Rino Cammilleri: Peccato originale

Fede e ragione

Rino Cammilleri, per Il Timone 

  Peccato originale
www.rinocammilleri.it

\"\"Confesso che, da quando faccio il kattolico, il Peccato Originale è stata ed è la mia ossessione. Che dico? Da prima, anzi da sempre, visto che a tenermi lontano dal kattolicesimo e dalla religione tout court era proprio questo dubbio. Sì, insomma: la tragedia umana mi era ben presente, né la mia personale storia mi portava a gioire granchè; per questo non riuscivo a credere a un Dio così buono da aver creato l’umanità per poi lasciarla marcire nel dolore senza rimedio. Pensavo alle guerre, alle catastrofi naturali e artificiali, alle malattie, alle pestilenze, alle ingiustizie, alle morti, alle efferatezze, alla schiavitù, ai martirii matrimoniali, alle sfortune, alle cattiverie, alle persecuzioni, alla fame… Beh, il resto delle disgrazie, individuali e collettive, mettecelo voi, perché l’elenco è lungo. Ed è lungo, anche, quanto l’intera storia umana, dal primo uomo fino all’ultimo, quello che che ancora deve venire. Bene, sommate il tutto, aggiungete le vostre personali difficoltà passate, presenti e future, e poi ditemi: questa somma enorme, gigantesca, immane, cosmica di sofferenza, perché? 

Sì, perché? Mi direte che si tratta di una domanda sfruttata, vecchia, stantia, dal momento che tutti i non credenti, suppergiù, non credono per lo stesso motivo. Vero. Epperò questa non è una risposta, e la domanda permane. Certo, la si può porre con maggiore o minore angoscia e urgenza, ma permane intatta. Proprio la discrepanza tra le cose come vanno e come secondo noi dovrebbero andare dimostra che un Qualcosa di Brutto all’inizio ci deve essere stato, perché è tutto storto, non è normale che sia così com’è; tutti avvertiamo che non è così che dovrebbe essere, e proprio questo testimonia che «in principio» deve essere stato diverso, lo si chiami Peccato Originale o Caduta Primordiale o Catastrofe Primigenia o quel che volete. Non c’è popolo, per quanto selvaggio, che non abbia il mito di un’Età dell’Oro perduta, quando tutti erano contenti. Anche questa è una dimostrazione indiretta che «in principio non fu così». Ebbene, nella mia ignoranza e sprovvedutezza di adolescente, qualcosa del genere chiedevo ai preti, quando venivano a scuola a farci (meglio: a cercare di farci) la famosa ora di religione. Padre, perché Dio ci ha creati? Figliolo, per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e goderlo poi nell’altra in Paradiso. Padre, non era meglio, visto come vanno le cose, se non ci avesse creati? Uno di quei preti, ricordo, comprese di qual natura fosse il mio dubbio e mi consigliò di pregare come il Cieco di Gerico: «Signore, fa’ che io veda!». Lo feci ed eccomi qua, kattolico. Ma il fatto che io oggi sia sicuro che Dio esiste ed è cattolico non vuol dire che abbia capito che cosa è stato il Peccato Originale, sul quale ancora non cesso di interrogarmi. Oggi credo nella Bibbia, ma non ho idea di che cosa abbiano fatto di così enormemente malvagio Adamo ed Eva da provocare tutto il male che abbiamo provato, qualche rigo fa, a sommare. Perché addentando il «frutto della conoscenza» la Terra è diventata l’anticamera dell’inferno? La tentazione insufflata dal serpente era «sarete come dèi». Qualche puntata fa parlammo della gnosi, e della sua variante moderna (l’ultima, per ora), il «politicamente corretto». Ma si può dire che la Chiesa non ha fatto altro che combattere contro la gnosi fin dall’inizio, fin da Simon Mago. Dunque, c’è sempre stata una sola eresia, variata in migliaia di modi religiosi e anche secolarizzati, la gnosi. Vuoi vedere che era quello il «frutto della conoscenza» (gnosis in greco vuol dire appunto questo)? Cioè, arrivare ad essere dèi per pura illuminazione, compiendo solo un gesto o un rito (mangiare il frutto), senza doversi sobbarcare un’ascesi, senza che Dio stesso ne ispiri l’intrapresa, senza che Dio stesso tragga verso di Sé l’asceta (il quale nulla potrebbe con le sue sole forze). La Genesi dice che, dopo aver mangiato, Adamo ed Eva si accorsero di essere nudi. Lo erano anche prima, ma evidentemente non ne avevano coscienza. Ora provano vergogna e sentono il bisogno di coprirsi, nascondersi. Dunque, comprendono nel profondo, in tutta la sua drammaticità, il loro essere fango, la loro creaturalità e l’abisso incolmabile che li separa da Dio. L’esito di tutti gli gnosticismi è l’esatto contrario delle intenzioni con cui erano partite, è l’eterogenesi dei fini di cui parlava Del Noce a proposito dei movimenti gnostici secolarizzati come il giacobinismo e il comunismo. Così è per Adamo ed Eva: mangiano la «conoscenza» per diventare come dèì e invece sprofondano nella miseria, precipitano verso la bestia anziché diventare meglio degli angeli. E con loro sprofonda tutta la loro razza (il loro Dna?), cioè noi, loro discendenti. L’intero Creato si ribella a loro, che prima ne erano i signori. Solo che, ahimè, anche questa spiegazione (meglio: tentativo di spiegazione) rimane come tutto il resto: al solo livello intellettuale, senza che il «perché» profondo sia svelato. Stiamo facendo come s. Agostino? Egli, meditando sulla Trinità, vide un fanciullo che cercava di travasare il mare in un buco scavato nella sabbia; era un angelo che, con quel gesto insensato, gli dimostrava come altrettanto insensato fosse il suo tentativo di capire l’incomprensibile. Diceva Pascal che anche il Peccato Originale è incomprensibile ma che, pure, senza di esso tutto quanto è ancora più incomprensibile. Boh, se qualcuno ha idee più chiare della mia si faccia avanti. Se esistono libri che squarciano il mistero mi piacerebbe leggerli. Se c’è un modo di avere lume su questo punto, vorrei tanto conoscerlo. Altrimenti avrebbe ragione Amleto: «Essere o non essere? Questo è il problema». Nel XVI secolo, dunque, Shakespeare si chiedeva seriamente se era meglio non essere nati, dal momento che il nulla è meglio di un’esistenza sofferente o quantomeno precaria, cioè sempre a rischio di sofferenza (l’ansia è già soffrire). Cristo ci ha detto di no, naturalmente, ma non ha tolto la croce, frutto del Peccato Originale. Così, il credente vive di speranza. E di fiducia («Il giusto vivrà della fede», dice la Scrittura). Se aggiunge la carità, è a posto perché pratica le tre virtù teologali. Ma prendere atto non è capire, ahimè.