(RV) Le canonizzazioni del 16 maggio

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RADIO VATICANA

19 febbraio 2004


Il Concistoro presieduto dal Papa ha fissato al 16 maggio 2004 la canonizzazione di sei Beati, tra i quali spiccano le figure di Don Luigi Orione, di Padre Annibale di Francia e di Gianna Beretta Molla


– Servizio di Alessandro De Carolis –



Il prossimo 16 maggio, la Chiesa avrà dei nuovi Santi. Nella Sala Clementina, in Vaticano, Giovanni Paolo II ha presieduto questa mattina il Concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione di sei Beati. Un loro profilo biografico, nel servizio di Alessandro De Carolis:




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Don Luigi Orione, fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza e della Congregazione delle Piccole Suore Missionarie della Carità, vissuto tra la fine del 1870 e i primi quattro decenni del Novecento e protagonista di una vita interamente spesa a favore del riscatto sociale dei più poveri. Ma chi era don Orione e come inizia la sua esperienza con Dio? Don Roberto Simionato, superiore generale degli Orionini, intervistato da Giovanni Peduto:




R. – Lui è figlio di un selciatore, si guadagna il pane aiutando suo padre. Conoscendo la povertà sulla sua pelle, si sente solidale con tutti i poveri che incontra nel suo cammino. E’ uno che vide la povertà, le guerre, i problemi che tutti vediamo, e che decise di non lavarsene le mani. Non si accontentò di amare Dio, ma tentò di amarlo nei fratelli, incominciando dai più disperati. Voleva arrivare a tutti. Per lui, i poveri sono figli orfani del terremoto, i vecchi senza casa, i disabili ai quali nessuno pensa. E più ne raccoglie, più ne trova. Succede sempre così. E dunque, non gli basta più l’Italia, si apre alle missioni. Così i poveri diventano quelli del Brasile, dell’Argentina, dell’Albania, della Polonia, dell’Africa e dell’Asia.




D. – Don Orione ha affidato tutta la sua vita alla Provvidenza. Cos’era per lui la Provvidenza?




R. – La Provvidenza è Dio che pensa ai suoi figli. Dio che ci ha creato, che manda Gesù il Redentore a salvarci, che guida la sua Chiesa. Don Orione sente che Dio è Padre e vuole che tutti, specialmente i più poveri, sperimentino la sua paternità. Per questo chiama tanti giovani ad aiutarlo e chiama tanti benefattori ad essere Provvidenza per gli altri. Ai più privilegiati dice: “La Banca della Divina Provvidenza è nelle vostre tasche. Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”. Noi tutti siamo chiamati, a fare qualcosa per diventare, in terra, Provvidenza per i nostri fratelli.






Di vent’anni più giovane rispetto a Don Orione è padre Annibale Maria di Francia, originario di Messina, dove nacque nel 1851. Fu l’apostolo della preghiera e dell’azione in favore delle vocazioni: azione che continua oggi nell’opera dei Padri Rogazionisti del Cuore di Gesù e delle Suore Figlie del Divino Zelo, entrambi istituti da lui fondati. Padre Riccardo Pignatelli, postulatore della causa di canonizzazione, al microfono di Giovanni Peduto, traccia un profilo di padre Annibale:




R. – Era una persona innamorata dell’Eucaristia e della Chiesa. Era un cristiano che concepì la sua vita come un dono per gli altri. Era un nobile, che si fece tanto povero da andare a vivere non solo con i poveri ma come i poveri. Ed era un sacerdote secondo il cuore di Dio. Padre Annibale è stato, come lo proclama la Chiesa nella sua Messa propria, “insigne apostolo della preghiera per le vocazioni e vero padre degli orfani e dei poveri”.




D. – La parola Rogazionisti deriva da “rogate”, cioè “pregate”: Annibale di Francia ha obbedito all’invito di Gesù di pregare per le vocazioni…




R. – Questo comando di Cristo per invocare il dono di vocazioni fu il chiodo fisso di padre Annibale e caratterizzò la sua vita al punto che Giovanni Paolo II ha riconosciuto che egli “spese tutte le sue energie per questa nobilissima causa”. Precorrendo i tempi, padre Annibale sostenne che tutti sono in vocazione; pertanto, scrisse che operai della messe del Signore sono non soltanto i sacerdoti ed i consacrati, ma sono da considerarsi anche i laici, a partire dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, e debbono esserlo perfino i governanti. La preghiera per le vocazioni deve estendersi quindi anche a tutte queste categorie di persone.




Sarà Santo anche Giuseppe Manyanet y Vives, il sacerdote spagnolo, fondatore di due Congregazioni ispirate alla Sacra Famiglia di Nazareth. Fu il promotore della costruzione della Chiesa della Santa Famiglia a Barcellona su progetto di Antonio Gaudì. Dalla Spagna al Libano, che vedrà canonizzato Nimatullah al Hardini. Nato agli inizi dell’800, fu monaco e sacerdote dell’Ordine libanese maronita. Una vita breve e sofferta, segnata dalla morte dei 4 figli, è quella della nobile cremonese Costanza Cerioli, vissuta a metà del XIX secolo. Dopo la morte del marito, si mette al servizio degli umili e degli orfani della campagna, consacrandosi a Dio e fondando l’Istituto dei religiosi e delle religiose della Sacra Famiglia.






Infine, la Beata Gianna Beretta Molla, morta a 39 anni, nel 1962, dopo aver scelto di sacrificare la propria vita pur di dare alla luce la sua quarta figlia, Gianna Emanuela. Il ricordo della futura Santa è quello che fece di lei suo marito, l’ingegner Pietro Molla, al microfono di Pietro Cocco, il giorno della beatificazione:




R. – Il mio ricordo di Gianna è quello di una donna splendida, che amava molto la vita. Una donna normale, ma al tempo stesso una donna di grande fede. Una donna ricca di gioia, di personalità, con un carattere forte e con il coraggio di vivere il Vangelo fino in fondo. Soprattutto, ricordo la sua piena fiducia nella Provvidenza e la sua gioia, piena e perfetta, alla nascita di ogni figlio.




D. – Ingegner Molla, questo amore per i figli che cosa ha rappresentato nel vostro matrimonio e come è nata poi la scelta ultima, definitiva, di sua moglie di sacrificare la propria vita per sua figlia?




R. – Per Gianna, i figli rappresentavano tutto. Erano la nostra stessa vita. Certo, a mio avviso, la decisione di Gianna di offrire la propria vita per salvare quella della sua creatura ha radici lontane: nel matrimonio – che era sentito da lei come un sacramento, come il sacramento dell’amore – e nell’eroismo del suo amore materno e nella sua piena convinzione che il diritto alla vita del nascituro è sacro.




D. – Che cosa ha significato poi questa scelta, così radicale, all’interno della vostra famiglia, quando lei si è ritrovato solo con i figli?




R. – I miei figli erano troppo piccoli per capire il significato di questa scelta. Ma appena hanno raggiunto l’età in cui potevano ben comprendere le ragioni profonde di questo dono della vita, l’ho spiegato loro e soprattutto ho precisato che la mamma avrebbe fatto questo gesto per ciascuno di loro. I figli hanno ben compreso e ben capito l’eroismo della mamma. Devo però confessare che il loro primo impatto con l’iter della beatificazione e con i riflessi della causa è stato di sofferenza, dovuta alla pubblicizzazione di quanto avrebbero tanto desiderato rimanesse solo nell’ambito familiare. Anche io ho sofferto con loro, lo confesso. Ma negli anni recenti, l’ampio e il crescente affluire dall’Italia, dall’Europa e dagli altri continenti di pubblicazioni e di scritti che ammirano la persona di Gianna, che ammirano la mamma e la sposa, e l’affluire di tante lettere di mamme – la certezza che la mamma e la sposa può compiere e compie ancora molto bene tutto questo – ci ha ricompensato largamente delle sofferenze umane che la causa ha comportato.




 






Il terzo santo dal paese dei Cedri, amato anche da drusi e musulmani



19 Febbraio 2004


LIBANO – VATICANO




Beirut (AsiaNews) – Giovanni Paolo II ha annunciato per il 16 maggio prossimo la canonizzazione del beato libanese Nimatullah al-Hardini (1808 – 1858) . Hardini sarà fatto santo assieme ad altri 5 beati (don Orione; p. Annibale M. di Francia; p. Giuseppe Manyanet y Vives; Paola Elisabetta; Gianna Beretta Molla) . Il beato al Hardini aveva nome Youssef (Giuseppe) Kassab, ed è nato a Hardine (distretto di Batrun, Libano centro nord). Dal 1816-1822 frequenta a Houb la scuola del Monastero di S.Antonio dell’Ordine maronita libanese. Nel 1828, è seminarista nel Monastero di S.Antonio a Kozhaya, e sceglie di farsi chiamare frate Nimatullah (“Grazia di Dio”). Pronuncia i voti solenni il 14 novembre 1830 e terminati gli studi teologici, viene ordinato sacerdote a Kfifane, il 25 dicembre 1833.




È stato per 3 volte vice superiore dell’Ordine libanese maronita( 1845-1848; 1850-1853; e 1856-1858). Insegnante di teologia al Seminario Maggiore, fra i suoi allievi vi è pure il santo libanese Charbel Makhlouf. Ha dedicato la propria vita all’insegnamento, alla rilegatura di libri, alla sartoria, alla pastorale delle parrocchie ed alla preghiera. Passava i giorni e le notti in adorazione della Santa Eucaristia; devoto alla Vergine, recitava incessantemente il rosario. È morto di cancro allo stomaco, nel Monastero dei santi Cipriano e Giustino, a Kfifane il 14 dicembre 1858.




Come la beata Madre Teresa, Al Hardini è ritenuto uomo di fede e di miracoli anche da parte di non cristiani. Fra i miracoli attribuit al futuro santo, ve n’è uno verso una donna drusa. Padre Georges Rahme, monaco maronita, docente di filosofia e civiltà orientali all’Università Libanese, autore di centinaia di libri, racconta ad AsiaNews: “Una volta una donna drusa è arrivata alla tomba di Al-Hardini e vi ha lasciato sopra il corpo morto del suo terzo figlio. Era disperata perché le morivano i fli appena nati.Dopo aver abbandonato la salma del piccolo, è uscita fuori della chiesa del convento per piangere. Prima di allontanarsi sente un frate gridare che vi è un neonato abbandonato in chiesa e che piange: il bambino druso era risuscitato”.





P. George Rahme, che insegna anche all’Université la Sagesse all’università Antoniana, spiega ancora per AsiaNews:“ Al-Hardini ha fatto superare il concetto di una santità lontano dalla gente. La figura di Al-Hardini è quella del monaco fra i suoi confratelli e nella società. Non è più l’eremita come san Charbel. E’ piuttosto come Madre Teresa di Calcutta. Fra la gente è il testimone dell’amore di Cristo per l’umanità. Era insegnante, confessore e andava a trovare la gente nelle proprie case. E’ la figura di colui che si annulla per gli altri. Mangiava un solo pasto al giorno. Ha vissuto ed ha raggiunto la santità nella società e fra la gente. Al-Hardini diceva sempre: ‘Ogni volta che incontro la gente mi avvicino di più alla perfezione’, e lo diceva perché vedeva Cristo negli altri.”




Alecco Habib, un laico cattolico libanese, docente di Marketing all’Università Libanese, ha commentato per AsiaNews : “La fede per noi cristiani d’Oriente è tutto. Barcolla tutto eccetto la fede. Dopo aver visto per anni frantumati tutte le nostre speranze di libertà, di pace e di giustizia terrena, Dio ci manda dei messaggi attraverso i santi della nostra terra: persone che ignoravamo potessero esserci d’esempio di preghiera e di fede. Dall’esempio dei nostri santi traiamo oggi la nostra fede, per poter raggiungere almeno un millesimo della loro santità. Ogni volta che la Cattedra di Pietro santifica qualche libanese, la nostra fede si rafforza. Essere santi nella società di oggi non è impossibile, e santo Al-Hardini ne è la prova. L’intelligente – lui diceva – è colui che salva la propria anima”.(PB)