(Osservatore Romano) L’EUTANASIA IN OLANDA: ANCHE PER I BAMBINI!

Notizie

di + Mons. ELIO SGRECCIA, pubblicato su L’Osservatore Romano di Venerdì 3 Settembre 2004, p.8

1. L’ultimo limite varcato



Non è stato possibile fino a questo momento reperire il testo del protocollo che descriverebbe l’accordo intervenuto tra la clinica universitaria di Groningen in Olanda e le autorità giudiziarie olandesi, riguardante l’estensione della possibilità di eutanasia anche per i bambini sotto i 12 anni, fino all’età neonatale. Tale protocollo – stando alle notizie diffuse dalle agenzie di stampa e attribuite al Dr. Edward Verhagen, direttore della suddetta clinica – stabilisce “con estremo rigore, passo dopo passo, le procedure che i medici debbono seguire” per affrontare il problema di “liberare dal dolore” i bambini (nell’arco di età menzionato) gravemente ammalati, sottoponendoli ad eutanasia.


La legge varata in Olanda dal Parlamento il 1 Aprile 2002 già prevedeva l’aiuto a morire (“suicidio assistito”) non soltanto per gli infermi adulti che ne avessero fatto richiesta “esplicita, ragionata e ripetuta” e per i giovani dai 16 ai 18 anni che ne avessero formulato domanda scritta (art. 3, sez. 2 della legge), ma anche per gli adolescenti capaci di consenso, dai 12 ai 16 anni, con la condizione che i genitori stessi, o chi ne avesse la tutela giuridica, aggiungessero il loro consenso alla richiesta personale dei soggetti colpiti da malattia inguaribile o da dolore (art. 4, sez. 2).


Ora, con questo ultimo accordo medico-giudiziario, in Olanda si varca un limite finora proibito persino per la sperimentazione clinica, stando ai Codici di Helsinki: si consente l’eutanasia – stando sempre alle notizie diffuse, da ritenere purtroppo fondate – anche per i bambini sotto i 12 anni, compresi quelli in età neonatale, per i quali non si può certo parlare di valido consenso.


Per questa età, come accennato, rimane proibita in tutto il mondo la stessa sperimentazione clinica a motivo del fatto che essa può sempre comportare un certo rischio, sia pur minimo, per il soggetto arruolato, né è possibile derogare tale norma con il consenso dei genitori o dei tutori, tranne il caso in cui tale sperimentazione non sia ad utilità della vita o della salute dello stesso soggetto su cui si compie.


Le norme etiche relative alla sperimentazione clinica, ispirate ai principi proclamati dopo il processo di Norimberga, sono state abbondantemente oltrepassate negli ultimi accadimenti olandesi. L’accordo medico-giudiziario, infatti, permette, con il consenso dei genitori, la valutazione del medico curante e – a quel che si dice – di un eventuale medico “indipendente”, l’accesso all’eutanasia. Non si può parlare qui di “aiuto a morire” o di “suicidio assistito”, bensì di una morte inflitta per “liberare dal dolore”, cioè di eutanasia vera e propria.


Le osservazioni che sorgono spontanee sono molte e profondamente sconcertanti, soprattutto sul piano morale.


 


2. Il piano inclinato



È facile notare come abbia funzionato la legge del “piano inclinato” per cui, una volta ammessa la legittimità della morte inflitta per pietà sull’adulto cosciente che ne faccia richiesta esplicita, ripetuta e documentata, poi si passi anche ad allargarne l’applicazione ai giovani, agli adolescenti con il consenso dei genitori o dei tutori, ed infine ai bambini ed ai neonati, ovviamente senza il loro consenso. È facile anche prevedere che lo scivolamento sul piano inclinato dell’eutanasia continuerà nei prossimi anni fino ad includere i pazienti adulti ritenuti incapaci di chiedere il consenso, come ad es. i malati mentali o i soggetti in coma persistente o in stato vegetativo.


Si afferma che c’è pur sempre il giudice che può vigilare sugli abusi e punire il medico che eventualmente trasgredisca le norme, ma a che cosa può fare appello il giudice quando la norma toglie ogni base per definire l’abuso stesso? Si dice anche che l’argomento del piano inclinato è debole: a mio avviso, invece, esso dimostra di funzionare ineluttabilmente nella sua perversa efficacia, perché sottintende la non assolutezza dei valori da tutelare ed è accompagnato da un evidente relativismo morale. Esso funziona sul terreno dell’eutanasia così come in diversi altri campi di etica pubblica, sia che si tratti di aborto (in tal caso, si comincia dal caso dell’anencefalo per finire al caso del figlio concepito prima delle vacanze), sia che si tratti della procreatica (qui, si parte dalla richiesta della legalizzazione dell’inseminazione omologa per finire alla questione della autorizzazione della clonazione terapeutica). Quando poi nel piano inclinato non agisce soltanto il dislivello del pendio logico, ma anche l’interesse economico, allora lo scivolamento diventa fatale ed inarrestabile.


 


3. Su quale fondamento etico



Qualora si voglia ricercare una “motivazione etica” a questo “progressivo declino di umanità”, essa risulterà facilmente rintracciabile nella letteratura contemporanea. Per giustificare l’eutanasia, si è partiti dal fare riferimento al principio di autonomia, così come è enunciato dal Manifesto sull’eutanasia del 1974, rafforzato in alcuni Paesi dalla richiesta di far valere sui medici il cosiddetto “testamento di vita”; in questa prospettiva, il tutto della moralità si concentrerebbe nel fatto che il paziente, sapendo di poter disporre della propria vita, intende anche disporre della propria morte.


La legge olandese, al momento dell’approvazione, per rassicurare l’opinione pubblica ha sottolineato che la richiesta del paziente deve essere insistente, lucida, possibilmente scritta; ma, con l’avanzamento ora stabilito, addirittura si prescinde dalla volontà del soggetto che, per la sua età, è ovviamente incapace di esprimere una propria scelta e la si sostituisce con la volontà di altri, parenti o tutori, e con il giudizio interpretativo del medico. Il medico addirittura deve valutare il dolore e la sofferenza del paziente e stabilire se sono tali da giustificare l’anticipazione della morte. Ma allora, non è più il principio di autonomia ad essere in gioco, bensì una decisione “esterna”, che dovrebbe essere considerata etica anche quando viene imposta dall’adulto cosciente e valente su un soggetto incapace di valutare e di chiedere: in seguito ad essa, il soggetto beneficiario viene fatto morire intenzionalmente, come un “morto ammazzato”. Altro che autonomia e senso di pietà! Siamo di fronte ad un tipo di libertà degli adulti considerata legittima anche quando viene esercitata su chi non ha autonomia.


Per giustificare l’eutanasia, poi, si è anche fatto appello alla liberazione dal dolore “inutile” e dalla sofferenza, come vorrebbe indicare, in qualche modo, il prefisso bonario (“eu-“) del termine mortifero di eutanasia. Ma di quale sofferenza si tratta? E a chi appartiene questa sofferenza?


Il soggetto bambino o neonato che, come dicono i pediatri, soffre di meno dell’adulto, non è in grado di valutare o di definire insopportabile la sua sofferenza; chi valuta, secondo le norme olandesi, è il medico e quelli che consentono e decidono sono i parenti. Non si tratta per caso della loro sofferenza? Si sa, poi, che la nostra età ha reso quasi del tutto “curabile” il dolore; le cure palliative e quelle antalgiche, promosse grazie a Dio in tutto il mondo ed invocate dai medici e dalla sanità, riescono a mantenere e armonizzare l’umanità delle cure e la serenità della morte. A prescindere dalla dignità che va riconosciuta al dolore del malato e al valore di solidarietà che suscita la presenza della sofferenza innocente, forse che il dolore e la sofferenza si curano con la violenza della morte anticipata?


C’è da pensare seriamente alla possibile comparsa di un darwinismo sociale, che intende facilitare l’eliminazione degli esseri umani gravati da sofferenza e da difetti per “anestetizzare” la società tutta. È stato precisamente Darwin a considerare un ostacolo all’evoluzione umana la costruzione degli ospedali per i pazzi, gli infermi e i malati, così come l’elaborazione di leggi per sostenere gli indigenti (cfr. C. Darwin, La descendence de l’homme et la sélection sexuelle, citato in J.C. Guillebaud, Le principe d’humanité, Editions du Seuil, 2001, p. 368), perché questi atteggiamenti della società impedirebbero o ritarderebbero l’eliminazione naturale dei soggetti difettosi. Non per niente alcuni commentatori, anche laici, nei giornali di questi giorni hanno parlato di “eugenismo mascherato”, in riferimento a quest’ultima passo avanti della legge olandese sull’eutanasia.


 


4. La deriva utilitarista



Penso che non sarebbe comunque incongruo porre l’attenzione ad una mentalità utilitarista che sta progressivamente penetrando nella società occidentale, con l’ideologia della massimizzazione del piacere e la minimizzazione del dolore, cui non manca il supporto di quell’utilitarismo legato al bilancio e all’assegnazione delle risorse nel campo della medicina definita “impossibile”, proprio perché troppo onerosa per la comunità. Questo utilitarismo, legato al bilancio, considera prevalenti i programmi relativi all’incremento della ricchezza e della produttività o della competitività industriale, rispetto ai doveri del sollievo della sofferenza e al sostegno del malato, sempre più consegnato alla precarietà delle proprie risorse economiche e sempre meno sostenuto dallo Stato.


Dunque, saremmo lontani non soltanto dall’etica della libertà, ma anche dall’etica della solidarietà, saremmo sotto il dominio della società dei forti e sani e dentro la logica del primato dell’economia. Ma siamo ancora dentro “l’umanità”?


 


5. Il principio di umanità



Alcuni studiosi hanno rilevato l’esistenza di una grande contraddizione nella nostra società contemporanea, una sorta di schizofrenia tra due elementi; da una parte, la proclamazione dei “diritti dell’uomo” e la ricerca della definizione di “delitti contro l’umanità”, dall’altra, l’incapacità di definire chi è l’uomo e, di conseguenza, quale azione sia da ritenersi umana o non umana (cfr. J.C. Guillebaud, Le principe d’humanité, cap I).


Quello che sembra si stia smarrendo nella nostra cultura è il “principio di umanità”. È umano curare il dolore e predisporre hospices per i malati di tumore, oppure è più umano predisporre il farmaco letale per le persone che sono affette da mali inguaribili, sia che queste lo chiedano in prima persona, sia che siano i medici a supporre che lo chiederebbero se potessero?


A chi è passato il governo del concetto di “umano/non umano”, dopo che è stata negata la natura umana, l’ontologia della persona e l’adeguata concezione della dignità umana? La dignità umana sussiste nel morente, in modo tale che nessuno possa avanzare un dispotismo di vita e di morte su colui che soffre e sta per morire?


Questo è il punto: ritrovare la dignità dell’uomo, di ogni uomo in quanto portatore del valore di persona, valore trascendente sulla realtà terrena, fonte e fine della vita sociale, bene su cui converge l’universo (S. Tommaso d’Aquino qualifica la persona “quod est perfectissimum in rerum natura”), bene che non può essere strumentalizzato per alcun altro interesse da chicchessia (come ricorda anche la migliore tradizione della morale laica a partire da Kant). In questa dignità di persona la tradizione biblica vede “l’immagine e somiglianza” con il Creatore e, nel Cristianesimo in particolare, trova la identificazione con il Cristo stesso (“Ero malato e mi avete assistito” – cfr. Mt. 25). Si tratta di salvare ad un tempo il concetto di umanità e il fondamento della moralità, rispettando la vita e la dignità della persona umana.


 


6. L’apporto della Chiesa



La posizione della Chiesa sul tema dell’eutanasia è ben conosciuta, costantemente ribadita e confermata; essa va letta con lo sguardo rivolto alla tutela della dignità e della vita di ogni uomo: “Ora, è necessario ribadire con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di una offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità.” (CDF, Iura et Bona, p. II).


La enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, che ribadisce la condanna morale dell’eutanasia come “grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana” (n. 64), insiste nel suggerire “una via ben diversa… la via dell’amore e della vera pietà, che la nostra comune umanità impone e che la fede in Cristo Redentore, morto e risorto, illumina con nuove ragioni. La domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella prova” (n. 67). Con l’insegnamento, le attività e le strutture proprie, la Chiesa si pone costantemente in questa prospettiva.


L’Europa, che sta proponendosi al mondo come un’unità di popoli solidali in nome dei “diritti dell’uomo”, tuttora capace di conservare un plurimillenario patrimonio di civiltà umanistica, improntata al rispetto della persona e alla pratica della solidarietà, dovrebbe respingere da sé ogni infiltrazione culturale ispirata al cinismo utilitarista o al primato dell’economia sull’uomo, per continuare a proporre modelli legislativi a sostegno dell’uomo e della sua dignità, in una società solidale.