(Pol-Catt) Biffi: La resistenza della Chiesa

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‘La Resistenza della Chiesa contro la violenza liberticida’

Anche la Chiesa ha la sua «resistenza»: la resistenza «agli
assalti dell’insipienza, dell’irragionevolezza, della violenza
liberticida, della crudeltà disumana»; e di questa resistenza
sono espressione i martiri, come i santi Vitale e Agricola,
ma anche Giuseppe Fanin. Lo ha detto ieri il cardinale Biffi, nell’omelia della Messa
che ha celebrato subito dopo aver concluso solennemente,
nella Cattedrale di S. Pietro, la fase diocesana del processo
di canonizzazione dello stesso Fanin (massacrato a sprangate
dai socialisti, a guerra civile finita da tempo, vedi
Nota Biografica in fondo, NdR).

Processo e Messa celebrati in una Cattedrale di S. Pietro
pienissima: in prima fila le autorità cittadine, guidate dal
sindaco Giorgio Guazzaloca; accanto a lui, il vicesindaco
Giovanni Salizzoni e il rettore Pier Ugo Calzolari.

Biffi ha ricordato anzitutto il diciassettesimo centenario del
martirio di Vitale e Agricola, che ricorrerà il 4 novembre
2004 e del quale ieri si è aperto l’anno celebrativo; e ha poi
definito «una fortunata circostanza» il fatto che «per questa
data sia arrivato al traguardo di una prima positiva
conclusione il processo canonico circa la vita, le virtù
cristiane, la drammatica morte, la fama di santità del servo di
Dio Giuseppe Fanin».

«Allo stesso modo – ha commentato – è eloquente (e penso si
possa dire provvidenziale) che quel sacrificio sia stato
consumato proprio il 4 novembre: nel giorno cioè che da sempre
la Chiesa di Bologna dedica all’esaltazione dei suoi
protomartiri».

Fanin dunque è anche lui un martire, come già aveva detto
l’altro giorno il vicario generale monsignor Claudio Stagni:
la coincidenza infatti, ha aggiunto Biffi, «ha indole e valore
di “segno”: ci induce a contemplare una Chiesa che anche ai
giorni nostri è capace di suscitare nei suoi figli migliori la
stessa totale e aperta adesione a Cristo che ammiriamo negli
antichi testimoni della fede».

Fanin insomma, come Vitale e Agricola, è stato capace di una
adesione così totale al Signore da imitarlo anche nell’esporsi,
indifeso, agli assalti dei malvagi, fino ad essere colpito a
morte.
E come loro è morto per la sua fede: per la sua «resistenza»,
che, come sempre è quella della chiesa, è stata «impavida e
forte, ma serena, senza rancori, senza odiose e conclamate
manifestazioni di parte».
E qui il pensiero corre inevitabilmente all’atteggiamento
della famiglia Fanin, che seppe perdonare gli assassini del
figlio; e all’atteggiamento invece tanto diverso di altri
«resistenti», che dopo la fine della guerra diedero sfogo a
personali e comunitari rancori con nuove violenze, pur
continuando ad esibire la propria resistenza con «conclamate
manifestazioni di parte».

Chiara Unguendoli
(C) Il Resto del Carlino, 5/11/2003

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NOTA BIOGRAFICA (di Chiara Unguendoli)
Giuseppe Fanin nacque a Lorenzatico, frazione di S. Giovanni
in Persiceto, l’8 gennaio 1924. Era il terzo dei dieci figli
nati dal matrimonio di Virgilio e Stella Italia Borinato.

Compiuti gli studi delle cinque classi elementari, frequentò
solo per un breve periodo di tempo la scuola del Seminario
Arcivescovile di Bologna, e successivamente l’Istituto
tecnico-agrario «G. Scarabelli» di Imola.

Nel 1943 vi conseguì il diploma di abilitazione tecnica
agraria (Perito Agrario).
Nel medesimo anno si iscrisse alla Facoltà di Agraria
dell’Università di Bologna.

Sostenuto dai familiari e sotto la guida del suo parroco,
maturò fin da ragazzino una profonda spiritualità laicale.

Durante gli studi universitari iniziò la sua attività nelle
Acli, diventando collaboratore del senatore Giovanni Bersani,
mentre partecipava all’animazione della Fuci di S. Giovanni
in Persiceto.

Sviluppò con entusiasmo generoso e coerente la sua missione
nelle file dell’Azione cattolica e nel campo delle attività
sociali.

Il 12 febbraio 1948 si laureò in Agraria.
Dopo l’attentato a Togliatti (14 luglio) Giuseppe venne
aggredito mentre lavorava nel suo campo.
Fu un primo avvertimento.

Giuseppe Fanin, nominato segretario provinciale dell’Acli-
terra, raggiunse coraggiosamente tante località della provincia
per fondare varie sezioni dell’ Associazione.
Inoltre fu attivo anche per la costituzione dei sindacati
liberi.

Il 12 settembre partecipò con il gruppo di S. Giovanni in
Persiceto all’oceanica adunata romana della Giac sigillata dal
memorabile incontro con Pio XII.

Nel frattempo studiava un progetto di compartecipazione agraria
che avrebbe dovuto attutire, se non risolvere completamente, i
conflitti roventi del mondo bracciantile.

Il fascino della sua dedizione, illuminato dalla purezza della
vita, non sfuggì agli avversari.
In un volantino che circolò poco prima dell’agguato veniva
collocato fra i «servi sciocchi degli agrari».

Nonostante avvertimenti e minacce, egli continuò impavido
il proprio lavoro, progettando fra l’altro un convegno sui
problemi della compartecipazione e della riforma agraria,
che doveva svolgersi a Molinella il 7 novembre alla
presenza dell’allora Sottosegretario all’Agricoltura,
onorevole Colombo.

Giuseppe Fanin non ebbe il tempo di essere relatore del
contratto di compartecipazione come annunciava il
comunicato distribuito alla stampa.
La sera del 4 novembre (allora festa nazionale), si era
recato al cinema locale con la fidanzata.
Gli fu detto che tutti i posti erano occupati.
Allora egli riaccompagnò la fidanzata a casa e poi si avviò
in bicicletta verso la propria abitazione di Lorenzatico.
Alle ore 21.45 circa, in un punto buio del percorso fu
vittima di un’aggressione, alla quale parteciparono tre
persone, che dovevano «dargli una lezione» per incarico
del segretario della sezione social-comunista di S.
Giovanni in Persiceto.

Colpito ripetutamente con una spranga di ferro, fu
abbandonato rantolante sulla strada.
Visto da un passante e trasportato in ospedale, morì,
senza aver ripreso conoscenza.

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PARLA IL POSTULATORE: UN CATTOLICO INTEGRALE

Ha studiato e condotto ricerche sulla figura di Giuseppe
Fanin per ben otto anni: dall’inizio dell’«inchiesta
preliminare», nel 1995, in vista dell’avvio del processo
diocesano di canonizzazione (che è stato l’1 novembre 1998)
fino alla conclusione del processo stesso, che sarà martedì.
Stiamo parlando di don Filippo Gasparrini, postulatore della
causa di canonizzazione del giovane persicetano.

«Pur non potendo rivelare il contenuto dei documenti e delle
testimonianze che ho raccolto – spiega – posso dire che essi
hanno confermato quanto avevo concluso dopo i tre anni
dell'”inchiesta preliminare”.
E cioè che Giuseppe Fanin è una figura emblematica di
“santità giovanile”, con alcune caratteristiche tipiche e
davvero originali».

«Una di queste – prosegue don Gasparrini – è il fatto che
fu pienamente obbediente alla Chiesa che chiedeva ai suoi
figli di impegnarsi nelle “realtà terrene”. Questo non era
molto frequente a quel tempo, prima del Concilio Vaticano
II, che sottolineerà l’importanza dell’impegno del
cristiano nel “mondo”. Ed era anche molto pericoloso: nella
zona nella quale viveva Giuseppe, i social-comunisti avevano
oltre il 70 per cento dei consensi, e usavano metodi violenti
contro gli avversari. Lui del resto lo sapeva bene, visto che
anche il suo parroco, don Enrico Donati, era stato vilmente
assassinato dai socialisti nel 1945. Nonostante ciò, seguì
sempre fedelmente le direttive della Chiesa, e rifiutò sempre
di difendersi, procurandosi un’arma».

«Un’altra sua caratteristica – dice il postulatore – fu la
continuità e la profondità della sua fede: le testimonianze
dimostrano che non visse la tipica “crisi adolescenziale”,
ma già giovanissimo si interrogava con serietà sulla propria
vocazione. Una volta scoperto che era quella di essere padre
di famiglia, si fidanzò precocemente: e, in piena conformità
all’insegnamento cristiano, era apertamente contrario ai
rapporti prematrimoniali, e desiderava avere molti figli».

Un elemento che don Gasparrini sottolinea fortemente nella
personalità di Fanin è «la perfetta corrispondenza fra la vita
interiore, come “sequela Christi”, e l’azione. Era l’interiorità
che animava la sua azione; un’interiorità nutrita attraverso gli
esercizi spirituali e che aveva due preziose “fonti”: il
Rosario, che recitava spesso assieme alla sua famiglia, ma anche
da solo, persino quando andava in bicicletta; e l’Eucaristia,
che riceveva frequentemente».

Quanto all’azione, il postulatore mette in rilievo il fatto che
quella di Giuseppe era «polivalente»: «era indirizzata sia
all’interno della Chiesa, “ad intra”, attraverso l’Azione
Cattolica e poi la Fuci; e all’esterno di essa, al campo sociale
e sindacale, attraverso le Acli e poi, dopo l’attentato a
Togliatti, i cosiddetti “sindacati liberi”, che si staccarono
dalla Cgil per costituire in seguito la Cisl».

Infine, secondo don Gasparrini è significativo il fatto che il
processo diocesano di canonizzazione di Giuseppe Fanin,
l’«apostolo disarmato» ucciso ad appena 24 anni, si concluda
nel giorno della festa dei Santi Vitale ed Agricola, primi
martiri della Chiesa bolognese.

«Il suo martirio si pone nel solco del loro – spiega – e può
essere quel “chicco di grano” che, morendo, come dice il
Vangelo, “porta molto frutto” per le future generazioni della
nostra Chiesa».

(C) Avvenire, 2-11-2003