Pera invita all’ascolto serio delle parole del Papa

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Una riflessione per un dibattito serio


COME VINCERE LO SCONTRO CON L’ISLAM


di MARCELLO PERA

Caro direttore, avrà anche Lei notato che la recente intervista concessa da Benedetto XVI alla Radio Vaticana e a tre televisioni tedesche non ha avuto da noi particolari reazioni. Pochi i commenti, nessuna reazione di esponenti della cultura, nessuna parola da parte dei leader politici. In particolare, ciò che stupisce di più è il silenzio degli esponenti del centrodestra, oggi apparente mente più impegnati in deprimenti baruffe personali o su temi spiccioli, che non su quelle questioni di fondo da cui dipende la loro vera identità, la loro unità di azione, e anche la loro possibilità di tornare a governare, dopo che hanno sciupato la migliore occasione che la storia abbia ad essi offerto. Eppure, schieramenti politici a parte, Lei concorderà con me che proprio il discorso dell’identità «della cornice di princìpi e valori a cui ancorare l’azione politica», è il più sentito dai cittadini che oggi sono sempre più smarriti e confusi. Per questo, mi rivolgo alla Sua generosità, anche “spaziale”, per presentare a Lei e ai suoi lettori le mie riflessioni sulle parole del Papa. In questa nostra epoca, che è drammaticamente segnata dai temi della pace e della guerra, del terrorismo, dell’immigrazione e dell’integrazione, della libertà religiosa, della bioetica, dell’identità europea, quelle parole sono di particolare importanza e, ritengo, anche di particolare aiuto. Tre punti mi sembrano principali. Primo: «nel mondo occidentale oggi viviamo un’ondata di nuovo drastico illuminismo o laicismo». Secondo: «l’Occidente oggi viene toccato fortemente da altre culture, in cui l’elemento religioso originario è molto forte, e che sono inorridite per la freddezza che riscontrano in Occidente nei confronti di Dio». Terzo: «dobbiamo riscoprire Dio, e non un Dio qualsiasi, ma un Dio con un volto umano, poiché quando vediamo Gesù Cristo vediamo Dio». Da queste parole, mi limito, tra le molte, a ricavare due riflessioni: che lo scontro di civiltà in corso non è tanto quello fra cristianesimo e islam (che pure esiste ed è sanguinoso), quanto quello fra religione e secolarizzazione; e che per vincere questo scontro, occorre, qui in Occidente e soprattutto in Europa, recuperare le radici della nostra civiltà cristiana. Comincio dalla prima riflessione. La secolarizzazione, da noi, è sia un fatto che un’ideologia. Come fatto, ha portato a costumi, pratiche e leggi contrarie ai valori della tradizione cristiana. Gli esempi sono quotidiani e sotto i nostri occhi. Dal convento europeo passa di tutto: dall’aborto alla sperimentazione sugli embrioni, dall’eutanasia all’eugenetica, fino ai matrimoni gay. Di recente l’Olanda ha accolto anche il partito dei pedofili e la poligamia. Come ideologia, la secolarizzazione trasforma questo fatto in una virtù. Sarebbe la virtù della modernità, la quale prima distingue la sfera pubblica da quella privata, poi confina la religione in quella che il cardinale Ratzinger aveva chiamato il “ghetto della soggettività”, infine bandisce ogni fondamento morale allo Stato liberale e democratico (il filosofo Habermas si è molto esercitato su questo punto) e ogni riferimento etico-religioso alla legislazione positiva.
L’ESEMPIO AMERICANO
Oltre che una specificità europea, questa è anche la principale differenza fra l’Europa e l’America in fatto di rapporti fra religione e politica. Gli Stati Uniti sono sì rigidi custodi della separazione fra Stato e Chiese, ma ammettono un ruolo positivo della religione nella sfera pubblica. In Europa, invece, la religione è tollerata tra le sole mura domestiche. Là, in America, la libertà religiosa è una libertà pubblica, e il diritto a professare la religione è un diritto collettivo, delle comunità. Qui, in Europa, la libertà religiosa è privata e il diritto ad essere religiosi è individuale, dei singoli. Detto diversamente, là, in America, la religione ha il diritto di esprimersi e di orientare la politica, qui, in Europa, ha solo il dovere di non interferire con la politica. Il discorso che il primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin pronunciò all’Assemblea nazionale il 3 febbraio 2004 per sostenere la legge che proibiva in pubblico il velo islamico e tutti i simboli religiosi “cospicui” è in proposito illuminante. Con brutale franchezza, egli ammise che la laicité francese è una ideologia nazionale a cui devono convertirsi tutti: in particolare, disse, «per quelli arrivati di recente, mi riferisco all’islam, la laicité è un’occasione, l’occasione di essere una religione francese». Questa è l’unica religione ammessa, l’unica che abbia valore politico. Tutte le altre, dal cristianesimo all’islam, devono essere privatizzate e i loro simboli messi al bando pubblico, proprio perché «stanno prendendo un significato politico e non possono più essere considerati semplici segni personali di affiliazione religiosa». Insomma, come disse Raffarin, «nella Repubblica francese, la religione non può essere e non sarà un progetto politico». Il crocifisso, perciò, è e resti un monile. Lo scontro di civiltà (e anche lo scontro nelle banlieus che Raffarin non capiva di star agevolando) nasce da qui e coinvolge soprattutto i musulmani, perché, purtroppo, i cristiani d’Europa si sono sempre più rassegnati alla moda francese, e dunque a vivere la loro religione nelle catacombe e a nascondersi in pubblico. Avrà visto, direttore, come si sono accomodati contenti tanti cattolici nel Senato italiano quando si è trattato di impedire la sperimentazione sugli embrioni. «Noi», hanno detto, «a casa nostra non la permettiamo, gli altri però la possono fare, anche con i nostri soldi». I musulmani, come dice il Papa, sono “inorriditi” per questo degrado religioso. Ma non lo sono tanto contro i cristiani, quanto contro gli Stati che i cristiani, per essere “moderni”, hanno messo in piedi. Ma, a loro volta, anche i cristiani sono inorriditi, e non tanto contro i musulmani in quanto tali, ma contro i musulmani in quanto gente che crede nel loro Dio, mentre essi non credono più nel proprio. Oltre che inorriditi, i cristiani sono anche stupiti e impreparati, perché si trovano nel mezzo di uno scontro fra diverse culture, mentre la laicité cui si sono comodamente adattati gli aveva falsamente promesso che essa è proprio l’unica garanzia per evitare tale scontro. Questo reciproco orrore è, come si vede, basato su un malinteso: gli uni ce l’hanno con gli altri non per quello che sono, ma per quello che non sono più o non vogliono mai diventare: i cristiani non sono più credenti e perciò se la prendono con i musulmani che invece credono, i musulmani non vogliono mai diventare dei fedeli della religione laica e perciò se la prendono con i cristiani che a tale religione li vogliono invece convertire. Riguardo alla mia seconda riflessione sulle parole del Papa, sul recupero delle nostre radici cristiane al fine di superare lo scontro in atto fra civiltà religiosa musulmana e civiltà laica europea, temo che la battaglia sia ormai perduta. E siccome temo che sia perduta anche l’Europa (non a caso per mano francese), ritengo che si debba ricominciare da capo. A suo tempo, il cardinale Ratzinger ci aveva detto che questo recupero doveva prendere le mosse dalle “minoranze creative”, con particolare riferimento a quelle laiche. Questa volta Benedetto XVI si rivolge piuttosto ai fedeli delle tante chiese del cristianesimo europeo. «La prima cosa da fare», egli ha detto, «è che in questa società ci preoccupiamo tutti insieme di rendere chiari i grandi orientamenti etici, di trovarli noi stessi e tradurli, e così garantire la coesione etica della società».
IL CONFLITTO DA EVITARE
Questo richiamo, che umilmente ma insistentemente inviterei tanti sacerdoti e vescovi cattolici a meditare, è molto forte. Se non capisco male, per il Papa lo scontro di civiltà si può evitare, e se non evitare assorbire, con una specifica opera di evangelizzazione, e non con una generica promozione di religiosità o spiritualità. Dobbiamo riscoprire il nostro Dio cristiano, non “un Dio qualsiasi”, perché non ogni Dio è uguale ad ogni altro. Il Dio cristiano è amore ed è perciò inclusivo. Ecco perché, se noi abbracciamo questo Dio, possiamo convivere con coloro che ne professano un altro: precisamente perché il nostro Dio si rivolge anche a loro e li ama come noi. L’unica cosa che non possiamo fare è convivere con chi crede, se noi non crediamo più in nulla. «È importante», dice ancora il Papa, «che il nostro mondo laicista si renda conto che proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi». E naturalmente è altrettanto importante che coloro, Chiesa cattolica in primo luogo, che professano la fede cristiana operino realmente per una promozione dei princìpi della fede cristiana. Mi fermo qui, caro direttore, anche perché non so più fino a dove ho debordato. Il resto, e sarebbe tanto, lo lascio all’attenzione Sua e dei Suoi lettori. Ci sarà ancora qualcuno, tra i cattolici, e tra i credenti in cerca di credo come me, che voglia prendere con attenzione le parole del Papa? Oppure dobbiamo sprofondare tutti, soddisfatti, giulivi e ora abbronzati e sbronzati dal Ferragosto?


 


LIBERO 17 agosto 2006