(PA) Ai manager gioverebbe la preghiera

Fede e ragione
Conversazione con Ettore Gotti Tedeschi: «La globalizzazione è un’opportunità apostolica».

di Rodari (del 03/05/2008 in il Riformista)
da www.palazzoapostolico.it

È nell’ultimo mese che i giornali hanno deciso di parlare intensamente di lui. Prima Panorama, poi il Sole, a seguire Milano Finanza e l’inserto di Repubblica “Affari e Finanza” hanno paventato un suo possibile arrivo alla guida dello Ior, la banca vaticana. Voci che si susseguono a voci, alimentate forse anche dal fatto che lui, Ettore Gotti Tedeschi, è sì un banchiere ma pure un cattolico – e i cattolici, spesso, quando fanno carriera fanno notizia: chissà perché – e, soprattutto, da un paio di mesi editorialista sull’Osservatore Romano diretto da Gian Maria Vian. Sentito dal Riformista in merito a queste voci, Gotti Tedeschi si dichiara nell’ordine «stupito», «imbarazzato» e pure un po’ «preoccupato». Insomma, le voci sono soltanto voci e lui altro non è che un banchiere cattolico con la passione per la scrittura.
Un professionista di successo come recita il curriculum che lui stesso declama: «Credo – dice – di esser stato uno dei primi ex McKinsey a passare alla finanza. Con Imi mi dovevo occupare di merchant banking (ero stato nominato direttore generale di Italfinanziaria sotto un personaggio straordinario e grande finanziere: Roveraro che era il Ceo), secondo il progetto chiesto dal governo ad Arcuti (presidente Imi) di portare in Borsa le famose “mille” imprese al fine di creare una borsa italiana meno concentrata. Purtroppo, dopo un anno, Roveraro ruppe con Arcuti e io me ne andai con lui. Insieme concorremmo alla creazione di Akros Finanziaria che rappresentò il primo progetto di banca d’affari fatto da manager. Raccogliemmo in tre mesi 275 miliardi di lire con circa 200 imprenditori di tutti i livelli, da Agnelli e De Benedetti ai Bastianello, Bertazzoni, Gavio, etc. Gli stessi che Mediobanca scoprì anni dopo. Akros era un grande progetto, ma io faticai ad adattarmi allo stile di Roveraro e dopo 5 anni preferii andarmene. Era il 1992. Portai Santander in Italia e lì cominciai la mia nuova avventura con il San Paolo».
Avventura che porta oggi Gotti Tedeschi a scrivere di finanza ed etica sul giornale del Papa. «Io – spiega Gotti Tedeschi in proposito – vivo nel mondo, non in un eremo. In più, dopo aver fatto strategia con McKinsey, sono passato a occuparmi di finanza ed economia: il mondo economico funziona con idee e finanza. Come fa un cattolico a non lasciarsi “corrompere” da questo mondo? Ci riesce se impara a capire che la finanza e l’economia sono solamente strumenti, mezzi che, in mano all’uomo che sa dare loro un senso, possono diventare buoni, possono essere per il bene comune. Ci sono due obblighi in economia: fare bene le cose, con competenza. E dare un senso a queste cose. Parlare di etica o di morale in economia e finanza, dunque, non è un dibattito religioso o morale, bensì materia professionale in quanto si riferisce a un comportamento umano economico. L’etica, in economia, non è un fatto sociale ma individuale: è l’uomo cha “fa etiche” o non le fa. Mi spiego meglio: il profitto è un mezzo essenziale per misurare i risultati e compararli, è essenziale per creare una ricchezza che deve poi essere distribuita. Ma il profitto da solo non è sufficiente: è l’uso che se ne fa che spiega la sua vera efficacia. Non voglio raccontare la solita storiella che il fine non deve giustificare i mezzi, perché non è vera. Il fine deve sempre giustificare i mezzi, altrimenti chi li giustifica? Il problema è che fini buoni non devono giustificare mezzi cattivi. E poiché non esiste una costituzione etica e siccome l’economia non può avere una sua autonomia morale, essendo l’etica personale fondata sul fatto che uno ci creda, ebbene ecco che tutto questo spiega perché si possa scrivere di economia e finanza dando loro il senso sopra descritto, cioè come stimolo e formazione».
Stimolo e formazione, dunque, sui temi della finanza e dell’etica. Articoli, quelli scritti per l’Osservatore, che hanno fatto pensare a un arrivo di Gotti Tedeschi allo Ior. «Per me – spiega – scrivere sull’Osservatore è un grande privilegio e un onore che non baratterei con null’altro. La collaborazione è totalmente dovuta alla amicizia e stima che mi lega con Gian Maria Vian e alla sua pazienza nell’aiutarmi ad adattare il mio stile e scelta di contenuti alla linea del giornale che sta strutturando. Probabilmente è grazie a questa collaborazione che si è pensato a miei incarichi di tutt’altra portata e prospettiva. Ma io sono semplicemente appagato dal fatto di poter scrivere, con Vian, qualcosa di buono e utile per l’Osservatore, ritenendolo già un privilegio superiore».
Nell’ultimo editoriale Gotti Tedeschi ha buttato lì l’idea di organizzare degli esercizi spirituali per manager. «La proposta – dice – è stata ovviamente provocatoria e, in un contesto particolare, è stata considerata la compensazione più naturale alla tentazione degli eccessi dei supermanagers attratti dalla disponibilità di tutti gli strumenti finanziari utilizzabili con disinvoltura. L’invito a fare gli esercizi è l’invito a prendere coscienza del valore delle azioni e della necessità di rafforzare il discernimento degli spiriti che le ispirano. Il mondo spesso crea tranelli proprio ai migliori, li attrae a tentazioni non sempre opportune, la preghiera, la meditazione, soprattutto se strutturata, come lo sono gli esercizi di sant’Ignazio di Loyola, elevano invece le aspirazioni, aiutano a riformulare gli obiettivi e il senso da dare alle proprie azioni e perciò l’uso dei mezzi. Possono aiutare i supermanager a diventare uomini di criterio, di un particolare criterio, quello che si occupa del bene comune. Gli esercizi spirituali più ridotti richiedono sei giorni di silenzio iniziando a contemplare le proprie miserie, a riconoscere il valore fondato sui veri vantaggi, quelli spirituali, che ha l’uomo nell’ambiente competitivo dove opera e concludere con una scelta strategica di risorgere con una prospettiva e scelte nuove di azioni finalmente di valore per noi e il prossimo. Lì si impara cosa è veramente “creazione di valore” per la persona e se ne deduce quale può essere questa “creazione di valore” anche per l’impresa, verso gli azionisti e la società. Provare per credere…».
L’esperienza scritturistica di Gotti Tedeschi non riguarda solo l’Osservatore. Ma pure la stesura di due libri: «Il primo mi fu ispirato dal povero Leonardo Mondadori (Danaro e Paradiso) e l’ho scritto con un grande scrittore professionista, Rino Cammilleri. Mi fece l’onore della prefazione il cardinale Giovanbattista Re. Il libro doveva essere una riflessione dedicata al semplice “prete di campagna” che ogni tanto dal pulpito si scaglia contro i ricchi, contro il capitalismo, contro la finanza malvagia, la globalizzazione perversa. E ci siamo messi a rispondere e a spiegare: perché l’economia, quale strumento, non è cattiva, anzi. Perché il capitalismo è buono in quanto anche le sue radici sono cattoliche. Perché la globalizzazione è una opportunità anche apostolica. Perché l’economia può e deve fondarsi su un senso morale per produrre il massimo risultato. Il secondo libro s’intitola Spiriti Animali. La concorrenza giusta. Qui parlo di mercato e dei suoi regolatori, morali e non. L’ho scritto con una enfant prodige del pensiero liberista: Alberto Mingardi. Lo ha editato la Bocconi, su spinta del professor Maurizio Dallocchio, allora dean della Sda. La prefazione la fece il mio amico Alessandro Profumo (Ceo di Unicredito)».
Dunque un banchiere, cattolico, un po’ scrittore e un po’ giornalista, Gotti Tedeschi. Ma non solo: pure un padre di famiglia: «Ho cinque figli con una sola moglie – racconta -. Tempi addietro, alla fine degli anni ’80, ai tempi dei “limiti dello sviluppo” i miei amici e colleghi si stupivano che uno come me “producesse” tanti figli. Alcuni mi responsabilizzavano di sfruttare le risorse del pianeta, altri, più gentili, pensavano che appartenendo a chissà quale setta, fossi obbligato a filiare per ragioni di fanatismo religioso. In un certo momento della mia vita professionale brindarono a un mio nuovo incarico professionale ricordando che io avevo allora lo stesso numero di figli che i miei colleghi avevano di mogli… Oggi dovrei ricevere un attestato per aver limitato il crollo della natalità e concorso pertanto a sostenere lo sviluppo. La famiglia è creazione di ricchezza per tutti, ancora oggi poco riconosciuta. Ho semplicemente seguito una vocazione alta, sia matrimoniale che professionale, cercando di far bene le cose, impegnandomi e cercando di dare un senso al mio lavoro. Non è retorica dire che la Provvidenza mi ha spesso aiutato, anzi, pensandoci bene, ogni volta che facevamo un figlio con generosità, altra “generosità” ben superiore ci compensava: facevo carriera… Una volta un professore, con un solo figlio, saputo quanti figli avevo, si stupì e mi chiese che lavoro facessi, gli risposi che mi occupavo di finanza. E lui ribatté: “Allora capisco”. Io risposi: “Sa, anch’io ero professore, poi mi sono messo a fare figli e sono stato premiato diventando finanziere… Le dirò: una delle massime aspirazioni terrene, per un cattolico, è di esser utile alla Chiesa, nel primo o nell’ultimo posto, dove Dio ci mette…”».