Perché non celebriamo Garibaldi

Pubblicazioni

di Francesco Pappalardo

Tratto da: Identità nazionale. it

Garibaldi riteneva, infatti, che la lacerazione fra «paese legale» e «paese reale», evidente fin dai primi giorni di vita del nuovo Stato unitario, fosse la conseguenza del radicamento della cultura religiosa presso la stragrande maggioranza della popolazione. Mentre altri operavano a livello della minoranza colta, Garibaldi diffonde, in forme più immediate e comunicative, fermenti anticattolici presso i ceti popolari, anche con la distribuzione capillare di opuscoli e di catechismi che attribuivano a lui la vera rappresentanza della «legge di Cristo» contro le imposture del Papa. Il sacerdote è presentato come «[…] la più nociva di tutte le creature, perché egli più di nessun altro è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli» (4) e Papa Pio IX (1846-1878) viene definito «un metro cubo di letame» (5). Nelle sue invettive anticlericali trabocca spesso dal terreno politico a quello della dogmatica cattolica: per esempio definisce l’Eucaristia come il «[…] modo d’inghiottire il reggitore dei mondi, e depositarlo poi, in un Closet qualunque. Sacrilegio, che prova l’imbecillità degli uomini» (6), oppure intervenendo sull’infallibilità del Papa, «[…] un povero vecchio che conformandosi alle leggi inesorabili della natura tra poco pagherà come noi tutti ad essa il suo tributo e sarà ben difficile distinguere il nauseante suo teschio da quello di qualunque mendico» (7).

Garibaldi manifesta il suo furore anticattolico pure attraverso la stesura di romanzi ingiuriosi e denigratori nei confronti del clero e del Pontefice: «Gli ultimi anni di vita — scrive lo storico gesuita Pietro Pirri (1881-1969) — sono anche i più miserevoli sotto l’aspetto morale. G. [aribaldi] non trovò di meglio che sfogare i suoi crucci con libri in prosa e in versi, per lo più insulsi, riboccanti di volgari ingiurie e di denigrazioni contro il clero e il Papa, e di roboanti declamazioni contro una società che aveva il torto di non pigliare sul serio i sogni della sua mente ottenebrata da vieto anticlericalismo e da grette idealità massoniche» (8).

Il riferimento alla massoneria non è casuale, perché Garibaldi, iniziato fin dal 1844 quando si trovava «esule» in Uruguay — prima presso la loggia dissidente denominata Asilo della Vertud, quindi presso la loggia Les Amis de la Patrie, riconosciuta dal Grande Oriente di Francia, notoriamente laicista e anticristiano —, ha sempre considerato la Libera Muratoria il perno di quel fronte laico e radicale che avrebbe dovuto contribuire a trasformare il paesaggio sociale e culturale dell’Italia unita: «Io sono di parere che l’unità massonica trarrà a sé l’unità politica d’Italia […]. Io reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano. Essi […] creino l’unità morale della Nazione. Noi non abbiamo ancora l’unità morale; che la Massoneria faccia questa, e quella sarà subito fatta» (9).

Non va dimenticato, peraltro, che in lui l’anima razionalista e negatrice del mistero coesiste con quella occultistica. Nel 1863 accetta la presidenza onoraria di una società spiritica veneziana, e dell’avvenimento non mancano di dare notizia gli Annali dello Spiritismo in Italia. Il nome di Garibaldi non deve stupire, perché fra il mondo politico radicale e anticlericale e il mondo spiritistico c’è per grande parte dell’Ottocento una continua simbiosi, che ribadisce quell’ambiguità fra razionalismo e irrazionalismo che caratterizza tutta la mentalità moderna. Nel 1881 il nizzardo, che aveva spesso optato per una struttura «aperta», al fine di facilitare la comunione dei diversi corpi massonici, torna a preferire strutture verticizzate e forme più riparate d’iniziazione, chiudendo la propria carriera come Grande Ierofante del Rito Antico e Primitivo, suprema carica dei rami rituali di Memphis e Misraïm.

Garibaldi viene celebrato come «l’anima popolare» (10) del Risorgimento, ma ciò non corrisponde alla realtà. Egli stesso era ben consapevole dell’isolamento della minoranza risorgimentale, come scrisse il 26 febbraio 1854 a Giuseppe Mazzini: «[…] le masse che ponno fare una rivoluzione non servono alla formazione d’un esercito per sostenerla, non avendo con noi massime i contadini» (11).

Ciò è vero innanzitutto per l’America del Sud, dove combatteva non per la libertà dall’Argentina delle popolazioni del Rio della Plata, che anzi s’impegneranno strenuamente nella difesa delle loro tradizioni culturali, ispaniche e cattoliche, ma per assicurare libertà di commercio all’impero britannico, molto interessato a quell’area geopolitica. Per questo motivo deve ricorrere, come ammette nelle sue Memorie, a «[…] marinai avventurieri conosciuti sulle coste americane dell’Atlantico e del Pacifico sotto il nome di "Frères de la côte", classe che aveva fornito certamente gli equipaggi dei filibustieri, dei bucanieri, e che oggi ancora dava il suo contingente alla tratta dei neri» (12) oppure «[…] quasi tutti disertori da bastimenti di guerra. E questi devo confessarlo erano i meno discoli. Circa agli americani, tutti quanti, quasi, erano stati cacciati dall’esercito di terra per misfatti e massime per omicidio. Dimodoché, essi erano veri cavalli sfrenati» (13).

È vero per la cosiddetta prima guerra d’indipendenza italiana, nel 1848-1849, quando gli viene affidato il comando di un migliaio di uomini, in maggioranza «[…] gente che aveva disertato od era stata dichiarata fisicamente inabile al servizio militare presso gli eserciti sardo o lombardo; e per quanto non fossero veri e propri criminali, come i marinai montevideani, al fuoco si mostrarono meno coraggiosi e meno fidati di questi» (14).

È vero per la Repubblica Romana, dove i rivoluzionari sono «tiepidamente aiutati, o non aiutati affatto, dai romani (a parte il folto gruppo di trasteverini, guidati dal loro capopopolo Ciceruacchio [Angelo Brunetti (1800-1849)]» (15) e durante la ritirata verso l’Italia settentrionale sperimentano «[…] gli effetti della reazione rinascente in tutte le province Italiane» (16). Garibaldi lamenta che lo abbandonino soprattutto gli ufficiali, fra cui i vecchi compagni di tante battaglie: «I gruppi dei disertori scioglievansi sfrenati per le campagne e commettevano violenze d’ogni specie. […] codardi nell’abbandonare vilmente la causa santa del loro paese, scendevano ad atti osceni e crudeli cogli abitanti» (17). Episodi simili si verificano anche in occasione della spedizione contro lo Stato Pontificio nel 1867, quando Garibaldi lamenterà che «l’irregolarità della nostra organizzazione ha cagionato nei suoi primordi degli atti ben vergognosi» (18) e attenderà invano la sollevazione di Roma, chiudendo ingloriosamente la sua avventura a Mentana, dove è sconfitto dai regolari pontifici, mentre i suoi uomini danno luogo a fenomeni massicci di diserzione e di fuga, quali mai si erano visti fino ad allora.

Unica eccezione sembrerebbe la spedizione dei Mille, caratterizzata da una partecipazione popolare, limitata e iniziale, che si esaurisce non appena sono chiari gli scopi politici — l’annessione dell’ex Regno di Sicilia al costituendo Regno d’Italia — e socio-economici, cioè la salvaguardia dell’ordine esistente, come risulterà chiaro a Bronte, dove lo stesso Garibaldi autorizza la strage, ordinando al governatore di Catania d’inviare «[…] immediatamente una forza militare atta a sopprimere li disordini che vi sono in Bronte che minacciano le proprietà inglesi» (19). Le milizie garibaldine ottengono uno scarso contributo dal volontariato meridionale; già nelle prime settimane arrivano i rinforzi dal Regno di Sardegna, come ricorda, fra gli altri, il memorialista piemontese Giuseppe Cesare Abba (1838-1910), descrivendo la prima spedizione di soccorso, modello di tutte le altre: «Medici [Giacomo (1817-1882)] è arrivato con un reggimento fatto e vestito; quaranta ufficiali coll’uniforme dell’esercito piemontese formavano la vanguardia» (20). Grazie all’aiuto, prima indiretto poi diretto, dell’esercito sabaudo, i Mille si moltiplicheranno e porteranno a termine vittoriosamente l’aggressione al Regno delle Due Sicilie. L’episodio più celebrato del Risorgimento, l’unico che potrebbe rivendicare i caratteri di epopea popolare, si configura dunque sostanzialmente come un’operazione di pirateria al servizio dell’idea unitaria e degli interessi britannici — come una riedizione in scala più ampia, tutta da meditare in sede storiografica, delle imprese uruguayane di Garibaldi —, compiuta da un gruppo di uomini armati non aventi alcuna legittimazione giuridica e condotta contro le più elementari norme del diritto internazionale, con l’obbiettivo di ribaltare le istituzioni legittime di uno Stato sovrano da sempre riconosciuto dal consesso delle nazioni e benedetto dalla suprema autorità spirituale.

Come ha ben documentato la studiosa di origine irlandese Lucy Ryall, «[…] la celebrità di Garibaldi fu il risultato di una precisa strategia politica e retorica» (21).

L’audacia del combattente, l’austerità della vita, la semplicità dei modi, il disprezzo per gli intrighi della diplomazia hanno favorito senza dubbio la nascita della leggenda e del culto dell’«eroe dei Due Mondi», facendo scivolare in secondo piano gli aspetti della sua vita privata, caratterizzata da tre mogli, almeno otto figli riconosciuti e numerose e fugaci relazioni: «Non indifferenti erano pure le schiave di colore» (22) brasiliane, come non lo furono la diciottenne marchesina lombarda Giuseppina Raimondi (1841-1918) — sposata nel 1860 dopo una breve relazione e ripudiata lo stesso giorno delle nozze, non appena informato del suo perdurante legame con altra persona — e le donne della sua servitù: «con suprema indifferenza per il loro aspetto metterà incinta le due ragazze che, con sorte assai diversa, giungeranno serva [Battistina Ravello] o balia [Francesca Armosino (1848-1923] a Caprera» (23).

Anche per questo motivo non celebreremo Garibaldi, vero «soldato del cosmopolitismo rivoluzionario» (24), secondo la definizione dell’agitatore francese Jean-Joseph-Charles-Louis Blanc (1811-1882), e «rivoluzionario disciplinato» (25), cioè pronto a mettere da parte ogni sua ambizione per il trionfo della Rivoluzione in Italia. In conclusione, una figura tutt’altro che limpida ed esemplare, tanto nella prospettiva religiosa quanto in quella civile, se si considera un valore la continuità identitaria della nostra nazione. Una figura che contribuisce a dividere e non, come auspicato, a unire: accettarne l’icona equivarrebbe infatti ad accettare un’unità intossicata da una falsa e ideologica nozione d’italianità, in contraddizione con le radici più genuine della civiltà italica. Non a caso Garibaldi fu assunto come emblema nel 1943-1945 dalle brigate partigiane comuniste, nonché dal Fronte Popolare socialcomunista nella battaglia elettorale — felicemente persa — del 18 aprile 1948.

Francesco Pappalardo
Note

(1) Massimo Introvigne, L’«ethos» italiano e lo spirito del federalismo, con una presentazione di Pierferdinando Casini, Gruppo Parlamentare Centro Cristiano Democratico-Camera dei Deputati-Di Giovanni Editore, San Giuliano Milanese (Milano) 1995, pp. 20-21.
(2) Ibid., p. 20.
(3) Giovanni Cantoni, Introduzione al mio Il mito di Garibaldi. Vita, morte e miracoli dell’uomo che conquistò l’Italia, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2002, pp. 9-14 (p. 14).
(4) Giuseppe Garibaldi, Scritti e discorsi politici e militari, Cappelli, Bologna 1937, vol. III (1868-1882), p. 334.
(5) Idem, Lettera dell’11-10-1869, in Scritti politici e militari, ricordi e pensieri inediti, raccolti su autografi, stampe e manoscritti da Domenico Ciampoli (1852-1929), Enrico Voghera, Roma 1907, pp. 523-525 (p. 524).
(6) Ibidem.
(7) Idem, Scritti e discorsi politici e militari, cit., vol. III, p. 154.
(8) Pietro Pirri S.J., Voce Garibaldi, in Enciclopedia Cattolica, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, vol. V, Città del Vaticano 1950, coll. 1938-1943 (col. 1942).
(9) G. Garibaldi, Scritti e discorsi politici e militari, Cappelli, Bologna 1935, vol. II (1862-1867), pp. 385-386.
(10) Messaggio alle Camere del Capo dello Stato, Sandro Pertini (1896-1990), per il centenario della morte di Giuseppe Garibaldi, del 2-6-1982, in Corriere della Sera, 3-6-1982.
(11) G. Garibaldi, Epistolario, a cura di Giancarlo Giordano, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1981, vol. III (1850-1858), pp. 62-63.
(12) Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, Cappelli, Bologna 1932, p. 57.
(13) Ibid., p. 144.
(14) Jasper Ridley, Garibaldi, 1974, trad. it., Mondadori, Milano 1975, p. 290.
(15) Mino Milani, Giuseppe Garibaldi. Biografia critica, Mursia, Torino 1982, p. 187.
(16) Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, cit., pp. 300-301.
(17) Ibid., p. 302.
(18) G. Garibaldi, Scritti e discorsi politici e militari, cit., vol. II, p. 434.
(19) Idem, Lettera del 3-8-1860, in Epistolario, a cura di Massimo De Leonardis, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1988, vol. V (1860), p. 197.
(20) Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Zanichelli, Bologna 1960, p. 141.
(21) Lucy Ryall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe, trad. it., Laterza, Roma-Bari 2007, p. XXVII.
(22) Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, cit., p. 59.
(23) M. Milani, op. cit., p. 533. Sul profilo morale di Garibaldi, dal punto di vista informativo, è utile anche la lettura del dossier Il lato segreto di Garibaldi, contenuto nel n. 12, del gennaio 2007, del mensile Focus Storia.
(24) Cit. in Fulvio Conti, L’Italia dei democratici. Sinistra risorgimentale, massoneria e associazionismo fra Otto e Novecento, Franco Angeli, Milano 2000, p. 83.
(25) Cfr. Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, Donzelli, Roma 2007.