Perchè non ci si può ritirare dall’Iraq

Pubblicazioni

Situazioni diverse, stessa missione

Quel nesso tra il Kosovo e l’Iraq



Andrea Lavazza

Se alle centinaia di migliaia di persone andate in piazza a Roma venisse chiesto perché in Iraq no e in Kosovo sì, avremmo, probabilmente, molte risposte imbarazzate. Qual è il motivo per cui i soldati italiani dovrebbero tornare subito da Nasiriyah, mentre altri stanno partendo alla volta di Pristina? Che cosa differenzia le due situazioni da giustificare una manifestazione di massa per l’una e il silenzio per l’altra?
Certo non mancherebbero i pacifisti avvertiti, pronti a spiegare una circostanza per nulla irrilevante. L’avvio della guerra contro Milosevic nel marzo 1999 era motivata dai massacri di albanesi e dalla necessità di impedire ai serbi di proseguire con la pulizia etnica. L’attacco a Saddam Hussein nel marzo 2003 è avvenuto quasi a freddo, le armi di distruzione di massa non sono state trovate, l’orripilante sterminio di curdi e sciiti, semmai, era già avvenuto, e nell’indifferenza generale. Non è un’obiezione da poco. La genesi delle due crisi è irriducibilmente diversa, ma il rischio di lasciare le due regioni al loro destino ha ampie analogie.
In entrambi i casi si è di fronte a violenza diffusa, scontri o tensioni interetniche, istituzioni politiche da consolidare, infrastrutture da ricostruire, economie da riavviare, società civili da aiutare a svilupparsi. Andarsene da Baghdad, solo noi italiani o tutte le truppe occidentali – secondo quanto hanno chiesto milioni di persone in corteo nel mondo -, oggi non aiuterebbe il popolo iracheno. E sottolineiamo oggi. Perché la guerra anglo-americana resta criticabile, le ragioni del no di ieri non perdono la loro validità. Eppure, come non si dubita che la presenza di carabinieri e dell’intera Kfor sia necessaria per evitare nuovi orrori nei Balcani, così si può nutrire la ragionevole certezza che la presenza militare n el dopo Saddam costituisca una indispensabile premessa per la transizione del potere agli iracheni.
Sfidando l’ira o l’ironia di qualcuno, ci azzarderemmo a definire il ritiro da Baghdad una «omissione di soccorso». È vero, forse parte dei danni l’ha provocata la guerra, ma questa non è una buona ragione per lasciare che i nostalgici del rais proseguano con le stragi; che sciiti, sunniti e curdi si trovino ai ferri corti nella spartizione del potere; che un nuovo despota o un regime fondamentalista opprima ancora il popolo. Non ci spingeremo a parlare di «ingerenza umanitaria», concetto appropriato per il Kosovo. Sarebbe troppo anche per il buon gusto. Né, tuttavia, si può trascurare il messaggio che è venuto da chi ha marciato ieri.
La lotta al terrorismo va condotta senza esitazioni, non cedendo ai ricatti. E ciò qualche volta è dimenticato dai pacifisti. Invocare l’«obbligo del soccorso», anche armato, per la nazioni sofferenti non deve comunque farci ipocriti rispetto al passato e, soprattutto, ci impegna per il futuro. Come ha documentato Samantha Power nel suo libro premio Pulitzer 2003, Voci dall’inferno. L’America e l’era del genocidio, gli Stati Uniti, con tutti i loro alleati, nel Novecento sono rimasti inerti davanti ad alcuni sterminii sistematici (dalla Cambogia al Kurdistan iracheno, dal Ruanda alla Bosnia) e spesso sono intervenuti solo quando ragioni geo-strategiche si sommavano a quelle strettamente umanitarie.
Se non abbandoniamo a se stesso l’Iraq (decisivo sullo scacchiere mediorientale e riserva petrolifera), saremo chiamati a soccorrere pure quei Paesi poveri e defilati che ne avranno bisogno. In caso contrario, avranno ragione – senza se e senza ma – i critici dell’intervento.


Avvenire 21-3-2004


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L’ambiguità in corteo


di Massimo Introvigne (il Giornale, 19 marzo 2004)

 


Carrie e David McDonnall, 26 e 29 anni, si erano sposati meno di un anno fa in Texas. Colpiti dalle notizie sull’Irak, avevano deciso di andarci a lavorare per un anno come volontari in una missione della Chiesa battista. Jean e Larry Elliott, 58 e 60 anni, erano una coppia vicina alla pensione. Erano andati in Irak, presso la stessa missione, come specialisti nella costruzione di impianti di purificazione dell’acqua, una necessità vitale per salvare vite irachene, soprattutto di bambini. Karen Watson, 38 anni, era vice-sceriffo in California. Aveva scelto di andare in Irak con i suoi amici Elliott per proteggere il loro lavoro. Le regole della missione erano formali: limitarsi all’attività umanitaria, aiutare cristiani e musulmani senza discriminazioni, parlare di cristianesimo solo se richiesti. Le bare di David, Jean, Larry e Karen stanno arrivando negli Stati Uniti, mentre Carrie lotta tra la vita e la morte in un ospedale di Bagdad. Lunedì scorso il gruppo di volontari è caduto in un’imboscata, prontamente rivendicata dalla sedicente «Resistenza» irachena e celebrata sui siti Internet jihadisti come un altro colpo inferto ai «crociati».
Una lacrima per questi e tanti altri volontari civili barbaramente trucidati in Irak sfiorerà le gote dei manifestanti «pacifisti» del 20 marzo? C’è da dubitarne. Un comunicato dei «Comitati per la Resistenza del Popolo Iracheno» ci informa infatti che questi signori, che chiedono «libertà per Saddam Hussein e per tutti i partigiani» e continuano a raccogliere offerte di dieci euro «per la Resistenza», sfileranno a Roma insieme con Sammi Alaà, «esponente della Resistenza irachena». Del resto, l’appello ufficiale della manifestazione (non quello dei Comitati) proclama esplicitamente «il diritto dei fratelli e delle sorelle iracheni a resistere ad una occupazione militare illegittima». I Comitati «per la Resistenza», fra l’altro, sono fra i pochi a non essere rimasti folgorati sulla via di Madrid e di Zapateros. Il loro documento condanna infatti la tesi secondo cui «ove l’ONU rimpiazzasse gli aggressori imperialisti, l’occupazione armata dell’Irak diventerebbe “legittima” e accettabile. Questa tesi (…) è sbagliata e inaccettabile. La Resistenza irachena ha già fatto capire chiaramente che respingerà l’occupazione anche con le insegne delle Nazioni Unite. La Resistenza ha ragione».
Presumibilmente i «Comitati per la Resistenza del Popolo Iracheno» e Sammi Alaà – che danno appuntamento a un sit-in conclusivo della manifestazione «lungo il viale di Circo Massimo, prima di Piazza di Porta Capena» – non rischiano «ceffoni democratici», né risulta che la loro presenza sia stata contestata dagli organizzatori. Chi pensa di andare a manifestare insieme «contro la guerra» e «contro il terrorismo», invece, dovrebbe porsi qualche problema. Non solo le Nazioni Unite ma anche l’Unione Europea definiscono il terrorismo come l’attività di organizzazioni private che compiono con scopi politici atti violenti contro civili non combattenti. Le numerose formazioni – da Al Qaida a semplici bande criminali – che si nascondono dietro la pomposa etichetta di «Resistenza irachena» rientrano certamente in questa definizione. Un «esponente della Resistenza irachena» è quindi, per definizione, un esponente del terrorismo. Il 20 marzo, chi sfila senza protestare con lui e con i suoi amici sfila con e non contro i terroristi.