Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea

In libreria

DEL NOCE AUGUSTO, PENSIERO DELLA CHIESA E FILOSOFIA CONTEMPORANEA – Ed. Studium – Roma – 2005 – pp.2 56 – €.23,50
 
Tra le raccolte di scritti di Del Noce uscite in questi anni, quella che presentiamo merita particolare attenzione perché dedicata ad una materia dove non sono poi molti i contributi di un certo livello.
Prima di esaminarne il contenuto, merita però ricordare, soprattutto ai più giovani, che Augusto del Noce (Pistoia 1910-Roma 1989), compone insieme al padre stimmatino Cornelio Fabro ed al prof. Michele Federico Sciacca, una triade di filosofi cristiani di elevata statura: autentiche voci dissonanti di quella seconda metà del XX secolo in cui la filosofia italiana si è dibattuta tra la stanca eredità dell’idealismo di Croce e Gentile, la conformistica voga marxista e, da ultimo, il dilagare di quello che –opportunamente- è stato chiamato pensiero debole.
In quanto filosofi cristiani, essi non hanno trovato adeguato spazio nella manualistica ufficiale e, spesso, purtroppo, neanche all’interno del mondo cattolico perché tutti decisamente anti-progressisti: non è dunque un caso che, spesso, perfino il loro nome sia ignorato. Dei tre, Del Noce, si caratterizza per essere essenzialmente uno storico della filosofia moderna che, partendo da tale sua competenza professionale, perviene ad acute osservazioni anche sull’attualità politico culturale. Il suo merito principale -almeno per il pubblico dei non filosofi di professione- è infatti quello di gettare una luce sui quei vizi del pensiero cattolico del ‘900 da cui ha avuto origine un certo suo complesso di inferiorità verso la modernità. e, quindi, la subordinazione alla più conseguente espressione di essa che è stato il marxismo.
Significativo sul punto è lo stesso itinerario personale di Del Noce: laureatosi nel 1932 con una tesi su Malebranche, egli aderì subito all’antifascismo insieme ad altri esponenti della sinistra cristiana. Ben presto, però, se ne distinse nettamente resosi conto dell’assoluta inconciliabilità tra cristianesimo e marxismo. Per Del Noce, infatti, non è si può distinguere in quest’ultimo un presunto interesse per la promozione umana dall’ateismo dal quale ultimo esso potrebbe, magari, un giorno liberarsi (che è poi quanto molti cristiani hanno inutilmente creduto e credono tuttora possibile). Vero è invece proprio il contrario perché l’essenza ultima della filosofia di Marx sta nel suo ateismo che potrà dunque facilmente sposarsi anche con l’ideologia borghese mantenendo però sempre la sua attitudine di lotta alla religione.
La puntualità della diagnosi è oggi evidente data la straordinaria facilità con cui il c.d. post-comunismo, da un lato, si è ben inserito nella società borghese esasperandone proprio gli aspetti più anti-religiosi (c.d. diritti civili) e, dall’altro (v. ad es. Cina), aprendo al mercato ma mantenendo ben fermo l’ateismo di stato. Tutto questo poteva però non apparire altrettanto evidente quando Del Noce, negli anni ’70, presagiva la deriva edonista del comunismo ferma restando la sua natura atea. Il Muro di Berlino era infatti di là da cadere, il comunismo sovietico marciava inarrestabile alla conquista del mondo ammantato dell’aureola di beneficatore dei poveri e dilagavano in suo favore le illusioni dei catto-progressisti europei e dei teologi della liberazione latino-americani.
Suoi libri come Lezioni sul marxismo, Il cattolico-comunista, L’eurocomunismo e l’Italia, apparivano dunque come i residui di un pensiero cattolico-conservatore inesorabilmente destinato ad uscire di scena.
Dopo tali opere -che furono tra le ultime di un certo spessore- per nulla spaventato dal pressoché totale isolamento che l’accompagnava, Del Noce continuò fino alla morte ad intervenire ovunque gli era possibile -con un’attitudine militante non comune in un filosofo e con la consueta forza delle sue argomentazioni- su tali argomenti. Neppure gli sfuggì ciò che di veramente nuovo stava nascendo in quegli anni nella Chiesa. Certamente infatti non doveva sentire come estraneo il Magistero di Giovanni Paolo II, così saturo del profondo spessore filosofico che derivava dalle competenze professionali di Karol Woytila.
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Nel libro che presentiamo, sono così raccolti 24 saggi, tutti abbastanza brevi e per la quasi totalità coincidenti con il pontificato del papa polacco (iniziato nel 1978). Anche i pochi precedenti sono stati inseriti – crediamo- per dare un senso completo alla raccolta.
Con un po’ di approssimazione, si può dire che essi si articolano su almeno tre grandi temi (ciò che fornisce al libro una sostanziale omogeneità). Il primo di essi riguarda principalmente due grandi figure di filosofi cattolici francesi della prima metà del ‘900: Etienne Gilson e Jacques Maritain. E’ proprio infatti ad una cattiva lettura dell’opera più nota di quest’ultimo, Umanesimo integrale, che Del Noce imputa quella deriva a sinistra di gran parte degli intellettuali cattolici da cui ha anche tratto origine la crisi del post-concilio.
Questa crisi fornisce poi la materia del secondo filone di saggi ospitati nel libro. Del Noce ne ripercorre infatti le tappe mostrando un’attenzione al libro intervista uscito nel 1984 dell’allora card. J. Ratzinger e ad alcuni interventi di Giovanni Paolo II (es. discorsi tenuti rispettivamente davanti alla Gran Madre durante la visita a Torino nel 1980 e al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985). Con la sua veramente non consueta forza argomentativa, il filosofo si serve dei pronunciamenti del Magistero per mettere in luce le debolezze e contraddizioni delle imperanti mode in campo cattolico: tra le quali ricorda anzitutto la vera e propria fobia dell’integriamo divenuto per molta intelligenzia clericale il solo vero nemico da combattere e, poi, la deriva laicista e dunque la totale perdita di identità del partito cattolico (la Democrazia cristiana): anche in questo caso, è inutile sottolineare la straordinaria preveggenza di Del Noce. Basti un solo esempio: dopo alcune pagine dedicate ad illustrare i limiti della cultura imperante nel Dipartimento culturale della D.C., all’epoca retto da Paolo Prodi, ecco che a Del Noce, quasi profeticamente, “viene spontanea la domanda: a chi guarda questo dipartimento culturale? Al papa o a Scalfari? (allora direttore di Repubblica – pag. 172).
Infine, l’ultima parte dei saggi (non senza ricordare che la divisione è più apparente che reale perché gli stessi temi ritornano un po’ sempre), dedicata ad un commento filosofico ad alcuni grandi interventi magisteriali di Giovanni Paolo II: le encicliche sulle tre Persone Divine e le due encicliche sociali: Laborem exercens e Sollicitudo rei socialis: tutte spesso ampiamente neglette –al di là di un frettoloso ossequio di circostanza- anche nella pubblicistica cattolica.
E’, anzi, proprio questo sforzo dell’oramai anziano filosofo di fare pubblica eco al Magistero papale, che lo rende anche umanamente simpatico. Egli invero non se ne erge a giudice con pretesa superiorità tipicamente intellettuale ma, come l’ultimo dei fedeli, si pone a suo servizio per chiarirne il contenuto e divulgarlo: i brani riprodotti nel libro sono infatti, per lo più, lunghi articoli pubblicati sul quotidiano romano Il Tempo. E’ così che l’intellettuale da anche una personale e silenziosa lezione di umiltà: nel solco della migliore tradizione della filosofia cristiana.
Andrea Gasperini