Pio XII verso la beatificazione

Santi, padri e dottori

Ratzinger e Mieli, fine alla «leggenda nera»

di Paolo Rodari

(www.paolorodari.com)

Come scrive giustamente Agostino Giovagnoli nella prefazione al libro di Alessandro Persico “Il caso Pio XII. Mezzo secolo di dibattito su Eugenio Pacelli” (Guerini e Associati), il predecessore di Giovanni XXIII «è il Papa più controverso del Novecento». E lo è suo malgrado. Pio XII non ha preso decisioni sconvolgenti. Non aveva un carattere particolarmente forte come quello di Pio XI o di Benedetto XV. Non si è distinto, all’interno della Chiesa, per decisioni eclatanti. Eppure di lui, come di nessun altro Pontefice, si continua a parlare. Senza sosta. Senza soluzione di continuità.
La raffica di parole intorno a Pacelli iniziò con la rappresentazione teatrale di Rolf Honchhuth, “Il Vicario”. Da quel giorno iniziò quella «leggenda nera» che è arrivata a rappresentare Pio XII come «il Papa di Hitler». A causa di Honchhuth, insomma, Pacelli è diventato il Pontefice del «silenzio» sul genocidio ebraico. E ben poco ha potuto fare quella rilettura del suo pontificato che, portata avanti con dispendio di energie diverse dai suoi successori, ha cercato di ripresentare il volto che Pio XII aveva fino al 20 febbraio 1963, fino al giorno, appunto, della messa in scena a Berlino de “Il Vicario”.
Ultimo in questo tentativo di ridare a Pio XII quanto gli spetta, è Benedetto XVI. Oggi egli darà una prova importante di questo sforzo con la messa celebrata nella basilica di San Pietro in occasione del cinquantesimo della morte di Pacelli. Solitamente, le messe per ricordare i Pontefici defunti avvengono nelle grotte vaticane, innanzi alle tombe che ne conservano le spoglie. Ma questa volta no. Questa volta c’è un segnale in più da dare. C’è da dire – e Benedetto XVI, nella sua omelia, pare non intenda lesinare nulla in questo senso – che Pio XII non è il Papa del «silenzio» sul genocidio ebraico. E c’è da dirlo senza tentennamenti. Davanti al mondo e a una basilica che si presenterà piena di molti di coloro i quali, di Pacelli, conservano ancora oggi nella memoria il volto migliore.
Oggi il mondo ebraico è meno critico nei confronti del pontificato pacelliano. È vero, c’è ancora chi, come ha dimostrato durante il Sinodo dei vescovi il rabbino di Haifa, Shear-Yashuv Cohen (la cosa ha dato parecchio fastidio oltre il Tevere), non si dà pace. Ma, in generale, la posizione di Pio XII gode di maggiore stima nel mondo ebraico, tanto che anche una eventuale sua prossima beatificazione non viene vista negativamente. Lo dimostra bene anche il recente convegno promosso a Roma da un gruppo di ebrei statunitensi, la Pave the Way Foundation (Ptwf) di New York, che ha dichiaratamente affermato di riconoscere l’assistenza che Pio XII rese agli ebrei ai tempi del nazismo. Ed è probabilmente anche grazie a questo nuovo vento che si respira in parte del mondo ebraico che il Papa, a breve, si deciderà a porre la propria firma sul decreto che sancisce «l’eroicità delle virtù» di Pacelli, tappa decisiva in vista di una possibile beatificazione.
Nei giorni scorsi è stato l’Osservatore Romano, mettendo nero su bianco le dichiarazioni di tre pezzi da novanta, a mostrare come Benedetto XVI voglia “sfruttare” il cinquantesimo di morte di Pio XII per dire un parola importante intorno al suo predecessore. Dopo le parole scritte sul quotidiano vaticano da monsignor Rino Fisichella, l’altro ieri è stata la volta del segretario di Stato Tarcisio Bertone a dire che «fu proprio attraverso un approccio prudente che Pio XII protesse ebrei e rifugiati». E ieri, invece, è stato «uno storico autorevole, di origine ebraica, che dirige il più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera» – così l’Osservatore ha presentato Paolo Mieli -, a parlare in merito. A suo dire, «le prime valutazioni di esponenti delle comunità ebraiche di tutto il mondo» nei confronti di Pio XII «non furono solo caute, ma addirittura calde». Mieli descrive un Pontefice «anticomunista», capace di criticare «l’apatia della Chiesa francese sotto la dominazione nazista nella Francia di Vichy, di criticare «l’antisemitismo, quello sì evidente, del monsignore slovacco Josef Tiso», capace ancora, a Roma, di salvare migliaia di ebrei. E, quanto all’accusa rivolta a Pacelli di essere stato addirittura complice del Führer nazista, Mieli ha commentato: «Una cosa pazzesca».