Ratzinger, Fede Verità Tolleranza

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\"\"Joseph Ratzinger, Fede Verità Tolleranza – Il Cristianesimo e le religioni del mondo, Siena, ed. Cantagalli, 2003, euro 17,50, pp. 295, ISBN 88-8272-144-2.
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Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (1) .
Nel 2000 la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò la dichiarazione Dominus Jesus, sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa. All’affermazione centrale del documento, che Cristo è l’unico vero Dio e l’unico Salvatore di tutti gli uomini, seguirono molte polemiche e l’accusa di intolleranza e di arroganza religiosa, soprattutto, dice Ratzinger, da parte di “grandi culture non cristiane come quella dell’India” (2) . E se fosse vero, si chiede il cardinale nella premessa? Se fosse vero che solo Cristo e la sua Chiesa permettono la salvezza?
Il volume è appunto lo sviluppo di questa domanda, attraverso diversi scritti, la quasi totalità dei quali risalenti all’ultimo decennio, sul tema Fede – Verità – Tolleranza.
La prima parte del volume definisce i concetti di religione, fede e cultura. Analizzando il significato di queste tre parole l’autore ci conduce, attraverso le problematiche legate ai rapporti tra il Cristianesimo e le altre religioni e alla missionarietà cristiana, al tema della Verità.

Ratzinger sostiene che rifiutare a priori la pretesa dell’universalità cristiana (e quindi della missionarietà e della necessità di conversione al Cristianesimo) equivale a negare la storia (che testimonia come le culture siano dinamiche e in grado di accogliere novità provenienti dall’esterno) ma soprattutto l’unità dell’umanità, per la quale tutti gli uomini sono animati, nel profondo, dallo stesso desiderio di infinito e di Verità.
Ecco che ritorna la domanda iniziale: e se fosse vero? Se è vero che Cristo è il Salvatore, ecco che il Cristianesimo non nega la dignità alle altre culture, ma le esalta, da a loro la risposta che ogni uomo cerca.

Tuttavia, viene obiettato, l’Europa impone al mondo la sua religione e, con essa, la sua cultura; si è parlato anche di “colonialismo religioso” e del cattolicesimo come cavallo di Troia della cultura e della mentalità europea. Rinunciare all’eurocentrismo significherebbe quindi rinunciare alla missione. Ratzinger respinge questa obiezione dicendo che il cristianesimo non nasce in Europa, ma in Asia Minore e quindi anche l’Europa ha subito (o avuto la Grazia) di essere trasformata dal cristianesimo; che la stessa Europa non è un blocco monolitico, ma una realtà complessa e stratificata; infine che la cosiddetta “ellenizzazione” del cristianesmo è cominciata prima di Cristo (il Cardinale cita diversi esempi di incontro tra la cultura biblica e il mondo greco) e comunque “Le grandi decisioni dei Concili antichi, che si sono sedimentate nelle professioni di fede, non riducono la fede a una teoria filosofica, ma danno forma linguistica a due costanti essenziali nella fede biblica: esse garantiscono il realismo della fede biblica e […] garantiscono la razionalità della fede biblica” (3) .

Con queste premesse è evidente come i concetti di missione e di conversione (da un’altra religione al Cristianesimo), che oggi sembrano decisamente politicamente scorretti, sono invece attuali e fondanti il Cristianesimo.

La seconda parte del libro si focalizza sui problemi della tolleranza e del relativismo.

Dopo l’89, nota l’autore, e la caduta dei regimi comunisti, anche la Teologia della Liberazione sembra entrata in crisi, essendo evidente la falsità delle sue promesse di redenzione terrene. Ha assunto invece una importanza preminente il relativismo, fondamento della democrazia ma decisamente erroneo in questioni di fede: se in democrazia è legittimo uno scambio tra posizioni paritetiche, nelle questioni concernenti le verità religiose esso è un assurdo.
Il relativismo religioso si rifà alla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno: noi non saremmo in grado di raggiungere la realtà ma solamente l’immagine che noi percepiamo di essa. Secondo Ratzinger questo ragionamento è contemporaneamente una falsa umiltà e una falso orgoglio: falsa umiltà perché l’uomo, si dice, non è in grado di conoscere la verità; falso orgoglio perché l’uomo si pone al di sopra della verità decidendo cosa è bene e cosa è male. “Eritis sicut dii scientes bonum et malum” (4) .

Seguendo il ragionamento kantiano l’uomo non ha più accesso alla verità e le varie religioni hanno dunque tutte lo stesso grado di approssimazione alla verità, perché prodotto delle capacità percettive dell’uomo. Quindi il primo comandamento sarebbe assolutamente intollerante… e intollerabile!
Questa posizione si è rivelata decisamente malefica in quanto, se non è possibile una metafisica (preclusa all’uomo l’indagine sulla realtà), resta la prassi (come diceva Marx); ma la prassi in base a quali principi etici? In base a quali criteri? Ci si appella alla coscienza, ma questo concetto ha subito una deformazione: esso non indica più l’organo mediante il quale Dio traspare, bensì indica l’assolutezza dell’uomo. E poi come si può porre l’uomo, con le sue contraddizioni e debolezze, come fondamento dell’etica (5) ?
Ecco l’origine degli assolutismi: non la metafisica ma la mancanza della stessa.
Nel cattolicesimo, invece, l’ortoprassi è legata all’ortodossia: lo stesso Cristianesimo non si apprende, ma si vive, lo si percorre. L’unione di fede e vita, propria del Cristianesimo, è ciò che lo rende veramente universale.

L’enciclica Fides et ratio sviluppa proprio questo tema, ossia la possibilità per l’uomo di conoscere la Verità e, quindi, il dovere di trasmettere questa stessa Verità. Questa trasmissione presuppone, come abbiamo già visto, l’universalità dello spirito umano e delle sue esigenze fondamentali; inoltre bisogna accettare il fatto che il cattolicesimo necessariamente non può andare verso altre culture lasciandosi alle spalle ciò che ha acquistato con l’inculturazione; infine, come già detto, non bisogna confondere la specificità di una cultura con l’incapacità di arricchirsi, più presunta che reale.

Ma ovviamente il presupposto principe è che esista la Verità, e che sia conoscibile.
Ritorna la domanda di Pilato a Gesù: “Che cos’è la verità? ” (6).
Oggi, sicuramente, verità è un termine scomodo, sospetto. Ad esso si preferisce il termine “libertà”, un valore assoluto, oggi. Già, ma cos’è la libertà? La risposta che circola nel mondo contemporaneo è simile a questa: fare tutto ciò che desideriamo e non fare ciò che non desideriamo. Ma quanto è libera la volontà? Quanto è ragionevole?

La libertà così intesa è legata all’uguaglianza, la libertà deve essere di tutti. Quindi la conquista della libertà è legata alla modificazione delle strutture sociali; la lotta per la libertà ha quindi come fine la costruzione di un mondo nuovo, al quale farà seguito un uomo nuovo. E’ la stessa promessa di tutte le utopie, anche di quella marxista, definitivamente crollata nell’89 rivelandosi una menzogna fondata su menzogne.
Dunque anche la libertà deve essere fondata sulla Verità.

Eppure la libertà come intesa oggi è una libertà assoluta, che non ammette nemmeno preposizioni: non è libertà “per”, non è libertà “verso”, non è libertà “con”. E’ libertà e basta, non ammette limiti, decreti, argini. Ma il concetto di libertà come totale liberazione di ogni ordinamento è errato. Libertà deve orientarsi alla verità: il diritto non è contrario alla libertà, ma ne è costitutivo. La libertà consiste non in una abolizione del diritto e delle norme, ma di una purificazione del diritto e delle norme.

La libertà come ordine definitivo non esisterà mai, il concetto di libertà è strettamente legato a quello di verità.
Come disse Cristo, “La verità vi farà liberi” (7) .

Roberto Machesini

Note
1 Giovanni, 14: 6.
2 J. Ratzinger, Fede Verità Tolleranza, p. 7.
3 J. Ratzinger, Fede Verità Tolleranza, p. 96.
4 Cfr. Genesi 3: 5.
5 Cfr. Marco, 7: 20.
6 Cfr. Giovanni, 18.38.
7 Cfr. Giovanni, 8: 32.