno che essi diventano è così reale che nove mesi dopo può darsi che debbano dargli un nome! Il bambino incarna l’unità della loro alleanza» (p. 49). Di lì a poco, con la nascita del loro primogenito, Scott e Kimberly potranno constatare la realtà di queste affermazioni.
Si tratta però di «episodi» per i quali si può ancora concedere che la Chiesa cattolica ne abbia indovinata qualcuna; ben presto però saranno costretti ad interrogarsi sul primo pilastro della riforma, il Sola Fide. L’alleanza, infatti, non è una semplice giustificazione «contrattuale», bensì «essa ci rendeva, in Cristo, figli di Dio solo mediante la grazia. In effetti scopersi che san Paolo non aveva mai scritto da nessuna parte che siamo salvi solo con la fede. Il sola fide non era biblico!» (p. 52). Se per Kimberly ciò offre solo una nuova prospettiva, per Scott, imbevuto di Lutero e Calvino, è un vero terremoto!
Divenuto pastore in Virginia, Scott è spinto dai parrocchiani e dagli anziani a studiare la liturgia, argomento finora considerato poco interessante e troppo «romano»: lo studio lo convincerà dell’importanza della liturgia e dei sacramenti, complice anche un corso da lui tenuto sul Vangelo di Giovanni, fino a prospettare a Kimberly, in previsione di – o temendo – ulteriori sviluppi, la possibilità di diventare episcopaliani. In realtà egli spera di non dover andare «oltre»… Intanto è alle porte un nuovo, decisivo terremoto, quando uno studente chiede a Scott quale sia il fondamento del Sola Scriptura. Scott non sa rispondere, né ottiene argomenti convincenti dai professori con cui si consulta; san Paolo complica le cose parlando della tradizione orale e scritta (2 Ts 2, 15) e persino della Chiesa colonna e fondamento della verità (1 Tm 3, 15). Il primo principio della riforma era già crollato; adesso anche il secondo. Cosa implicherà? Scott si vede costretto, per onestà, a rinunciare al posto di pastore, per tornare al Grove City College dove può approfondire i suoi dubbi.
Dilaniato tra la forza che mostrano gli argomenti «cattolici» e il timore di una possibile conversione – anche per le ricadute sul matrimonio con Kimberly, basato proprio sull’apostolato comune – inizia a studiare per la prima volta il cattolicesimo, divorando libri di teologia cattolica alla ricerca di qualche elemento che impedisca l’esito tanto temuto: «Continuavo a sperare di trovare un difetto fatale che m’impedisse di “nuotare nel Tevere”, come diciamo noi, o di “diventare papista”» (p. 91). Oltre alle letture, le notti «insonni» di Scott vedono lunghe telefonate con l’amico Gerry Matatics, «che amava la Bibbia quanto me, e odiava la Chiesa cattolica anche di più» (p. 92), che sembra dare un barlume di speranza per poter evitare il «peggio». Kimberly – che ora accetterebbe anche di diventare episcopaliana, purché non papista – confida nella preparazione di Gerry, che ha tutte le carte in regola per evitare al marito il bagno nel Tevere: « “Scott, Gerry ti sta prendendo proprio sul serio”. “Oh, puoi dirlo”. “E che cosa pensa di quei libri?”. “Beh, finora dice che non c’è nessuna dottrina cattolica per la quale non possa trovare una base biblica”. Queste non erano le parole che Kimberly si era aspettata di sentire» (p. 96). Un’ulteriore speranza riposta nel colloquio organizzato da Gerry con il teologo dr. Gerstner si dissolve, e nel frattempo Scott si è confrontato con l’ostacolo più grande, Maria, recitando, dapprima esitante, i suoi primi Rosari. È il 1985; per non turbare ulteriormente i già difficili rapporti con Kimberly, le promette di convertirsi, se necessario, non prima del 1990.
Dopo il Rosario è tempo di «affrontare» la messa cattolica: «Improvvisamente capii che il posto della Bibbia era quello. Quello era l’ambiente in cui quella preziosa eredità familiare doveva essere letta, proclamata e interpretata. Poi si passò alla liturgia eucaristica, nella quale convergevano tutte le mie conclusioni sull’alleanza. […] Dopo aver pronunciato le parole della consacrazione, il prete sollevò l’ostia. Sentii che anche l’ultima ombra di dubbio si era dileguata. Con tutto il mio cuore mormorai: “Mio Signore e mio Dio. Sei veramente tu! E se quello sei tu, allora voglio piena comunione con te. Non voglio più negarti niente”. […] Avevo trovato la mia famiglia: era la famiglia di Dio. Improvvisamente, il 1990 sembrava molto lontano» (pp. 124-125). Ad accelerare le cose contribuisce la notizia che Gerry – lo stesso che avrebbe dovuto dissuaderlo – insieme alla moglie ha deciso di abbracciare il cattolicesimo nella successiva veglia pasquale del 1986, che diventa la data fatidica anche per Scott. E Kimberly? «Proprio sotto i miei occhi Scott si stava dando ad una Chiesa che ci avrebbe separato per un certo periodo, e forse per sempre. Non avremmo mai più ricevuto la Comunione fianco a fianco, a meno che uno di noi due non avesse cambiato opinione (e non era difficile immaginare chi avrebbe dovuto essere quella persona). Questo grande simbolo dell’unità cristiana diventava il simbolo della nostra separazione» (p. 133).
Inizia un periodo ancora più tormentato con un proliferare di ex-amici protestanti che considerano Scott alla stregua di un traditore – o che addirittura, non lo considerano – mentre la condivisione degli studi teologici e dell’apostolato con Kimberly è ormai solo un ricordo; del resto non può certo parlarle dei benefici del Rosario o delle altre devozioni «romane». Parallelamente la vita spirituale di Scott ha una crescita vertiginosa, grazie all’accettazione e all’offerta di queste sofferenze. La nascita della terza figlia sembra peggiorare le cose, perché dovrà ricevere il battesimo cattolico, ma Kimberly viene colpita dallo splendore della liturgia battesimale: «Era quanto di meglio potessi desiderare per mia figlia! […] Non mi sentii come se Hannah fosse rimasta legata e incatenata per essere cattolica romana (come un tempo avevo temuto); piuttosto, Hannah era stata liberata perché potesse essere quella figlia di Dio che Dio voleva che fosse» (p. 160). È il primo, significativo punto di svolta…
I rapporti migliorano, è possibile persino una chiacchierata sul Purgatorio, ma Scott cerca di non essere invasivo nei confronti della moglie, al punto da ritrovarsi a non saper rispondere a chi gli chiede se si sia ricreduta in qualche misura sul cattolicesimo. La risposta è del tutto inattesa: «Dì a quelle persone che, mentre stavo tornando in macchina a Steubenville, ieri, il Mercoledì delle Ceneri, dopo molta meditazione e preghiera, mi è diventato chiaro che il Signore mi sta invitando a tornare a casa per Pasqua» (p. 177).
L’unità completa della famiglia Hahn, che ha trovato la famiglia fondata da Dio nella Chiesa, è ormai ristabilita. Kimberly descrive la gioia di aver portato a ricevere la prima Comunione i figli Michael e Gabriel, l’attesa di questo momento per Hannah, l’arrivo dell’ultimo figlio, Jeremiah Thomas Walker, il primo da «mamma cattolica», pensando, durante la gravidanza, che «ogni giorno in cui ricevevo l’Eucaristia, il mio bambino era cibato e nutrito dal Signore in persona» (p. 226). Scott ha addirittura la fortuna di partecipare ad un’udienza con Giovanni Paolo II – un tempo considerato l’Anticristo – e la mattina successiva alla messa nella cappella privata, intrattenendosi furtivamente in preghiera, dopo il rito, con il papa a pochi passi da lui.
Il libro termina con una «Conclusione in cui si invitano i cattolici a diventare cristiani biblici (e viceversa)» perché i primi possano conoscere di più il Signore di cui si nutrono e i secondi possano nutrirsi di quel Signore che conoscono. L’invito per i cattolici è a leggere di più la Bibbia e il Catechismo, anche per poter aiutare i «fratelli separati», i quali spesso dimostrano uno zelo maggiore del nostro, ma che «studiano il menù, mentre noi ci godiamo il pasto! E troppo spesso noi non conosciamo nemmeno gli ingredienti per divulgare la ricetta» (p. 232). Ai «cristiani biblici» si ricorda che «Dio genera la sua famiglia in una sola Chiesa. Dopotutto, come chiamate un uomo che genera più di una famiglia? A casa mia lo si sarebbe chiamato un mascalzone (o peggio): che umiliazione se fosse costretti a chiamarlo “papà”» (p. 232).
Al termine tornano spontanee alla mente le parole dell’introduzione, ringraziamento e riepilogo dell’intero viaggio: «Io, Scott, ringrazio Dio per Kimberly, la seconda grazia più stupefacente della mia vita. Kimberly è colei di cui Dio si è servito per rivelarmi la realtà della famiglia fondata sull’alleanza con lui. […] Io, Kimberly, ringrazio Dio per Scott, il mio amatissimo marito. Scott ha preso sul serio la raccomandazione di nutrirmi con la parola di Dio e di avermi cara per grazia di Dio (Ef 5,29). Ha aperto la strada perché la nostra famiglia potesse essere accolta nella Chiesa cattolica, sacrificando per noi la sua vita – gli studi, i sogni, la carriera – per segure Cristo a qualsiasi costo». (pp. 15-16).

Stefano Chiappalone