(QCB) La via islamica alla ‘turca’

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La convivenza in un Paese “laboratorio”

di Filippo Salatino (il Quotidiano di Calabria e Basilicata, 7 febbraio 2006)

Perché proprio in terra turca un crimine contro un incolpevole sacerdote cristiano? La Turchia non sta forse cercando in tutti i modi e con tutti i mezzi, di “entrare in Europa”? Forse, al di là ovviamente delle cause che hanno spinto l’autore ad uccidere padre Santoro ed alla presenza o meno di “mandanti”, bisogna chiedersi qual è lo scenario reale della società turca, quali gli attori e quale “partita” delicata e spesso rischiosa stanno giocando. Ci aiuta in questa ricerca La Turchia e l’Europa. Religione e politica nell’islam turco, Sugarco, 2006, excursus storico e socio-culturale di Massimo Introvigne, direttore del CESNUR, Centro Studi sulle Nuove Religioni. Innanzitutto va tenuto presente il quadro geo-politico, quel che accade ad Istanbul influenza la Siria, i paesi islamizzati del Caucaso e dell’Asia centrale (alcuni ricchi di petrolio e gas e comunque interessati dalle pipelines) ed il resto del Medio Oriente (i generali turchi hanno stretti rapporti coi colleghi israeliani).

Introvigne sostanzialmente riesce a dimostrare che, nei fatti, è verificabile la teoria sociologica della prevalenza – nel “mercato” religioso intra-islamico – di una tendenza conservatrice (l’etichetta “moderata” è ritenuta inesatta) non fondamentalista, né tantomeno jihadista, cioè terroristica alla Bin Laden, nelle masse musulmane, anche al momento di elezioni più o meno democratiche e oneste. Solo la mancanza di “, anche politica, di movimenti o partiti conservatori, spingerebbe la maggioranza islamica a preferire elementi inclini allo scontro (prima solo culturale e poi magari anche violento) con l’Occidente. Le analisi “sul campo” dimostrano anche che tendenze progressistiche, sia laiciste che verniciate per convenienza di “islam”, non hanno nessuna attrattiva per i musulmani. Quindi che tipo di Islam ha la Turchia? Il fatto che l’AKP Adalet ve Kalkınma, Giustizia e Sviluppo, guidato da Tayp Recep Erdoĝan abbia vinto le elezioni del 2002 e governi, deve preoccupare? La cultura dominante è «fondamentalista»? Come coesiste il successo dell’islam politico col laicismo di stato creato da Mustafà Kemal Pasha Atatürk? E soprattutto perché molti attentati hanno colpito negli anni scorsi il paese a cavallo del Bosforo ma non hanno prodotto alcuna rivolta generalizzata? Per Introvigne la Turchia è l’esempio di come una teoria sociologica rivelatasi fallace abbia informato la politica; Atatürk si ispirava al positivismo di Auguste Comte per cui la storia dell’umanità procede dallo stadio religioso a quello scientifico: a mano a mano che la scienza avanza, la religione è fatalmente condannata a recedere e la resistenza è un fenomeno di retroguardia, di ostacolo al progresso. Ma – a conferma che i processi di modernizzazione generano il risveglio e non la scomparsa della religione – l’Islam, cacciato dalla sfera pubblica, sopravvive e prospera nelle confraternite sufi, come la branca della Naqshbandiyya detta Gümüşhanevi e nel movimento riformista Nur, Luce, fondato da Said Nursi. Dall’influenza, anche culturale, e dalla predicazione di tali ambienti, emergono personalità che decidono di entrare in politica, sia pur con programmi e princìpi opposti: Turgut Özal (1927-1993), Necmettin Erbakan ed Erdoĝan. Il primo era un pragmatico, filo-occidentale, accettato anche dai sospettosi militari laicisti, il secondo attratto da  fondamentalisti esterni alla Turchia come gli al-Ikhwan al Muslimoun (i Fratelli), incline allo scontro verbale, Erdoĝan presenta un programma in cui la sharī‘a è orizzonte ideale piuttosto che insieme di precetti fissi e la politica estera ancorata alla Nato e all’ingresso nell’UE. I turchi danno la maggioranza relativa, 34,2% dei voti ed assoluta in seggi all’AKP; il Partito Repubblicano kemalista ha solo il 19,39%, il Saadet di Erbakan il 2,46% e non raggiunge il quorum. In sostanza il “laboratorio” turco, coi casi in parte simili in Indonesia, Malaysia, Irak, potrebbe dimostrare  che un certo tipo di democrazia è possibile in stati islamici e che l’alternativa non è fra dittatori corrotti e stragisti fanatici; far fallire tali esempi è obiettivo della guerra civile del terrorismo radicale di al-Qaida e dei suoi emuli.