Padre Marco d’Aviano

In libreria

MARIA HEYRET, Padre Marco d’Aviano, con una prefazione di Carlo Sgorlon, Edizioni Messaggero Padova, Padova, 1999, pp. 512, € 30,99

Il 27 aprile 2003 il Santo Padre Giovanni Paolo II proclamerà beato il padre cappuccino Marco d’Aviano, la cui vicenda terrena è legata soprattutto al noto episodio dell’assedio di Vienna ad opera dei Turchi nel 1683. Egli era infatti legato apostolico presso l’esercito della Lega santa.

Maria Héyret, autrice del volume oggetto di questa recensione, ebbe un grande merito nella riscoperta del padre Marco d’Aviano. Nata a Vienna nel 1856, assistente universitaria, in occasione di una ricerca sul rapporto degli Asburgo con il cattolicesimo fu colpita dalla figura di padre Marco: cominciò così una devozione personale verso il padre cappuccino, e fu incoraggiata a proseguire nello studio storico del personaggio. Collaborò con il vicepostulatore della causa di beatificazione, che trovò in lei un grande aiuto nel reperimento dei documenti necessari. Trovò materiale inedito, visitando i conventi di mezza Europa; depose nel processo diocesano e poi in quello apostolico, che si basarono sul suo lavoro di storica seria e documentata.

Aveva 75 anni quando finalmente diede alle stampe la sua biografia di padre Marco. Pubblicò poi quattro volumi delle lettere scritte o ricevute dal cappuccino, che rivelano l’importanza di questo personaggio nella storia religiosa e politica d’Europa. Ha contribuito dunque in maniera determinante a ridare il meritato posto nella storia a questo frate che era stato ingiustamente dimenticato.

Dimenticanza particolarmente colpevole per noi italiani: infatti, pur avendo egli trascorso gran parte della sua vita in Italia, da noi è quasi sconosciuto, mentre è conosciutissimo in Austria; a Vienna vi sono molte statue a lui dedicate, ed ha avuto l’onore di essere sepolto nella cripta dei Cappuccini, accanto agli Asburgo.

Ma chi era padre Marco?
Nacque il 17 novembre 1631 ad Aviano in Friuli. La famiglia lo mandò a studiare nel collegio dei Gesuiti di Gorizia, dal quale scappò a 17 anni, per andare in Turchia a convertire gli infedeli, pronto anche a subire il martirio. Era infatti cresciuto ascoltando i racconti delle atrocità dei Turchi, commesse anche nel suo Friuli. Salì su un’imbarcazione diretta a Capodistria, dove chiese ospitalità ad un convento di Cappuccini. I frati lo convinsero a tornare a casa, ma questo soggiorno sarà decisivo per la scelta della sua vocazione. Il 21 novembre 1649 entrò infatti nell’Ordine col nome di Marco.

Umile ed ubbidiente, amava solo predicare e vivere nel raccoglimento. Era forte in lui la preoccupazione di mantenere in tutta la sua purezza lo spirito serafico dell’ordine francescano.

Ma ben presto i suoi superiori si accorsero che la predicazione di padre Marco era straordinariamente efficace: grazie alla sua personalità, all’esempio e ai miracoli prodigiosi che si verificavano dopo le sue benedizioni. La fama della sua eloquenza e dei suoi miracoli si diffuse in tutta l’alta Italia, ma anche in Austria e in Germania: nobili ed ecclesiastici richiesero la sua presenza.

Nel 1680 partì per il suo primo viaggio apostolico: nel corso degli anni visiterà le città più importanti dell’Austria, della Germania, della Svizzera e dei Paesi Bassi. E dovunque avvenivano straordinarie conversioni e prodigiosi miracoli. Anche il duca Carlo di Lorena, che comanderà l’esercito imperiale sotto le mura di Vienna, fu miracolato.
Era visto con terrore dai protestanti: infatti grazie alla sua predicazione, ai suoi miracoli e alla sua condotta umile e penitente molti eretici anche illustri tornarono alla Chiesa di Roma.

I protestanti organizzarono guardie armate per impedirgli di entrare nelle loro città e scelsero anche la strada della diffamazione, della calunnia, della satira e persino dell’attentato alla sua vita per difendersi da lui. Ma nonostante le calunnie, molti luterani accorrevano alle sue prediche, si mescolavano alla folla, si commuovevano alle parole del frate e abbracciavano la Chiesa cattolica.

L’imperatore d’Austria Leopoldo I era molto legato a padre Marco, gli scriveva bellissime lettere dove gli chiedeva preghiere, affermando con umiltà che senza l’aiuto divino non avrebbe potuto svolgere i suoi compiti adeguatamente. Gli chiedeva sempre consiglio, poiché sapeva che era veramente illuminato dal Cielo, e che il suo scopo primario era la gloria di Dio, la salvezza delle anime e il bene della Cristianità.

La fama del padre cappuccino presso i potenti d’Europa spinse il papa Innocenzo XI a nominarlo legato apostolico presso l’esercito della Lega santa, che doveva ostacolare la preoccupante avanzata dell’impero Ottomano. I principi europei, grazie al paziente lavoro diplomatico di padre Marco, accettarono finalmente di mettere da parte i loro interessi personali, le loro rivalità e le loro ambizioni per unirsi contro il pericolo comune. Persino alcuni principi protestanti si unirono alla Lega, consci del rischio che correva l’Europa. Solo la Francia di Luigi XIV tradì la Cristianità, come già aveva fatto a Lepanto: con incredibile incoscienza, sperava in una vittoria degli Ottomani, per indebolire il nemico austriaco.
Padre Marco fu definito "il braccio destro della santa Lega", per lo sforzo da lui compiuto nella realizzazione dell’alleanza.

L’8 settembre celebrò la S. Messa sulla collina presso Vienna, mentre già i Turchi avevano cinto d’assedio la città; il re di Polonia Sobieski, comandante dell’esercito, gli faceva da chierichetto. Dopo la Messa tenne un infiammato discorso e benedì con la sua croce tutte le truppe.

Durante la battaglia poi, con il crocifisso in mano, correva da una parte all’altra del fronte, dove lo scontro era più duro, per benedire ed incoraggiare. Tutti i partecipanti alla battaglia diedero il merito della vittoria a padre Marco, e persino i Turchi dissero poi di essere rimasti confusi dalla presenza di quell’uomo del quale riconobbero la straordinaria forza spirituale.

In ricordo di quella grande vittoria, così importante per la Cristianità, fu istituita la festa del Nome di Maria il 12 settembre.
L’esercito cristiano proseguì la serie di vittorie liberando anche Budapest e Belgrado.

Finalmente, padre Marco potè dedicarsi alla contemplazione e alla preghiera. Egli era un uomo di pace, che agognava sempre di poter tornare nel silenzio del chiostro, che esercitò le virtù cristiane, che esortava al perdono e alla riconciliazione. Si preoccupò sempre di mitigare la sorte dei prigionieri turchi, e condannava la crudeltà. Se si impegnò nella guerra, fu per la legittima difesa dell’Europa minacciata ed aggredita.

Nel maggio 1699 tornò a Vienna, dove ancora l’imperatore lo reclamava per averlo come confidente e consigliere, ma stava già molto male. Il 13 agosto spirò: erano presenti l’imperatore e l’imperatrice. L’umile frate fu sepolto con sfarzo principesco e per ordine di Leopoldo I gli furono riservate esequie pari a quelle previste per i principi austriaci. Grande era stato infatti il suo impegno per l’identità religiosa europea.

Susanna Arnaldi